Jeff Buckley – Grace

Jeff Buckley - Grace

Quando si è giovani, belli e baciati dalla dea della musica ti puoi sentire invincibile, puoi perdere contatto con la realtà e dimenticare la tua condizione di mortale. Probabilmente Jeff Buckley non è stato sfiorato da questo, con l’esempio di un padre distrutto dall’abuso di droga, Jeff è stato uno dei pochi casi in cui il figlio è riuscito a “sopravvivere” alla fama del padre.

“La sua sola influenza è quella della sua assenza”, dirà di lui. Forse questa frase – che nasconde un velo di delusione – spiega come Jeffrey Scott sia riuscito a percorrere il proprio sentiero – nonostante il fardello di un cognome pesante – regalandoci a modo sue forti emozioni come fece Tim Buckley.

Entrambi sono stati strappati troppo presto dal destino che li ha relegati nell’Olimpo della musica, privandoci della loro presenza e del loro carisma artistico. Nonostante il loro passaggio sia stato tanto breve quanto intenso. Ma si sa che muore giovane chi è caro agli dei.

Grace – considerando l’anno in cui è concepito – risulta un disco prettamente anacronistico con un sound ibrido e fuori dal contesto storico in cui si trovava; forse il termine esatto è senza tempo. Il fulcro di Grace risiede nella voce di Jeff, cristallina ed espressa al massimo all’interno del disco, oltre che nella capacità di elaborare le proprie influenze attraverso uno stile personale e distaccato.

Grace è un lavoro soggetto ad un periodo discretamente lungo di lavorazione, dove è stata data carta bianca a Jeff Buckley. La pubblicazione è slittata più volte a causa dell’incapacità di Jeff nel finalizzare i brani; la spinta per concluderlo proviene dalla morte del padre di Rebecca Moore (sua compagna durante il periodo della registrazione). La stessa Moore è stata una figura centrale e d’ispirazione per brani quali Grace, So Real, Last Goodbye e Forget Her (canzone scritta successivamente alla conclusione della storia con la stessa Moore).

La ricezione del mercato musicale non è stata delle migliori, ma progressivamente Grace è cresciuto, diventando un disco di culto da possedere nei propri scaffali. La celebrità è conseguenza soprattutto della reinterpretazione di Hallelujah di Leonard Cohen, resa più più più …. non ho un aggettivo adatto per esprimere l’apporto di Buckley… diciamo resa PIU’ e basta.

La bravura di Jeff è stata quella di rendere immortale un brano immortale di suo, cantando Cohen senza scimmiottarlo, rispettandolo ma imponendo la propria impronta. Così ha ridato la vita ad Hallelujah.

Si dice che lo stesso Cohen abbia affermato:

‘I wrote the lyrics, but it is definitely a Buckley song’

Last Goodbye è il singolo di maggior successo, nel quale ci viene raccontata una storia d’amore giunta alla conclusione nella quale però manca la rassegnazione, in quanto è l’amore che se ne va, non la persona amata. In principio, come rivelato da Mary Guibert (madre di Jeff) – alla quale è stata spedita la cassetta della demo dallo stesso Buckley durante la sessione di registrazione – il titolo doveva essere Unforgiven

Altro singolo estratto dall’album è So Real. Una canzone scritta all’ultimo minuto – registrata alle 3 del mattino – una interpretazione perfetta, ad album pressoché terminato. So Real è andata a sostituire Forget Her. Anche in questo caso la tematica dominante è l’amore contrastante e contraddittorio (Ti amo, ma ho paura di amarti) sempre con riferimento alla storia con la Moore. Il videoclip è stato seguito in prima persona dallo stesso Jeff Buckley che ha affiancato la regista Sophie Muller.

 

Tim Buckley – Goodbye And Hello

Tim Buckley - Goodbye And Hello

Tim Buckley è stato un vero innovatore – termine ampiamente inflazionato al giorno d’oggi – riuscendosi a spingere veramente oltre i limiti fin lì stabiliti, unendo generi distanti tra loro.

A cavallo degli anni ’60-’70 c’era veramente qualcuno capace di apportare delle modifiche sostanziali al movimento, per tale motivo è assolutamente paragonabile a Frank Zappa in termini di contributo al mondo musicale.

Tant’è che lo stesso Zappa assieme al suo manager di allora, Herb Cohen, lo assoldarono nella Straight Records, aiutando Tim a porre le basi della sua carriera artistica con Goodbye and Hello, disco ambizioso per un ventenne di belle speranze e fortemente ispirato a Blonde on Blonde di Bob Dylan.

Tim Buckley è stato un eccelso autore ed un grandissimo cantante; dalla voce fasciante, estesa e capace di mantenere la padronanza di tutte le tonalità. L’acido desossiribonucleico in questi casi non mente mai donando poi a Jeff Buckley una voce divina. Goodbye And Hello nasce proprio dalla fuga dalle responsabilità del giovane Tim, poco dopo il concepimento di Jeff – appena diciottenne – non regge il peso della notizia e si trasferisce a New York – nel Greenwich Village – in cerca del sogno musicale, abbandonando così la compagna incinta e dedicandosi alla scrittura del suo secondo album.

Oltre ad un costruzione musicale complessa presente in alcune canzoni, la voce modulata di Buckley e la sua passione hanno dato una profondità eccezionale ad un disco che riflette le sensazioni negli Stati Uniti dell’epoca: allegria, repressione, violenza, ricerca di libertà; Tutti gli elementi che troviamo nella title-track Goodbye and Hello.

Goodbye and Hello ha un climax assoluto, creato ad arte da una miriade di strumenti che formano atmosfere epiche, medievali, zigane e circensi all’interno di un unico brano suddiviso in diverse sezioni legate tramite la voce di Buckley ed un testo di protesta. Ciò contribuisce ad un livello metafisico difficilmente riscontrabile in altre realtà musicali dell’epoca.

Queste atmosfere vengono richiamate più volte nel corso del disco come in Carnival Song -canzone ipnotica angosciante e monocorde – e Hallucinations.  La ritmica viene esaltata in brani come Pleasant Street – che avvolge in un clima tetro e solenne l’ascoltatore per riprendersi con delle cabrate vocali paurose – e I Never Asked To Be Your Mountain, distinta da un ritmo martellante ed una psichedelica galoppante (canzone reinterpretata assieme a Once I Was dal figlio Jeff per un concerto tributo).

Phantasmagoria in Two è la punta di diamante di questo disco – una delle canzoni d’amore più belle: asfissiante, malinconica, profonda tanto da riempirti e svuotarti mentre la ascolti. E’ un disco sorprendente e confusionario allo stesso tempo, lo spleen che viene trasmesso tramite i brani è anticipato dalla cover dell’album che ritrae un Tim Buckley che sorride con mestizia.

Se non riuscite a comprendere la grandezza di quest’artista, ci penserà Lee Underwood – suo chitarrista storico – a farvi capire il suo contributo:

Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono”

Radiohead – The Bends

Radiohead - The Bends

Dopo Pablo Honey – esordio e puro calderone di stili – The Bends rappresenta l’identità che i Radiohead hanno deciso di vestire, una ricerca di sonorità e una depressione di fondo che contraddistingueranno tutti gli album a venire.

“Riconoscibilità” è  il sostantivo adatto per spiegare quest’album, tale “riconoscibilità” è stata cercata da tutti i membri della band (su tutti da Jonny Greenwood) al fine di prendere le distanze dal successo – considerato troppo commerciale e popular – ottenuto tramite i singoli del precedente album, su tutti Creep canzone richiesta con insistenza durante ogni loro concerto (l’odio dei Radiohead verso Creep è risaputo, forse per questo motivo Thom Yorke, sfregandosi le mani ed ammiccando con l’occhio birbo, ha deciso di accordare a Vasco il permesso di farla odiare anche ai più).

The Bends è un tripudio, viene immediatamente acclamato ed incensato dalla critica che ne esalta le qualità ponendolo nei must have di ogni musicofilo. Alcuni brani come Fake Plastic Trees e Street Spirit (Fade Out) sono prodromi di OK Computer, le tematiche dei testi – influenzate dal periodo di stallo vissuto tra Yorke e il resto della band – sono state sviluppate durante il tour americano e sono una critica aspra verso la società dell’epoca.

Just è forse il pezzo più rappresentativo, con un assolo finale che martella i timpani e con un ritmo ipnotico che stordisce l’ascoltatore. La canzone dovrebbe essere dedicata ad un amico vanesio di Yorke.

La celebrità di questo brano è in gran parte legata al videoclip che – oltre a mostrare la band intenta a suonare ed affacciarsi dalla finestra di un palazzo per vedere cosa accade – ritrae un tipo che si sdraia in mezzo ad un marciapiede attirando l’attenzione di gente curiosa, che cerca di capire cosa sia successo. La conversazione tra queste persone – riportata agli spettatori mediante dei sottotitoli – raggiunge un climax che porta loro a chiedere al tizio sdraiato le motivazioni del suo gesto.

Lui risponde senza problemi, ma quei simpaticoni dei Radiohead ci tolgono i sottotitoli e noi non capiamo un cazzo.

Fatto sta che alla fine tutti si sdraiano sul marciapiede… lo so, detto così è una merda, ma che ci volete fare?…

Secondo alcuni detrattori sia il regista che la band non hanno mai saputo cosa far dire al tipo sdraiato, lavandosene le mani e togliendo i sottotitoli. Secondo altri le parole pronunciate potrebbero essere “Il fondo è la nuova vetta” o “I Radiohead sono alla finestra”, che dimostrerebbe già quanto il loro ego fosse spropositato sin dagli albori.

High and Dry proviene dalle sessioni di registrazione di Pablo Honey, scartata perché a detta della band troppo simile ad un pezzo di Rod Stewart, è stata poi introdotta senza eccessivi patemi d’animo in The Bends.

Diversa è la genesi di Fake Plastic Trees, che prende forma dopo un concerto di Jeff Buckley.

I Radiohead aveva incontrato difficoltà nel concepimento di questo brano e una pausa presa per andare a vedere il concerto di Buckley si è dimostrata provvidenziale; il fascino e lo stile esercitato dal cantautore statunitense ha mostrato la via per il completamento della canzone.

Street Spirit (Fade Out) è la tipica canzone che ti induce al suicidio: bella, bellissima, ma da non sentire durante una crisi depressiva. Lo stesso Yorke ha descritto questo brano come un tunnel oscuro senza la luce alla fine… insomma un segnale di speranza. Per chi volesse tagliarsi le vene e cercasse ispirazione, è stata reinterpretata anche da Peter Gabriel (se siete alla ricerca di stimoli per non vivere più, ve la consiglio).

L’artwork è curato da Stanley Donwood in collaborazione con “sòtuttoio” Yorke, che originariamente aveva in mente di utilizzare per la copertina un polmone d’acciaio salvo poi cambiare idea. La copertina è stata realizzata proprio all’ultimo minuto con una foto edulcorata di un fantoccio medico con la faccia di Yorke.

Radiohead – The Bends

Radiohead - The Bends

Dopo Pablo Honey, disco di partenza e puro calderone di generi musicali, The Bends è il lavoro che fotografa l’identità che i Radiohead hanno deciso di vestire, una ricerca di sonorità e una depressione di fondo che contraddistingueranno tutti gli album a venire. “Riconoscibilità” è  il sostantivo adatto per spiegare quest’album, tale “riconoscibilità” è stata cercata dalla band (su tutti da Jonny Greenwood) al fine di prendere le distanze dal successo troppo commerciale e popular ottenuto tramite i singoli di Pablo Honey, uno su tutti Creep, canzone richiesta incessantemente durante ogni loro concerto (l’odio dei Radiohead verso Creep è risaputo, forse per questo motivo Thom Yorke, sfregandosi le mani e ammiccando con l’occhio birbo, ha deciso di accordare a Vasco il permesso di farla odiare anche ai più). Il lavoro è stato immediatamente acclamato ed incensato dalla critica che ne ha esaltato le doti e lo ha posto nell’Olimpo delle pietre miliari del rock. Alcuni brani come Fake Plastic Trees e Street Spirit (Fade Out) sono prodromi di OK Computer, le tematiche dei testi, influenzate dal periodo di stallo vissuto tra Yorke e il resto della band, sono state sviluppate durante il tour americano e sono una critica aspra verso la società dell’epoca.

Just è forse il pezzo più rappresentativa, con quell’assolo finale che ti entra in testa e con quel ritmo ipnotico che stordisce (la canzone è dedicata ad un amico vanesio di Yorke).

La celebrità di questo brano è legata al videoclip che oltre a mostrare la band che suona e si affaccia alla finestra per vedere cosa accade, ritrae un tipo che si sdraia in mezzo ad un marciapiede attirando l’attenzione di gente curiosa che cerca di capire cosa sia successo, la conversazione tra queste persone, riportata agli spettatori mediante dei sottotitoli, raggiunge un climax che porta loro a chiedere al tizio sdraiato il perché del suo gesto. Lui risponde senza problemi ma quei simpaticoni dei Radiohead tolgono i sottotitoli e noi non capiamo un cazzo. Fatto sta che alla fine tutti si sdraiano sul marciapiede… lo so, detto così è una merda, ma che ci volete fare. Secondo alcuni detrattori sia il regista che la band non hanno mai saputo cosa far dire al tipo sdraiato, lavandosene le mani e togliendo i sottotitoli. Secondo altri le parole pronunciate potrebbero essere “Il fondo è la nuova vetta” o “I Radiohead sono alla finestra”, che dimostrerebbe già quanto il loro ego fosse spropositato sin dagli inizi.

High and Dry proviene dalle sessioni di registrazione di Pablo Honey, scartata perché a detta della band troppo simile ad un pezzo di Rod Stewart, è stata poi introdotta senza eccessivi patemi d’animo in The Bends.

Fake Plastic Trees, è nata dopo un concerto di Jeff Buckley, la band aveva trovato delle difficoltà nel concepimento di questo brano e una pausa presa per andare a vedere il concerto di Buckley è stata provvidenziale, il fascino esercitato dal cantautore statunitense ha aiutato la band a trovare la strada giusta per il completamento della canzone.

Street Spirit (Fade Out) è la tipica canzone che ti induce al suicidio, bella, bellissima, ma da non sentire durante una crisi depressiva. Lo stesso Yorke ha descritto questo pezzo come un tunnel oscuro senza la luce alla fine… insomma un segnale di speranza. Per chi volesse tagliarsi le vene e cercasse ispirazione, è stata coverizzata anche da Peter Gabriel (se siete alla ricerca di stimoli per non vivere più, ve la consiglio).

L’artwork è stato curato da Stanley Donwood in collaborazione con “sòtuttoio” Yorke, che originariamente aveva in mente di utilizzare per la copertina un polmone d’acciaio salvo poi cambiare idea. La cover è stata fatta all’ultimo minuto con una foto edulcorata di un fantoccio medico con la faccia di Yorke.