Slowdive – Just For A Day

Slowdive - Just For A Day

Prosegue il ciclo di articoli “Stai pensando al suicidio? Ci penso io!”, un susseguirsi tambureggiante di dischi che hanno segnato le vene degli ascoltatori di tutto il mondo. Un viaggio nella depressione “quella bella” come piace a noi, fatta di bassi e bassi. Vi faccio tornare all’epoca della pubertà, della ragazza che vi dice no, dell’apparecchio, delle musicassette e del Topexan.

Il sodalizio tra Rachel Gosswell e Neil Halstead è in parte simile a quello tra Sparehawks e la Parker, si conoscono durante l’infanzia, infatti il padre della Gosswell – all’età di 7 anni – le regala una chitarra classica e le dà le basi della musica folk, da buon ex banjoista qual’era. Tre anni dopo comincia a prendere lezioni di chitarra, nelle quali incontra il piccolo Neil Halstead, il legame dei due è solido e come in tutte le migliori storie i propri gusti musicali si incontrano e – all’età di 15 anni – danno vita ai Pumpkin Fairies, una breve esperienza nella quale si aggiunge a loro due Adrian Sell il batterista con il quale fonderanno gli Slowdive.

Adrian porta con sé il suo amico Nick Chaplin, al quale verrà attribuito il merito del nome Slowdive “Leggenda vuole che il nome sia venuto fuori da un sogno che feci. Probabilmente un fondo di verità in ciò c’è. Avevamo un sacco di nomi orribili prima di diventare Slowdive, sapevamo che ci serviva qualcosa di diverso. Sembrò la scelta migliore. Rachel era sempre stata una fan di Siouxsie [Siouxsie And The Banshee ndr].”.

Sì perché Slowdive è il nome di un singolo di Siouxsie del 1982, per Rachel deve essere sembrato il giusto tributo alla sua eroina; lei fortemente ispirata da un’artista a 360° gradi da una personalità come quella di Susan Janet Ballion, che sembra avere un’attrazione grandissima verso gli istrioni ed i teatranti musicali come Robert SmithNick Cave ed Iggy Pop, a voler quasi forgiare il lato gotico della band. L’influenza comune però si dimostra essere un gruppo caposaldo dello shoegaze, i My Bloody Valentine.

Tornando alla formazione della band, gli Slowdive trovano un consolidamento definitivo con Christian Savill che si presenta alle audizioni come terzo chitarrista. L’unico ad essersi presentato, gli altri 4 erano alla ricerca di una ragazza da inserire, ma Savill si dimostrò tanto determinato da essere disposto ad indossare un vestito da donna pur di suonare negli Slowdive… beh sembra che di potenziale ne avessero i ragazzi per indurre un adolescente a fare una cosa del genere, non credete?

Potenziale da vendere, ma grandi cazzari, come Neil Halstead che riesce a convincere la propria etichetta di avere abbastanza brani per un disco “siamo andati in studio per sei settimane, non avevamo canzoni quando abbiamo cominciato le registrazioni, alla fine avevamo un album”… si, ma tutto grazie a sperimentazioni abbastanza ardite con l’effettistica e una dose massiccia di marjiuana a rendere il tutto più piacevole.

Per Neil è stato “come fare un dipinto. Abbiamo lavorato strato per strato ed è diventato tutto quanto omogeneo, indistinguibile! Penso che siamo stati molto fortunati finora.”, Nick conferma aggiungendo ulteriori particolari al metodo compositivo che ha caratterizzato Just For A Day “abbiamo buttato giù gli accordi prima, poi le canzoni sono venute naturalmente tutte insieme. Il nostro primo singolo Avalyn Losing Today [provenienti dal loro primo EP ndr] sono tra queste. La gente sembra preferirle rispetto ad altre perché sembrano incomplete.”

Just For A Day è un disco grandioso, senza presunzione, atmosfere meravigliose costruite sulla voce di Halstead e della Goswell, su delle strutture musicali epiche ed eteree, quasi a richiamare in maniera più asciutta e composta Disintegration, senza il malessere di Robert Smith… uno spleen differente ma non per questo meno bello o intenso.

Low – I Could Live In Hope

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Il titolo di questo disco trasmette tutta l’allegria e la speranza che troverete all’interno di esso. Pari a 0. Ecco se la settimana non è cominciata col piglio giusto, di sicuro non proseguirà meglio con i Low. Cercate allegria? Ottobre è il mese giusto per non averla, fatevene una ragione. Non sono Brezsny Paolo Fox, ma fareste bene a credermi. 

Veniamo a noi: Low è un disco distante dall’esplosione grunge – in quegli anni all’apice – seppure in alcuni aspetti ne rispecchia le sonorità, più comuni agli Slowdive nella tendenza a calmare l’ascoltatore, cullandolo fino a farlo addormentare.  

I Could Live In Hope è un disco di compagnia, non nel senso dispregiativo del termine, non vogliate travisare le mie parole valutandolo come musica da sottofondo… semplicemente lo reputo intimo, un ottimo compagno nei periodi solitari e riflessivi – aiuta a vivere a pieno il momento che l’ascoltatore prova – con quelle intro ripetitive composte da giri di basso ritmati, arpeggi di chitarra rigorosamente in accordi minori ed i piatti accarezzati delicatamente dalle bacchette. 

Curioso anche raccontare il background della band, nata dalla mente di Alan Sparhawk che all’età di 9 anni conosce quella che diverrà la sua futura moglie – nonché batterista del gruppo – Mimi Parker. Alan già a 13 anni comincia a scrivere, dodici anni dopo vede la luce il primo disco dei Low, con Mimi Parker al floor tom e al cimbalo che si alterna alla voce con il marito, tanto per capirci è lei alla voce della meravigliosa Lullaby. In un minimalismo caposaldo della filosofia dei Low. 

Le tematiche sono influenzate anche dalla fede – entrambi sono Mormoni credenti e praticanti – perciò non è inusuale ascoltare riferimenti alla bibbia nelle canzoni di I Could Live In Hope, in tal senso anche il titolo del disco può lasciare intendere la fede dei suoi musicisti. L’unione tra Sparhawk e la Parker, non è solo sentimentale ma anche intellettiva, questa affinità li ha portati ad una carriera musicale lunga e ancora in essere. 

Duluth, il suo tempo e i luoghi nei quali siete cresciuti, hanno influenzato la nostra musica? Certo che sì, non so come ma certamente è così. Non puoi fare a meno di essere colpito da essa”, Sparhawk spiega in due righe quanto una città di dimensioni modeste possa influenzare in qualche modo l’idea musicale di un ragazzo, un po’ come avvenne per gli Slint McMahan, d’altronde se è la città che ha dato i natali a Bob Dylan (e anche a Bill Berry) si vede che un’atmosfera particolare si respira, no? 

“Quando scrivo una nuova canzone, anche oggi, sono sorpresa di averne ancora una dentro di me” dice Mimi Parker in un’intervista del 2012, la forza dei Low credo possa risiedere proprio in questo senso consapevole di “dilettantismo”, nel sorprendersi delle proprie capacità, un diamante grezzo che punta a rimanere tale, con tutti gli spigoli e le storture che lo caratterizzano, tra stonature e brani infiniti. 

I Low escono dagli schemi della canzone canonica – in controtendenza con il periodo musicale in cui I Could Live In Hope vede la luce – assecondando il loro stato d’animo e le loro sensazioni.