Queen – Innuendo

Through the sorrow all through our splendor  
Don’t take offence at my innuendo”  

Il salto è di quelli che infastidisce, passare da un disco leggero come Jazz Innuendo è una mossa spiazzante e difficile da comprendere. Come anticipato nel post a introduzione di questo ciclo, non me la sento di trattare in questo momento gli anni ‘80 dei Queen, anche se non escludo di farlo in futuro.  

Per l’aneddotica, gli anni ‘80 rappresentano l’Eldorado di divertenti avvenimenti da narrare, dal punto di vista musicale però Innuendo è la chiusura del cerchio cominciato a tracciare agli esordi. L’oscurità presente in Queen II ora diventa concreta e non più un vezzo, si percepisce in ogni afflato di Freddie Mercury una rassegnazione che eleva il valore esecutivo di ogni traccia.  

Si tornano a toccare picchi qualitativamente molto elevati, dopo un The Miracle che ha mostrato segni di ripresa, Innuendo è la degna chiusura ispirata – di una carriera artistica estremamente eclettica – capace di mascherare alcuni passaggi a vuoto del periodo “stadi”, caratterizzato da una apparente svogliatezza creativa. In primis questo impulso creativo traspare dalla copertina del disco e dalle artworks – che seguiranno a cascata i vari singoli provenienti da Innuendo – ispirate ai lavori di Grandville, che contribuiscono alla creazione di un’aura mistica e fuori dal tempo attorno all’ultima opera queeniana. 

“Credo sia arrivato il momento di rompere la routine disco-tour-disco-tour” con questa dichiarazione rilasciata alla BBC dopo l’uscita di The Miracle – un disco molto potente e che ben si sarebbe prestato ad un tour – Freddie spiazza gli altri membri della band.  

La diagnosi della malattia induce Mercury a comunicare agli altri Queen lo stato delle cose nel 1989, giustificando di fatto la sua esternazione alla BBC, ed il suo approccio in studio di registrazione è di quelli da pelle d’oca: “Fatemi cantare qualsiasi cosa, datemi più materiale possibile”. Con questa modalità, canzoni come I Can’t Live With You e Headlong (originariamente previste per il disco solista di May) prendono vita e vengono inglobate nel nuovo disco.

Dopo il rilascio di The Miracle, stranamente, Freddie torna in studio per registrare alcune demo – tra le quali compare anche Delilah (la canzone dedicata al proprio gatto preferito tra gli 11 che accudiva nell’abitazione di Kensington Road) – dimostrando una voglia di lasciare inciso più materiale possibile a disposizione dei restanti Queen. La musica rappresenta una distrazione dalla malattia ma anche il motivo principale dell’esistenza di Mercury, vivere in funzione dell’arte – come è stato in parte per Blackstar di Bowie -, il disco assume così un valore unico, un’uscita di scena che rende la vita una performance totale. 

Innuendo è un requiem, sebbene ormai i credits siano suddivisi parimenti tra i quattro Queen, resta semplice scoprire a chi appartenga l’idea principale alle spalle di ogni brano, la cifra stilistica è chiara e il messaggio che si cela in ogni canzone porta il pensiero al momento che la band sta affrontando. 

Ed è proprio la title-track ad aprire il disco, con un ritmo mutuato dal Bolero di Ravel si erge a diventare la Bohemian Rhapsody degli anni ‘90, con un climax ascendente – interpretato dalla chitarra flamenca di Steve Howe degli Yes – che si inerpica nella struttura, varia ed estremamente angosciante, supportata da uno dei videoclip più memorabili della carriera queeniana [che mi ha sempre fortemente intimorito ndr].  

Il video è girato mediante una elaborata combinazione di animazione e stop motion: viene mostrato un cinema pieno di spettatori in plastilina che assiste (come nel rappresentazione filmografica di 1984) alla visione di filmati riguardanti il raduno di Norimberga, il funerale di Umm Kulthum (uno degli idoli di gioventù di Freddie), la marcia Russa, battaglie dalla seconda Guerra Mondiale, etc… ai quali si intrecciano varie performance dei Queen, con immagini tratte dal Live At Wembley e dalla proficua videografia proveniente dall’album The Miracle (The MiracleInvisible ManScandalBreakthru, I Want It All). 

La rappresentazione di ogni membro dei Queen è differente: Deacon è illustrato nello stile picassiano; May seguendo il tratto degli incisori vittoriani; Mercury come una figura di Da Vinci; Taylor in una esplosione di colori tipica di Pollock. Non è un caso che i periodi artistici siano differenti, si è voluta calcare la mano sul concetto di identità ben distinte che confluiscono però – in egual modo – nell’accezione di arte in senso lato.  

Una valorizzazione esplicita che pone democraticamente – MercuryMayDeacon e Taylor – sullo stesso piano, quasi a voler esprimere il seguente concetto: indiscriminatamente dai gusti, possiamo piacervi o meno, ma non potete contestare il contributo che singolarmente abbiamo apportato nella nostra carriera e nel panorama musicale. 

Innuendo è un disco genuino, perché ogni parola assume un peso specifico tale da renderla un macigno, pertanto anche un brano all’apparenza leggero come I’m Going Slightly Mad – che sforna una serie di metafore assimilabili al non-sense di Lear – pone davanti a delle considerazioni sul vero senso che si cela dietro. È il tempo contato che rende pazzi, o il brano rappresenta un modo per dissimulare l’ineluttabilità del destino? 

Jim Hutton ricorda che, Mercury, durante la stesura del testo avvenuta con il suo amico Peter Straker, non la smetteva di ridere mano a mano che le frasi venivano fuori, in particolar modo “I’m knitting with only one needle“, “I’m driving on only three wheels these days” e “I think I’m a banana tree“. Mostrando di fatto quanto la musica sia stata un ancora di salvataggio per Mercury negli ultimi mesi della propria esistenza, trasmettendo questa leggerezza – vero leit-motiv della carriera di Freddie – anche nel videoclip: con May ad impersonare un pinguino, Deacon nei panni del giullare, Taylor con una teiera in testa in sella ad un triciclo e Mercury con un casco di banane in testa. 

Mi sto dilungando eccessivamente, ma sarebbe un peccato castrare questo articolo non citando Bijou (una delizia sapientemente assemblata a quattro mani da Mercury May senza alcun intervento da parte di Taylor Deacon) o These Are The Days of Our Lives.

Quest’ultimo è un brano che Taylor ha scritto sui i propri figli, in particolare su come la genitorialità lo abbia spinto a ripensare alla propria vita. Uno guardo malinconico, che nella voce di Mercury assume un significato differente, una finestra su ciò che sono stati i Queen (questa canzone dimostra come Taylor sia il nostalgico di turno ed il più avvezzo a guardarsi indietro dopo Was It All Worth It presente in The Miracle).

In These Are The Days of Our Lives, Mercury, allo stadio terminale della malattia, affronta le riprese sforzandosi visibilmente, pur di poter salutare il proprio pubblico per un’ultima volta con quelle quattro parole che sono entrate nell’immaginario collettivo del pubblico queeniano. 

A dispetto di quanto credano i più, come These Are The Days of Our Lives, anche The Show Must Go On non è un brano nato da Freddie, bensì è tutto frutto di un ispirato Brian che ha inizialmente tessuto la base musicale assieme all’aiuto di Roger e John, per poi decidere in seguito con Freddie la tematica ed alcune parti del testo. Successivamente, ha aggiunto altre melodie e le restanti parole, cesellando un ponte ispirato al canone di Pachelbel.  

C’è una storia curiosa dietro il completamento di questa canzone che rende oltremodo leggendario il brano; Brian presenta a Freddie un demo in falsetto, in quanto alcuni punti raggiungono delle vocalità estremamente alte.  

Brian è incapace di nascondere le proprie perplessità ad un Freddie – fortemente debilitato – riguardo la possibilità che riesca ad eseguire quel range vocale. In tutta risposta Mercury si schianta un bicchiere di vodka secco e lo tranquillizza “cazzo se ce la faccio tesoro!”, andando spedito a registrare la sua parte. 

“È una lunga storia questa canzone, ma ho sempre creduto che sarebbe diventata importante, perché avevamo a che fare con situazioni di cui era difficile parlare all’epoca, anche se la musica ti offre la possibilità di farlo” ricorda May. 

Non vi nego che un velo di tristezza è sceso su di me durante la redazione di questo ultimo articolo sui Queen, sono stato felice di aver ripreso in mano la loro storia e di averla ripercorsa passo passo. Ho avuto modo di elaborare ulteriormente la loro produzione, rivalutando nel bene e nel male alcuni lavori.

Spero di non aver deluso le aspettative in merito e di aver onorato la memoria di una band così iconica. Le informazioni su di loro sono una montagna, filtrarle tutte quante è stato un lavoro intenso e mi auguro che la storia raccontata sia stata all’altezza. 

L’anno in pillole si chiude così in maniera malinconica con Innuendo.  

A presto cari lettori. 

“Tutti abbiamo affrontato problemi di ego, come ogni altra band, ma non li abbiamo mai assecondati fino in fondo, ci siamo semplicemente detti ‘ok dimentichiamocene’, perché credo che ognuno di noi quattro sentisse che questa chimica avrebbe sempre funzionato veramente. Perciò perché uccidere la gallina dalle uova d’oro, questo spirito di sopravvivenza che ho e che penso abbia anche il resto del gruppo, ci porterà a continuare attraverso ogni avversità – che sia la morte di uno di noi o di qualcos’altro – semplicemente lo rimpiazzeremo. Voglio dire, se io me ne dovessi andare, in loro scatterebbe questa sorta di meccanismo, e mi rimpiazzerebbero. Anche se non credo sia facile rimpiazzarmi, no?!”

Slowdive – Just For A Day

Slowdive - Just For A Day

Prosegue il ciclo di articoli “Stai pensando al suicidio? Ci penso io!”, un susseguirsi tambureggiante di dischi che hanno segnato le vene degli ascoltatori di tutto il mondo. Un viaggio nella depressione “quella bella” come piace a noi, fatta di bassi e bassi. Vi faccio tornare all’epoca della pubertà, della ragazza che vi dice no, dell’apparecchio, delle musicassette e del Topexan.

Il sodalizio tra Rachel Gosswell e Neil Halstead è in parte simile a quello tra Sparehawks e la Parker, si conoscono durante l’infanzia, infatti il padre della Gosswell – all’età di 7 anni – le regala una chitarra classica e le dà le basi della musica folk, da buon ex banjoista qual’era. Tre anni dopo comincia a prendere lezioni di chitarra, nelle quali incontra il piccolo Neil Halstead, il legame dei due è solido e come in tutte le migliori storie i propri gusti musicali si incontrano e – all’età di 15 anni – danno vita ai Pumpkin Fairies, una breve esperienza nella quale si aggiunge a loro due Adrian Sell il batterista con il quale fonderanno gli Slowdive.

Adrian porta con sé il suo amico Nick Chaplin, al quale verrà attribuito il merito del nome Slowdive “Leggenda vuole che il nome sia venuto fuori da un sogno che feci. Probabilmente un fondo di verità in ciò c’è. Avevamo un sacco di nomi orribili prima di diventare Slowdive, sapevamo che ci serviva qualcosa di diverso. Sembrò la scelta migliore. Rachel era sempre stata una fan di Siouxsie [Siouxsie And The Banshee ndr].”.

Sì perché Slowdive è il nome di un singolo di Siouxsie del 1982, per Rachel deve essere sembrato il giusto tributo alla sua eroina; lei fortemente ispirata da un’artista a 360° gradi da una personalità come quella di Susan Janet Ballion, che sembra avere un’attrazione grandissima verso gli istrioni ed i teatranti musicali come Robert SmithNick Cave ed Iggy Pop, a voler quasi forgiare il lato gotico della band. L’influenza comune però si dimostra essere un gruppo caposaldo dello shoegaze, i My Bloody Valentine.

Tornando alla formazione della band, gli Slowdive trovano un consolidamento definitivo con Christian Savill che si presenta alle audizioni come terzo chitarrista. L’unico ad essersi presentato, gli altri 4 erano alla ricerca di una ragazza da inserire, ma Savill si dimostrò tanto determinato da essere disposto ad indossare un vestito da donna pur di suonare negli Slowdive… beh sembra che di potenziale ne avessero i ragazzi per indurre un adolescente a fare una cosa del genere, non credete?

Potenziale da vendere, ma grandi cazzari, come Neil Halstead che riesce a convincere la propria etichetta di avere abbastanza brani per un disco “siamo andati in studio per sei settimane, non avevamo canzoni quando abbiamo cominciato le registrazioni, alla fine avevamo un album”… si, ma tutto grazie a sperimentazioni abbastanza ardite con l’effettistica e una dose massiccia di marjiuana a rendere il tutto più piacevole.

Per Neil è stato “come fare un dipinto. Abbiamo lavorato strato per strato ed è diventato tutto quanto omogeneo, indistinguibile! Penso che siamo stati molto fortunati finora.”, Nick conferma aggiungendo ulteriori particolari al metodo compositivo che ha caratterizzato Just For A Day “abbiamo buttato giù gli accordi prima, poi le canzoni sono venute naturalmente tutte insieme. Il nostro primo singolo Avalyn Losing Today [provenienti dal loro primo EP ndr] sono tra queste. La gente sembra preferirle rispetto ad altre perché sembrano incomplete.”

Just For A Day è un disco grandioso, senza presunzione, atmosfere meravigliose costruite sulla voce di Halstead e della Goswell, su delle strutture musicali epiche ed eteree, quasi a richiamare in maniera più asciutta e composta Disintegration, senza il malessere di Robert Smith… uno spleen differente ma non per questo meno bello o intenso.

Pearl Jam – Ten

Pearl Jam - Ten

Il fu Mookye Blaylock, giocatore di punta della NBA a cavallo tra gli ’80 e i ’90, il suo nome forse non suggerisce nulla, ma a chi ha nel cuore i sopravvissuti del grunge, non può non ricordare il disco d’esordio dei Pearl Jam. Mookye Blaylock è il nome originale della band, ma per questioni di appeal e di licensing, l’etichetta discografica ha imposto la scelta di un nome più d’impatto.

Pearl viene in mente ad Ament non si sa per quale cazzo di motivo, ma è così; Jam invece è il suffisso che cade dalle nuvole durante un concerto di Neil Young al quale assisterono i futuri Pearl Jam. Nèllo in uno dei suoi magic solo di 20 minuti da lo spunto per completare il nome ai pischelletti di Seattle. Ten è il numero di maglia di Mookye Blaylock, che viene ricordato in questo modo vista l’impossibilità di mantenere il nome per la band.

Neil Young e Pearl Jam – una relazione a doppio filo – si definiscono zio e nipoti nemmeno troppo ironicamente come conferma Vedder: “abbiamo appreso tanto da zio Neil, ci ha adottati come nipoti e ci ha insegnato un sacco di cose belle a tanti livelli. Sulla musica, sull’umanità, entrambe le cose semplicemente guardandolo, ascoltando cosa avesse da dire o conversandoci”… questa è un’altra storia romantica che approfondiremo a tempo debito.

What the fuck is the world running to?” è il rantolo di Vedder con il quale accende Porch, il termometro con il quale è possibile misurare lo spirito dei Pearl Jam in questo periodo. Difatti Ten è il culmine di una varietà di percorsi al limite della rassegnazione, del fallimento e della vita mediocre, senza il rispetto delle aspettative che ogni singolo membro della band si è prefigurato. Il grunge essendo un movimento sociale oltre che musicale – ed essendo ben radicato nella scena della Emerald City – non può discostarsi troppo dalle vite di McCready, Vedder, Krusen, Gossard e Ament, che fin qui hanno avuto risvolti decisamente drammatici.

Gossard ed Ament sono reduci dei Green River, sopravvissuti alla morte di Andrew Wood, leader dei Mother Love Bone (percorso musicale successivo a Green River). Imperterriti decidono di convogliare le loro energie mentali verso il nuovo progetto, Pearl Jam.

La band comincia a prendere forma, pezzo dopo pezzo… finalmente gli anni di sacrifici e la perseveranza cominciano a pagare dazio. I primi brani prendono vita negli scantinati e registrati in musicassette.

L’amalgama c’è, chi manca è l’interprete e chi metta nero su bianco i testi.  Una demo tape di 5 brani viene registrata in delle sessioni alle quali prende parte Matt Cameron – batterista dei Soundgarden e attuale batterista dei Pearl Jam. La demo viene consegnata a Jack Irons (futuro batterista dei PJ, nonché frequentatore dei vari Gossard, Ament e McCready) che a sua volta la fa pervenire ad un suo amico che di mestiere fa il benzinaio a San Diego. Il tizio in questione è Eddie Vedder. Se fosse stato studiato a tavolino questo gioco d’intrecci non sarebbe mai stato possibile.

Eddie è un ragazzo con un passato tribolato e caso vuole che sia in possesso di quella sana punta di depressione necessaria ai Pearl Jam, scrive i testi per 3 brani della demo tape (Once, Alive & Footstep), registra la voce sopra i tre brani e rimanda la cassetta – ribattezzata Momma-Son – a Seattle. Arrivato nella Emerald City i ragazzi hanno modo di conoscersi e cominciano a provare e continuare a lavorare sui brani presenti nella demo, così Vedder scrive su due piedi il testo per la E Ballad (la ballata in Mi) che prenderà il nome di Black.

Una volta stabilita la formazione base, comincia anche il teatrino dei batteristi: Krusen molla a due mesi dall’ingresso in studio di registrazione per andare in riabilitazione; subentra Chamberlain che dopo un tot di concerti molla per andare al SNL; nell’andarsene suggerisce di chiamare Dave Abbruzzese che rimarrà in pianta stabile fino al 1994, quando verrà sostituito proprio da Irons.

Ten non racconta unicamente i disagi interiori vissuti dai Pearl Jam, ma anche fatti di cronaca trasposti in musica e canzone da Ament e Vedder con Jeremy. La storia di un ragazzino texano di 15 che davanti alla propria classe si spara un colpo di pistola alla testa. La canzone denuncia l’amarezza di una scelta decisamente drastica e cerca di trasmettere la necessità di riscattarsi negli anni con le proprie forze senza piegarsi alle bastonate che la vita ti da. All’origine del brano – racconta Vedder – che non vi è solamente la storia del Jeremy texano, bensì anche la storia di un ragazzino compagno di classe di Eddie che ha dato vita ad un dramma simile, rivolgendo la frustrazione verso terzi.

Non ho intenzione di dilungarmi sul senso di ogni canzone, ma su quello DELLA CANZONE per eccellenza sì. Mi limito prima a concludere con una considerazione: questo album oltre ad essere un grande disco d’esordio, è una perfetta alchimia tra brani, sentimenti e capacità di tutti i creatori del disco. Darà il là alla grande epopea dei Pearl Jam e riuscirà a farsi largo nel mercato garantendo una credibilità che i Pearl Jam hanno consolidato sempre più negli anni.

Il simbolo dei Pearl Jam, il simbolo di Vedder è Alive e mi piace chiudere con le sue parole che spiegano in poche righe ciò che erano e ciò che sono ora i Pearl Jam:

“Questa è una piccola storia che mi piace chiamare ‘la maledizione’, è una canzone che proviene da Ten e che abbiamo suonato centinaia di volte dal vivo, e si è trasformata negli anni non per la forma o per gli arrangiamenti, bensì per l’interpretazione. La storia originale della canzone racconta di un ragazzo che viene a scoprire delle scioccanti verità… la prima è che l’uomo che credeva essere suo padre – e lo aveva cresciuto – non lo era… la seconda dura verità è che il vero padre era venuto a mancare da pochi anni. Come se per un adolescente non fosse abbastanza, quando la madre racconta tutto ciò al figlio, una forte instabilità emotiva e confusione lo avevano colpito. Lo so, perché conosco quel ragazzo. Ero io. Ricevere i segreti che si suppone dovessi perdonare, ma al tempo stesso essere ancora vivi e dover convivere con questo. Era una ‘maledizione’ essere ancora vivo. Nel corso degli anni, la canzone ha raggiunto un pubblico molto più ampio che ha cantato in massa durante i concerti ‘I’m Still Alive‘. Perciò ogni volta che vedevo queste persone darne una interpretazione positiva, per me è stato incredibile. Il pubblico ha cambiato il significato di queste parole. Quando cantano ‘I’m Still Alive‘ è una celebrazione. Quando hanno cambiato il significato di queste parole, hanno rotto ‘la maledizione'”.

Slint – Spiderland

Slint - Spiderland

“Hey, veniamo da Louisville e pensiamo voi dobbiate sentire questo” era il 1987 e dei ragazzetti si apprestavano a suonare dal vivo Cortez The Killer e la loro aspirazione principale era la creazione di un nuovo On The Beach.

La terra dei ragni sedimenta in queste parole, in un live del tour di Tweez, non tanto per Tweez, ma mai parole furono più profetiche. Uno sceneggiatore non avrebbe potuto ideare un finale più bello e pregno di significato per una band, che con Spiderland eleva le proprie atmosfere e sensazioni ad un apice che difficilmente sarebbe stato replicabile dagli Slint. Un canto del cigno sbalorditivo per come si è venuto a creare e valutando anche dalla provenienza dei componenti del gruppo (università, lavoro ed altre situazioni che naturalmente privavano i protagonisti di questa storia di un impegno totale nei confronti del progetto).

Quello che gli Slint hanno rappresentato è stata l’anomalia; i gruppi dell’epoca vivevano la band suonando dal vivo a più non posso, loro no… e se capitava passavano quasi in sordina – una presenza ai limiti del vacuo – stato esistenziale ben rappresentato dalla copertina del loro album, quasi a ricordare una scena tratta da Stand by Me.  La loro vacuità è tale da aver scosso – a livello sociale – un segmento di giovani sopiti ed intorpiditi, ispirandoli e consentendo loro un business più redditizio ed imponente – seppur con minor impatto emotivo ed estro – agevolandone la loro ascesa.

Steve Albini, produttore ai tempi di Tweez fu chiaro con loro e mise subito le cose in chiaro: “Io non penso ragazzi che voi sarete mai grandi, ma diventerete veramente influenti”.

Le melodie di Spiderland vengono composte in toto durante la pausa dopo il tour di Tweez, si entra nel River North Studios nell’Agosto del 1990 con sei tracce senza alcuna linea vocale. La semplicità e la rapidità con la quale McMahan e Walford scrivono i testi nello studio di registrazione è tale da legittimare la loro unicità. Mantenere una coerenza nel livello dei testi e della musica è un elemento di una complessità assurda, naturalmente le tempistiche del tutto ne aumentano il coefficiente di difficoltà.

Brian Paulson (successivamente collaboratore di Beck e Dinosaur Jr) famoso per il LiveSound delle sue sessioni, ricorda così quel periodo: “Era strano quello che stavamo facendo, mi ricordo che ero seduto, ed ero cosciente che c’era qualcosa. Non avevo mai ascoltato nulla di simile. Stavo veramente portando alla luce qualcosa di fottutamente strano.” Le sessioni furono molto veloci ma altrettanto stressanti.

Pajo parla di una evoluzione che li stava investendo tra primo e secondo album, un cambio di rotta, una necessità di destrutturare il loro livello, provando a riprodurre il confronto presente nell’hardcore per creare un’atmosfera poco confortevole. “Anche dopo tutto questo tempo, quelle urla mi fanno venire i brividi. Se Brian non si fosse reso vulnerabile durante queste registrazioni, non ne staremo parlando ora”. “Mi ricordo che appena finì di urlare corse in bagno. E quando tornò disse ‘Io sto male’”.

La vulnerabilità e la malattia sono strettamente riconducibili al fatalismo crescente che ha condizionato il “miracolato” McMahan, vittima di un incidente accadutogli nel tentativo di soccorrere un guidatore lungo la highway, che lo ha trasportato in un pericoloso vortice depressivo. Il senso della vita pervade lo scantinato della madre di Walford, dove i ragazzi erano soliti frequentare per le prove, con un McMahan che in formato reminder impallato soleva ripetere a chiunque fosse presente: “Ricordati che devi morire”.

“Io non credo che i ragazzi fossero a conoscenza di ciò, ma diventare adulto, passando per la scuola, cercando di soddisfare le aspettative dei miei genitori, di tutti quanti… era dura. Il raggiungimento della maggiore età a Louisville non è cosa semplice. Per tutta l’autonomia di cui giovavamo da bambini, non c’era alcun sbocco creativo. Mi provavo ad immaginare ‘Come farò tutto questo?’ Mio nonno paterno era un musicista. Grande persona, ma non sembrava riuscire a raccimolare due spicci. Mio padre in particolare era come se sentenziasse questa mia scelta: ‘E’ un grande errore’. Ho un fratello di 5 anni più giovane. Non dico che Good Morning Captain fosse su di lui, ma quelle frasi che dicono ‘I’m sorry. I miss you’, sono dirette a tutte le cose che avrei lasciato indietro, Louisville e lui. Stavo pensando a mio fratello che andava incontro a tutte quelle esperienze che avevo già vissuto, quando tutto stava cominciando a diventare troppo. Io non ricordo che stavo diventando malato. Quella parte è solo una distorsione.”

Come una sentenza, il giorno dopo il termine delle registrazioni, gli venne diagnosticata una forma di depressione, con conseguente uscita dal gruppo e scioglimento degli Slint.

Spiderland deve il suo nome all’impressione che il fratello di McMahan ebbe ascoltando il lavoro di Brian, ovvero, sembra simile ad una ragnatela (spidery). Effettivamente per come le note cadono delicatamente e per come vengono ridotte a trama, mai aggettivo fu più consono a definire questo lavoro, mentre Lou Barlow lo identifica come un creolo, dalla calma al rumore senza apparire né indiegrunge.

Pajo ha capito quanto sia stato importante sciogliersi quando nessuno se lo aspettava, senza un tour, senza promozione, senza un progetto promozionale a degno supporto del lavoro degli Slint, ma quanto tutto questo fosse secondario. Spiderland prova questo: “eravamo una band che si era sciolta, con un album con una cover in bianco e nero. Nessun tour, nessuna informazione. Sei canzoni, che hanno connesso la gente”.