Low – I Could Live In Hope

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Il titolo di questo disco trasmette tutta l’allegria e la speranza che troverete all’interno di esso. Pari a 0. Ecco se la settimana non è cominciata col piglio giusto, di sicuro non proseguirà meglio con i Low. Cercate allegria? Ottobre è il mese giusto per non averla, fatevene una ragione. Non sono Brezsny Paolo Fox, ma fareste bene a credermi. 

Veniamo a noi: Low è un disco distante dall’esplosione grunge – in quegli anni all’apice – seppure in alcuni aspetti ne rispecchia le sonorità, più comuni agli Slowdive nella tendenza a calmare l’ascoltatore, cullandolo fino a farlo addormentare.  

I Could Live In Hope è un disco di compagnia, non nel senso dispregiativo del termine, non vogliate travisare le mie parole valutandolo come musica da sottofondo… semplicemente lo reputo intimo, un ottimo compagno nei periodi solitari e riflessivi – aiuta a vivere a pieno il momento che l’ascoltatore prova – con quelle intro ripetitive composte da giri di basso ritmati, arpeggi di chitarra rigorosamente in accordi minori ed i piatti accarezzati delicatamente dalle bacchette. 

Curioso anche raccontare il background della band, nata dalla mente di Alan Sparhawk che all’età di 9 anni conosce quella che diverrà la sua futura moglie – nonché batterista del gruppo – Mimi Parker. Alan già a 13 anni comincia a scrivere, dodici anni dopo vede la luce il primo disco dei Low, con Mimi Parker al floor tom e al cimbalo che si alterna alla voce con il marito, tanto per capirci è lei alla voce della meravigliosa Lullaby. In un minimalismo caposaldo della filosofia dei Low. 

Le tematiche sono influenzate anche dalla fede – entrambi sono Mormoni credenti e praticanti – perciò non è inusuale ascoltare riferimenti alla bibbia nelle canzoni di I Could Live In Hope, in tal senso anche il titolo del disco può lasciare intendere la fede dei suoi musicisti. L’unione tra Sparhawk e la Parker, non è solo sentimentale ma anche intellettiva, questa affinità li ha portati ad una carriera musicale lunga e ancora in essere. 

Duluth, il suo tempo e i luoghi nei quali siete cresciuti, hanno influenzato la nostra musica? Certo che sì, non so come ma certamente è così. Non puoi fare a meno di essere colpito da essa”, Sparhawk spiega in due righe quanto una città di dimensioni modeste possa influenzare in qualche modo l’idea musicale di un ragazzo, un po’ come avvenne per gli Slint McMahan, d’altronde se è la città che ha dato i natali a Bob Dylan (e anche a Bill Berry) si vede che un’atmosfera particolare si respira, no? 

“Quando scrivo una nuova canzone, anche oggi, sono sorpresa di averne ancora una dentro di me” dice Mimi Parker in un’intervista del 2012, la forza dei Low credo possa risiedere proprio in questo senso consapevole di “dilettantismo”, nel sorprendersi delle proprie capacità, un diamante grezzo che punta a rimanere tale, con tutti gli spigoli e le storture che lo caratterizzano, tra stonature e brani infiniti. 

I Low escono dagli schemi della canzone canonica – in controtendenza con il periodo musicale in cui I Could Live In Hope vede la luce – assecondando il loro stato d’animo e le loro sensazioni. 

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R.E.M. – New Adventures In Hi-Fi

REM - New Adventures In Hi-Fi

Questo è un disco al quale sono molto affezionato, ma è troppo lungo… veramente. E’ il più lungo degli arriem, e batte di poco Up. Alcuni brani si dilungano in maniera eccessiva, tolta questa critica, restano molti i punti a favore di New Adventures in Hi-FI.

E’ un album fondamentale se circoscritto alla storia della band, in cui si raggiunge la consapevolezza di quanto Stipe e soci siano affiatati e tengano l’un l’altro; oltretutto è foriero di addii, in quanto è l’ultimo lavoro con Bill Berry oltre che con lo storico produttore Scott Litt e il manager Jefferson Holt. Alcune registrazioni vengono effettuate durante il tour del 1995, queste tracce sono state successivamente riutilizzate per realizzare le canzoni (uno dei motivi per il quale gli R.E.M. si sono ispirati a Time Fades Away di Neil Young).

Sicuramente nella mente dei più restano due dei brani più rappresentativi degli R.E.M., presenti in questo album: E-bow the Letter ed Electrolite.

La prima vede una collaborazione con Patti Smith, madrina spirituale della band (un po’ come Neil Young con i Pearl Jam). L’ascendente che Smith ha su Stipe si nota fortemente nell’espressività e nelle performance dal vivo degli R.E.M., Michele Stipite attinge a piene mani da ciò che è stata Patrizia Fabbro. Per chi non lo sapesse, l’E-bow è uno strumento magnetico che posto vicino alle chitarre offre un effetto riverberato e continuo (a mò di violino), accoppiato al canto di Patti Smith trasmette una sensazione di espiazione e di litania – probabilmente rivolta a River Phoenix (così come tutto Monster).

Curioso invece l’aneddoto che va a costituire poi Electrolite, ispirata dal terremoto del 1994 a Northridge (California, verso Los Angeles). Stipe in quel periodo viveva a Santa Monica e svegliandosi per il terremoto, si affacciò dalla finestra vedendo le luci notturne di Mullholand Drive, definita da Stipe “iconica”.

La citazione di tre dei principali figli dell’industria di Los Angeles come Dean, McQueen e Sheen – rappresenta le diverse sfaccettature di mascolinità, uno dei principi cardine del ventesimo secolo. Quasi a voler porre l’accento sul forte dualismo tra modernismo e futurismo sull’idea di società da creare, stigmatizzando lo stereotipo di uscire dal passato rimpiazzandolo con qualcosa di necessariamente migliore.

Stipe a Storytellers racconta un aneddoto curioso “ero dal dentista, che casualmente era lo stesso di Martin Sheen ed in quel momento si trovava lì per una devitalizzazione, perciò mi sono alzato e gli ho detto ‘hey sai che abbiamo un disco che uscirà entro un paio di settimane, e tu sei menzionato in una canzone? Lo abbiamo fatto per ammirazione e non voglio che tu pensi che il nostro intento fosse quello di prenderci gioco di te.’ E lui con la bocca aperta e col dentista che lavorava sui suoi denti rispose ‘GVAFFIE MHILLEHH'”

Mi sono dilungato anche troppo su questo articolo, termino scrivendo che la parte di piano di Electrolite invece viene composta da Mike Mills nel suo appartamento prima di essere condivisa con il resto della band.

R.E.M. – Monster

 

REM - Monster

“Qual è la frequenza Kenneth?”

Siamo a New York ed è il 1986, quando due assalitori prendono di mira il reporter Dan Rather. La missione vitale dei due è scoprire la frequenza della trasmissione dei messaggi subliminali – dentro la loro testa – da parte dei media. E’ tutta una faccenda di scie chimiche e berretti di carta stagnola.

La Generazione X e la sua relazione con i mezzi di comunicazione di massa, ci viene cantata da Stipe in What’s the Frequency, Kenneth? La riflessione dietro al brano è la seguente: ” ho scritto di un protagonista che cerca di capire le motivazioni dietro le nuove generazioni, […] alla fine della canzone ciò che resta è completamente fasullo, non c’è nulla”. Buck in seguito ha rivelato che il ritmo della coda è in costante rallentamento per via dell’appendice di Mills – infiammatasi a fine registrazione. Ricoverato d’urgenza, la canzone non subirà ritocchi è verrà mantenuta come tutti la conosciamo.

Aldilà della coda in What’s the Frequency, Kenneth? Monster è sicuramente uno dei lavori più riconoscibili degli arriem, per lo stile graffiante di Buck alla chitarra, ma anche per l’interpretazione che Stipe offre nei brani dell’album (tra falsetti e reading teatrali). C’è un palese cambio di passo dopo i precedenti Out Of Time e Automatic For The People. La ricerca di un sound differente basata sull’utilizzo di una ampia gamma di strumenti acustici, viene soppiantato da una formazione classica e dai volumi elevati delle chitarre e delle distorsioni. Gli R.E.M. portano in studio 45 brani, di cui molti acustici, Stipe prende l’abitudine di cantare delle idee di canzone – sulla linea di basso – mentre è steso sul divanetto degli studi, con questo metodo ha scritto molti dei testi presentati poi in Monster.

Il 1994 non è solo l’anno di pubblicazione di Monster, è un crocevia musicale non indifferente: il Grunge comincia il suo rapido declino, Kurt Cobain si suicida e Stipe scriverà per lui Let Me In. L’intero album viene invece dedicato alla memoria dell’altro amico di Stipe River Phoenix (la sorella Rain farà da coro su Bang and Blame – cavallo di battaglia della band). Questi lutti definiscono in modo sostanziale MonsterStipe li subisce emotivamente, venendo colpito da un blocco creativo.

La prima canzone che vede la luce successivamente a questi eventi è Crush With Eyeliner – anche in questo caso per i cori la band si avvale di un ospite d’onore, Thurston Moore dei Sonic Youth – brano fortemente ispirato dai New York Dolls e dalla loro capacità di “esagerare”. Il videoclip è diretto da Spike Jonze, collaborazione che proseguirà in Essere John Malkovich, film prodotto da Stipe pochi anni dopo.

Strange Currencies, è il singolo che viene rilasciato ad un anno dalla scomparsa di River Phoenix, e vede nel videoclip la comparsa di Samantha Mantis (ultima ragazza dell’attore). Per via della somiglianza melodica con Everybody Hurts, la band lavorò in modo determinato sul ritmo per differenziarla.

La chiusura dell’articolo è dedicata a Tongue, canzone rigorosamente in falsetto che parla di cunnilingus. Nel 1995, durante l’esecuzione di questo brano, Bill Berry abbandona il palco per un mal di testa, che poi sfocerà nell’aneurisma cerebrale che lo porterà a lasciare la band.

Ad ogni ascolto della canzone dal vivo, Berry non nasconde di provare una forte senso di angoscia… supponiamo non sia legato al discorso cunnilingus.

R.E.M. – Up

REM - Up

Difficile, quando una carriera musicale dura così a lungo, scegliere un album preferito, scegliere il migliore ed il più rappresentativo. Capita per tutte le rock-band che si rispettino, capita per i più grandi, ed é sinonimo di eccellenza e magnificenza, ma soprattutto significa aver impresso la propria traccia in maniera indelebile in tre decadi di storia.

Pensando R.E.M. mi viene in mente “Up“, un disco col quale sono cresciuto, il primo album registrato senza Bill Berry, sostituito inizialmente da una drum machine, ritiratosi dopo l’aneurisma ed il divorzio dalla moglie (oltre un intolleranza galoppante verso la band e le sue sperimentazioni presenti massicciamente in “New Adventures in HI-FI“), é un album definito anomalo da Stipe e soci ma significativo perché creato durante un periodo di crisi nera, definita dai critici come il momento del declino della band di Athens. Le ripercussioni sono devastanti sia sulla loro musica che sulla loro persona, Mills è entrato in un vortice depressivo motivato dal fatto che i turnisti suonassero più di lui nel suo disco, Buck l’unico (con i turnisti) ad arrivare alle prove puntuale, mentre Stipe deve fare i conti con una forte sterilità creativa. La mancanza di Berry si fa sentire, è stato una sorta di collante tra gli altri membri e permetteva una certa omogeneità nella composizione dei brani. Effettivamente, dopo la sua dipartita, é come se i R.E.M. si fossero sciolti e rimessi assieme in un periodo brevissimo.

L’album è stato completato semplicemente perché la casa discografica aveva imposto una scadenza e c’era da onorare un contratto, perciò Stipe ha cominciato a sturare la sua vena creativa creando canzoni di una profondità disarmante e ponendo interrogativi di grande importanza all’interno dei testi, chiedendosi ad esempio quanto il progresso tecnologico si opponga o si integri nello sviluppo spirituale dell’ IO, immedesimandosi in personaggi immaginari che gli hanno permesso di scrivere quelle che lui stesso ha definito “le ultime volontà” del gruppo.

I R.E.M. sono riusciti a sopravvivere lo stesso per altri 13 anni regalandoci 4 album in studio, sicuramente “Up” non é un prodotto di facile ascolto soprattutto perché ci sono dei richiami a Brian Eno che potrebbero allontanare i timpani poco raffinati.

Chiudo dicendo solamente che “Daysleeper” vale il prezzo del disco.