R.E.M. – New Adventures In Hi-Fi

REM - New Adventures In Hi-Fi

Questo è un disco al quale sono molto affezionato, ma è troppo lungo… veramente. E’ il più lungo degli arriem, e batte di poco Up. Alcuni brani si dilungano in maniera eccessiva, tolta questa critica, restano molti i punti a favore di New Adventures in Hi-FI.

E’ un album fondamentale se circoscritto alla storia della band, in cui si raggiunge la consapevolezza di quanto Stipe e soci siano affiatati e tengano l’un l’altro; oltretutto è foriero di addii, in quanto è l’ultimo lavoro con Bill Berry oltre che con lo storico produttore Scott Litt e il manager Jefferson Holt. Alcune registrazioni vengono effettuate durante il tour del 1995, queste tracce sono state successivamente riutilizzate per realizzare le canzoni (uno dei motivi per il quale gli R.E.M. si sono ispirati a Time Fades Away di Neil Young).

Sicuramente nella mente dei più restano due dei brani più rappresentativi degli R.E.M., presenti in questo album: E-bow the Letter ed Electrolite.

La prima vede una collaborazione con Patti Smith, madrina spirituale della band (un po’ come Neil Young con i Pearl Jam). L’ascendente che Smith ha su Stipe si nota fortemente nell’espressività e nelle performance dal vivo degli R.E.M., Michele Stipite attinge a piene mani da ciò che è stata Patrizia Fabbro. Per chi non lo sapesse, l’E-bow è uno strumento magnetico che posto vicino alle chitarre offre un effetto riverberato e continuo (a mò di violino), accoppiato al canto di Patti Smith trasmette una sensazione di espiazione e di litania – probabilmente rivolta a River Phoenix (così come tutto Monster).

Curioso invece l’aneddoto che va a costituire poi Electrolite, ispirata dal terremoto del 1994 a Northridge (California, verso Los Angeles). Stipe in quel periodo viveva a Santa Monica e svegliandosi per il terremoto, si affacciò dalla finestra vedendo le luci notturne di Mullholand Drive, definita da Stipe “iconica”.

La citazione di tre dei principali figli dell’industria di Los Angeles come Dean, McQueen e Sheen – rappresenta le diverse sfaccettature di mascolinità, uno dei principi cardine del ventesimo secolo. Quasi a voler porre l’accento sul forte dualismo tra modernismo e futurismo sull’idea di società da creare, stigmatizzando lo stereotipo di uscire dal passato rimpiazzandolo con qualcosa di necessariamente migliore.

Stipe a Storytellers racconta un aneddoto curioso “ero dal dentista, che casualmente era lo stesso di Martin Sheen ed in quel momento si trovava lì per una devitalizzazione, perciò mi sono alzato e gli ho detto ‘hey sai che abbiamo un disco che uscirà entro un paio di settimane, e tu sei menzionato in una canzone? Lo abbiamo fatto per ammirazione e non voglio che tu pensi che il nostro intento fosse quello di prenderci gioco di te.’ E lui con la bocca aperta e col dentista che lavorava sui suoi denti rispose ‘GVAFFIE MHILLEHH'”

Mi sono dilungato anche troppo su questo articolo, termino scrivendo che la parte di piano di Electrolite invece viene composta da Mike Mills nel suo appartamento prima di essere condivisa con il resto della band.

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Neil Young – Time Fades Away

 

Neil Young - Time Fades Away

Time Fades Away ri-apre questo spazio digitale con un piccolo ciclo di pubblicazioni su Neil Young; difatti rappresenta il primo album di una trilogia molto discussa – che ha contraddistinto una parte – della prolifica carriera di zio Neil.

Stiamo parlando della Trilogia del dolore, un trittico basato su: ballate stornellate; osterie accompagnate dagli striduli accordi di un banjo; barzellette tra una canzone e l’altra oltre che da una dose di allegria tracimante.

Etichettata come Trilogia del dolore per via dei gravi problemi di Neil alla schiena palesatisi durante le registrazioni di Harvest oltre che per l’inizio di una serie di eventi leggermente drammatici, quali: la morte di Whitten e Berry, la fine della relazione con Carrie Snodgress, la diagnosi di una paresi cerebrale che affligge il figlio.

Nèllo (così lo chiamano gli amici di Tor Vergata) sviluppa così una propensione al far divertire e coinvolgere il pubblico, questi tratti inconfondibili, legati al capello lungo, lo hanno definito storicamente il precursore di Fiorello. Sono bastate quattro righe per lasciarvi intendere quanta allegria ci sia stata nella vita di Neil Young in questo lasso di tempo. Comincia con questi presupposti il declino discografico di Nèllo che decide di registrare un disco prettamente autobiografico (Don’t Be Denied è la storia della sua vita sino al 1973).

Il karaoke del divin codino Rosario ha tratto logicamente ispirazione da Time Fades Away, album interamente live registrato nel tour di 65 tappe del 1973 durato 90 giorni (fatta eccezione per Love in Mind del 1971) insieme a quei simpaticacci degli Stray Gators (alla seconda collaborazione consecutiva con Young dopo Harvest).

Il falsetto canadese – utilizzato da Nèllo – gli irrita non poco la gola; questo problemino associato ad una sana dipendenza dagli alcoolici (probabilmente conseguenza di un abuso di Listerin per fare gargarismi) costringe il Giovane a chiamare gli immarcescibili Crosby e Nash in suo supporto. L’ingresso del cicciopanzo baffuto ha creato non pochi disagi a Jack Nitzsche (ndr. vincitore del premio Oscar nel 1983 per la colonna sonora di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo), pianista degli Stray Gators che – dopo essersi reso conto di non essere imparentato col padre dello Übermensch – decide di buttare su un casino mondiale sostenendo che Crosby rovini il sound del gruppo.

Oltre a queste piccole storielle che rendono l’idea di quanto fosse amichevole e disteso il clima durante il tour, c’è un aspetto da sottolineare riguardo questo splendido album,  Neil Young ha cercato di traslare il concetto di cinema verità di Edgar Morin nel contesto musicale, con l’audio verità. Il risultato di ciò è una sorta di documentario audio sulla sua vita.

A testimonianza di quanto sia memorabile questo periodo spensierato e felice, le canzoni di Time Fades Away vengono raramente riprodotte durante i live negli anni a venire. Inoltre la qualità audio del disco – a detta di Nèllo – è “pessima” perciò non può essere rimasterizzato, indi per cui poscia non è stato commutato da vinile a CD. Molte petizioni sono state organizzate – negli anni – al fine di commercializzare questa perla del cantautore canadese, petizioni prontamente ignorate da Young, in quanto diametralmente opposte al concetto di qualità/prodotto sbandierato da lui.

E’ definito dallo stesso autore “Il peggior disco che abbia mai registrato – che prosegue puntualizzando – ma come documentario di quel che è successo a me, è stata una grande registrazione. Ero sul palco e stavo suonando tutte queste canzoni che nessuno aveva mai ascoltato prima, registrandole, e non avevo la giusta band. E’ stato un tour inquieto. Mi sentivo come un prodotto, e avevo questa band composta da musicisti all-stars che non si potevano guardare l’un l’altro”.  Il pubblico fa il prezioso e se ne sbatte delle canzoni nuove di Neil (anche se sulla foto della cover, in prima fila, c’è un tipo che fa il segno della vittoria con faccia da beone) ed accolgono i brani durante i concerti in maniera tiepida. Mi sento di dire che il Fiorello dei tempi d’oro sia riuscito a smuovere le folle meglio di Neil Young.

Se doveste trovare una edizione originale in vinile di Time Fades Away – in condizioni eccellenti – con un poster dentro e con un autografo, tenetevelo stretto: SOSSOLDI! (ma tanti). Se lo trovate senza poster e senza autografo, tenetevelo stretto lo stesso perché è tanta roba.

P.S.

Nèllo che te devo dire??? A me è piaciuto tanto, e anche a Michael Stipe e soci considerando l’ispirazione per New Adventures in Hi-Fi, me dispiace che la pensi così.

R.E.M. – Up

REM - Up

Difficile, quando una carriera musicale dura così a lungo, scegliere un album preferito, scegliere il migliore ed il più rappresentativo. Capita per tutte le rock-band che si rispettino, capita per i più grandi, ed é sinonimo di eccellenza e magnificenza, ma soprattutto significa aver impresso la propria traccia in maniera indelebile in tre decadi di storia.

Pensando R.E.M. mi viene in mente “Up“, un disco col quale sono cresciuto, il primo album registrato senza Bill Berry, sostituito inizialmente da una drum machine, ritiratosi dopo l’aneurisma ed il divorzio dalla moglie (oltre un intolleranza galoppante verso la band e le sue sperimentazioni presenti massicciamente in “New Adventures in HI-FI“), é un album definito anomalo da Stipe e soci ma significativo perché creato durante un periodo di crisi nera, definita dai critici come il momento del declino della band di Athens. Le ripercussioni sono devastanti sia sulla loro musica che sulla loro persona, Mills è entrato in un vortice depressivo motivato dal fatto che i turnisti suonassero più di lui nel suo disco, Buck l’unico (con i turnisti) ad arrivare alle prove puntuale, mentre Stipe deve fare i conti con una forte sterilità creativa. La mancanza di Berry si fa sentire, è stato una sorta di collante tra gli altri membri e permetteva una certa omogeneità nella composizione dei brani. Effettivamente, dopo la sua dipartita, é come se i R.E.M. si fossero sciolti e rimessi assieme in un periodo brevissimo.

L’album è stato completato semplicemente perché la casa discografica aveva imposto una scadenza e c’era da onorare un contratto, perciò Stipe ha cominciato a sturare la sua vena creativa creando canzoni di una profondità disarmante e ponendo interrogativi di grande importanza all’interno dei testi, chiedendosi ad esempio quanto il progresso tecnologico si opponga o si integri nello sviluppo spirituale dell’ IO, immedesimandosi in personaggi immaginari che gli hanno permesso di scrivere quelle che lui stesso ha definito “le ultime volontà” del gruppo.

I R.E.M. sono riusciti a sopravvivere lo stesso per altri 13 anni regalandoci 4 album in studio, sicuramente “Up” non é un prodotto di facile ascolto soprattutto perché ci sono dei richiami a Brian Eno che potrebbero allontanare i timpani poco raffinati.

Chiudo dicendo solamente che “Daysleeper” vale il prezzo del disco.