Fred Neil – Fred Neil

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-“Hey Neil, sai quella canzone dal tuo terzo album? Ecco la vogliamo per il nostro film, però la devi fare più veloce che così non va bene”

-“Andate all’inferno!”

È il 1969: l’anno dell’uomo sulla luna, di Woodstock, di Altamont e di Un Uomo da Marciapiede, un film capace di aggiudicarsi 3 Academy Awards e con una colonna sonora stupenda. La canzone di cui si discute nell’incipit, è stata composta da Fred Neil nel 1966, ri-registrata con più ritmo da Harry Nilsson garantendone vendite e trasmissione massiccia, oltre che una pensione d’oro da godere in Florida.

Fred non scende a compromessi con la sua musica, ricordate? Pensate che una volta i Beatles trovandosi a New York avevano mostrato interesse nei confronti di Neil e della sua musica, tanto da richiedere di incontrarlo, lui naturalmente acconsentì, chiese quindi che fossero loro ad andare a trovarlo. Per Fred – nonostante un sincero apprezzamento – i Beatles erano una band come le altre, difficile da realizzare no? Ma Fred era questo e al contrario di quanto si dicesse in giro non è stato consumato dalle droghe pesanti, i suoi comportamenti erano del tutto naturali, certo che comunque aveva avuto l’occasione di farsi qualche sessione di “alteramento della mente” con Ricky Danko e Jimi Hendrix.

Tornando al discorso iniziale, Everybody’s Talkin’ (perché era questa la canzone di cui vi volevo parlare) è stato l’ultimo brano registrato da Fred per il suo omonimo album. Forzato dal manager Herb Cohen, Neil ansioso di chiudere l’album fu costretto a registrare un ultimo brano ed è stata buona la prima, diventando il brano più rappresentativo della carriera del cantante.

Quest’album oltre ad avere delle sonorità più mature e più rilassate rispetto ai precedenti lavori, è un disco fondamentale e di grande ispirazione per Tim Buckley, difatti da qui prenderà in prestito per Sefronia (a dire il vero comincia a suonarla dal vivo sin dal 1968) l’altro brano più famoso di Neil, quella The Dolphins – ad apertura del disco – così profonda, intensa e segreta. The Dolphins semplicemente è stata scritta durante una infatuazione di Neil nei confronti di – quella che poi sarebbe diventata la propria moglie – un’addestratrice di delfini.  La ricerca del delfino però può essere interpretata come se fosse la ricerca del marlin ne Il vecchio e Il mare, o come la necessità di ritrovare la bellezza e la purezza nonostante il mondo sia destinato a non cambiare mai. Dopo aver abbandonato la carriera da musicista per ritirarsi in Florida, Neil ha istituito un progetto per la salvaguardia dei delfini, forse nel tentativo di salvare quella bellezza di cui ci ha cantato.

Ascoltando sino allo sfinimento tutte le canzoni presenti in questo disco, non ne uscireste “sfiniti”, ve lo assicuro. Sarà per il tono confidenziale di Neil, per la sua voce – potente ma contenuta -, per i fischiettii e per il suono così morbido, ma questo disco sembra quasi un greatest hits farcito di canzoni memorabili che ben si legano tra di loro, tra le quali spuntano Ba-De-Da, le classiche Faretheewell e Green Rocky Road, l’inno blues Sweet Cocaine.

Non solo Tim Buckley, ma anche David Crosby e Stephen Stills vengono ammaliati da questo cantautore, tant’è che prima di diventare Crosby & Stills (e poi Nash), i due hanno pensato di chiamarsi Sons of Neil.

Fred Neil aveva una grande capacità riconosciuta dai suoi colleghi: era in grado di scrivere e rivoltare un testo di una canzone in pochi minuti e cantarla come se fosse appartenuta a lui da anni, una sensibilità enorme capace di penetrare in modo profondo dentro le persone che lo ascoltano.

Judee Sill – Heart Food

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Ho avuto un colpo di fulmine con Heart Food, è un disco che ho consumato e mi ha accompagnato per molto, perché è estremamente intimo e rilassante. È un disco ambizioso, talvolta criticato per questo suo aspetto, ma le melodie e le linee vocali che si ascoltano in Heart Food le potete ritrovare in tutta la musica leggera attuale senza star troppo a cercare col lanternino.

Rispetto al disco d’esordio, prodotto con l’aiuto di Graham Nash, qui c’è un’evoluzione nelle sonorità che attinge proprio dagli impasti vocali di Nash e Crosby – ricreati con delle sovraincisioni della voce della Sill persistenti – che mescolati alla chitarra acustica, al piano, all’armonica e alla slide guitar offrono un ambiente sonoro strettamente confidenziale e morbido. È importante fare un piccolo inciso per aiutare a comprendere meglio le sfaccettature della Sill, l’elemento cardine nella vita della cantautrice è stato l’uso di droghe che ha fortemente influenzato il suo iter compositivo: prima ha aperto le porte della percezione con dosi di LSD; passando poi all’eroina  (per la quale trascorrerà anche un periodo in prigione) e terminando con la cocaina durante l’ultima parte della sua vita.

In una intervista ad NME, Judee Sill ha affermato di avere tre grandi fonti di ispirazione per la propria musica: Pitagora, Bach e Ray Charles. Ascoltando Heart Food è possibile notare come lo stile della Sill ammicchi alla sacralità della musica di Bach e al gospel, il forte interesse verso la teologia cristiana – come dimostrano The Kiss, The Vigilante e Soldier Of My Heart (una delle sue canzoni più conosciute) – trova uno sfogo importante con il brano di chiusura The Donor, che racchiude il Kyrie Eleison in un coro celestiale di voci maschili e femminili che si inseguono.

“La maggiorparte delle mie canzoni, le ho provate a scrivere per far sentire meglio le persone, per far sentire loro il calore, per affermare lo spirito umano… ma un giorno quando ero depressa ho pensato, ‘tu sai quando sei veramente depressa e vedi come ogni cosa porti a niente’, bene forse dovrei adottare un approccio differente, non scrivere qualcosa diretta alle persone ma scrivere qualcosa che induca Dio a dare una pausa a tutti noi, perché cominciavo ad essere leggermente stufa a quel punto. Quindi ho messo dentro una combinazione di note e ho lavorato a lungo sperando che funzionasse… da quella volta ho deciso che non avrei dovuto avere più pause, perché ne ho già avute tante in luoghi strani. Ma mi piace cantare canzoni per voi nella speranza che riusciate ad avere la vostra pausa.”

L’album, purtroppo, bissa il flop dell’esordio e distrugge ogni speranza di carriera a Judee Sill che si smarrirà di nuovo nel tunnel delle dipendenze, trovando spazio per l’ennesima lunga “pausa”. Chi la visita – anni dopo la pubblicazione di Heart Food – la descrive immersa nelle letture delle poesie di Aleister Crowley e nei libri rosacrociani. Lascerà questo mondo nel 1979, dopo aver vissuto una vita estremamente travagliata e segnata dai peggiori eventi.

David Crosby – If I Could Only Remember My Name

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Il bonaccione dal folto baffo e dalla panza consistente ha dato fondo a tutta la sua ispirazione e a tutte le sue conoscenze per creare questo gioiellino generazionale. Sicuramente il titolo dell’album ci porta a riflettere seriamente sull’Alzheimer e sul fatto che uno si può dimenticare come si chiami e non ricordarlo per giorni, o periodi lunghissimi. Sensibile riguardo simili tematiche ed impaurito dalla possibile configurazione di tale scenario, Crosby chiama a sé tanti amichetti importanti – per registrare questo lavoro – affinché gli tengano la mano durante le sessioni e lo rassicurino sulla sua reale identità.

Questo preambolo serve a farvi capire che questo album è tutt’altro che insipido e privo di senso: si va dagli amici e colleghi Nash fottiMitchell e Young, a Joni Mitchell (ex fidanzata anche di Crosby), dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead (Jerry Garcia torna a collaborare con Crosby dopo averlo fatto con i CSNY in Déjà vu).

Come gran parte delle opere classiche, quest’album ottiene giusto riconoscimento dopo molti anni, quando viene compresa la reale dimensione, quando si riesce a misurare la portata dei temi trattati e la sensibilità artistica con la quale sono stati affrontati ed il periodo storico nel quale sono stati cantati. Una investitura inusuale viene dall’Osservatore Romano, che nel 2010 offre ulteriore visibilità a questo grande classico quasi dimenticato dalle nuove generazioni, facendolo rientrare all’interno della top10 degli album pop di tutti i tempi.

If I Could Only Remember My Name riesce nell’intento di descrivere il sound della West-Coast, influenzando molti gruppi a venire e celebrando un funerale hippie che consacra un periodo ormai avviato verso il viale del tramonto (come dimostra la stessa copertina che ci sbatte davanti un tramonto, con sotto lo sguardo languido di cicciopanzo, che ha l’occhietto umido).

Crosby è stata l’anima più fricchinicchi dei CSNY – tanto hippie da commuoversi durante la registrazione di Ohio – ed è quello che più di tutti ha rappresentato fisicamente l’essere fricchinicchi. E’ per tale motivo che questo disco è così sacro ed intimo. Certo… anche un abuso abbastanza corposo di troche ha influito nel sound psichedelicofricchinicchio, ma fortunatamente la presenza dei santi in terra come Jorma Kaukonen e Jerry Garcia (senza contare il resto dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane) hanno sicuramente posto un freno a Crosby, limitandone l’uso delle droghe.

Aldilà di tutto, David Crosby ha il merito di aver creato un palliativo auditivo che concilia i sensi con tutto ciò che ci circonda, consigliarlo è un obbligo morale.

Crosby, Stills, Nash & Young – Déjà Vu

CSNY - Déjà Vu

Alle idee maturate durante la registrazione del primo disco manca qualcosa… quel qualcosa è un chitarrista con una personalità ben definita. Perciò il produttore dei CSN, tale Ertegun, ha in mente un nome preciso che non riesce a far digerire facilmente a Stills: Neil Young.

Il timore di Stills è perlopiù legato all’esperienza naufragata per vari motivi con i Buffalo Springfield; ma Nèllo se ne sbatte, accetta l’incarico e nascono i CSNY. Dallas Taylor, nonostante lo smacco, rimane alla batteria pur senza alcun riconoscimento nel nome della band. Al basso viene reclutato Greg Reeves.

Le sessioni sono state lunghe (Stills parla di 800 ore) e caratterizzate da screzi, soprattutto fra Nèllo e Permastronz Stills. Il primo – filosofo del “buona la prima” – voleva registrare tutto in presa diretta, il secondo – più meticoloso e figlio del perfezionismo – aveva un approccio più dettagliato. Essendo agli antipodi, gli scontri non sono sicuramente mancati ma queste frizioni hanno permesso all’album di raggiungere un livello oggettivamente più alto rispetto al lavoro d’esordio. La chitarra di Neil Young e la sua violenza elettrica ben si adattano alla struttura precostituita ed è il tocco di cui la band aveva bisogno. Inoltre il tutto è impreziosito dalle prestigiose collaborazioni di John Sebastian (ex-leader dei Lovin Spoonful) e da quel grande geniaccio di Jerry Garcia, che per l’occasione ruba la palma del Cicciopanzo a Crosby.

Oltre al grande classico Teach Your Children, Nash regala un’altra perla ai mortali – l’autobiografica Our House – che incornicia la quotidianità del fottiMitchell con la fottiNash in un quadretto musicale semplice e popparolo. Una volta intervistato riguardo l’origine della canzone, il fottiMitchell ne esplica il contenuto e spiega la sua nascita: “[…] una volta varcata quella soglia, tutto scompare [riferito alla casa]. E poi ho cominciato a pensare, Dio, questa è un’incredibile scena domestica, eccoci, Joni Mitchell e Graham fottiJoniMitchell Nash, e io che metto i fiori nel vaso, accendo il camino, e ho pensato [pensa molto Nash], ‘Amo questa donna’, e questo è un momento molto radicato nella nostra relazione e… mi sono seduto al piano e, un’ora dopo Our House era pronta.” Chissà se anche dalla loro casa si affacciava Dallas Taylor? Non lo sapremo mai probabilmente.

Quindi come nel primo lavoro dei CSN, anche qui una canzone viene dedicata ad una amante, e anche in questo caso il 2 di picche è vicino, Nash verrà piantato poco tempo dopo. Questo evento ispirerà poi Only Love Can Break Your Heart di Neil Young presente in After The Gold Rush.
Comunque il ruolo di Joni Mitchell non termina qui, i CSNY prendono in prestito Woodstock dalla cantautrice e le danno una scossa elettrica.

Almost Cut My Hair e la title-track invece ci dimostrano ancora una volta tutta la capacità compositiva di Crosby, che sforna due capolavori di indubbia fattura.

Helpless è una ballata scritta da Young per un disco con i Crazy Horse, ma Stills, Nash e Crosby lo hanno convinto che sarebbe stata meglio in Déjà Vu e che la avrebbero interpretata perfettamente. Tra il dire e il fare c’è però di mezzo un mare, e le difficoltà incontrate per decidere l’arrangiamento sono state molteplici, alla fine i 4 hanno optato per il ritmo compassato che ha contribuito alla presenza di Helpless nelle scalette dei live di Neil Young per molto tempo. Curiosamente, dopo l’ennesimo litigio, Stills nel suo disco solista d’esordio dedicherà a Nello una simpatica canzone dal titolo We Are Not Helpless con consigli su come dovrebbe comportarsi.

Questo disco ha contribuito alla notorietà – ed è stato il propulsore per le vendite dei dischi solisti – dei quattro membri che, hanno goduto di un riflesso commerciale invidiabile (naturalmente questo è stato possibile anche grazie a dei lavori singoli più che discreti).

Crosby, Stills & Nash – CSN

CSN - CSN

Uno dei progetti più interessanti della storia della musica tra anni ’60 e ’70 è rappresentato dall’unione di tre soggetti distanti, differenti culturalmente e musicalmente parlando. Crosby (cicciopanzo), Stills (stronzacchiotto permaloso), Nash (il fottiMitchell).

I CSN nascono quasi casualmente, per merito di uno Stills che ha visto naufragare il progetto Buffalo Springfield, di un Crosby in rotta con i Byrds (che rosicavano per le sue doti compositive) e di un Nash raccattato dagli Hollies. Le notevoli capacità dei singoli riescono a culminare in una collaborazione dall’alchimia travolgente, i brani sono riconoscibili e facilmente riconducibili ad ogni singolo membro; gli impasti vocali sono il cavallo di battaglia.

La nascita della band avviene con Suite: Judy Blue Eyes – che apre il disco -composta da Stills che immediatamente dopo lo scioglimento dei Bufali non è stato con le mani in mano ed ha cominciato a sperimentare con Crosby. E’ una composizione suddivisa in 4 parti ed il titolo gioca col fatto di essere una vera e propria Suite, parola assonante con Sweet.
Sweet Judy Blue Eyes è una dedica a Judy Collins, fiamma del periodo di mollicone Stills, che guarda caso era sul punto di mollarlo. Morale della favola, lui scrive una bella canzone, lei lo ringrazia e lo molla lo stesso per un altro tizio. Brava Judy, complimenti!

Lo stesso Stills affermerà successivamente che “La rottura era prossima… siamo entrambi troppo larghi per una casa.”, considerando l’attuale silhouette alla Hitchcock che Stills sfoggia con vanagloria, possiamo comprendere benissimo che il monolocale in cui vivevano il permaloso e Collins stava diventando troppo piccolo, quindi si sono lasciati per questioni di spazio vitale.

Continuando la digressione riguardante la Suite c’è da dire che i CSN sono nati per registrare unicamente questa composizione, difatti Permastronz e Cicciopanzo discutevano da tempo di creare una band vocale di tre elementi, seppur la quantità di adipe presente e futura dei due poteva lasciar intendere di essere una three band nonostante fossero in due.  Mancava di fatto una vocetta che ci stesse bene. Che succede? Accade che durante un pomeriggio con un happening del tutto informale – al quale era presente anche NashStills e Crosby hanno cantato You Don’t Have to Cry.

Nash gasatissimo dalla situazione chiede ai due di cantarla altre volte, l’ennesima volta partecipa anche lui alla performance canora, completando la linea vocale mancante. Quest ultimo è considerato da tutti come il collante che ha consentito ai CSN di sopravvivere in sala studio durante le sessioni, colui che ha portato uno stile british e pop alle registrazioni e si è bombato la Mitchell (a dire il vero anche Crosby, ma ne parleremo un’altra volta).

Una piccola menzione va fatta anche a Wooden Ships – capolavoro di Crosby – prestata ai Jefferson Airplane (capaci di rielabolarla in chiave psichedelica) e pubblicata nell’album Volunteers.

La storia che c’è dietro alla copertina dell’album è curiosa: i tre sono seduti su di un divano – in ordine contrario rispetto alla dicitura del gruppo (Nash, Stills, Crosby) – fuori una casa abbandonata, la foto però viene stata scattata prima che il nome del supergruppo fosse concordato. Una volta deciso il nome, una manciata di giorni dopo – con eccelso sforzo di meningi – decidono di recarsi nuovamente nel luogo incriminato e di rifare la foto… ma purtroppo la casa è già stata abbattuta.

Dalla finestra fa capolino – con sguardo inquietante e con una manciata di risentimento per non far parte del nome della band – il batterista Dallas Taylor dentro la casa diroccata. Alcuni sostengono che la sua faccia sia stata aggiunta successivamente con un fotomontaggio, altri credono che sia stato abbattuto assieme all’edificio. Io non mi esprimo, indagate voi.

Dopo tutto questo “casino” comincia la stesura dell’eponimo disco a sei mani, raffinato, che ancora oggi risulta estremamente godibile, fresco e pop, e che – per seppur un breve periodo – riuscirà a contendere notorietà e vendite ai The Beatles.

Joni Mitchell – Blue

Joni Mitchell - Blue

“Am du abedì abedà,

abedì abedà

abedì abedà

abedì abedà”

assodiamo che gli Eiffel 65 sono il trio preferito di Joni, che decide così di tributar loro Blue, uno dei capisaldi del folk-rock, ispirato in toto dai dj sabaudi.

La signorina Mitchell ha deciso di interrompere i tour musicali e la storia col fottiMitchell Nash. Parte per l’Europa, la viaggia, rimane incantata dalla dance di Gabry Ponte & friends, e butta giù per iscritto la maggiorparte di Blue (una delle poche eccezioni è Little Green composta nel 1967). Il riciclaggio di canzoni vecchie sembrerebbe proprio un concetto caro ai musicisti  canadesi.

Little Green ci racconta quanto sia stato difficile per la cantautrice separarsi dalla figlia, data in adozione per via delle precarie condizioni nelle quali versava ad inizio carriera:

“Ero poverissima. Una madre infelice che non riesce a crescere la propria figlia. E’ stato complicato separarsi da lei, ma l’ho dovuta lasciare.”

Un’altra analogia con Neil Young la si nota dall’affermazione precedente, è l’allegria che trasmette e che travolge colui che ascolta le canzoni di Joni, quella voglia di vivere che ti si attacca come un’edera velenosa.

Ma, nello specifico, cosa ha ispirato Joni a scrivere questo nuovo album? Ovvio… il nuovo fottiMitchell. che prende il nome di James Taylor. Questa relazione influenza in maniera decisa il resto di Blue, più dell’Europa e più degli Eiffel 65.

Nash viene mollato nel 1971, giusto il tempo per consolarsi nell’Estate del nuovo anno con Taylor che vince la palma del nuovo fottiMitchell. Ella lo va a trovare sovente sul set del film Strada a doppia corsia, dove Taylor figura come protagonista assieme a Dennis Wilson.

La title-track prende ispirazione dal colore del maglioncino fatto a mano da Joni a James, in molti hanno speculato sul fatto che fosse dedicata al cantautore del Greenwich Movement (e potenziale amante) David Blue, ma la stessa autrice ha smentito categoricamente.

I fatti sono andati così: Joni – per una volta – viene mollata da James Taylor, con lui percepiva una affinità e reciprocità senza eguali perciò venir lasciata in questo modo è stato devastante. Non le resta che rinchiudersi in studio e registrare Blue.

“In quel periodo della mia vita non avevo difese. Mi sentivo come l’incarto di cellophane del pacchetto di sigarette. Mi sentivo come se non avessi segreti nei confronti del mondo e non potessi pretendere di essere forte nella vita. O essere felice. Ma il vantaggio di questo è che nella musica non ci sono comunque difese.”

Insomma, Blue è il manifesto alla vita, alla gioia e alla gaiezza spensierata.

James Taylor ha comunque timbrato il cartellino, anche musicalmente parlando, suonando la chitarra in California, All I Want (dove la Mitchell descrive la dipendenza di Taylor dall’eroina) e A Case Of You. Un’altra collaborazione degna di nota è con Stephen Stills che suona basso e chitarra in Carry (non contemporaneamente eh).

 

 

Neil Young – On The Beach

Neil Young - On The Beach

La Trilogia del dolore è al capitolo conclusivo, un epilogo che lascia intravedere un po’ di luce. Non lasciatevi illudere, il sound qualche volta può apparire scanzonato e rilassato, ma le tematiche affrontate lo portano ad essere considerato uno degli album più disagiati degli anni ’70 (perché il pubblico ancora non aveva avuto modo di ascoltare Tonight’s The Night, commercializzato successivamente, ma registrato prima). Quali sono le peculiarità di questo lavoro? Riciclaggio (di canzoni vecchie). Wurlitzer. Collaborazioni. Honey Slides. Animo da attaccabrighe con chiunque.

Nèllo questa volta è nella spiaggia di Santa Monica, con le mani in tasca e lo sguardo volto verso il nulla, verso un vuoto nel quale è caduta una generazione intera dopo esser stata investita dal cambiamento, raggirata da una politica meschina che ha nauseato un paese intero – il giornale presente sotto l’ombrellone, con la prima pagina sul Watergate spiega più di molte parole. Forse è stanco di provare a dissotterrare una Cadillac, simbolo del lusso sfrenato di un paese alla deriva, intento a sprofondare in una dubbia morale fatta di apparenze. Anche in questo caso l’artwork evoca eccellentemente il sound del disco e ne anticipa il contenuto.

Walk On, scartata da Tonight’s The Night – probabilmente in quanto giudicata troppo smorta per il precedente lavoro – è una stilettata cinica verso i critici che lo hanno etichettato come “tonico” contro la felicità e l’allegria. L’eccesso di zelo della critica musicale talvolta non permette di scorgere il lato allegro e giocoso presente nella Trilogia del dolore di Nèllo. Non c’è solo questo in Walk On, c’è la ferma volontà di cambiare pagina e di circuire il dolore.

Il Wurlitzer suonato da Nèllo da nuova linfa ad una See The Sky About To Rain, scartata da Harvest e donata ai Byrds – dell’amicone Cicciopanzo Crosby – che l’hanno registrata nell’eponimo album del 1973. Menzione d’onore, alla batteria per questo brano c’è il compianto Levon Helm di The Band (nel 1978 Young prenderà parte a Last Waltz… ma ne parleremo un’altra volta).

Crosby anche in questo caso è parte integrante dell’album, collabora suonando la sua dodici corde in Revolution Blues, un cantico innocuo – rivolto a Charles Manson e alla sua Family – che ha l’intento di condannare le azioni sprocedate di Carletto Manson.

Leggenda vuole che Cicciopanzo durante la registrazione del brano ha provato a dissuadere Young dal cantare la strofa che inneggia all’odio verso i VIP di Laurel Canyon, Nèllo naturalmente ha risposto con un “fottesega a me” e Crosby da quel punto si sarebbe sentito in dovere di andare in giro armato per proteggersi. Al basso, Nèllo, si fregia della collaborazione di Rick Danko, altro membro compianto di The Band (tanto per far capire che razza di collaborazioni ci sono state in questo benedetto album).

Parlando di collaborazioni, non annoverare quella con Kershaw sarebbe un errore da matita rossa; lo sgangherato hippy che ha portato con sé un’atmosfera obnubilata, persistente nel disco grazie – non solo alle sue convinzioni da “baciabalene pollice verde” o effettive capacità musicali – alle sue honey slides (il nutriente e vitaminico rimedio contro i mali stagionali al gusto di eroina, composto da un trito di marijuana mesciato assieme al miele). E’ in questa maniera che si è generato – con tutta probabilità – il clima annebbiato e soffuso che contraddistingue On The Beach.

La title track è un capolavoro di intimità e malinconia, qui si comprende il dramma personale di Neil Young che vede sempre più il mondo scivolargli tra le mani, per colpa di una società incontrollabile e spaventosa, una solitudine emotiva e la voglia di una botte piena con la moglie ubriaca (I need a crowd of people but I can’t face them day to day). Il Wurlitzer, suonato da Nash questa volta, porta ad immaginare la solitudine che lo stesso Neil sta vivendo – e descrive – con la voce flebile e stanca, come se fosse sfinito e disilluso.

A Man Needs a Maid (presente in Harvest) è l’alfa e Motion Picture è l’omega, la prima è una dichiarazione indiretta riguardo la relazione con Carrie Snodgress (l’attrice madre del suo primo figlio Zeke), la seconda è l’epitaffio della loro relazione.

Il tour dell’allegria fa capolinea con Ambulance Blues, canzone da bulletto che non lesina critiche a nessuno.

Un attaccabrighe facinoroso capace di scattare una istantanea – che descrive la vita di Nèllo fin quel momento e la situazione che gli USA stanno attraversando.

Il disprezzo verso Nixon è implicito ma facilmente comprensibile, così come quello verso i critici, ancora vittime di Young. La sorpresa è sita nell’estrema lucidità con la quale Nello descrive ancora una volta chi circonda il suo universo, i CSNY e la loro inattività (You’re all just pissing in the wind), il passato e la consapevolezza di dover reagire (It’s easy to get burned in the past when you try to make a good thing last).

Dimenticavo di dire una cosetta essenziale, più che una ispirazione per il blues dell’ambulanza è stata Needle of Death del compianto Bert Jansch.

Commercialmente il successo si è fatto attendere, anche in questo caso il tempo è galantuomo e gli anni hanno saputo dare il giusto valore a quest’opera, caposaldo di diverse generazioni di musicisti.

La produzione del vinile è andata fuori catalogo nel 1980 e anche in questo caso la commutazione in CD non è stata immediata, On The Beach è rientrato nella lista degli album che Nèllo non vuole condividere con nessuno sempre per i motivi già citati in Time Fades Away, perlomeno fino al 2003 quando la solita petizione – stavolta – ha esito positivo permettendo la ristampa dell’opera.

Neil Young – Time Fades Away

 

Neil Young - Time Fades Away

Time Fades Away ri-apre questo spazio digitale con un piccolo ciclo di pubblicazioni su Neil Young; difatti rappresenta il primo album di una trilogia molto discussa – che ha contraddistinto una parte – della prolifica carriera di zio Neil.

Stiamo parlando della Trilogia del dolore, un trittico basato su: ballate stornellate; osterie accompagnate dagli striduli accordi di un banjo; barzellette tra una canzone e l’altra oltre che da una dose di allegria tracimante.

Etichettata come Trilogia del dolore per via dei gravi problemi di Neil alla schiena palesatisi durante le registrazioni di Harvest oltre che per l’inizio di una serie di eventi leggermente drammatici, quali: la morte di Whitten e Berry, la fine della relazione con Carrie Snodgress, la diagnosi di una paresi cerebrale che affligge il figlio.

Nèllo (così lo chiamano gli amici di Tor Vergata) sviluppa così una propensione al far divertire e coinvolgere il pubblico, questi tratti inconfondibili, legati al capello lungo, lo hanno definito storicamente il precursore di Fiorello. Sono bastate quattro righe per lasciarvi intendere quanta allegria ci sia stata nella vita di Neil Young in questo lasso di tempo. Comincia con questi presupposti il declino discografico di Nèllo che decide di registrare un disco prettamente autobiografico (Don’t Be Denied è la storia della sua vita sino al 1973).

Il karaoke del divin codino Rosario ha tratto logicamente ispirazione da Time Fades Away, album interamente live registrato nel tour di 65 tappe del 1973 durato 90 giorni (fatta eccezione per Love in Mind del 1971) insieme a quei simpaticacci degli Stray Gators (alla seconda collaborazione consecutiva con Young dopo Harvest).

Il falsetto canadese – utilizzato da Nèllo – gli irrita non poco la gola; questo problemino associato ad una sana dipendenza dagli alcoolici (probabilmente conseguenza di un abuso di Listerin per fare gargarismi) costringe il Giovane a chiamare gli immarcescibili Crosby e Nash in suo supporto. L’ingresso del cicciopanzo baffuto ha creato non pochi disagi a Jack Nitzsche (ndr. vincitore del premio Oscar nel 1983 per la colonna sonora di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo), pianista degli Stray Gators che – dopo essersi reso conto di non essere imparentato col padre dello Übermensch – decide di buttare su un casino mondiale sostenendo che Crosby rovini il sound del gruppo.

Oltre a queste piccole storielle che rendono l’idea di quanto fosse amichevole e disteso il clima durante il tour, c’è un aspetto da sottolineare riguardo questo splendido album,  Neil Young ha cercato di traslare il concetto di cinema verità di Edgar Morin nel contesto musicale, con l’audio verità. Il risultato di ciò è una sorta di documentario audio sulla sua vita.

A testimonianza di quanto sia memorabile questo periodo spensierato e felice, le canzoni di Time Fades Away vengono raramente riprodotte durante i live negli anni a venire. Inoltre la qualità audio del disco – a detta di Nèllo – è “pessima” perciò non può essere rimasterizzato, indi per cui poscia non è stato commutato da vinile a CD. Molte petizioni sono state organizzate – negli anni – al fine di commercializzare questa perla del cantautore canadese, petizioni prontamente ignorate da Young, in quanto diametralmente opposte al concetto di qualità/prodotto sbandierato da lui.

E’ definito dallo stesso autore “Il peggior disco che abbia mai registrato – che prosegue puntualizzando – ma come documentario di quel che è successo a me, è stata una grande registrazione. Ero sul palco e stavo suonando tutte queste canzoni che nessuno aveva mai ascoltato prima, registrandole, e non avevo la giusta band. E’ stato un tour inquieto. Mi sentivo come un prodotto, e avevo questa band composta da musicisti all-stars che non si potevano guardare l’un l’altro”.  Il pubblico fa il prezioso e se ne sbatte delle canzoni nuove di Neil (anche se sulla foto della cover, in prima fila, c’è un tipo che fa il segno della vittoria con faccia da beone) ed accolgono i brani durante i concerti in maniera tiepida. Mi sento di dire che il Fiorello dei tempi d’oro sia riuscito a smuovere le folle meglio di Neil Young.

Se doveste trovare una edizione originale in vinile di Time Fades Away – in condizioni eccellenti – con un poster dentro e con un autografo, tenetevelo stretto: SOSSOLDI! (ma tanti). Se lo trovate senza poster e senza autografo, tenetevelo stretto lo stesso perché è tanta roba.

P.S.

Nèllo che te devo dire??? A me è piaciuto tanto, e anche a Michael Stipe e soci considerando l’ispirazione per New Adventures in Hi-Fi, me dispiace che la pensi così.