Ultravox – Rage In Eden

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“Credo Rage In Eden sia uno dei dischi più sottovalutato. E’ uno dei miei dischi in preferiti in assoluto, principalmente perché non avevamo scritto nulla prima di andare in studio. Ci siamo buttati dentro lo studio di Conny Plank e ci siamo chiusi dentro per tre mesi scrivendo e creando l’intero album in studio. Vi era molta rigidità attorno, una distanza mistica, una freddezza di quelle freddezze che funzionano. Devi immaginare, ogni esecutivo di un’etichetta discografica accanto a noi in quel periodo voleva che facessimo ‘Vienna Parte II’. O venivano da noi dicendo ‘Sapete Paris è veramente un bel nome di città…’. E noi ‘cosa volete che scriviamo un diario di viaggio?’”

Ecco come nasce Rage in Eden, il suono della voce è forte, e sembra rivolgersi con furore a coloro che hanno cercato di plasmare – in modo innaturale – il nuovo disco degli Ultravox. I produttori hanno cercato il successo assicurato e la pressione ricevuta dai “poteri forti” ha convinto ancora di più Ure e compagnia a fare ciò che volevano fare senza curarsi di nessuno. Il risultato è un lavoro più maturo rispetto a Vienna, a tratti il distacco riportato da Ure viene esaltato in alcuni brani che risultano introspettivi e meno diretti rispetto alla tracklist di Vienna, come ad esempio lo stupendo brano di chiusura Your Name (Has Slipped My Mind).

L’apertura è assegnata a The Voice (non il “talent” di Rai 2) ed effettivamente potrebbe essere considerata una Vienna più ritmata; un brano irruento, potente che non subisce delle flessioni, bensì parte forte per mantenersi tale sino alla fine. Questo non lo fa passare inosservato, il ritornello esplode sopra un coro di sottofondo tipicamente anni ’80 nel suo mosciume fantasmagorico.

The Voice è una canzone talmente impattante che merita ben due videoclip: nel primo c’è la band che appare in una stanza inclinata ed i componenti vengono immortalati in una posa innaturale (intenta a mimare una performance); nella seconda versione c’è un ensamble di immagini di guerra, slogan, Ure in veste da soldato e un Currie nei panni di uno speaker radiofonico.

Gli Ultravox consolidano la loro presenza nel panorama del New Romance assieme a Duran Duran e Spandau Ballet, nonostante questi ultimi avessero una tendenza più popparola. Anche i Japan all’epoca vengono etichettati come New Romance, ma come i Faust hanno rifiutato l’epiteto di Krautrock, così David Sylvian ha respinto con forza l’idea di essere considerato parte di un movimento del genere.

La cover dell’album – motivo principale che mi ha portato a scrivere di Rage In Eden (non che disprezzi quest’album sia chiaro) – è stata disegnata da Peter Saville, collaboratore già dei New Order.

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Joy Division – Unknown Pleasures

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The Idiot che risuona nel giradischi e La Ballata di Stroszek come ultimo film prima che il destino si compia. Gli ultimi momenti di Ian Curtis sono segnati da Herzog e Iggy Pop, quest ultimo è proprio il ponte che ci ritrascina all’interno della Trilogia Berlinese.

Facciamo un passo indietro al 1979 – ad un anno prima del suicidio di Curtis – l’anno della pubblicazione del grande disco di esordio Unknown Pleasures, a posteriori il più rinomato dei Joy Division per via dell’artwork così minimale.

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L’immagine di Unknown Pleasures è stata fin troppo strumentalizzata da ragazzetti e profani che l’hanno piazzata un po’ ovunque – come la faccia del Che -, pertanto ritengo di dover spiegare brevemente cosa rappresenti la cover del disco. L’immagine deriva da una pubblicazione del 1977 L’Enciclopedia Astronomica di Cambridge, all’interno del quale è possibile trovare questa prima rappresentazione grafica delle radiofrequenze ricevute da una pulsar (effettuata nel 1967). L’immagine è stata presa da Peter Saville e riversata in negativo nella forma che tutti noi conosciamo.

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Torniamo al contenuto del disco: il fatto che per Curtis, The Idiot, rappresentasse il disco preferito può lasciar intendere quanto è stata forte l’influenza di Pop e del Bowie di Low, con quelle sonorità claustrofobiche e fortemente cadenzate.

Forse non tutti sanno che durante la prima ondata punk, il nome scelto dai ragazzi mancuniani è stato Warsawa, probabilmente in onore della canzone simbolo di Low, a questo periodo risale la scrittura di alcuni brani come Shadowplay ed Interzone. Cambiando il nome – per evitare confusioni con un’altra band di Londra – cambia anche l’approccio musicale che da punk aggressivo matura dirigendosi verso lidi meno scontati.

Chi conosce la figura di Ian Curtis non può non aver notato i suoi movimenti concitati, le sue danze epilettiche (non mi riferisco alle crisi epilettiche alle quali era soggetto Curtis e oggetto della canzone She’s Lost Control, ma ad una sorta di trance prestazionale nella quale Curtis cadeva facendola sfociare in una danza del derviscio), l’aura di malinconia che avvolgeva la sua persona, un’inquietitudine che ha influito sulle sonorità dei Joy Division e gli ha conferito l’immortalità artistica: “non scrivo di niente in particolare, ciò che scrivo proviene dal subconscio. Lascio l’interpretazione della canzone aperta a seconda di chi sia l’ascoltatore”. Un subconscio fortemente influenzato anche dai Bauhaus e dal loro stile gotico, un ascendente molto forte nonostante il gruppo di Murphy avesse all’attivo solo due singoli (tra i quali Bela Lugosi’s Dead) ed un album in cantiere.

Peter Hook e Bernard Sumner hanno lamentato un sound troppo etereo – in origine – prediligendo una scelta più dura e sferzante, ma con il passare degli anni hanno cambiato opinione dando ragione al lavoro del produttore Martin Hannett – che esalta la pregevolezza dei brani – tributandogli il ruolo di creatore del sound dei Joy Division. Ian Curtis, probabilmente ammaliato dall’idea di Hannett, ha trovato nella versione definitiva di Unknown Pleasures la sua dimensione.