Slint – Spiderland

Slint - Spiderland

“Hey, veniamo da Louisville e pensiamo voi dobbiate sentire questo” era il 1987 e dei ragazzetti si apprestavano a suonare dal vivo Cortez The Killer e la loro aspirazione principale era la creazione di un nuovo On The Beach.

La terra dei ragni sedimenta in queste parole, in un live del tour di Tweez, non tanto per Tweez, ma mai parole furono più profetiche. Uno sceneggiatore non avrebbe potuto ideare un finale più bello e pregno di significato per una band, che con Spiderland eleva le proprie atmosfere e sensazioni ad un apice che difficilmente sarebbe stato replicabile dagli Slint. Un canto del cigno sbalorditivo per come si è venuto a creare e valutando anche dalla provenienza dei componenti del gruppo (università, lavoro ed altre situazioni che naturalmente privavano i protagonisti di questa storia di un impegno totale nei confronti del progetto).

Quello che gli Slint hanno rappresentato è stata l’anomalia; i gruppi dell’epoca vivevano la band suonando dal vivo a più non posso, loro no… e se capitava passavano quasi in sordina – una presenza ai limiti del vacuo – stato esistenziale ben rappresentato dalla copertina del loro album, quasi a ricordare una scena tratta da Stand by Me.  La loro vacuità è tale da aver scosso – a livello sociale – un segmento di giovani sopiti ed intorpiditi, ispirandoli e consentendo loro un business più redditizio ed imponente – seppur con minor impatto emotivo ed estro – agevolandone la loro ascesa.

Steve Albini, produttore ai tempi di Tweez fu chiaro con loro e mise subito le cose in chiaro: “Io non penso ragazzi che voi sarete mai grandi, ma diventerete veramente influenti”.

Le melodie di Spiderland vengono composte in toto durante la pausa dopo il tour di Tweez, si entra nel River North Studios nell’Agosto del 1990 con sei tracce senza alcuna linea vocale. La semplicità e la rapidità con la quale McMahan e Walford scrivono i testi nello studio di registrazione è tale da legittimare la loro unicità. Mantenere una coerenza nel livello dei testi e della musica è un elemento di una complessità assurda, naturalmente le tempistiche del tutto ne aumentano il coefficiente di difficoltà.

Brian Paulson (successivamente collaboratore di Beck e Dinosaur Jr) famoso per il LiveSound delle sue sessioni, ricorda così quel periodo: “Era strano quello che stavamo facendo, mi ricordo che ero seduto, ed ero cosciente che c’era qualcosa. Non avevo mai ascoltato nulla di simile. Stavo veramente portando alla luce qualcosa di fottutamente strano.” Le sessioni furono molto veloci ma altrettanto stressanti.

Pajo parla di una evoluzione che li stava investendo tra primo e secondo album, un cambio di rotta, una necessità di destrutturare il loro livello, provando a riprodurre il confronto presente nell’hardcore per creare un’atmosfera poco confortevole. “Anche dopo tutto questo tempo, quelle urla mi fanno venire i brividi. Se Brian non si fosse reso vulnerabile durante queste registrazioni, non ne staremo parlando ora”. “Mi ricordo che appena finì di urlare corse in bagno. E quando tornò disse ‘Io sto male’”.

La vulnerabilità e la malattia sono strettamente riconducibili al fatalismo crescente che ha condizionato il “miracolato” McMahan, vittima di un incidente accadutogli nel tentativo di soccorrere un guidatore lungo la highway, che lo ha trasportato in un pericoloso vortice depressivo. Il senso della vita pervade lo scantinato della madre di Walford, dove i ragazzi erano soliti frequentare per le prove, con un McMahan che in formato reminder impallato soleva ripetere a chiunque fosse presente: “Ricordati che devi morire”.

“Io non credo che i ragazzi fossero a conoscenza di ciò, ma diventare adulto, passando per la scuola, cercando di soddisfare le aspettative dei miei genitori, di tutti quanti… era dura. Il raggiungimento della maggiore età a Louisville non è cosa semplice. Per tutta l’autonomia di cui giovavamo da bambini, non c’era alcun sbocco creativo. Mi provavo ad immaginare ‘Come farò tutto questo?’ Mio nonno paterno era un musicista. Grande persona, ma non sembrava riuscire a raccimolare due spicci. Mio padre in particolare era come se sentenziasse questa mia scelta: ‘E’ un grande errore’. Ho un fratello di 5 anni più giovane. Non dico che Good Morning Captain fosse su di lui, ma quelle frasi che dicono ‘I’m sorry. I miss you’, sono dirette a tutte le cose che avrei lasciato indietro, Louisville e lui. Stavo pensando a mio fratello che andava incontro a tutte quelle esperienze che avevo già vissuto, quando tutto stava cominciando a diventare troppo. Io non ricordo che stavo diventando malato. Quella parte è solo una distorsione.”

Come una sentenza, il giorno dopo il termine delle registrazioni, gli venne diagnosticata una forma di depressione, con conseguente uscita dal gruppo e scioglimento degli Slint.

Spiderland deve il suo nome all’impressione che il fratello di McMahan ebbe ascoltando il lavoro di Brian, ovvero, sembra simile ad una ragnatela (spidery). Effettivamente per come le note cadono delicatamente e per come vengono ridotte a trama, mai aggettivo fu più consono a definire questo lavoro, mentre Lou Barlow lo identifica come un creolo, dalla calma al rumore senza apparire né indiegrunge.

Pajo ha capito quanto sia stato importante sciogliersi quando nessuno se lo aspettava, senza un tour, senza promozione, senza un progetto promozionale a degno supporto del lavoro degli Slint, ma quanto tutto questo fosse secondario. Spiderland prova questo: “eravamo una band che si era sciolta, con un album con una cover in bianco e nero. Nessun tour, nessuna informazione. Sei canzoni, che hanno connesso la gente”.

 

 

PJ Harvey – Rid Of Me

Pj Harvey - Rid Of Me

Patata Joconda Harvey, si mette a nudo per il suo secondo lavoro – con una faccia degna di chi si è appena svegliata e gli occhi pieni di cispe – viene immortalata mentre scuote i capelli bagnati nel bagno di casa sua. Le esigue dimensioni della stanza non hanno concesso alla fotografa – tale Maria Mochnacz – di inquadrare Pigéi, e lo scatto è stato eseguito al buio con il solo flash della macchina fotografica (ecco spiegato il perché della faccia assonnata di Patata J.).

La cara Mochnacz si occuperà anche della direzione dei video di 50 ft. Queenie e Man-Size, per quanto riguarda il primo videoclip il consiglio è di non vederlo appena mangiato – perché le inquadrature sono un misto tra Lucignolo e Rusty Cage – ne uscireste con una discreta nausea. Man-Size invece porrà sotto i vostri occhi una gestualità degna del buon caro Nicola Caverna (all’epoca dei fatti conosciuto come Nick Cave futuro partner sentimentale della Harvey), oltre che una scena in bianco e nero in cui la nostra amica è seduta con mutandone della nonna e naso colante – che non ha più idea di come arginare.

Per quanto io ne parli in maniera ironica, questi videoclip manifestano al meglio il sentimento e la felicità di PJ Harvey: “Faccio tutto per me stessa prima di tutto, e sono felice di questo. Non ascolto le persone quando hanno qualcosa di positivo da dirmi, questo perché tendo a non elogiarmi. Ma sono veramente soddisfatta di Rid of Me. E’ stato veramente un momento perfetto della mia vita. O almeno non proprio perfetto, ma vicino alla perfezione.”

Anche in questa occasione (come in Dry) la PJ è accompagnata da Rob Ellis e Steve Vaughan, formando così un power trio che esprime un tipo di musica rude e aggressiva, dettata da tematiche perlopiù (ndr. è triste che stessi per scrivere “Piero Pelù”, non oso immaginare che tipo di tematiche potessero essere correlate) autobiografiche come ammesso dalla stessa Polligianna: “Rid of Me si riferisce ai miei malanni, in parte può essere considerato psicotico, alcune canzoni sono ispirate da fatti che mi sono accaduti, ma dovrei avere almeno 40 anni per aver vissuto tutto ciò che descrivo in questo lavoro”.

La title-track è un crescendo che scopre piano piano le potenzialità vocali di PolliGigia sfociando in un vortice grungettone e primitivo coi controcazzi (grazie al sapiente lavoro di Steve Albini che ci ha dato sotto di feedback e distorsioni) con un grido afono che chiude il brano, altro che quella bagasciotta di Courtney Love. Una menzione di onore – a mio avviso – va alla cover di Highway 61 Revisited, che fornisce una idea ben precisa degli arrangiamenti adottati da Patata Joahssen Harvey in questo album.

Rid of Me è il classico esempio di rock anni ’90 sapientemente gestito senza apparire mai banale o stancante: powerchord a manetta, linee di basso potenti e blueseggianti, strutture energiche e scarne che pongono in risalto la teatralità e l’estro di PolliGiovanna.