Bob Dylan – Highway 61 Revisited

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1963 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Blowin’ In The Wind insieme ad altri capisaldi del folk come Peter, Paul and Mary e Joan Baez. Successone! Applausi e pompini per Bob. (the answer my friend is a blowjob in the wind)

1964 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Mr. Tambourine… Successone! Applausi e pompini a profusione per Bob.

1965 Newport Folk Festival, con Bringing It All Back Home, Bob ha inaugurato una nuova fase della propria carriera, elettrificando il folk in un lato del disco e preparando di fatto il terreno alla svolta elettrica di Highway 61 Revisited. Ora, il Newport Folk Festival non si chiama così tanto per… è un festival folk e la gente solitamente si esibisce da sola con la chitarra – o con altri con la chitarra – e crea queste situazioni intime molto belle ma al contempo un po’ scassamaroni. Cioè capite le mie parole… non sono tutti Bob Dylan (e Bob Dylan tante volte non è campione di intrattenimento).

Vabè lui di punto in bianco dice “Cazzo se lo faccio. Sì sì che lo faccio. Adesso mi porto la band. Adesso amplifico tutto.”, si presenta e TAC!… contestazione. Dal pubblico salgono i “Buuuh” “Buuh” e di tanto in tanto qualche “Buuuarns“.

Bob Dylan perde la sua verginità artistica, l’affronto verso il suo pubblico è enorme, sporcherà per sempre quella sua immagine da menestrello di protesta, ma lo fa a ragione. Stanco di rappresentare e cantare qualcosa che non sente più suo, di ritorno dal Regno Unito decide di cambiare, e la canzone che lo spinge a prendere questa decisione andrà ad aprire non solo Highway 61 Revisited, ma anche la mentalità dei musicisti di tutto il mondo.

Like A Rolling Stones apre con un secco colpo di batteria e con una chitarra elettrica. Houston! Abbiamo un problema! Non si vuol più fare del folk qui!

L’idea di Dylan era quella di oltrepassare il sound folk elettrificato utilizzato in Bringing It All Back Home pochi mesi prima – cercando di alzare l’asticella rispetto la versione di Mr. Tambourine dei The Byrds. Quindi reinventa sé stesso e si issa a traino per le nuove generazioni di musicisti. Sentire così tante cover delle sue canzoni, masticate, metabolizzate, arrangiate ex-novo con un suono così fresco ha risvegliato in Dylan l’idea di scuotere il modo di intendere il folk classico.

Lo fa con una canzone che nasce su 10 pagine, “non aveva un nome, aveva ritmo, avevo scritto delle invettive sparse. Alla fine mi sono reso conto che non era disprezzo, bensì dire a qualcuno qualcosa che non sa, dire loro che sono fortunati. Non l’ho mai pensata come canzone, finché un giorno non mi sono trovato al piano ed il foglio davanti a me stava cantando ‘How does it feel?‘ con un ritmo lento, uno slow-motion estremo”.

Durante le registrazioni – avvalendosi di gente del calibro di Al Kooper, Bruce Langhorne, Bobby Gregg e alla chitarra Mike BloomfieldZimmy disse subito “Ragazzi, non voglio una merda blues alla B.B. King“. Ecco in quel preciso istante prese vita la canzone che rappresenta Bob Dylan in tutto il mondo.

Continuando ci troviamo ad ascoltare canzoni più legate allo stile passato come la stupenda Desolation Row, altre al blues come Tombstone Blues, nel quale Zimmy ci da un assaggio del suo nuovo stile di scrittura surreale cantato in scioltezza come usavano fare i suoi mentori Guthrie e Seeger; canzoni come Ballad of a Thin Man, splendida canzone che di sicuro ha influito sul sound delle Murder Ballads di Nick Cave.

Ma chi è il Thin Man? “È una persona reale […] l’ho visto venire in camerino una sera e sembrava un cammello.” Probabilmente Mr. Jones non è il suo vero nome, in molti hanno pensato fosse un critico che non capiva i testi di Zimmy; col passare del tempo ha acquisito un significato ben specifico, con Mr. Jones si intende l’uomo medio borghese, senza infamia e senza lode, il nostro signor Rossi se dovessimo fare un parallelo. “Questa canzone l’ho scritta per tutti coloro che mi facevano domande tutte le volte. Ero semplicemente stanco di rispondere a tutte queste domande che non avevano risposta”.

Il disco ci lancia nel bel pieno di un viaggio in auto nella Highway 61, quella lingua di strada che va dal New Orleans al Wisconsin (al confine col Canada) costeggiando sempre il Mississippi. Una strada che passa anche per Duluth e che taglia gli Stati Uniti dal Sud al Nord. La title track è arrembante, stupenda, veloce, ricorda la versione che i Canned Heat faranno di On The Road Again, un blues rock spinto (del quale PJ Harvey farà una stupenda cover in Rid Of Me).

La fotografia del disco è stata scattata nei pressi del Greenwich Village, non proprio nelle zone dell’Highway 61, Dylan si è comprato una maglia della Triumph e – non essendoci uno sfondo ricco di particolari – Daniel Kramer, il fotografo, ha chiesto all’amico di Bob Dylan, tale Bob Neuwirth di piazzarsi dietro lui. Bella storia de merda che c’è dietro sta copertina, eh? Come al solito gli esperti di semiotica sono andati a caccia di dettagli che giustificassero la poetica del Dylan, ma che effettivamente non ci sono. Ragazzi belli, non è che tutto debba avere un senso!

Highway 61 Revisited è il perfetto album d’accompagnamento in un viaggio, è completo in ogni sua sfaccettatura. Per citare Scaruffi “la differenza tra Dylan e gli altri è che gli altri interpretano meglio le sue canzoni perché si limitano a cantarle; lui però non canta le proprie canzoni, le vive”.

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PJ Harvey – Rid Of Me

Pj Harvey - Rid Of Me

Patata Joconda Harvey, si mette a nudo per il suo secondo lavoro – con una faccia degna di chi si è appena svegliata e gli occhi pieni di cispe – viene immortalata mentre scuote i capelli bagnati nel bagno di casa sua. Le esigue dimensioni della stanza non hanno concesso alla fotografa – tale Maria Mochnacz – di inquadrare Pigéi, e lo scatto è stato eseguito al buio con il solo flash della macchina fotografica (ecco spiegato il perché della faccia assonnata di Patata J.).

La cara Mochnacz si occuperà anche della direzione dei video di 50 ft. Queenie e Man-Size, per quanto riguarda il primo videoclip il consiglio è di non vederlo appena mangiato – perché le inquadrature sono un misto tra Lucignolo e Rusty Cage – ne uscireste con una discreta nausea. Man-Size invece porrà sotto i vostri occhi una gestualità degna del buon caro Nicola Caverna (all’epoca dei fatti conosciuto come Nick Cave futuro partner sentimentale della Harvey), oltre che una scena in bianco e nero in cui la nostra amica è seduta con mutandone della nonna e naso colante – che non ha più idea di come arginare.

Per quanto io ne parli in maniera ironica, questi videoclip manifestano al meglio il sentimento e la felicità di PJ Harvey: “Faccio tutto per me stessa prima di tutto, e sono felice di questo. Non ascolto le persone quando hanno qualcosa di positivo da dirmi, questo perché tendo a non elogiarmi. Ma sono veramente soddisfatta di Rid of Me. E’ stato veramente un momento perfetto della mia vita. O almeno non proprio perfetto, ma vicino alla perfezione.”

Anche in questa occasione (come in Dry) la PJ è accompagnata da Rob Ellis e Steve Vaughan, formando così un power trio che esprime un tipo di musica rude e aggressiva, dettata da tematiche perlopiù (ndr. è triste che stessi per scrivere “Piero Pelù”, non oso immaginare che tipo di tematiche potessero essere correlate) autobiografiche come ammesso dalla stessa Polligianna: “Rid of Me si riferisce ai miei malanni, in parte può essere considerato psicotico, alcune canzoni sono ispirate da fatti che mi sono accaduti, ma dovrei avere almeno 40 anni per aver vissuto tutto ciò che descrivo in questo lavoro”.

La title-track è un crescendo che scopre piano piano le potenzialità vocali di PolliGigia sfociando in un vortice grungettone e primitivo coi controcazzi (grazie al sapiente lavoro di Steve Albini che ci ha dato sotto di feedback e distorsioni) con un grido afono che chiude il brano, altro che quella bagasciotta di Courtney Love. Una menzione di onore – a mio avviso – va alla cover di Highway 61 Revisited, che fornisce una idea ben precisa degli arrangiamenti adottati da Patata Joahssen Harvey in questo album.

Rid of Me è il classico esempio di rock anni ’90 sapientemente gestito senza apparire mai banale o stancante: powerchord a manetta, linee di basso potenti e blueseggianti, strutture energiche e scarne che pongono in risalto la teatralità e l’estro di PolliGiovanna.