Franco Battiato – Fetus

È il 1972 e un giovane Franco Battiato dal capello crespo, occhialone sfumato e salopette presenta il brano Energia in uno studio RAI. Tra il pubblico sono state distribuite alcune maschere di carta con la faccia del Maestro (che ad essere sinceri col mascara sembra un po’ Toto Cotugno), alcuni si guardano attorno senza capire molto, altri tengono le maschere in faccia per coprire l’imbarazzo tangibile per un brano che non comprendono.  

L’esordio discografico di Battiato lascia perplessi, ma rappresenta la volontà precisa di credere nella musica elettronica come impronta distintiva. Fetus è un disco ambizioso e sicuramente acerbo, ma ha tanti ottimi spunti che riescono a ergere l’idea di Battiato a ponte tra kosmische muzik e progressive italiano.  

Eppure con lo sguardo revisionista, tipico di chi non si fa mai andare bene un cazzo, c’è una grande fetta di pubblico che suole affermare “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”, rivalutando i primi lavori della produzione del Maestro e smerdando di fatto tutto quello che è venuto dopo.  

Come al solito nella musica, così come nella vita, ci vogliono mezze misure. Non si può vivere di estremi. 

Talvolta tacciato di finto intellettualismo, nel corso della carriera è riuscito a legittimare le proprie scelte dimostrando la sua effettiva caratura. La svolta elettronica avviene a seguito di una infatuazione per Karlheinz Stockhausen (col quale collaborerà in futuro) e cerca di tradurla in musica grazie all’ausilio di una batteria elettronica e di un VCS3 a sostegno di strumenti convenzionali come chitarra classica e basso. I collage sonori inoltre trovano spazio in diversi brani (tra cui Meccanica con le voci degli astronauti dell’Apollo 11 e Nixon sopra l’Aria Sulla Quarta Corda di Bach), dando vita così a uno dei primi album di elettronica pop in Italia.  

Certo quella copertina col feto sul foglio di carta paglia è stato un capolavoro di marketing, garantendo 15mila copie vendute [anche se molti negozianti si rifiutarono di esporla ndr] pensata per scioccare chi se la fosse trovata dinnanzi, merito del genio artistico di Gianni Sassi:  

“Era sicuramente geniale anche se non ero del tutto favorevole a certe cose che faceva. Per esempio la campagna stampa con cui ha cercato di lanciarmi fu una trovata notevole, che diceva cose tipo: ‘Battiato è un buffone… la gente non ne può più’”, ricorda il Maestro. 

In questo caso il vestito ideato da Gianni Sassi fa il monaco, perché quello che troviamo all’interno di Fetus è sì fichissimo, ma allo stesso tempo l’inno alla vita di Energia, con le voci prima di neonati e poi di bambini, rappresenta un brano supercreepy [qualora partisse di notte a casa da soli ndr] un collage sonoro con un certo impatto, diverso da quanto prodotto fino a quel momento in Italia (ricordiamo che oltre i Beatles, prima ancora Zappa e John Cage avevano già battuto questa strada). 

Le trovate musicali sono varie e in alcuni casi acerbe, sì va dall’elettronica al synth pop, fino al manouche alla Django Reinhardt, dimostrando quella cifra stilistica che ha marchiato a fuoco la produzione discografica di Battiato, melodie orecchiabili su testi “concettuali ma non troppo”, della serie “se volete approfondire, approfondite il significato dei miei testi, altrimenti godetevi la mia musica e imparate qualcosa ascoltandola passivamente, in un modo o nell’altro vi inculo” [queste non sono le parole di Battiato ndr]. 

È così che il Maestro ci propone un disco basato sul controllo mentale e l’eugenetica, ispirato al romanzo distopico Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. In Fenomenologia, manifesto dell’album, ci spara formule matematiche che dovrebbero rappresentare due sinusoidi sfasate, ovvero l’elica del DNA. Ora io non capisco una minchia di matematica e algebra, ero veramente una sega, quindi mi fido delle info reperite in da web. 

Senza addentrarmi sui testi, chiudo raccontando di una piccola chicca che riguarderebbe questo album. Battiato durante un tour europeo del 1972 avrebbe incontrato Frank Zappa, manifestandogli tutta la stima del caso [vorrei vedere ndr]. Lo stesso Frank ascoltando Fetus sembrò gradire il lavoro di Battiato e gli regalò un paio di scarpe argentate con le ali, come simbolo di buon auspicio. Probabilmente la sicilianità dei due ha agevolato l’incontro ed il conseguente confronto, ma dimostra come il buon Frank fosse legato musicalmente alle proprie origini (come dimostreranno gli apprezzamenti nei confronti dei Tenores De Bitti o nell’album Francesco Zappa). 

Ah, sembra che il Maestro perse le scarpe durante uno dei vari traslochi che lo hanno riguardato. Sigh! 

Annunci

Muse – Origin of Symmetry

Muse - Origin Of Symmetry

Oggi parliamo del secondo album registrato dai Muse che conferma quanto di buono ascoltato con Showbiz. Mentre il primo lavoro ha evidenziato ottime potenzialità ma, al contempo, fatto storcere un po’ il naso alla critica per la somiglianza di sonorità con i Radiohead (tant’è che anche mister simpatia occhio spento Thom Yorke non si è lasciato sfuggire l’occasione di dare addosso al trio di Teignmouth) Origin of Symmetry ci da l’idea di quanto i Muse possano crescere ulteriormente e svariare tra una moltitudine di generi musicali. Diciamo che la sperimentazione perpetua – evidenziata in tutti i lavori seguenti a Origin of Symmetry – del power trio é cominciata effettivamente con questa perla.

L’origine della simmetria é un concetto inerente alla teoria delle stringhe ed alla fisica quantistica, uno dei mondi (oltre alla fantascienza ed al complottismo) che ha sempre affascinato Matt Bellamy. Queste sono delle tematiche ritrovate nella maggior parte dei testi dei Muse (soprattutto negli ultimi lavori) che costruiscono un puzzle ben definito e ci illustrano una situazione sempre più orwelliana, dove la prevalenza della popolazione mondiale è come la creta, facile da manipolare ed incapace di scernere il bene dal male.

A mio avviso questa é un opera completa, riff di chitarra, pianoforte classico, un basso che pompa e una batteria che completa l’armonizzazione senza contare la voce asmatica che rende claustrofobico e cupo il disco.

In alcune canzoni il paragone con i Queen non risulta affatto azzardato (sopratutto in termini di versatilità e maestosità del suono). Si passa dalle cavalcate musicali di New Born, Space Dementia (l’ispirazione a Rachmaninov é palese) e Citizen Erased (tributo a 1984 di George Orwell ripreso massicciamente nel quinto album Resistance), tre brani per un totale di 20 minuti di rock spinto e al tempo stesso riflessivo, sino al falsetto di Micro Cuts (il testo onirico é nato dopo una serata a base di funghetti allucinogeni, la leggenda dice che i 3 dopo aver pasteggiato con i funghetti abbiano ripreso conoscenza in un bosco vicino agli studi di registrazione mezzi nudi ed in stato confusionale, Micro Cuts sarebbe una allucinazione che Bellamy ha vissuto e ha riportato a noi in maniera “fedele”), una grandissima cover di Feeling Good di Nina Simone ed infine forse la canzone più rappresentativa di tutto l’album, quella Plug in Baby che fa impazzire le folle durante i concerti live e che mostra tutta la capacità creativa, l’estro e il virtuosismo alla chitarra di Bellamy che ri-arrangia in maniera totalmente personale la fuga in Re Minore di Bach rendendolo uno dei riff più importanti e riconosciuti della storia del rock (facendo anche capire quanto il suo background musicale sia ampio, considerando che si porta sempre dietro un lettore musicale da un terabyte).

Molti considerano Origin of Symmetry l’apice della carriera dei Muse, ma a mio avviso è un errore pensarlo, la capacità dei grandi gruppi sta nel sapersi re-inventare – mantenendo una propria identità – costantemente, la ricerca di nuovi stili musicali evidenziata in ogni disco (anche se talvolta non con i risultati sperati) è semplicemente lodevole. A chi si fosse fossilizzato sul concetto di Muse come brutta copia dei Radiohead, consiglio sinceramente di riguardare la propria posizione.