Franco Battiato – L’Era Del Cinghiale Bianco

Ciclicamente, di epoca in epoca, torna prepotente una domanda ad affacciarsi nella società: l’era del cinghiale bianco tornerà? 

Voglio bene a Battiato [voglio bene a chiunque sigh ndr], ma voglio ancora più bene a questo disco: per la canzone che gli dà il nome, per la copertina, per Luna Indiana

In tutto questo partiamo da un dato di fatto… ascoltare Battiato non è complicato, capirlo è invece dote non da tutti. 

Non è difficile ascoltarlo perché la durata media di un disco – di inizio carriera – del Maestro si aggira sui trenta minuti e le canzoni presentano un’orecchiabilità invidiabile ai principali compositori contemporanei. 

La comprensione invece passa attraverso i diversi ascolti, la voglia di recepire e apprendere tutti gli indizi disseminati in ogni frase, le metafore e la presentazione di vari personaggi inseriti qua e là con leggerezza apparente. Soggetti che nel corso degli anni assumono lo status di icone solo per aver guadagnato un posto nelle canzoni di Battiato

L’Era Del Cinghiale Bianco in fondo inaugura proprio questa tendenza di Battiato di costruire dei testi che sono dei giochi di incastri, con ammiccamenti sfacciati alle culture arabo/orientali. Una capacità, palesata ad esempio con Strade dell’Est, di metterti una voglia fottuta di viaggiare dai balcani fino all’estremo oriente solo perché senti pronunciare al Maestro nomi esotici e parole a cazzo un po’ qua e un po’ là. 

Mentre il suo conterraneo Pippo Baudo lo trattava come un povero imbecille durante un’intervista promozionale in Rai, ci pensava Mr. Fantasy ad introdurlo degnamente nel 1979: “sensibile a sé stesso, ciò alle cose misteriose di questo strano pianeta”. E Battiato figura proprio come uno studente curioso e diligente, che vive fagocitando nozioni, cercando risposte alle innumerevoli domande che lo affliggono nel quotidiano, le cui risposte inserisce all’interno delle proprie canzoni. Come ad ergersi sacerdote moderno e guida spirituale di “un mondo di cui si sente la presenza ma di cui si perde la vista”. 

E allora L’Era Del Cinghiale Bianco, quella dell’inizio degli anni ‘80, è l’era dell’assoluta conoscenza spirituale. Se Huxley e Il Nuovo Mondo hanno influenzato Fetus, qui c’è lo zampino del filosofo francese René Guénon, filosofo nominato in Magic Shop, che nel saggio Simboli della Scienza Sacra illustra il ruolo esoterico del cinghiale, animale simbolo della mitologia celtica e indù. Proprio in quest’ultima, rappresenta uno degli avatar di Vishnu

Siamo già in quel momento in cui dovete decidere se volete capire quello che il Maestro dice o muovere solamente le chiappette seguendo il ritmo di Tullio De Piscopo e del violino di Giusto Pio. Non c’è nulla di male, ma assicuro che dopo un po’ di ascolti la necessità di scardinare l’ermetismo del nostro caro Battiato premerà forte sulla vostra cervicale e proverete un gusto sadico nello scoprire i riferimenti disseminati.   

Sarà lì che scoprirete come Magic Shop racconta della deriva spirituale e consumistica di una società che si lascia abbindolare da falsi miti, o di come Il Re Del Mondo sia il protettore della terra, capace di sostenere la vita nel pianeta reggendone le sorti a scapito del libero arbitrio degli ignari abitanti (“ma il Re del Mondo ci tiene prigioniero il cuore”). Anche questo brano affonda le proprie radici su René Guénon  che editò l’omonimo testo nel 1927

A proposito di Guénon, ho dimenticato di scrivere [o forse l’ho già scritto ma non me lo ricordo… ma sono troppo pigro per scorrere la rotella del mouse e rileggere le righe sopra. Bon, in caso repetita iuvant ndr] che tra i più aspri critici della sua dottrina filosofica vi era quel gran fetentone di Umberto Eco, so much love for him <3. 

Uno spazio importante è dedicato alla sacralità quella di Luna Indiana, punta di diamante del disco, resa celebre grazie anche dalla versione di Alice [alla quale personalmente preferisco i gorgheggio sul filo della stonatura del nostro Maestro ndr] e la preghiera meravigliosa di Pasqua Etiope con il Kyrie Eleison che risuona e se la batte a modo suo con la preghiera di Judee Sill in The Donor

Una sacralità che sfocia poi nella poesia laica di Stranizza d’Amuri, una delle poche canzoni scritte e cantate in siciliano da Battiato, che ricorda il periodo della guerra nella sua terra natia, o meglio, l’amore ai tempi della guerra, di come “anche se fuori si muore, non muore questa stranezza d’amore”, che fa montare dei lucciconi belli grossi sugli occhi dell’ascoltatore e una pelle d’oca non indifferente. 

Ecco ora sono emozionato e non so come chiudere questo articoletto infinito su Battiato, pertanto vi lascio con una delle più belle dichiarazioni d’amore, da ricicciare a piacimento, che si possano fare ad una persona amata: 

Man manu ca passunu i jonna 
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa 
ccu tuttu ca fora c’è a guerra 
mi sentu stranizza d’amuri 
l’amuri. 

Franco Battiato – Fetus

È il 1972 e un giovane Franco Battiato dal capello crespo, occhialone sfumato e salopette presenta il brano Energia in uno studio RAI. Tra il pubblico sono state distribuite alcune maschere di carta con la faccia del Maestro (che ad essere sinceri col mascara sembra un po’ Toto Cotugno), alcuni si guardano attorno senza capire molto, altri tengono le maschere in faccia per coprire l’imbarazzo tangibile per un brano che non comprendono.  

L’esordio discografico di Battiato lascia perplessi, ma rappresenta la volontà precisa di credere nella musica elettronica come impronta distintiva. Fetus è un disco ambizioso e sicuramente acerbo, ma ha tanti ottimi spunti che riescono a ergere l’idea di Battiato a ponte tra kosmische muzik e progressive italiano.  

Eppure con lo sguardo revisionista, tipico di chi non si fa mai andare bene un cazzo, c’è una grande fetta di pubblico che suole affermare “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”, rivalutando i primi lavori della produzione del Maestro e smerdando di fatto tutto quello che è venuto dopo.  

Come al solito nella musica, così come nella vita, ci vogliono mezze misure. Non si può vivere di estremi. 

Talvolta tacciato di finto intellettualismo, nel corso della carriera è riuscito a legittimare le proprie scelte dimostrando la sua effettiva caratura. La svolta elettronica avviene a seguito di una infatuazione per Karlheinz Stockhausen (col quale collaborerà in futuro) e cerca di tradurla in musica grazie all’ausilio di una batteria elettronica e di un VCS3 a sostegno di strumenti convenzionali come chitarra classica e basso. I collage sonori inoltre trovano spazio in diversi brani (tra cui Meccanica con le voci degli astronauti dell’Apollo 11 e Nixon sopra l’Aria Sulla Quarta Corda di Bach), dando vita così a uno dei primi album di elettronica pop in Italia.  

Certo quella copertina col feto sul foglio di carta paglia è stato un capolavoro di marketing, garantendo 15mila copie vendute [anche se molti negozianti si rifiutarono di esporla ndr] pensata per scioccare chi se la fosse trovata dinnanzi, merito del genio artistico di Gianni Sassi:  

“Era sicuramente geniale anche se non ero del tutto favorevole a certe cose che faceva. Per esempio la campagna stampa con cui ha cercato di lanciarmi fu una trovata notevole, che diceva cose tipo: ‘Battiato è un buffone… la gente non ne può più’”, ricorda il Maestro. 

In questo caso il vestito ideato da Gianni Sassi fa il monaco, perché quello che troviamo all’interno di Fetus è sì fichissimo, ma allo stesso tempo l’inno alla vita di Energia, con le voci prima di neonati e poi di bambini, rappresenta un brano supercreepy [qualora partisse di notte a casa da soli ndr] un collage sonoro con un certo impatto, diverso da quanto prodotto fino a quel momento in Italia (ricordiamo che oltre i Beatles, prima ancora Zappa e John Cage avevano già battuto questa strada). 

Le trovate musicali sono varie e in alcuni casi acerbe, sì va dall’elettronica al synth pop, fino al manouche alla Django Reinhardt, dimostrando quella cifra stilistica che ha marchiato a fuoco la produzione discografica di Battiato, melodie orecchiabili su testi “concettuali ma non troppo”, della serie “se volete approfondire, approfondite il significato dei miei testi, altrimenti godetevi la mia musica e imparate qualcosa ascoltandola passivamente, in un modo o nell’altro vi inculo” [queste non sono le parole di Battiato ndr]. 

È così che il Maestro ci propone un disco basato sul controllo mentale e l’eugenetica, ispirato al romanzo distopico Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. In Fenomenologia, manifesto dell’album, ci spara formule matematiche che dovrebbero rappresentare due sinusoidi sfasate, ovvero l’elica del DNA. Ora io non capisco una minchia di matematica e algebra, ero veramente una sega, quindi mi fido delle info reperite in da web. 

Senza addentrarmi sui testi, chiudo raccontando di una piccola chicca che riguarderebbe questo album. Battiato durante un tour europeo del 1972 avrebbe incontrato Frank Zappa, manifestandogli tutta la stima del caso [vorrei vedere ndr]. Lo stesso Frank ascoltando Fetus sembrò gradire il lavoro di Battiato e gli regalò un paio di scarpe argentate con le ali, come simbolo di buon auspicio. Probabilmente la sicilianità dei due ha agevolato l’incontro ed il conseguente confronto, ma dimostra come il buon Frank fosse legato musicalmente alle proprie origini (come dimostreranno gli apprezzamenti nei confronti dei Tenores De Bitti o nell’album Francesco Zappa). 

Ah, sembra che il Maestro perse le scarpe durante uno dei vari traslochi che lo hanno riguardato. Sigh! 

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

The Beatles - Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band

Quanto ho amato la chitarra acida ed espressiva dell’intro di Sgt. Pepper… quanto ho amato tutto Sgt. Pepper, un disco che mi ha forgiato e insegnato la meraviglia delle armonie complesse, la bellezza di melodie semplici e di impasti vocali teneri (come nel caso di With a Little Help From My Friends). Nominato a più riprese il miglior disco della storia, il più influente e – al contempo – l’album più sopravvalutato, giudicato in alcuni casi come un’insulsa accozzaglia di suoni e trovate pop.

Non c’è bisogno che aggiunga altro, io amo questo disco e mai sarò obiettivo. MAI.

Innanzitutto, da Rubber Soul passando per Revolver, i Beatles si trovano ad ascoltare Pet Sounds, la sensazione è che qualcuno sia corso a riparo nel mondo della musica, abbia recepito le idee dei Beatles ed elevate… ma gettare il guanto di sfida ai Fab Four in questo periodo equivale a contribuire attivamente alla stesura di Sgt. Pepper.

“Non potevamo fare meglio di quanto avessimo già fatto… o no?”

La domanda di Paul è lecita, nessuno possiede una sfera di cristallo, ma parafrasando John, se Rubber Soul era stato l’album della marijuana ed è un signor album, Revolver quello degli acidi ed è stato meglio, cosa aspettarci dal sergente Peppe? Assolutamente un passo avanti. Andiamo in ordine, che ci sono talmente tante cose da raccontare. Si entra in studio dopo un periodo di tour in giro per il mondo e di obblighi contrattuali, la nuova fase dei Fab Four è caratterizzata da una felicità di fondo, conseguenza anche del congelamento dei live, Paul partecipa da spettatore a concerti di musicisti contemporanei (tra i quali Berio), ma anche John, Ringo e George prestano il fianco a nuove esperienze, l’apertura mentale è alla base di nuove intuizioni.

Sgt. Pepper è Paul dopo un viaggio in America. Quei gruppi dal nome lunghissimo della West Coast stavano venendo di moda […] improvvisamente si era Fred and His Incredible Shrinking Grateful Airplanes. Penso che Paul sia stato influenzato da questa tendenza. Voleva stabilire una distanza tra i Beatles e il pubblico, così nasce la figura di Sgt. Pepper“, John ricorda questo particolare e infatti all’inizio Paul pensa a nomi come Col Tucker’s Medical Brew and Compound o Laughing Joe and His Medicine Band, dopo numerose prove – mescolando le parole e associandole ad orecchio – arriva Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band e di conseguenza la title track.

Prende così forma l’idea della band alter-ego, 4 alias che sostituiscono John, Paul, George e Ringo per tutta la durata del disco, un approccio volto a slegare mentalmente i Fab Four da dogmi e immagini musicali del passato al fine di liberare la fantasia. Prende vita così Sgt. Pepper, a differenza di ciò che diranno critica e addetti ai lavori, non come un concept album – difatti l’unica liason è nel brano di apertura e nella reprise verso la chiusura del disco – ma come un flusso di canzoni ben legate tra di loro che mostrano una armonia e nelle quali è possibile trovare una storia.

Come in Little Help From My Friends, scritta a detta di John parimenti da tutti i Bitolz basandosi su un’idea di Paul, oppure come per Lucy In The Sky With Diamonds, con un grande sforzo creativo di Macca e Lennon intenti a consigliarsi immagini psichedeliche come Newspaper taxis, Cellophane Flowers, Kaleidoscopic Eye e Looking Glass Ties. Figure evocative che per tanto tempo hanno invogliato a pensare ad un riferimento ai trip di LSD (acronimo de facto di Lucy in the Sky with Diamond) che in quel periodo i Fab si son fatti… la realtà – stando a quanto ci viene riportato dalle interviste dell’epoca – vuole che Julian Lennon porge un disegno intitolato Lucy in the Sky with Diamond al padre, che ispirato si butta a capofitto sul piano per comporre

Questa armonia è frutto dell’attitudine di tutti i membri nel contribuire alla creazione dei brani accantonando il proprio ego ed utilizzando le idee migliori al fine di ottenere di composizioni eccellenti, anche in questo caso il tocco di George Martin risulta decisivo andando ad aggiungere tutta l’esperienza maturata nella pre Beatles era con la musica elettronica e concreta. Per un George felice c’è un George infelice: è il karma. Le esperienze in India con Ravi Shankar hanno avvicinato Harrison alla spiritualità che crescerà sempre più negli anni fino a dischi smaccatamente improntati sul tema (Living In The Material World), riducendo Georgy ad uno stato di insoddisfazione che mai ha provato fin lì con i Fab Four, quasi un rifiuto di continuare… comunque ne ha tratto l’ispirazione per scrivere Whitin You Without You, dove il tentativo di imitare Shankar spinge Georgy boy in territori esotici.

Menzione d’onore per A Day In The Life, una delle mie canzoni preferite partorite dai Beatles, capolavoro di LennonJohn e io ci sedemmo. Lui aveva il verso d’apertura e la melodia. Prese l’idea su come proseguire dal Daily Mail, dove c’era un articolo bizzarro sulle buche a Blackburn, quello seguente riguardava l’esibizione di una signora alla Albert Hall. Il tutto si è fuso in una miscela poetica che suonava bene. Ho aggiunto un pezzetto suonato al piano ‘Mi sono svegliato, sono caduto dal letto, ho arato la testa con un pettine…‘ che era una mia canzoncina allegra, senza altre parti già scritte. Pensammo ‘Dovremo farlo iniziare con una sveglia’ e lo facemmo durante la registrazione”.

La progressione dell’orchestra nel bordello finale è frutto di un’idea di Paul che ha convinto ogni musicista a seguire il proprio istinto portando all’esplosione finale nella canzone.

Nota conclusiva dedicata alla copertina del disco, una delle più memorabili della storia della musica, grazie al coacervo di gente famosa presente. La Sgt Pepper band è di fatto composta da tutti i personaggi presenti in copertina, la scelta dei Fab Four è quella di evolvere l’immagine preconfezionata propinata negli anni, vestendo delle belle divise sgargianti che non passino inosservate, la decisione poi è quella di includere una lista di personaggi che i 4 baronetti avrebbero voluto nella Lonely Heart Club Band senza limitazioni. Per questo motivo troviamo gente come Stockhausen, Mae West, Fred Astair, Crowley, Poe, Jung, Marlon Brando, Bob Dylan, l’ex quinto Beatles Stue Sutcliffe, Burroughs, Freud, Huxley, qualche guru indiano, Einstein e le statue di cera dei 4 Beatles. Tutti gli artisti viventi presenti, hanno firmato una liberatoria per apparire, mentre chi non ha accettato è stato escluso naturalmente… inizialmente dovevano figurare anche Gandhi (posizionato vicino ad una palma) e Cristo con Hitler, ma persone vicine alla band li hanno fatti desistere per evitare ogni qual tipo di bega legale.

 

The Doors – The Doors

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Scrivere qualcosa sui The Doors è molto molto difficile… cosa mi metto a raccontare? Cioè è già stato detto tutto quanto, in tutti i modi possibili immaginabili.

Mi sono cacciato proprio in un cul-de-sac… però è anche vero che – di primo acchito – se una pagina dove si tratta di musica non scrive nulla sui The Doors fa la figura da pagina peracottara. Quindi qualcosa mi inventerò, sperando che l’ovvietà non domini questo articolo.

Cominciamo l’angolo Alfonso Signorini, la scelta dell’articolo è ricaduta sui The Doors oltre che per la relazione intercorsa tra Morrison e Nico, anche perché poco dopo la morte di Jim Morrison fu presa in considerazione – dai membri della band – l’idea di proseguire il progetto con Iggy Pop al microfono. Iggy e Nico sono due dei principali protagonisti di questo mini-ciclo; e non è finita qui!

Andy Warhol era invaghito del fascino di Jimbo, un’attrazione che rasentava il grottesco, tanto da voler svolgere il ruolo di voyeur durante lo zicchezzacche tra i due. Andy chiese a Jim di prender parte ad uno dei film che stava girando (I, A Man), ma il manager dei The Doors glielo impedì… tutto questo era giusto per mettere un po’ di ciccia nell’articolo.

Va bene dai, parliamo del disco di esordio di Morrison e amici bbelli, che è praticamente un best of: lo mettete sul piatto e via, vi immergete direttamente nelle loro poesie, in quelle meravigliose pentatoniche di Krieger, nelle atmosfere di Manzarek e nel tiro di Densmore. Ma cosa ha reso speciali i The Doors?

Jim Morrison.

Riduttivo? Forse, ma il carisma, la presenza scenica, il distacco e l’aura mistica, la capacità di essere feroce animale e al tempo stesso intellettuale, sono caratteristiche che non trovate in nessun altro.

Break On Through rompe gli schemi e inaugura il disco, il messaggio – che viaggia sopra ad una bossanova lisergica – è quello di aprire le porte della percezione (suggerite da Huxley nel suo The Doors of Perception) e spingersi verso orizzonti sconosciuti e inimmaginabili. Di fatto, mentre Huxley abusò di mescalina per scrivere le sensazioni vissute in prima persona, Morrison non seguì la ricetta fedelmente, sostituendo l’ingrediente principe con dosi di LSD (così dicono)…

La versione originale del brano non ebbe grande distribuzione radiofonica e fu ostracizzata dai baciamadonne puristi ammerigani per via del ritornello che incita in maniera esplicita all’uso delle droghe; perciò fu registrata una versione alternativa da poter trasmettere su Radio Maria nella quale “She gets high” diventa un ben più sobrio e insignificante “She gets…“. Fortuna che con gli anni siamo tornati all’originale… questa è stata solo la prima di una lunga serie di guai tra Morrison e l’opinione pubblica che lo porteranno ad essere un osservato speciale per l’FBI.

Altro celebre tentativo di censura è quello incorso all’ Ed Sullivan Show, dove Ed Sullivan in persona chiese a Morrison di modificare il testo di Light My Firehit nata dalla mente di Krieger – da “girl, we couldn’t get much higher” ad un più triste “girl, we couldn’t get much better“… insomma, è come se Pippo Baudo chiedesse ai Dari di cambiare il ritornello di Wale (Tanto Wale) arrogandosi il diritto di sostituire frasi e cambiando di fatto il senso della frase.

Va be, Morrison gli da il contentino “Certo Mr. Sullivan, sì sì”, e poi TAC! non cambia un cazzo…(è bellissimo vedere il sorrisino di Krieger sullo sfondo nel momento in cui Morrison decide di far come gli pare) Jim la canta in maniera naturale e non in modo forzato come viene riproposto nel film da Oliver Stone. Il povero vetusto conduttore si rifiutò di stringer la mano a Morrison una volta sceso dal palco, maledicendolo e dicendogli che non avrebbero più suonato nella sua trasmissione. Poco male Ed, ha vinto Jimbo, e di brutto.

Sempre a Light My Fire è legato un aneddoto che mostra l’integrità morale di Morrison, che impedisce l’utilizzo della canzone per uno spot televisivo della Buick, buttando di fatto 68mila dollari che gli altri 3 membri della band avevano accettato senza troppo rimuginarci sopra.

Tornando al disco è un susseguirsi di capolavori, con Soul Kitchen e Crystal Ship (canzone d’amore scritta da Jim Morrison alla ragazza con la quale aveva rotto recentemente, tale Mary Werbelow), proseguendo per Alabama Song (cover estratta dall’operetta Little Mahagonny di Kurt Weill – che musicò le parole di Bertolt Brecht e della collaboratrice Elisabeth Hauptmann) dove Jimbo intervenne su qualche verso. È un disco che corre veloce con il blues di Back Door Man e con il trittico stordito di I Look At You, End Of The Night e Take It As It Comes, preparatorio a The End, vera e propria carta d’identità della band.

Father?/ Yes, son?/ I Want To Kill You. Mother, I want to …

The End desterà scandalo alla prima esibizione al Whiskey A Go Go, quando Morrison – in un flusso di coscienza delirante di 12 minuti all’incirca – raggiunge il climax con questo verso che racconta un complesso di Edipo in piena regola. Ciò, come ha spiegato Manzarek, non significa che Morrison avrebbe voluto fare ciò ai suoi genitori, era solo per mettere un po’ di pathos nell’esecuzione.

Jim ci riassume il significato di The End in queste poche righe “Tutte le volte che ascolto questa canzone, significa sempre qualcosa di diverso per me. È cominciata come una semplice canzone di arrivederci… probabilmente per una ragazza [sempre per Mary Werbelow ndr], ma l’ho vista come un possibile arrivederci ad una certa infanzia. Veramente, non lo so. Penso sia sufficientemente complesso e universale nel suo immaginario che possa significare ciò che vuoi che significhi.”

Pink Floyd – The Piper At The Gates Of Dawn

 

Pink Floyd - The Piper At The Gates Of DawnTutto ha origine nella seconda metà dell’ottocento, quando Edward Lear inventa il non-sense, influenzando così una schiera di artisti che attingeranno a piene mani dal calderone dell’autore inglese. Su tutti: Ayers, Wyatt e Syd Barrett.

Quest ultimo sembra essere la reincarnazione di Lear e decide di mettere in musica quei limmerick fantasiosi, quei giochi di parole appesi nel nulla, costruendo l’atmosfera adatta e trovando la giusta dimensione musicale in accompagnamento. Un collage dadaista di suoni e rumori in apparente anarchia, che si sposano perfettamente con il mondo incantato di The Piper At The Gates Of Dawn.

Oh sì, questo album è un delirio dove il caos ordinato regna sovrano, tra fiaba e magia.

Il titolo prende direttamente spunto da un altro classico della letteratura fanciullesca britannica: Il vento tra i salici. Barrett è fortemente ispirato e il suo essere stralunato è una derivazione delle letture che lo hanno formato – da Lear a Huxley, da Crowley a Belloc, fino all’I-ching – accompagnandolo sin dall’infanzia; l’abuso di droghe lo aiuta a concentrarsi su quel mondo e a descriverne ogni singola sfaccettatura.

Astronomy Domine comincia con un segnale Morse simulato da un Farfisa; Peter Jenner presta la sua voce distorta all’inizio del brano, poi subentra Barrett – vero deus ex machina di questi Pink Floyd – che porta con se un libro tascabile sui Pianeti consultato costantemente durante la composizione del testo. Il resto lo fanno la sua Telecaster con gli specchi e la sua voce cadenzata.

Lucifer Sam ha un tappeto musicale tra Shadows e Ventures, qui Waters usa l’archetto sul basso dando al brano uno spessore memorabile. Il riferimento alla “Jennifer Gentle” che si fa nella canzone, è rivolto ad una fiamma mozza-fiato (termine vetusto e sempre più desueto) con la quale Syd uscì per un breve periodo – tale Jenny Spires.

POW R TOC H invece è l’esempio di sperimentazione nell’ambito pop dell’uso di voci e rumori all’interno di una composizione. La canzone – seppur accreditata al gruppo – è di Waters, la sua voce è riconoscibile ed il buon esito di tale sperimentazione gli offrirà la possibilità di battere questa strada con maggiore convinzione anche in brani futuri.

Durante le registrazioni alla EMI – coeve all’uscita di Sgt. Pepper – è capitato spesso a Barrett e colleghi di incontrare membri dei Beatles. In particolar modo McCartney durante le sessioni, dimostrava di apprezzare molto il lavoro dei Pink Floyd e del produttore Jenner; sembrerebbe perciò che i Beatles abbiano interceduto per garantire dei privilegi ai ragazzi (come ad esempio poter giocare con il mixer durante le sessioni… mixer considerato sacro dai capoccia della EMI).

Una delle concessioni più grandi però fu la possibilità di poter riportare su disco quello che era oramai l’inno della psichedelia allo UFO: Interstellar Overdrive. Peter Jenner racconta l’origine di questa composizione “L’ho raccontato talmente tante volte che ormai non so nemmeno più se sia vero o meno, ma mi sono avvicinato a Syd per canticchiargli quella che credevo essere una canzone dei Love… ero talmente tanto fuori tempo e stonato che – Syd che aveva la chitarra in mano – la risuonò all’istante sulla base di quanto gli avevo cantato ed era una canzone totalmente differente. La canzone non era nemmeno dei Love, bensì di Burt Bacharach (My Little Red Book)… Potete immaginare quanto abbia distrutto l’originale”.

L’album si conclude con un brano che condensa i vari trend del disco all’interno di 3 minuti e 21 secondi di filastrocca e musica concreta. Bike è dedicata sempre a Jennifer Spires, almeno la prima parte è dedicata a lei, la seconda è un bailamme di rumori riuniti in un collage – tra i quali: violini, orologi, campane, un loop al contrario e velocizzato della band che ride.

Questo è l’ABC, questa non è semplice psichedelia, è qualcosa di trasversale al quale molti gruppi in futuro cercheranno di ispirarsi. Gli stessi Pink Floyd, perdendo Barrett, non riusciranno a replicare la leggerezza e la capacità di essere stralunati volgendo verso un sound molto più cupo e claustrofobico, a tratti ridondante, auto-celebrativo e fine a se stesso.

P.S. la foto che immortala la band in copertina, venne scattata da Vic Singh, un fotografo indiano che ricevette il caleidoscopio col quale scattò la foto da George Harrison in persona. David Baley – fotografo che condivideva lo studio con lo stesso Singh – era un amico molto intimo del chitarrista dei Fab Four, ciò spiega questo curioso dono.