Warren Zevon – Warren Zevon

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Cavolo, Warren Zevon… ma perché la gente non lo conosce quasi affatto? Cioè già il nome dovrebbe essere come miele per le mosche: uorrenzivon. È ‘na cosa grande, cazzo!

Il suo omonimo album è anche il secondo ed è considerato un secondo inizio, avvenuto all’incirca a 7 anni dal debutto nel mercato discografico dopo l’avventura al Greenwich Village. Per l’occasione Warren prepara l’artiglieria pesante, giusto per menzionare qualche nome pronto ad accompagnarlo: Jackson Browne, Phil Everly, Glenn Frey, David Lindley, Stevie Nicks, Bonnie Raitt, Carl Wilson.

SBAM!

È stato soprannominato l’artista degli artisti, non conosciuto abbastanza dal pubblico ma ammirato da grandi cantautori contemporanei quali Bob Dylan, Jackson Browne, Tom Petty, Bruce Springsteen, Ry Cooder e tanti altri. Deve il suo ritorno alle scene come solista proprio a Jackson Browne che nel 1975 lo presenta durante un proprio concerto come cantautore e migliore amico, interpretando tre brani di Zevon al pubblico: Mohammed’s Radio, Hasted Down The Wind (la preferita in assoluto di Jackson Browne) e la hit Werewolves of London. La risposta degli spettatori convince definitivamente Browne a produrre il secondo disco di Zevon per la Asylum. Fortunatamente questi non sono gli unici brani meritevoli di attenzione, infatti tutto il disco si attesta su livelli eccellenti, come non citare la ballata Frank and Jesse James o il rock alla CCR di Mama Couldn’t Be Persuaded o la scanzonata I’ll Sleep When I’m Dead.

Come già citato in precedenza i brani di Zevon sono stati sempre molto apprezzati dai suoi colleghi, in particolar modo Linda Ronstadt che ha avuto modo di reinterpretare Poor Poor Pitiful Me, Carmelita e Hasted Down The Wind.

La verità è che Zevon piace a tutti perché è il vero e proprio reporter dell’America, colui capace di inquadrare il circostante in una struttura musicale fortemente statunitense – quel rock tipico degli stati del sud (Lynyrd Skynyrd) – nella costruzione compositiva e negli arrangiamenti, pomposa e ritmata tanto da poter apparire anche poco interessante se non si prestasse attenzione ai testi.

Già, i testi sono magnifici, per questo si può affermare senza troppe remore che Warren Zevon è stato uno dei migliori cantautori capace di scrivere delle storie in miniatura per le proprie canzoni, una grande capacità quella di condensare un racconto in brani dalla durata accettabile. Lo dimostra Desperados Under The Eaves, un capolavoro che chiude il disco con la descrizione dell’alcoolismo che sboccia nel narratore – alcoolismo che comincia proprio in quel periodo a radicarsi in Zevon e per questo definita dallo stesso come una delle sue canzoni più personali – e della frustrazione nel vivere in una città come Los Angeles.

La canzone appare circolare, si apre con Zevon seduto nella stanza del suo hotel e si sviluppa sui pensieri dello stesso – dalla dipendenza all’alcool, passando per la solitudine sino alla sensazione di una vita fuori luogo in California – per tornare in maniera cinematografica sul letto nel quale versa Zevon catturato dal rumore del condizionatore; proprio in quel “mmm” prolungato – che va a simulare l’onomatopea del ronzio – esplode l’ “humming“* di Zevon in un trionfo solenne di archi che accompagna l’ascoltatore sino a fine canzone, al grido prolungato di “Look away down Gower Avenue, Look away“, lasciando intendere che Zevon stia guardando oltre, oltre a ogni tipo di problema. Se chiudiamo gli occhi, possiamo ritrovare in questa canzone i fantasmi di Young affrontati in Tonight’s The Night.

*canticchiare a bocca chiusa

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Neil Young – Harvest

Neil Young - Harvest

Se dovessi pensare ad un aggettivo adatto a descrivere Neil Young, la prima definizione che mi viene in mente è: Cazzutissimo.

Sì, cazzutissimo è il termine adatto, calza a pennello, azzarderei anche un “cazzutellissimo”. Molti lo definiscono il padre del grunge, ma etichettarlo unicamente in questa maniera sarebbe riduttivo e sminuirebbe il carisma e la potenza del grande Neil

…lui è molto di più.

Il disco scelto per cominciare ad approfondire il discorso Neil Young è la sua quarta fatica da solista (visto che prima è stato chitarra principale e una delle voci dei Buffalo Springfield, e successivamente ha fatto parte della superband Crosby, Stills, Nash & Young) al quale hanno collaborato anche David Crosby, Graham Nash, Stephen Stills e James Taylor. Quest’album – al contrario della sua copertina molto minimale e senza fronzoli – ha sonorità morbide ed un country-rock con tematiche sociali importanti e storie di vita vissuta sulla pelle dall’artista. Tali sonorità morbide – a detta di Young – sono da attribuire ai suoi fastidi alla schiena che non gli hanno permesso di stare in piedi per più di 4 ore consecutive durante le registrazioni, costretto a portare un busto ortopedico.

Ad esempio Alabama è una ripresa concettuale di Southern Man presente nel precedente album After the Gold Rush, in cui si critica il forte razzismo presente nell’America di quegli anni, una piaga sociale persistente soprattutto negli stati del Sud (i Lynyrd Skynyrd con Sweet Home Alabama hanno poi replicato a Young).

p.s. d’altronde chi meglio di un Canadese può incarnare lo spirito leghista?

Tornando a noi. The Needle and the Damage Done  è un tributo a Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse e considerato come una sorta di fratello minore da Young, scomparso per overdose di eroina. Questo brano è una riflessione sul concetto di autodistruzione ed un omaggio intimo al chitarrista.

Whitten chiamato da Nèllo per far parte degli Stray Gators e accompagnare il tour di Harvest, viene licenziato dallo stesso Nèllo che giudica le sue condizioni pessime. Il giorno prima di morire è stato imbarcato nel primo aereo disponibile – proprio da Neil Young -che gli ha dato anche 50 dollari per tornare a casa e darsi una sistemata. Neil questa volta l’ha combinata grossa.

Una cosa che insegnano sin dai tempi dell’asilo è “Mai dare soldi ad un drogato”. Infatti l’epilogo è prevedibile, Whitten con i 50 dollari si compra una dose che poi risulta mortale. I sensi di colpa si fanno enormi ma Young riuscirà a riversare la tristezza provata nella scrittura di brani come On The Beach, Time Fades Away e Tonight’s the Night.

Sicuramente le canzoni più rappresentative di tutto l’album sono Harvest una ballata rilassante, bucolica e al tempo stesso emozionante nella sua semplicità, Old Man e Heart of Gold.

Con Old Man, Neil Young,  confronta la vita di un uomo giovane a quella di un altro anziano. E’ stata scritta in tour e narra una vicenda accaduta realmente a Young durante la compravendita di un ranch nel nord Californiano.

In questa tenuta (costata 350.000$) vive una coppia di anziani, ed il proprietario -di nome Louis- prima dell’acquisizione, ha fatto fare un giro a Young sulla sua Jeep per mostrargli il terreno del ranch. Arrivati al lago della tenuta gli chiede:

L: Bene, dimmi, come fa un ragazzo (hippie) come te ad avere abbastanza denaro da poter comprare un posto come questo?

Y: Beh, fortuna, Louie, solo tanta fortuna.

L: Beh, questa è la cosa peggiore che abbia mai sentito.

E a questo siparietto dobbiamo la nascita di Old Man, con James Taylor special guest al banjo.

Heart of Gold invece è nata come la coda, eseguita durante i concerti, di A Man Needs a Maid. Piano piano però questa coda ha cominciato sempre più a prendere forma ed una identità propria diventando Heart of Gold.

Bob Dylan che ha sempre stimato Neil Young, ha avuto paura che Heart of Gold potesse essere confusa per una sua creazione e minare la sua fama (visto che lo stile dei due è molto simile). Bob puoi sta’ tranquillo! Non ce confondiamo!