David Crosby – If I Could Only Remember My Name

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Il bonaccione dal folto baffo e dalla panza consistente ha dato fondo a tutta la sua ispirazione e a tutte le sue conoscenze per creare questo gioiellino generazionale. Sicuramente il titolo dell’album ci porta a riflettere seriamente sull’Alzheimer e sul fatto che uno si può dimenticare come si chiami e non ricordarlo per giorni, o periodi lunghissimi. Sensibile riguardo simili tematiche ed impaurito dalla possibile configurazione di tale scenario, Crosby chiama a sé tanti amichetti importanti – per registrare questo lavoro – affinché gli tengano la mano durante le sessioni e lo rassicurino sulla sua reale identità.

Questo preambolo serve a farvi capire che questo album è tutt’altro che insipido e privo di senso: si va dagli amici e colleghi Nash fottiMitchell e Young, a Joni Mitchell (ex fidanzata anche di Crosby), dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead (Jerry Garcia torna a collaborare con Crosby dopo averlo fatto con i CSNY in Déjà vu).

Come gran parte delle opere classiche, quest’album ottiene giusto riconoscimento dopo molti anni, quando viene compresa la reale dimensione, quando si riesce a misurare la portata dei temi trattati e la sensibilità artistica con la quale sono stati affrontati ed il periodo storico nel quale sono stati cantati. Una investitura inusuale viene dall’Osservatore Romano, che nel 2010 offre ulteriore visibilità a questo grande classico quasi dimenticato dalle nuove generazioni, facendolo rientrare all’interno della top10 degli album pop di tutti i tempi.

If I Could Only Remember My Name riesce nell’intento di descrivere il sound della West-Coast, influenzando molti gruppi a venire e celebrando un funerale hippie che consacra un periodo ormai avviato verso il viale del tramonto (come dimostra la stessa copertina che ci sbatte davanti un tramonto, con sotto lo sguardo languido di cicciopanzo, che ha l’occhietto umido).

Crosby è stata l’anima più fricchinicchi dei CSNY – tanto hippie da commuoversi durante la registrazione di Ohio – ed è quello che più di tutti ha rappresentato fisicamente l’essere fricchinicchi. E’ per tale motivo che questo disco è così sacro ed intimo. Certo… anche un abuso abbastanza corposo di troche ha influito nel sound psichedelicofricchinicchio, ma fortunatamente la presenza dei santi in terra come Jorma Kaukonen e Jerry Garcia (senza contare il resto dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane) hanno sicuramente posto un freno a Crosby, limitandone l’uso delle droghe.

Aldilà di tutto, David Crosby ha il merito di aver creato un palliativo auditivo che concilia i sensi con tutto ciò che ci circonda, consigliarlo è un obbligo morale.

Crosby, Stills, Nash & Young – Déjà Vu

CSNY - Déjà Vu

Alle idee maturate durante la registrazione del primo disco manca qualcosa… quel qualcosa è un chitarrista con una personalità ben definita. Perciò il produttore dei CSN, tale Ertegun, ha in mente un nome preciso che non riesce a far digerire facilmente a Stills: Neil Young.

Il timore di Stills è perlopiù legato all’esperienza naufragata per vari motivi con i Buffalo Springfield; ma Nèllo se ne sbatte, accetta l’incarico e nascono i CSNY. Dallas Taylor, nonostante lo smacco, rimane alla batteria pur senza alcun riconoscimento nel nome della band. Al basso viene reclutato Greg Reeves.

Le sessioni sono state lunghe (Stills parla di 800 ore) e caratterizzate da screzi, soprattutto fra Nèllo e Permastronz Stills. Il primo – filosofo del “buona la prima” – voleva registrare tutto in presa diretta, il secondo – più meticoloso e figlio del perfezionismo – aveva un approccio più dettagliato. Essendo agli antipodi, gli scontri non sono sicuramente mancati ma queste frizioni hanno permesso all’album di raggiungere un livello oggettivamente più alto rispetto al lavoro d’esordio. La chitarra di Neil Young e la sua violenza elettrica ben si adattano alla struttura precostituita ed è il tocco di cui la band aveva bisogno. Inoltre il tutto è impreziosito dalle prestigiose collaborazioni di John Sebastian (ex-leader dei Lovin Spoonful) e da quel grande geniaccio di Jerry Garcia, che per l’occasione ruba la palma del Cicciopanzo a Crosby.

Oltre al grande classico Teach Your Children, Nash regala un’altra perla ai mortali – l’autobiografica Our House – che incornicia la quotidianità del fottiMitchell con la fottiNash in un quadretto musicale semplice e popparolo. Una volta intervistato riguardo l’origine della canzone, il fottiMitchell ne esplica il contenuto e spiega la sua nascita: “[…] una volta varcata quella soglia, tutto scompare [riferito alla casa]. E poi ho cominciato a pensare, Dio, questa è un’incredibile scena domestica, eccoci, Joni Mitchell e Graham fottiJoniMitchell Nash, e io che metto i fiori nel vaso, accendo il camino, e ho pensato [pensa molto Nash], ‘Amo questa donna’, e questo è un momento molto radicato nella nostra relazione e… mi sono seduto al piano e, un’ora dopo Our House era pronta.” Chissà se anche dalla loro casa si affacciava Dallas Taylor? Non lo sapremo mai probabilmente.

Quindi come nel primo lavoro dei CSN, anche qui una canzone viene dedicata ad una amante, e anche in questo caso il 2 di picche è vicino, Nash verrà piantato poco tempo dopo. Questo evento ispirerà poi Only Love Can Break Your Heart di Neil Young presente in After The Gold Rush.
Comunque il ruolo di Joni Mitchell non termina qui, i CSNY prendono in prestito Woodstock dalla cantautrice e le danno una scossa elettrica.

Almost Cut My Hair e la title-track invece ci dimostrano ancora una volta tutta la capacità compositiva di Crosby, che sforna due capolavori di indubbia fattura.

Helpless è una ballata scritta da Young per un disco con i Crazy Horse, ma Stills, Nash e Crosby lo hanno convinto che sarebbe stata meglio in Déjà Vu e che la avrebbero interpretata perfettamente. Tra il dire e il fare c’è però di mezzo un mare, e le difficoltà incontrate per decidere l’arrangiamento sono state molteplici, alla fine i 4 hanno optato per il ritmo compassato che ha contribuito alla presenza di Helpless nelle scalette dei live di Neil Young per molto tempo. Curiosamente, dopo l’ennesimo litigio, Stills nel suo disco solista d’esordio dedicherà a Nello una simpatica canzone dal titolo We Are Not Helpless con consigli su come dovrebbe comportarsi.

Questo disco ha contribuito alla notorietà – ed è stato il propulsore per le vendite dei dischi solisti – dei quattro membri che, hanno goduto di un riflesso commerciale invidiabile (naturalmente questo è stato possibile anche grazie a dei lavori singoli più che discreti).

Neil Young – Zuma

Neil Young - Zuma

Zuma è il primo disco successivo alla trilogia del dolore, qui si comincia a respirare un’aria diversa rispetto agli ultimi tre lavori di Young. Possiamo definirlo il disco della redenzione spirituale.

Fondamentalmente questo lavoro offre meno spunti di cronaca rispetto ad altre opere del canadese, ma è interessante (oltre che per un sound più dinamico) per l’apertura di un nuovo filone che seguirà nel corso degli anni, quello degli Inca e della mitologia mesoamericana.

La cover di questo album si ispira fortemente all’arte dell’America precolombiana, si presenta uno scenario tipico del Messico: piramidi; cactus maleducati che sfanculano persone a casaccio; un close-up su una tettona volante con tendenze fasciste, cavalcata da un condor – anch’esso decisamente molto fascista. Sullo sfondo si può notare il galeone di Cortés il conquistador del genocidio azteco, protagonista di Cortez the Killer – uno dei brani più crudi e intensi di Neil Young, bandito dalla Spagna ultranazionalista di Francisco Franco (anch’esso fascista come il condor e la tettona)

Anche in quest’opera – precisamente in Danger Bird – ci sono dei riferimenti (indiretti) alla storia naufragata con Carrie Snodgress, il verso incriminato è “‘Cause you’ve been with another man / there you are and here I am” laconico e lapidario il nostro Nèllo.

Danger Bird (il pericoloso uccello fascista presente nella cover) è una versione rielaborata di L.A. Girls and Ocean Boys, canzone che non ha mai visto la luce del sole, fino ai famosi Archives. Lou Reed ha considerato Danger Bird lo zenit della bravura chitarristica raggiunta da Young, col suo modo di suonare bastardo e diretto.

Il riciclaggio di opere prosegue con Pardon My Heart che sarebbe dovuta finire in Homegrown e Don’t Cry No Tears che deriva da I Wonder, un’altra canzone che andrà a costituire l’antologia di Archives.

La storia dietro Cortez è certamente la più incerta, forse perché sarebbe più indicato dire “le storie dietro Cortez”. Il punto fermo riguarda il protagonista Cortés descritto esplicitamente insieme ad un altro protagonista della favoletta, l’imperatore Montezuma II. Tra le fonti di ispirazioni ci sarebbe anche la violenta maledizione di Montezuma che ha colpito Nèllo negli anni delle scuole superiori. La strofa che sconvolge però l’interpretazione è la seguente: “And I know she’s living there , and she loves me to this day. I still can’t remember when, or how I lost my way”. Qui non si parla di cagotto Nèllo, bensì di gnocca.

Una peculiarità del brano è il viaggio narrativo intrapreso da Young che passa da una descrizione della situazione in terza persona ad una narrativa in prima persona riferita ad una donna.

La relazione tra imperialismo e donne che non la danno può risultare stravagante e astratta, secondo molti ha a che fare ancora una volta con Carrie. Altri sostengono – a maggior ragione e con più pertinenza a mio avviso – che il registro sia meno personale di quanto si pensi, identificando nella figura della donna La Malinche (o Doña Marina), la traduttrice personale – nonché amante – del conquistador.

C’è una terza via più estrema ma non meno affascinante, “she” potrebbe essere l’antropomorfizzazione del Templo Mayor, che nella letteratura mesoamericana è sempre stato indicato con “she”. Il Templo Mayor è stata una piramide di sessanta metri sulla cui cima svettavano due templi dedicati al dio del sole e della pioggia. Il Killer li radè praticamente al suolo.

E’ curioso sapere come Cortez the Killer, che già è un brano eccessivamente breve, dinamico e molto poco prolisso, fosse più lungo e prevedesse una strofa ulteriore dopo il “what a killer…” e la sfumatura finale. Purtroppo la console è andata a baldracche – dopo un guasto ad un circuito – cancellando anche la parte strumentale, David Briggs in lutto ha comunicato l’accaduto a Nèllo che in tutta risposta, con fare da sbruffoncello e da fottitore di verità, ha commentato: “Comunque quel verso non mi piaceva”.

Che inguaribile monello.

Quel furbacchione di Nèllo però durante il tour del 2003 si è fatto sfuggire un paio di frasette in più (“Ship is breaking up on the rocks/ Sandy beach . . . so close.”) che probabilmente tradiscono la sua affermazione… Nun ce inganni Nèlloooo! Se te piaceva che problema c’è a dirlo? Boh!

Chiudo dicendo che Through My Sails (registrata nel 1974 con Crosby, Stills, Nash) è stata valutata per molti anni il canto del cigno dei CSNY, considerando che la loro reunion tardò sino al 1988.

Temple of The Dog – Temple of The Dog (parte I)

Temple of the Dog - Temple of the Dog

Quando penso al concetto di superband è difficile per me non focalizzare l’attenzione sui Temple of The Dog. Molti di voi non conosceranno questo progetto… per carità, ce ne sono state a bizzeffe, come non pensare ai: Cream; Crosby, Stills, Nash & Young; Emerson, Lake & Palmer; Rockestra; Traveling Wilburys; Mad Season; Audioslave; Them Crooked Vultures

Però i Temple of The Dog a mio avviso spaccano di brutto e meritano di essere approfonditi prima di tutti gli altri.

Premessa…

Seattle è una città in fermento che sta vivendo una delle più importanti rivoluzioni culturali/musicali. Seattle è sicuramente paragonabile alla Firenze della metà del XIV secolo, e il Grunge è un Rinascimento musicale.

Il Grunge è un fenomeno esploso come una supernova e già consolidato in un battito di ciglia… non è  circoscrivibile solamente ai bermuda, ai capelli lunghi, ai calzettoni di spugna e alle Doc Martens. Dalla Emerald City emergono gruppi del calibro di Alice in Chains, Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden.

Prima dell’ascesa di queste grandissime band, Stone Gossard, Jeff Ament (futuri creatori dei Pearl Jam) e Bruce Fairweather provenienti dai Green River, coinvolgono nel loro progetto il vocalist dei Malfunkshun, tale Andrew Wood creando i Mother Love Bone.

I Mother Love Bone sono una band ibrida che prepara il terreno all’ascesa del Grunge a Seattle, riuscendo a guadagnarsi il rispetto di tutte le band della zona (annoverando tra i vari gruppi spalla persino gli Alice in Chains) grazie al carisma ed al fascino dello stesso Wood, vero e proprio guru ed ispiratore delle band emergenti.

Andrew Wood è stato anche coinquilino di Chris Cornell col quale molto spesso ha collaborato aiutandolo nella stesura dei testi e nella creazione delle armonie dei brani. Nel periodo parallelo alla lavorazione dell’album dei Mother Love Bone, Wood comincia ad affrontare dei seri problemi di tossicodipendenza che degenerano in breve tempo e lo inducono ad un coma che si protrae per 3 giorni (giusto il tempo per dare l’opportunità ai suoi conoscenti di salutarlo per l’ultima volta) sino alla morte.

Questo è l’evento che porterà alla creazione dei Temple of The Dog… per maggiori dettagli, seguite il prossimo post 😉

Neil Young – Harvest

Neil Young - Harvest

Se dovessi pensare ad un aggettivo adatto a descrivere Neil Young, la prima definizione che mi viene in mente è: Cazzutissimo.

Sì, cazzutissimo è il termine adatto, calza a pennello, azzarderei anche un “cazzutellissimo”. Molti lo definiscono il padre del grunge, ma etichettarlo unicamente in questa maniera sarebbe riduttivo e sminuirebbe il carisma e la potenza del grande Neil

…lui è molto di più.

Il disco scelto per cominciare ad approfondire il discorso Neil Young è la sua quarta fatica da solista (visto che prima è stato chitarra principale e una delle voci dei Buffalo Springfield, e successivamente ha fatto parte della superband Crosby, Stills, Nash & Young) al quale hanno collaborato anche David Crosby, Graham Nash, Stephen Stills e James Taylor. Quest’album – al contrario della sua copertina molto minimale e senza fronzoli – ha sonorità morbide ed un country-rock con tematiche sociali importanti e storie di vita vissuta sulla pelle dall’artista. Tali sonorità morbide – a detta di Young – sono da attribuire ai suoi fastidi alla schiena che non gli hanno permesso di stare in piedi per più di 4 ore consecutive durante le registrazioni, costretto a portare un busto ortopedico.

Ad esempio Alabama è una ripresa concettuale di Southern Man presente nel precedente album After the Gold Rush, in cui si critica il forte razzismo presente nell’America di quegli anni, una piaga sociale persistente soprattutto negli stati del Sud (i Lynyrd Skynyrd con Sweet Home Alabama hanno poi replicato a Young).

p.s. d’altronde chi meglio di un Canadese può incarnare lo spirito leghista?

Tornando a noi. The Needle and the Damage Done  è un tributo a Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse e considerato come una sorta di fratello minore da Young, scomparso per overdose di eroina. Questo brano è una riflessione sul concetto di autodistruzione ed un omaggio intimo al chitarrista.

Whitten chiamato da Nèllo per far parte degli Stray Gators e accompagnare il tour di Harvest, viene licenziato dallo stesso Nèllo che giudica le sue condizioni pessime. Il giorno prima di morire è stato imbarcato nel primo aereo disponibile – proprio da Neil Young -che gli ha dato anche 50 dollari per tornare a casa e darsi una sistemata. Neil questa volta l’ha combinata grossa.

Una cosa che insegnano sin dai tempi dell’asilo è “Mai dare soldi ad un drogato”. Infatti l’epilogo è prevedibile, Whitten con i 50 dollari si compra una dose che poi risulta mortale. I sensi di colpa si fanno enormi ma Young riuscirà a riversare la tristezza provata nella scrittura di brani come On The Beach, Time Fades Away e Tonight’s the Night.

Sicuramente le canzoni più rappresentative di tutto l’album sono Harvest una ballata rilassante, bucolica e al tempo stesso emozionante nella sua semplicità, Old Man e Heart of Gold.

Con Old Man, Neil Young,  confronta la vita di un uomo giovane a quella di un altro anziano. E’ stata scritta in tour e narra una vicenda accaduta realmente a Young durante la compravendita di un ranch nel nord Californiano.

In questa tenuta (costata 350.000$) vive una coppia di anziani, ed il proprietario -di nome Louis- prima dell’acquisizione, ha fatto fare un giro a Young sulla sua Jeep per mostrargli il terreno del ranch. Arrivati al lago della tenuta gli chiede:

L: Bene, dimmi, come fa un ragazzo (hippie) come te ad avere abbastanza denaro da poter comprare un posto come questo?

Y: Beh, fortuna, Louie, solo tanta fortuna.

L: Beh, questa è la cosa peggiore che abbia mai sentito.

E a questo siparietto dobbiamo la nascita di Old Man, con James Taylor special guest al banjo.

Heart of Gold invece è nata come la coda, eseguita durante i concerti, di A Man Needs a Maid. Piano piano però questa coda ha cominciato sempre più a prendere forma ed una identità propria diventando Heart of Gold.

Bob Dylan che ha sempre stimato Neil Young, ha avuto paura che Heart of Gold potesse essere confusa per una sua creazione e minare la sua fama (visto che lo stile dei due è molto simile). Bob puoi sta’ tranquillo! Non ce confondiamo!