Fred Neil – Fred Neil

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-“Hey Neil, sai quella canzone dal tuo terzo album? Ecco la vogliamo per il nostro film, però la devi fare più veloce che così non va bene”

-“Andate all’inferno!”

È il 1969: l’anno dell’uomo sulla luna, di Woodstock, di Altamont e di Un Uomo da Marciapiede, un film capace di aggiudicarsi 3 Academy Awards e con una colonna sonora stupenda. La canzone di cui si discute nell’incipit, è stata composta da Fred Neil nel 1966, ri-registrata con più ritmo da Harry Nilsson garantendone vendite e trasmissione massiccia, oltre che una pensione d’oro da godere in Florida.

Fred non scende a compromessi con la sua musica, ricordate? Pensate che una volta i Beatles trovandosi a New York avevano mostrato interesse nei confronti di Neil e della sua musica, tanto da richiedere di incontrarlo, lui naturalmente acconsentì, chiese quindi che fossero loro ad andare a trovarlo. Per Fred – nonostante un sincero apprezzamento – i Beatles erano una band come le altre, difficile da realizzare no? Ma Fred era questo e al contrario di quanto si dicesse in giro non è stato consumato dalle droghe pesanti, i suoi comportamenti erano del tutto naturali, certo che comunque aveva avuto l’occasione di farsi qualche sessione di “alteramento della mente” con Ricky Danko e Jimi Hendrix.

Tornando al discorso iniziale, Everybody’s Talkin’ (perché era questa la canzone di cui vi volevo parlare) è stato l’ultimo brano registrato da Fred per il suo omonimo album. Forzato dal manager Herb Cohen, Neil ansioso di chiudere l’album fu costretto a registrare un ultimo brano ed è stata buona la prima, diventando il brano più rappresentativo della carriera del cantante.

Quest’album oltre ad avere delle sonorità più mature e più rilassate rispetto ai precedenti lavori, è un disco fondamentale e di grande ispirazione per Tim Buckley, difatti da qui prenderà in prestito per Sefronia (a dire il vero comincia a suonarla dal vivo sin dal 1968) l’altro brano più famoso di Neil, quella The Dolphins – ad apertura del disco – così profonda, intensa e segreta. The Dolphins semplicemente è stata scritta durante una infatuazione di Neil nei confronti di – quella che poi sarebbe diventata la propria moglie – un’addestratrice di delfini.  La ricerca del delfino però può essere interpretata come se fosse la ricerca del marlin ne Il vecchio e Il mare, o come la necessità di ritrovare la bellezza e la purezza nonostante il mondo sia destinato a non cambiare mai. Dopo aver abbandonato la carriera da musicista per ritirarsi in Florida, Neil ha istituito un progetto per la salvaguardia dei delfini, forse nel tentativo di salvare quella bellezza di cui ci ha cantato.

Ascoltando sino allo sfinimento tutte le canzoni presenti in questo disco, non ne uscireste “sfiniti”, ve lo assicuro. Sarà per il tono confidenziale di Neil, per la sua voce – potente ma contenuta -, per i fischiettii e per il suono così morbido, ma questo disco sembra quasi un greatest hits farcito di canzoni memorabili che ben si legano tra di loro, tra le quali spuntano Ba-De-Da, le classiche Faretheewell e Green Rocky Road, l’inno blues Sweet Cocaine.

Non solo Tim Buckley, ma anche David Crosby e Stephen Stills vengono ammaliati da questo cantautore, tant’è che prima di diventare Crosby & Stills (e poi Nash), i due hanno pensato di chiamarsi Sons of Neil.

Fred Neil aveva una grande capacità riconosciuta dai suoi colleghi: era in grado di scrivere e rivoltare un testo di una canzone in pochi minuti e cantarla come se fosse appartenuta a lui da anni, una sensibilità enorme capace di penetrare in modo profondo dentro le persone che lo ascoltano.

Tom Waits – Closing Time

Tom Waits - Closing Time

Tommaso Aspetta il tempo di chiusura. Che ridere! CLAP CLAP CLAP

Con questa freddura inauguro una pagina alla quale tengo molto, Closing Time con quelle atmosfere da piano bar alla Tappeto Volante è un album riflessivo che sostituisce più che degnamente la voce di Tom Waits a quella di Luciano Rispoli. Un Tom Waits privo del timbro – che lo ha reso famoso – da raucedine ruttante e whiskey, più pulito, melodico e meno personaggio di quanto lo sia nei suoi dischi più quotati.

Un disco di esordio lodevole e ben strutturato, capace di stabilizzarsi su di un livello elevato nonostante il ritmo dell’album sia più vicino a quello di una continua ninna nanna. Nato negli anni delle esibizioni al Troubadour e registrato ai Sunset Sound Recorders in California – dove precedentemente avevano già registrato Neil Young, Buffalo Springfield, Joni Mitchell e The Doors – “nervoso ma fiducioso nel materiale” è così che appariva il rampante Waits pronto ad affacciarsi nel mercato musicale; ma col produttore Jerry Yester a mano a mano veniva a crearsi una distanza capace di complicare le sessioni. Entrambi volevano registrare di sera, ma non c’erano slot disponibili perciò i due si ritrovarono in studio tutte le mattine dalle 10 fino alle 17.

Morale? Dopo i dieci giorni di registrazione, 9 canzoni sono pronte, ma non essendo soddisfatti del quantitativo, una seconda sessione viene programmata al United Western Recorders.

L’art fu pensata da Cal Schenkel in base alle parole che lo stesso Tommaso aveva riservato al suo disco (la sua idea di come l’album avrebbe dovuto suonare). Lo scatto è stato eseguito da Ed Caraeff, e se vogliamo riesce nella sua simbologia a rappresentare tutto ciò che Tom Waits ha sempre rappresentato per tutti noi, una foto che ha il valore di un Manifesto programmatico della carriera di Waits. Un bicchierino di whiskey, una birra, le sigarette ed il posacenere, immaginarlo così al pub ogni sera per poi sfogarsi con lui e cantare qualsiasi cazzata… eh sì, Tom Waits è il perfetto compagno di sbornie quello che c’è sempre al momento giusto, così come Closing Time, un album che ben si adatta a tutti gli umori.

La splendida Martha, coverizzata in Sefronia da Tim Buckley, è la classica canzone che ascolti di venerdì in un pub, con quel pianoforte cigolante che ti fa calare la palpebra mentre sorseggi la stout. Waits è riuscito a riversare la sua vita in un disco che fondamentalmente non parla di nulla parlando di tutto. Il Closing Time che indica l’orario di chiusura, rappresenta quanto detto in precedenza: riesce a cantare di tematiche che vengono affrontate tutte le sere dagli amici al pub, rendendole uniche, raschiando tutta la dietrologia e percependo la poesia insita in ognuno di questi argomenti per la modalità con la quale vengono affrontati.

Per questo Waits avrà sempre la mia stima più incondizionata.