Matt Elliott – Failing Songs

Matt Elliott - Failing Songs.jpg

But now those days are dead & gone 
And the future that we had is now the past 
And it’s cobwebs that we cling to 
Our aspirations turned to ashes in our hands

Ascoltando Matt Elliott riaffiorano alla mente tanti di quei collegamenti musicali dai quali lui ha tratto ispirazione e dai quali altri hanno pescato a piene mani. Con Failing SongsElliott ci regala uno splendido disco di ballate malinconiche da posizionare concettualmente tra Leonard Cohen, Fabrizio De André, King DudeDirty Three, Nick Cave, Tom WaitsYann Tiersenn Goran Bregovic, segnato da chitarre che incedono con ritmo cadenzato come lo sciabordare dei panni in fiume.

Si percepisce forte l’ispirazione est europea nelle progressioni musicali, con lente ballate che di punto in bianco accelerano bruscamente, così come a tratti – con l’ingresso della fisarmonica – ci si ritrova di colpo in un quartiere di parigino tra l’odore del vino e formaggio.

La promiscuità musicale può essere spiegata dalle seguenti parole di Matt Elliott “la mia attitudine verso tutti i paesi è che la nazionalità vuol dire veramente poco, è dove i tuoi genitori hanno scopato (come disse Bill Hicks) e basta. Secondo me, tutti paesi sono una merda per differenti ragioni, tutti i paesi sono rovinati da uomini di malaffare […] tutti i paesi vedono i cittadini come potenziali criminali. La verità è che ci sono persone buone e persone cattive di tutte le nazionalità e il patriottismo – così come il nazionalismo –  è un modo di pensare vecchio quasi senza senso per il mio modo di vedere. Certo mi sento fortunato a passare il mio tempo viaggiando per l’Europa. È una cosa unica perché ci sono tante differenti culture che si incontrano, ognuna con la propria storia… puoi viaggiare per 100 km e la lingua – come tutto il resto – cambia completamente”.

Seppure egli non sia in grado di dare una definizione della propria musica e dell’ispirazione che la guida, il fatto di vivere differenti esperienze ed entrare in contatto con altre culture ne arricchisce l’aspetto creativo e ne stimola la proiezione all’interno della propria idea.

In tutto questo l’approccio di Matt Elliott è impeccabile, perché chi conosce i suoi esordi con i Third Eye Foundation sa come è evoluto il suo modo di fare e pensare musica. La ricerca come pietra miliare del proprio lavoro, un cambiamento continuo alla base del proprio credo.

Una ricerca basata sull’ascolto di canzoni contraddistinte da differenti scale e strutture, un processo che ha aperto un mondo a Matt Elliott “la musica folk da tutto il mondo tende ad essere più espressiva, in un modo pur perché è una musica solitamente fatta con le migliori intenzioni, per raccontare storie o condividere emozioni, o più semplicemente per far ballare la gente. Sono affascinato dalla musica con contenuto emozionale, è quello che mi consente di discernere la buona musica dalla cattiva musica”.

Failing Songs è il viaggio che l’ascoltatore vive di canzone in canzone, in un medley quasi senza sosta con i violini a fare da trait d’union tra le canzoni, una serie di cori ed impasti vocali su delle melodie di piano semplici e archi zigani, che talvolta purtroppo rischiano di diventare un mero sottofondo di una serata – passando in secondo piano – per via della similarità fra un brano e l’altro. Failing Songs si dimostra nella sua completezza un eccellente successore di Drinking Songs.

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Nick Cave & The Bad Seeds – From Her To Eternity

Nick Cave & The Bad Seeds - From Her To Eternity

Entriamo nel vivo di questo ciclo di pubblicazione, incentrato su Nick Cave. Dopo aver trattato No More Shall We Part e Murder Ballads, facciamo qualche passo indietro per ripescare il primo lavoro con i Bad Seeds successivo alla parentesi iniziale con i The Birthday Party.

Inutile spiegare quale sia l’importanza di un disco come From Her To Eternity, sono veramente intenzionato ad evitare il pippone su quanto sia importante un disco blablabla… partiamo dal presupposto che ogni disco trattato in questa pagina ha una determinata rilevanza oggettiva e/o soggettiva, per le carriere degli artisti per le emozioni che hanno trasmesso al pubblico e altri parametri che non sto qui a ripetere.

Su un aspetto in particolare però mi soffermerei, su quanto fondamentale sia stato l’ingresso di Blixa il crucco nelle dinamiche cantautoriali del tossico capellone Cave; di fatto con Blixa, Nick Cave rivolta il suo approccio musicale come un calzino: “Bè, credo che non stavamo più calciando la gente sui denti [fa riferimento all’aggressività dei The Birthday Party ndr]. Voglio dire, è semplicemente cambiato il resto. Volevo essere più orientato ai testi e acquisire Blixa Bargeld dagli Einsturzende Neubauten nel gruppo ha fatto un’incredibile differenza. È un chitarrista estremamente capace di creare atmosfera e ciò ha dato modo di avere il mio spazio.”

Bad Seeds nascono dal rigurgito dei The Birthday Party, Cave e Mick Harvey iniziano il nuovo progetto e vengono raggiunti dal già citato Bargeld, Barry Adamson al basso e Hugo Race alla chitarra. Questa è la prima formazione de facto dei Bad Seeds, che come sapete tutti ha una formazione talmente tanto liquida da sembrare più un bordello che una band… il nome viene preso dall’ultimo EP dei Birthday Party, dopo aver utilizzato per qualche tempo il nomignolo The Caveman.

Le atmosfere in From Her To Eternity sono cupe, sporche, quasi tribali e grevi, figlie del circuito underground anni ‘80, quello che si contrappone in maniera netta e decisa ai sintetizzatori e alle pallette, alle estremizzazioni del glam anni ‘70. Non c’è la violenza dei The Birthday Party, Nick Cave compie un passo in avanti non indifferente in un percorso che lo porta ai giorni nostri, permeato da storie che definire sintetiche e allegre sarebbe tutt’altro che corretto. Ascoltare Nick Cave in questo periodo è come ascoltare il monologo dell’ubriaco al pub su quanto sia fottuto il mondo e le sue barbare declinazioni morali, tu lo ascolti e sai che in fondo un po’ di verità c’è, fin quando non ti chiede se gli paghi il conto e li scarichi il rosario di peccati che mannaggialama*$#@!”.

Perciò addentriamoci nel disco, per farlo in questo caso, il modo migliore è partire proprio dall’inizio, da Avalanche presa in prestito da Leonard Cohen e caricata di una intensità drammatica – rafforzata dalle imperfezioni vocali di Cave – ogni verso viene scandito con una attenzione maniacale (a differenza dell’originale nel quale Cohen sembra quasi far scivolare il testo su un letto di arpeggi) e accompagnato da una progressione ai tamburi da matti. Il legame – in termini di songwriting – tra Cohen e Cave è estremamente saldo, ed iniziare il nuovo corso della propria carriera con una canzone di Lenny è senza dubbio di buon auspicio.

Che dire poi dei singhiozzi sguagliati e del piano che aprono Cabin Fever? Poesia pura che Cave ci lancia con una violenza inaudita, come fosse in astinenza, senza il tempo di riflettere sulle parole, quasi in trans si è trascinati barcollando vorticosamente in un limbo di follia tra il chiasso stordito da pub. Nel caos possiamo cogliere il tocco di Bargeld, che si trascina dietro l’esperienza di Zeichnungen des Patienten O. T. ed introduce uno dei temi musicali più applicati dai Bad Seeds nella prima parte di carriera, quei canti marinareschi (nel gergo specifico chanty) – della tradizione marinara americana e britannica – che troviamo esplicitamente in Well Of Misery e più tardi anche in The Weeping Song, per esempio.

Un altro dei canoni della discografia di Cave coi Bad Seeds prende vita in questo disco: la murder ballad di Saint Huck (oltre che manifestare la fissa per i serpenti), racconta le ultime ore di vita del povero Huck, giunto nella tentacolare e tetra città colma di vizi e meschinità (non vi ricorda un minimo le atmosfere cantate da Tom Waits?). Un modo di interpretare la canzone differente rispetto a chi lo ha preceduto.

La bellezza di From Her To Eternity è il fascino senza tempo di un disco che sembra raccontare storie del 1800 nonostante ci siano riferimenti – seppur sparuti – alla società moderna, Cave diventa un narratore di storie, un Omero del XX secolo, più di un Dylan che rasenta la cronaca .

Nick è un racconta storie, un romanziere che pur di non tralasciare un dettaglio allunga la canzone finché non riesce a trasmettere l’idea che ha in mente, con un’emotività ed intensità rara. Ed è quello che succede anche nello stupendo brano di chiusura A Box For Black Paul, una malinconica ballata che – considerato come termina – possiamo annoverare tra le murder, nel quale l’ascoltatore viene rapito dal modo di cantare imperfetto e personale di Cave, trascinato per tutta la durata del brano, senza troppo dar conto alla durata del delirio del tossico.

Mark Lanegan – Whiskey For The Holy Ghost

Mark Lanegan - Whiskey For The Holy Ghost

Continua il nostro fantastico viaggio nel tempo alla ricerca degli album che ti danno botte di morale à gogo. 

Vi prometto che al termine del suddetto ciclo di pubblicazioni – previsto per il 28 di Dicembre – potrete comporre la vostra perfetta compilation: struggente; per cuori solitari e finto-intellettuale. 

Dopo aver scaldato un po’ le dita scrivendo qualche cazzata, sono pronto a concentrarmi sul secondo disco solista di Mark. Gli Screaming Trees vengono alternati alla carriera solista, The Winding Sheet ha raccolto consensi e la nuova fase della carriera di Will Ferrell è cominciata; si percepisce un clima diverso nel disco, il grunge ha toccato l’apice così come il deterioramento di alcuni dei principali interpreti.  

La voce di Lanegan rispetto al disco d’esordio risulta più matura – stanca – come se fosse sempre sotto sforzo e alcolizzata, a tratti appare come una goffa imitazione di Tom Waits. “Here come the Devil, prowlin’ round/ One whiskey for every ghost/ And I’m sorry for what I’ve done/ Lord, it’s me who knows what it cost.” questa parte estratta da Borracho, ha molto di autobiografico, una condanna al bere per ogni rimpianto che accompagna la propria esistenza, dove il Diavolo è il lato oscuro che lo affligge e i fantasmi sono i rimorsi che non accennano a sparire. Ma ci sono altri casi di “autoflagellazione” nel disco, come quando fugge via da “una ragazza troppo brava per essere reale” in Sunrise, o alla maledizione di “passare una vita intera a pensare a te” struggendosi nello splendido brano d’apertura The River Rise. 

Mike Endino – che ne cura ancora la produzione e lo aiuta nella stesura dei brani – ricorda “Guardando indietro, non sono sicuro che fosse pulito durante le registrazioni del secondo album, questo di sicuro ha contribuito ad alimentare la mancanza di fiducia in sé stesso in quel periodo”, le sessioni portano via tre anni nei quali gli alti e i bassi di Lanegan si sono alternati vertiginosamente, un percorso tumultuoso tanto da creare problemi anche durante il tour di Whiskey.  

Al disco non partecipano CobainNovoselic, ma J. Mascis, Dan Peters dei Mudhoney, senza dimenticare Pickerel ex batterista degli Screaming Trees, come a dire il corollario è sempre di gran livello e di qualità per consentire la riuscita del disco, ricorda in piccolo quanto fatto per Syd Barrett in The Madcap Laughs, anche se Lanegan versa in situazione di coscienza seppur alterata da droghe e alcool.  

Lo si sente dalla struttura delle canzoni – estremamente reiterate in alcuni passaggi – quasi come se si incantasse su un punto in una sorta di autismo; la condizione mentale ad un certo punto è quasi compromessa tanto che Endino riesce a fermare Mark mentre cerca di buttare nel fiume il master con le registrazioni del disco… non doveva proprio star bene, eh già. In sé Whiskey For The Holy Ghost sicuramente non passa alla storia per gli arrangiamenti o la struttura musicale, quanto per l’attitudine di Lanegan al canto e alla scrittura (nella quale fa un salto in avanti non indifferente rispetto al precedente lavoro), creando un percorso musicale coerente, di rara potenza nonostante sia volutamente lento e stordito. Ricorda molto in questo Townes Van Zandt (sia nell’alcolismo che nello stile), senza la proverbiale freddezza che permeava la maggior parte della produzione del cantautore texano. 

Lo si percepisce chiaramente nella traccia di chiusura, la stupenda Beggar’s Blues, una dilatazione musicale quasi esagerata, tanto da rendersene conto e sentirlo dire “That’s All” concludendo la sua parte mentre la musica si spegne dopo di lui, quasi come se lo seguisse fuori dallo studio di registrazione. 

Tom Waits – Rain Dogs

Tom Waits - Rain Dogs

Per quanto quell’uomo nella copertina di Rain Dogs sia maledettamente somigliante a Tom Waits – e lo abbia spesso pensato – non è lui. La foto è stata scattata da Anders Petersen negli anni ‘60 e ritrae Rose e Lilly.

Una somiglianza che trae in inganno, come quella che si ha ascoltando Rain Dogs, potrebbe apparire come una copia di Swordfishtrombones l’effetto sorpresa è svanito, ma si dimostra una perfetta prosecuzione, il secondo capitolo di depressione urbana, di storie dal mondo, solchi sul viso, dolcezza e sguaiatezza. Sembra di trovarsi in un carosello talvolta, mentre in altre perso nelle città notturne. Per quanto a parole possa apparire come un qualcosa di terribile, dal disco non traspare niente di drammatico né traumatico.

Rain Dogs si apre con Singapore, come a voler riprendere il viaggio terminato in Swordfishtrombones, l’idea di Waits è di “avere una mentalità a vicoletti, pronta a variare ma sempre con una accuratezza orchestrale”, come a dire voglio un caos ordinato. Per questo motivo Tommasino viene definito dai musicisti presenti alle sessioni di Rain Dogs come un jazzbo [jazz enthusiast ndr], disposto ad uscire fuori dagli schemi e mischiare elementi discordanti con melodie piacevoli. Non è inusuale l’utilizzo di vecchi brani ri-arrangiati sui quali Waits inserisce i propri testi, come con Clap Hands, che trae spunto da una canzone pop di Shirley Ellis (alla Little Eva per intenderci) e la trasforma in chiave jazz, oscurandola e scorporandola di fatto.

Cemetery Polka e Jockey Full of Bourbon continuano sul solco tracciato dal precedente disco, attenzione fondamentale alle percussioni e sonorità ricercate, a tal proposito Waits si dimostra scettico sui suoni campionati preferendo di gran lunga la ricerca diretta di un particolare effetto “Se voglio un suono, solitamente lo inseguo, lo uccido, lo scuoio e lo cucino. Cose che puoi fare con un bottone oggi. Perciò quando cercavo un certo tiro di batteria, il mio ingegnere mi dice ‘Oh per l’amor del cielo, perché sprechi il tuo tempo? Diamo un colpetto con un bastoncino a questa tazza, lo campioniamo e lo miglioriamo al mix, non ti preoccupare.’ Gli ho risposto ‘No, preferisco andare al bagno e colpire la porta con una staffa di legno di un metro [two-by-four dimensione standard delle assi di legno ndr]'”.

In generale la sensazione è che come in Swordfishtrombones ci siano due dischi distinti in uno, e l’aspetto curioso è che Rain Dogs e il suo predecessore hanno tante canzoni comuni tante quante sono le differenze all’interno dei rispettivi dischi.

Rain Dogs è stato scritto – nel giro di due mesi nell’autunno del 1984 – a Lower Manhattan “tra Canal Street e la Quattordicesima, a due passi dal fiume…. era un buon posto per me per lavorare. Estremamente tranquillo, fatta eccezione per l’acqua che veniva giù dai tubi ogni due secondi. Era come trovarsi in una camera blindata”. È un disco profondamente newyorkese e risente della scrittura in un’area come quella di Manhattan, la malinconia, l’ansia e il senso di sacrificio che sentiamo sovente nel disco (come ad esempio in Blind Love e Time) sono la conseguenza del trasferimento nella grande mela da parte di Tom e sua moglie Kathleen, un cambio non semplice per loro.

Per questo con Rain Dogs, Tom Waits ha voluto metaforizzare lo stato di smarrimento dell’essere umano, delle persone che nel dolore non hanno il senso dell’orientamento. Persone che dormono sull’uscio, di quelle che non hanno un posto fisico in cui stare, o peggio ancora un posto destinato a loro all’interno della società.

“Mi piace la pioggia. La uso parecchio come immagine perché mi sembra appropriata… mi piace cosa fa alle persone. È un’emergenza! Non riescono a controllarla e a tranquillizzarsi.”

La pioggia, lo smarrimento, la necessità di reagire alle avversità, lo spirito operaio, sono tutti gli elementi che conducono ad una serie di canzoni profondamente springsteeniane, se non ve ne foste accorti Rain Dogs a tratti sembra il terzo disco di The River: Downtown TrainHangdown Your Head (scritta a quattro mani con la moglie) e Union Square. Impossibile non notare anche alcuni spunti da Neil Young come in Blind Love, la seconda parte del disco sembra voler affacciarsi ammiccando a due colonne cantautorali dell’America del Nord, con una chiusura alla Tom Waits, come a voler dire “Hey ci sono anche io, mi riconoscete?” con Anywhere I Lay My Head. La consacrazione definitiva avviene proprio con questo disco.

Prima di chiudere come non nominare il cameo di Keith Richards in Rain Dogs? Presente con la sua chitarra in Blind Love, Union Square e Big Black Mariah “presi un paio di canzoni che volevo capisse e lo ha fatto. Ha una grande voce e ha portato un grande spirito in studio. È veramente spontaneo, è come un animale. Stavo cercando di spiegargli Big Black Mariah fin quando non ho cominciato a muovermi in un certo modo e lui ‘Oh, perché non ti sei mosso così sin dall’inizio? Adesso so di cosa stai parlando!’ Ha un istinto animale”.

Tom Waits – Swordfishtrombones

Tom Waits - Swordfishtrombones

Swordfishtrombones è un album veramente importante, non solo per la carriera di Tom Waits, ma per la mia esistenza e per il mio personale gusto musicale. C’è un prima e un dopo Swordfishtrombones, una pietra miliare che mi ha consentito di andare verso un’idea musicale più articolata, meno rigida degli standard popolari, fluida e contaminata.

In un certo senso anche per Tom Waits ha rappresentato uno spartiacque non indifferente, alzando il tiro e mostrando al mondo intero di non essere semplicemente l’interprete di ballate ubriache e malinconiche. Swordfishtrombones lo erge alla stregua di un poeta beat, capace di raccontare quella società e tipicità americana sotto gli occhi di tutti: il derelikt per intenderci. Questa formula ispirerà tanti dischi e tanti musicisti, perché ha tanta di quella carne al fuoco – cotta bene – che è impossibile non prenderlo ad esempio.  

Tom Waits scrive la colonna sonora di un album notturno, con atmosfere dettate da ritmi sincopati, chitarre a singhiozzo, sussurri, grida e lamenti sguaiati, marimba, campanelli, sintetizzatori, conga e ogni tipologia possibile immaginabile di percussioni suonate dal compianto Victor Feldman. 

Il disco si apre con una rivisitazione mentale di una marcia russa, composta da “una comunità di nani mutanti, con migliaia di scarponi che camminano contemporaneamente sopra una superficie di legno. Un coro di uomini che cantano, come su ‘Dr. Zhivago'”.  Questa è l’idea di Tom Waits sviluppata in Underground, un brano, che prima di questa visione, era stato pensato per essere la colonna sonora della nightlife newyorkese, quella dei vicoli fumanti e dei barboni che vivono tra mille difficoltà nei pressi dei binari della metro… una sorta di viaggio al centro della terra. 

Da una metropoli all’altra, con Shore Leave che tenta di traslare un classico pattern blues in salsa orientale, nel tentativo di adattarlo alle strade umide e claustrofobiche di Hong Kong nel quale il protagonista della canzone vaga sovrappensiero pensando alla moglie che tanto gli manca. Un clima, in qualche, modo tetro che viene proseguito in Dave The Butcher con uno strumentale da mattatoio horror 

Con Johnsburg, Illinois si torna al romanticismo del Waits che meglio conosciamo, con la dedica al luogo che ha dato i natali a sua moglie  “ho provato a dire tutto quello che avevo da dire in un verso. Ci sono delle volte in cui lavori ad una canzone ripetendo nel secondo verso ciò che hai detto nel primo. Perciò ho pensato fosse più appropriato se si descrivesse la sensazione che un marinaio proverebbe in un café ovunque, aprendo il portafoglio e mostrando accidentalmente al tizio vicino la foto mentre sta parlando di altro, dicendo ‘Oh sì, è lei’, e poi chiude il portafoglio e lo ripone nella tasca.[…] ho cercato di riagganciarmi al concetto che ho cantato in Shore Leave.

È un disco che evidenzia la mancanza, l’essere persi nel mondo o semplicemente nel fondo di un bicchiere, come in Town With No Cheer “Questa non è una canzone d’amore. È una canzone su un tizio che non riesce a rimediare un drink!”, in risposta alla moglie che pensava fosse una canzone d’amore su una vecchia fiamma del nostro Tommaso Aspetta. In questo caso si è catapultati in un altro continente (in Australia per la precisione) in una miserabile città che ha deciso di chiudere l’unico bar presente, perciò quando Tom ha letto la notizia, non ha trovato di meglio da fare che scrivere una canzone sul misfatto. Fortuna che a chiudere il lato A ci sia un vero e proprio inno alle piccole cose, come In The Neighbourhood, quasi a ristabilire la normalità che la miserabile cittadina australiana ci aveva tolto. 

Il lato B comincia con un Tom Waits all’harmonium in Just Another Sucker On The Vine che fa un dolce tributo a Nino Rota con il secondo strumentale del disco “Ho provato a dipingere due fratelli italiani, in un piccolo circo, al trapezio. Uno di loro con una bottiglia di Ten High. Lanciandosi insulti in aria ogni volta che le loro traiettorie si incontrano”.  

La malinconia ritorna a dominare la scena con il confessionale da bar di Frank’s Wild Years, nel quale il protagonista è intento a spiegare – nel pieno rispetto della filosofia da quarto bicchiere – come siano le piccole cose della vita ad indurti alla pazzia, al contrario di quanto si pensi. Il morale si alza nel ritmo da club de l’Havana tirato su a dovere per Swordfishtrombones, una title track capace di mantenere le caratteristiche peculiari dei brani precedenti, descrivendoci il protagonista come un qualcuno “venuto dalla guerra con un’idea di party nella testa”. 

È un circolo vizioso quello descritto nel disco, non si può definire né il ciclo dei perdenti, nemmeno degli sconfitti; può essere identificato però come il ciclo della normalità, delle persone con i pensieri, quelle schiacciate dai fardelli quotidiani. Ognuno ha la propria storia affascinante alle spalle, ma nessuno è troppo interessante per essere definito speciale. In un alternarsi continuo di brani ritmati (come nel caso di Down, Down, Down e Gin Soaked Boy) e ballate (Soldier’s Thing) sino alla tenera conclusione di Rainbirds uno strumentale al piano che va a sancire la fine del ciclo di avventure dei nostri protagonisti, l’alba del nuovo giorno con gli uccelli che cantano e che portano il nostro ad una nuova avventura. 

Dave Van Ronk – Inside Van Ronk

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Quest’oggi parleremo dell’icona del Greenwich Village, tanto eminente da essere soprannominato sindaco della MacDougal. Ha ispirato il film dei fratelli Cohen Inside Llewyn Davis pur non rappresentando il nostro caro Dave – non solo dal punto di vista fisico (Van Ronk era un manzetto) – ma offrendo al compianto cantautore una nuova celebrità, forse maggiore rispetto a quanta ne avesse avuta nel periodo d’oro della sua carriera.

Inside Dave Van Ronk è stato registrato nel 1962 assieme a Dave Van Ronk Folksinger ma, a differenza di quest’ultimo, edito due anni dopo e contenente tutti brani tradizionali. Risulta – in parte – il sunto della carriera dello stesso Van Ronk: un abile interprete di brani tipici della tradizione, in uno stile che si fonde tra il folk ed il blues con una voce roca e vibrante senza tempo, che in House Carpenter somiglia a Mark Lanegan tanto quanto in I Buyed Me A Little Dog ricorda Nick Drake.

Dave Van Ronk ha introdotto il folk moderno e ispirato Tom Waits (che probabilmente si è rifatto al suo modo di cantare) e Bob Dylan (i due erano grandi amici), arrangiando i classici statunitensi in chiave moderna; già, perché nonostante siano passati più di 50 anni, molti dei brani di questo disco suonano cristallini e pienamente in linea con quanto ci propongono cantautori intimi contemporanei.

Dylan lo ricorda con queste parole “era passionale e pungente […] cantava come se dovesse saldare il conto con la fortuna e suonava come se avesse pagato il prezzo… amavo il suo stile”. Lo amava talmente tanto da fargli la posta davanti la porta di casa pur di parlare con lui davanti ad una tazza di tè durante gli inizi della propria carriera. Van Ronk era un omone burbero ma anche molto felice di poter scambiare parole e condividere le proprie idee musicali con chi gliele chiedesse.

Non voglio tanto scrivere dei brani contenuti in questo album – reinterpretati con gli arrangiamenti di Van Ronk (come Silver Dagger e House Carpenter) da quasi tutti i principali folksinger della scena newyorchese e no -, il mio intento è rendervi partecipi della presenza nella storia della musica, e più nello specifico in quella del Greenwich Village di Dave Van Ronk.

Seppur con pochi anni più di Joan Baez, riusciva tra gli anni ‘50 e inizio ‘60 ad apparire come stella polare e chioccia dei principali artisti del Greenwich, la cantautrice ce lo ricorda con queste parole “era già un mito, aveva dei denti terribili ma anche una delle tonalità più incredibili che avessi mai sentito, dolci note in mezzo ad altre ringhiate. Ho conosciuto centinaia di persone che cantavano il blues, ma tanti non erano in grado di farlo così bene. Era l’artista più in grado di avvicinarsi a Leadbelly che abbia mai visto.”

Morphine – Good

Morphine - Good

Dududu du dududu du dududu du

Papa pa papa pa papa pa pa papa

You’re good- good- good

Penso ai Morphine, a quel giro di basso che arriva dritto allo stomaco, al sax capace di martellare come il volo di un calabrone, al lirismo e al confine tra musica borghese e accessibile. Non posso esimermi dai soliti paragoni, per quanto continuamente Sandman venga posto alla stregua di Tom Waits e Nick Cave esso si esprime con una identità più naturale e genuina, meno teatrale, diretta.

Non è un caso che sia stata una delle band di riferimento degli anni ’90, capace di insinuare nel panorama musicale elementi tipici del jazz e blues con quelli che erano gli strascichi degli anni ’80 basati su new wave e depressione cronica.

Pronti, via, Sandman piazza già la hit di apertura con la title track, il basso a due corde vibra senza sosta, un crescendo che fa vibrare ogni cellula, ed una voce tanto cupa quanto densa. Tutto quanto si sposa da dio con il sax di Dana Colley che entra sempre in punta di piedi intrecciandosi e vestendo i giri di basso con naturalezza. Ne nasce un sound torbido, contraddistinto dalla voce baritona di Sandman, che a tal proposito ha dichiarato:  “ Siamo persone baritone e l’effetto cumulativo di tutti questi strumenti genera un sound decisamente grave, ma si riesce comunque a distinguere cosa accade tra gli strumenti. Scatena sul corpo una serie di vibrazioni che piacciono tanto a molte persone”.

Quello che si trova dentro questo album è un tesoro di cui ognuno ha il diritto di usufruire. La suggestione scatenata da Good è quella di trovarsi in un film noir senza tempo, in un pub con il bancone in legno ed una nebbia da fumo degna della Londra autunnale. C’è una rincorsa continua all’amore, l’unicità, le incomprensioni, dichiarazioni surreali, fughe, la capacità di essere parte e di specchiarsi in tutto ciò.

Se dovessi cercare di tracciare una linea dritta per definire quest’album sceglierei questo trittico di canzoni: GoodYou Speak My LanguageI Know You (part II).

“Something tells me you can read my mind” “Everywhere I go no one understand me, but you speak my language” “Cause you’re just like me and I know you”, sono delle dichiarazioni d’amore esplicite e romantiche che dimostrano quanto questo sia il tema principale dell’album, l’aver trovato qualcuna con cui condividere tutto, senza però apparire melenso o fuori fuoco.

I Morphine, al contrario di quanto si possa pensare, devono il loro nome non alla morfina, quanto a Morfeo, il dio del sonno:

“Ho saputo che c’è una droga che si chiama morfina (morphine), ma non veniamo da lì… noi stavamo dormendo, Morfeo è apparso nei nostri sogni… così ci siamo svegliati e abbiamo cominciato la band… eravamo così avvolti dal messaggio apparso in sogno, che siamo stati costretti a fondare la band.”

Mark Sandman ricalca l’archetipo del bluesman che viene sopraffatto dagli eventi della vita, elevando la sua condizione d’artista ad uno stato di grazia che lo guidano ad una immedesimazione completa in ciò che scrive. La morte prematura di due suoi fratelli e un accoltellamento al petto hanno inciso in maniera probante sulla sua vita, andando a gravare successivamente sulla sua ipertensione arteriosa… ma questa – purtroppo – è un’altra storia.