Emma Tricca – Relic

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Relic è l’inaspettato, fuori dal tempo, fuori dai canoni musicali di oggi. È una ricerca ed una ispirazione senza plagio. È come se fosse il pezzo mancante di un puzzle che va a colmare un vuoto, rimasto lì troppo a lungo. Relic è il disco consigliato di questo mese.

C’è Vashti Bunyan per l’atmosfera cullante, un po’ di Judee Sill nell’essere riflessiva, Buffy Sainte-Marie nella sacralità e nel vibrato della voce, l’intimità di Joni Mitchell, per non parlare di Linda Perhacs e delle sua capacità di plasmare la dimensione sonora circostante senza alcuno sforzo. L’omogeneità che si raggiunge in questo è qualcosa che rende Relic unico, l’anello di congiunzione tra Laurel Canyon e il Village. Ma la qualità più grande di Emma Tricca è quella di attingere a pieno non solo dal gotha delle cantautrici, ascoltandola sembra di sentire un’artista cresciuta con Leonard Cohen e vissuta con Bob Dylan.

Non è un album dove si scimmiotta qualcuno o qualcosa, Relic da la voce ad un’epoca musicale riuscendo a condensarla in 34 minuti. Suona tutto così estremamente moderno e antico, come se la voce gracchiasse dal grammofono ma risultasse nitida, il paradosso che si prova nell’ascoltarlo è frutto di sensazioni così distanti che sembra tutto così naturale ed armonioso.

Sunday Reverie è la versione 2.0 di Sunday Morning, soffusa, intima e rilassante, una sonorità a tratti timida che strizza l’occhio al capostipite dei Velvet Underground (senza però quell’idea di paranoia che permea la canzone di Reed e compagni) resa angelica dai cori gospel nell’intro, dal gorgheggio della Tricca che mostra a tutti quanto ha studiato lo stile delle cantautrici anni ’60 (una su tutte Joan Baez).

Mi piace sottolineare la poliedricità dei brani presenti in questo album; non è semplice mantenere alta la concentrazione dell’ascoltatore per tutta la durata del disco, il fingerpiking che costruisce le strutture armoniche risulta delizioso e mai ripetitivo, le sonorità sono dilatate, la chitarra elettrica di accompagnamento fa un sapiente uso di feedback e una controparte ritmica che bilancia completamente i brani.

La versatilità di Emma Tricca alla voce è notevole, tant’è che a tratti ci si sorprende di come possa variare l’interpretazione da un brano all’altro, come inoltre con questa impostazione riesca a dare una identità ben precisa e arricchire di sfumature delicate tutte le sue creazioni.

Jackson Browne – Late For The Sky

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È troppo tardi per il cielo?

“È sul momento nel quale realizzi che qualcosa è cambiato, è finito, e tu sei in ritardo per qualsiasi cosa venga dopo”

Quindi, è troppo tardi per capire Late For The Sky? Forse no… andando in controtendenza con quanto detto da Browne, a mio avviso non tutti i dischi possono essere capiti al volo, magari li si ascolta nel periodo sbagliato o in maniera distratta, ma tante volte per capire un capolavoro c’è da studiarlo un po’, mettercisi di buzzo buono e così lo si comincia ad apprezzare in tutte quelle sfumature che prima non si percepivano.

Jackson Browne rientra nella schiera dei cantautori “colti” – come James Taylor – capaci di rappresentare il sound morbido della West Coast, quello di Crosby e di Young per intenderci. Late For The Sky è la consacrazione di Browne che giunge facilmente al terzo lavoro in studio al contrario di quanto si possa credere “è stato realizzato nel giro di un mese. Sono tornato nella casa che mio nonno costruì quando mio padre era pressoché adolescente. Ero da poco padre e mi sarebbe piaciuto vedere mio figlio giocare in questa casa per ricordare il quell’età ed il tempo con mio padre. Ho scritto queste canzoni, sedendo nella piccola cappella che mio nonno costruì in questa casa, con un organo all’interno. C’era una sorta di continuità, sono cresciuto qui, me ne sono andato per poi tornare e crescere la mia famiglia”.

Quello che è stato, spinge al pensiero di quel che sarà e di quel che vuol essere evitato, tra rimpianti, ricordi e gioie; Fountain of Sorrow sembra sia ispirata alla breve relazione di Browne con Joni Mitchell (sì c’è arrivato pure lui), una canzone che vive sul crinale tra realtà e fantasia, nella tristezza e nelle insidie che giacciono dietro di una storia d’amore. Questo brano è stato reinterpretato da Joan Baez per il suo album Diamond & Rust, così come il brano a chiusura di Late For The Sky, Before The Deluge, usato come inno dai baciabalene polliciverdi e che Browne scrive per raccontare il malessere post Woodstock vissuto dalla gran parte dei musicisti che hanno vissuto quel momento. Before The Deluge, è una profezia biblica a tratti apocalittica con cori eucaristici:

E quando la sabbia fu portata via ed il tempo venne,

Nell’alba nuda solo in pochi sopravvissuti,

E nel tentativo di comprendere una cosa così semplice e grande,

credettero di essere destinati a vivere

Dopo il diluvio

I significati nascosti in Late For The Sky sono dicotomici e contrastanti, si parla di amore, di tristezza, della fine e dell’inizio, della strada e del cielo, realtà e fantasia, in un disco che racconta i primi 25 anni di Jackson Browne con una umanità totale, un’abilità nella scrittura elevata. Inoltre, grazie anche alla collaborazione del grande David Lindley dei Kaleidoscope, Late For The Sky assume una dimensione confortevole, con sonorità morbide e a tratti sincopate (in pieno stile contraddittorio) presente nel disco.

“Avevo una frase in mente, Late For The Sky, e ho scritto un’intera canzone per poter poi dire questa frase alla fine”, e dare poi il nome all’album. Per la cover si è ispirato al dipinto L’Impero delle Luci di Magritte, riuscendo ad imprimere su fotografia l’immagine che meglio rappresenta un disco capolavoro.

Leonard Cohen – Songs Of Leonard Cohen

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Ricordo l’America del Rock (la stupenda raccolta edita da La Repubblica nel 1993 con selezione di Assante, Castaldo, Zucconi, Pellicciotti, Bertoncelli, Placido e tanti altri), il cd 3 che risuona nello stereo: Il Rock Riscopre il Folk. C’è un piccolo cortocircuito in questa raccolta, perché Leonard Cohen è canadese (così come Joni Mitchell) ma c’è lo stesso in quel popò di scaletta. Lo credo bene, come fai a tirarlo fuori da li?

C’è Suzanne, quella stessa Suzanne magistralmente reinterpretata da De André, quella stessa Suzanne cantata da Judy Collins, che aprì definitivamente le porte del mondo della musica a Cohen, finora conosciuto più per le sue poesie che per le canzoni. Cohen era convinto di poter sfondare a Nashville, ma il destino lo dirotterà a New York, in quel focolare artistico chiamato Greenwich Village.

Il primo disco di Leonard Cohen sarà anche quello che la gente ricorderà di più, un successo maturato alla lunga, valutato come merita solo nel corso degli anni, forse perché pubblicato nel pieno periodo della musica politicizzata e del movimento hippy, fatto sta che gli apprezzamenti sono arrivati prima dall’Europa che dagli Stati Uniti (un po’ come avvenne per Jimi Hendrix).

Tornando al brano di apertura del disco, Suzanne, è stata scritta da Cohen nel giro di alcuni mesi, come rivelato da lui stesso: “La stesura di Suzanne, così come per tutte le mie canzoni, ha richiesto molto tempo. Ho scritto la maggiorparte di essa a Montreal – veramente tutta quanta a Montreal – nello spazio, forse, di quattro-cinque mesi. Avevo molti, molti versi. Tante volte i versi andavano per la tangente, avevi dei versi molto rispettabili, ma che conducevano lontano dal sentimento originale della canzone. Quindi, è necessario tornare indietro. È un processo veramente doloroso, in quanto c’è da buttar via un sacco di buon materiale”.

Suzanne Verdall si nasconde dietro la canzone, una vera e propria musa ispiratrice per i poeti beat, sposata all’epoca con lo scultore Armand Vaillancourt. Suzanne viveva in riva al fiume St. Lawrence insieme alla propria figlia, Leonard Cohen andava a trovarla spesso e bevevano del te e mangiavano mandarini “and she feeds you tea and oranges that come all the way from China“. Cohen descrive dei momenti passati insieme e idealizza questa relazione platonica… sarebbe bello dilungarsi ulteriormente su questa canzone e sull’analisi del testo ma dovrei anche raccontare un minimo dei restanti brani.

Come ad esempio, Master Song, la mia preferita “Mi piace cantare una canzone chiamata ‘Master Song‘ è sulla trinità. Ditelo agli studenti: è su tre persone.”, le tre persone sono l’io il tu e lei, parla del rapporto tra padrone e schiavo e di come si evolve sino all’invertimento delle parti. Una canzone che assume una forza considerevole grazie anche all’arpeggio ossessivo, in uno stile che ritroviamo sovente nel resto del disco. La canzone è stata scritta su di una panchina di pietra tra la Burnside e Guy Street, mentre uno dei suoi brani più famosi, So Long Marianne viene composta a cavallo tra due hotel, il Penn Terminal ed il ben più famoso Chelsea.

So Long Marianne è stata scritta in onore di Marianne Jensen, incontrata da Cohen in Grecia dopo che lei si è da poco separata dal marito. Si stabilisce una forte relazione tra i due, Marianne è una vera e inesauribile fonte di ispirazione, tant’è che Cohen offre ospitalità a Montreal a lei e al suo figlio, le dedica anche la sua raccolta di poesie Fiori per Hitler.

Toccante è il commiato tra i due, quando Cohen ha saputo della malattia della Jensen, le ha scritto “So che sei così vicina a me, tanto vicina che se allunghi la mano, penso che possa raggiungere la mia… arrivederci amica mia. Amore infinito, ci vediamo alla fine della strada.”

Si salta di palo in frasca, è un disco che dovrebbe essere toccato in ogni suo punto, ma come al solito mi dilungo e lascio tante di quelle cose che ci sarebbe bisogno di un vero e proprio libriccino per spiegare Songs Of Leonard Cohen. La bellezza di quest’album culmina con One Of Us Cannot Be Wrong, con quel coro stonato finale che offre un tocco di spensieratezza ad un disco eterno.

Dimenticavo di scrivere che il gruppo scelto da Cohen per registrare è quello dei Kaleidoscope nelle figure di Crill, Darrow, Feldthouse e Lindley… arriverà anche il momento di parlare di loro.

David Crosby – If I Could Only Remember My Name

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Il bonaccione dal folto baffo e dalla panza consistente ha dato fondo a tutta la sua ispirazione e a tutte le sue conoscenze per creare questo gioiellino generazionale. Sicuramente il titolo dell’album ci porta a riflettere seriamente sull’Alzheimer e sul fatto che uno si può dimenticare come si chiami e non ricordarlo per giorni, o periodi lunghissimi. Sensibile riguardo simili tematiche ed impaurito dalla possibile configurazione di tale scenario, Crosby chiama a sé tanti amichetti importanti – per registrare questo lavoro – affinché gli tengano la mano durante le sessioni e lo rassicurino sulla sua reale identità.

Questo preambolo serve a farvi capire che questo album è tutt’altro che insipido e privo di senso: si va dagli amici e colleghi Nash fottiMitchell e Young, a Joni Mitchell (ex fidanzata anche di Crosby), dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead (Jerry Garcia torna a collaborare con Crosby dopo averlo fatto con i CSNY in Déjà vu).

Come gran parte delle opere classiche, quest’album ottiene giusto riconoscimento dopo molti anni, quando viene compresa la reale dimensione, quando si riesce a misurare la portata dei temi trattati e la sensibilità artistica con la quale sono stati affrontati ed il periodo storico nel quale sono stati cantati. Una investitura inusuale viene dall’Osservatore Romano, che nel 2010 offre ulteriore visibilità a questo grande classico quasi dimenticato dalle nuove generazioni, facendolo rientrare all’interno della top10 degli album pop di tutti i tempi.

If I Could Only Remember My Name riesce nell’intento di descrivere il sound della West-Coast, influenzando molti gruppi a venire e celebrando un funerale hippie che consacra un periodo ormai avviato verso il viale del tramonto (come dimostra la stessa copertina che ci sbatte davanti un tramonto, con sotto lo sguardo languido di cicciopanzo, che ha l’occhietto umido).

Crosby è stata l’anima più fricchinicchi dei CSNY – tanto hippie da commuoversi durante la registrazione di Ohio – ed è quello che più di tutti ha rappresentato fisicamente l’essere fricchinicchi. E’ per tale motivo che questo disco è così sacro ed intimo. Certo… anche un abuso abbastanza corposo di troche ha influito nel sound psichedelicofricchinicchio, ma fortunatamente la presenza dei santi in terra come Jorma Kaukonen e Jerry Garcia (senza contare il resto dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane) hanno sicuramente posto un freno a Crosby, limitandone l’uso delle droghe.

Aldilà di tutto, David Crosby ha il merito di aver creato un palliativo auditivo che concilia i sensi con tutto ciò che ci circonda, consigliarlo è un obbligo morale.

Linda Perhacs – Parallelograms

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Linda è una delle scoperte più piacevoli che potessi fare negli ultimi anni di ascolti, una equilibrista borderline ora un po’ Joni Mitchell e ora un po’ Vashti Bunyan passando però per Grace Slick. Di ognuna ricorda timbrica, composizioni, la carica ed il fascino. Nella lisergia e nel misticismo può essere messa in parallelo(gram) a Pink Floyd barrettiani e al Tim Buckley Lorchiano.

Da molti è stata bollata con troppa fretta come una copia sbagliata di Joni Mitchell, recidendone probabilmente le speranze di una carriera che avrebbe potuto offrire ulteriori spunti musicali. In comune con la sweet Joni ha – oltre all’aver vissuto nel Topanga Canyon – anche il canto da usignolo, una voce da sirena ed una versatilità riscontrabile in Parallelograms.

Questo disco va ad inserirsi all’interno di un disegno più grande, fa parte del mosaico raccontatoci in If I Could Only Remember My Name da David Crosby, divenendo un’opera imprescindibile nello psych-folk, fonte di ispirazioni per le generazioni successive. La vita è stata strana ma generosa con la Perhacs, donandole un intreccio curioso, il suo lavoro da igienista dentale fu interrotto quando le venne offerta da Leonard Rosenman – pluri-premiato compositore – l’occasione di pubblicare le proprie canzoni scritte durante il tempo libero.

Le registrazioni dell’album filarono lisce, Rosenman curò le registrazioni, gli effetti elettronici e gli arrangiamenti assieme alla stessa Linda, ma quando ella ascoltò l’acetato ne fu colpita negativamente, in quanto il prodotto finale era tutt’altro che soddisfacente o in linea con quanto da lei ipotizzato. La Kapp Production fu del tutto scoraggiata dal diffondere l’album, giudicandolo poco fruibile.

Il fallimento nella commercializzazione e la produzione deficitaria dell’album, la ricondusse al suo lavoro originale, sino a che non è stata riscoperta negli ultimi anni da alcuni artisti contemporanei (come Devendra Banhart e Julia Holter), che l’hanno guidata alla registrazione di un nuovo album (praticamente quanto accaduto alla Bunyan). L’ascendente della Perhacs sulla maggioranza della gioventù musicale è palese tanto da farci capire quanto – artisti meno talentuosi – siano in grado di raccogliere i frutti seminati decadi fa da artisti complessivamente più dotati ed ispirati.

E’ inutile che io mi dilunghi sull’intensità ed i significati presenti nel disco, sono veramente molteplici e non sono sicuro vi coinvolgano quanto invece accade con me, ma è giusto ascoltiate quest’album e che lo approfondiate a dovere, perché come tutte le pietre miliari fa parte del patrimonio di tutti e di ciò che ascoltiamo ogni giorno.

Questa è proprio una pillola musicale nel vero senso della parola, e fa parte dell’appuntamento mensile dei dischi poco conosciuti e consigliati da Pillole Musicali 8 bit. L’intento è chiaro, cercare di tediarvi il meno possibile con articoli lunghi cercando di portare alla vostra attenzione un grande disco ed una grande artista.

Japan – Gentlemen Take Polaroids

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Raffinatezza, questa è la parola che riassume i Japan e questo album. Una ripulita all’immagine dopo i parrucconi colorati stile Jem e le Holograms in voga nei dischi precedenti. Si opta per una compostezza assente prima, non c’è New Romance che tenga, la raffinatezza è una dote che non può essere applicata a chiunque, traspare dai testi, dalla musica dal modo di porsi e negli anni ’80 è difficile trovare qualcuno della statura dei Japan.

Simpaticamente la critica elogia il disco presentando uno scenario distopico, nel quale Brian Eno assume il controllo dei Roxy Music al posto di Ferry, il risultato sarebbe stato Gentlemen Take Polaroids. Ci sono i Roxy Music alla base dei Japan, ma trovo di gran lunga meglio Sylvian di Ferry… de gustibus.

Oltre ad essere un grande disco, Gentlemen Take Polaroids viene registrato mischiando sapientemente strumenti classici ai sintetizzatori, senza apparire plasticoso – come tanti album coevi – ed assume una valenza storica importante per via della presenza di Ryūichi Sakamoto come spalla musicale sulla quale David Sylvian si appoggerà. I due instaurano un rapporto duraturo negli anni, collaborando alla stesura di Taking Islands in Africa (un brano che ricorda molto quello che saranno i Talk Talk della prima ora).

Sylvian e Sakamoto si incontrano per la prima volta in Giappone, il tastierista nipponico venne invitato a fare un’intervista ai Japan – all’epoca in tour nel paese del sol levante. Dell’intervista non si ha traccia attualmente ma è servita a creare una connessione tra i due.

In ogni caso Nomen Omen: la presenza di Sakamoto è giustificata – ed in parte alimenta essa stessa – la voglia di Giappone all’interno del disco, una riscoperta ed una fascinazione dell’estremo oriente dimostrata da Bowie in Heroes e dal nome stesso della band, oltre che nel successivo Tin Drum (versante cinese in questo caso). Un approccio che va in un certo senso ad affinare il lavoro svolto dal duo Eno e Bowie mescolando in maniera sapiente la world music e l’elettronica. Questa sintesi musicale è apprezzabile nelle armonie all’apparenza dissonanti e nei ritmi in alcuni casi tribali e marcati, con i bassi del synth che portano alla mente le slappate di Pastorius in Coyote di Joni Mitchell (il riferimento è a Ain’t That Peculiar).

Fatta eccezione per Taking Island in Africa e My New Carrer, le altre canzoni sono già pronte prima di entrare in studio, Sylvian ha una idea ben precisa di come i Japan devono comparire musicalmente e visivamente. Il rigore e la precisione dei brani lascia intendere l’approccio adottato dai Japan in studio “tendo ad essere troppo perfezionista. Voglio tutto accordato, e questo ha creato non pochi problemi con il produttore Punter“.

Nel 2012 David Sylvian ci spiega la deriva dell’uomo moderno e alla domanda “Ma i Gentiluomini se ai tuoi tempi scattavano le polaroid, oggi scattano fotografie hipster al telefono?”, risponde lapidariamente: “No, credo che oggi come oggi prendano solo il Viagra”, lasciandoci intendere che non esistono più gentiluomini e che quelli invecchiati sono costretti ad impasticcarsi per non lasciar crollare lo stucco che copre il loro vero io.

Crosby, Stills, Nash & Young – Déjà Vu

CSNY - Déjà Vu

Alle idee maturate durante la registrazione del primo disco manca qualcosa… quel qualcosa è un chitarrista con una personalità ben definita. Perciò il produttore dei CSN, tale Ertegun, ha in mente un nome preciso che non riesce a far digerire facilmente a Stills: Neil Young.

Il timore di Stills è perlopiù legato all’esperienza naufragata per vari motivi con i Buffalo Springfield; ma Nèllo se ne sbatte, accetta l’incarico e nascono i CSNY. Dallas Taylor, nonostante lo smacco, rimane alla batteria pur senza alcun riconoscimento nel nome della band. Al basso viene reclutato Greg Reeves.

Le sessioni sono state lunghe (Stills parla di 800 ore) e caratterizzate da screzi, soprattutto fra Nèllo e Permastronz Stills. Il primo – filosofo del “buona la prima” – voleva registrare tutto in presa diretta, il secondo – più meticoloso e figlio del perfezionismo – aveva un approccio più dettagliato. Essendo agli antipodi, gli scontri non sono sicuramente mancati ma queste frizioni hanno permesso all’album di raggiungere un livello oggettivamente più alto rispetto al lavoro d’esordio. La chitarra di Neil Young e la sua violenza elettrica ben si adattano alla struttura precostituita ed è il tocco di cui la band aveva bisogno. Inoltre il tutto è impreziosito dalle prestigiose collaborazioni di John Sebastian (ex-leader dei Lovin Spoonful) e da quel grande geniaccio di Jerry Garcia, che per l’occasione ruba la palma del Cicciopanzo a Crosby.

Oltre al grande classico Teach Your Children, Nash regala un’altra perla ai mortali – l’autobiografica Our House – che incornicia la quotidianità del fottiMitchell con la fottiNash in un quadretto musicale semplice e popparolo. Una volta intervistato riguardo l’origine della canzone, il fottiMitchell ne esplica il contenuto e spiega la sua nascita: “[…] una volta varcata quella soglia, tutto scompare [riferito alla casa]. E poi ho cominciato a pensare, Dio, questa è un’incredibile scena domestica, eccoci, Joni Mitchell e Graham fottiJoniMitchell Nash, e io che metto i fiori nel vaso, accendo il camino, e ho pensato [pensa molto Nash], ‘Amo questa donna’, e questo è un momento molto radicato nella nostra relazione e… mi sono seduto al piano e, un’ora dopo Our House era pronta.” Chissà se anche dalla loro casa si affacciava Dallas Taylor? Non lo sapremo mai probabilmente.

Quindi come nel primo lavoro dei CSN, anche qui una canzone viene dedicata ad una amante, e anche in questo caso il 2 di picche è vicino, Nash verrà piantato poco tempo dopo. Questo evento ispirerà poi Only Love Can Break Your Heart di Neil Young presente in After The Gold Rush.
Comunque il ruolo di Joni Mitchell non termina qui, i CSNY prendono in prestito Woodstock dalla cantautrice e le danno una scossa elettrica.

Almost Cut My Hair e la title-track invece ci dimostrano ancora una volta tutta la capacità compositiva di Crosby, che sforna due capolavori di indubbia fattura.

Helpless è una ballata scritta da Young per un disco con i Crazy Horse, ma Stills, Nash e Crosby lo hanno convinto che sarebbe stata meglio in Déjà Vu e che la avrebbero interpretata perfettamente. Tra il dire e il fare c’è però di mezzo un mare, e le difficoltà incontrate per decidere l’arrangiamento sono state molteplici, alla fine i 4 hanno optato per il ritmo compassato che ha contribuito alla presenza di Helpless nelle scalette dei live di Neil Young per molto tempo. Curiosamente, dopo l’ennesimo litigio, Stills nel suo disco solista d’esordio dedicherà a Nello una simpatica canzone dal titolo We Are Not Helpless con consigli su come dovrebbe comportarsi.

Questo disco ha contribuito alla notorietà – ed è stato il propulsore per le vendite dei dischi solisti – dei quattro membri che, hanno goduto di un riflesso commerciale invidiabile (naturalmente questo è stato possibile anche grazie a dei lavori singoli più che discreti).

Joni Mitchell – Blue

Joni Mitchell - Blue

“Am du abedì abedà,

abedì abedà

abedì abedà

abedì abedà”

assodiamo che gli Eiffel 65 sono il trio preferito di Joni, che decide così di tributar loro Blue, uno dei capisaldi del folk-rock, ispirato in toto dai dj sabaudi.

La signorina Mitchell ha deciso di interrompere i tour musicali e la storia col fottiMitchell Nash. Parte per l’Europa, la viaggia, rimane incantata dalla dance di Gabry Ponte & friends, e butta giù per iscritto la maggiorparte di Blue (una delle poche eccezioni è Little Green composta nel 1967). Il riciclaggio di canzoni vecchie sembrerebbe proprio un concetto caro ai musicisti  canadesi.

Little Green ci racconta quanto sia stato difficile per la cantautrice separarsi dalla figlia, data in adozione per via delle precarie condizioni nelle quali versava ad inizio carriera:

“Ero poverissima. Una madre infelice che non riesce a crescere la propria figlia. E’ stato complicato separarsi da lei, ma l’ho dovuta lasciare.”

Un’altra analogia con Neil Young la si nota dall’affermazione precedente, è l’allegria che trasmette e che travolge colui che ascolta le canzoni di Joni, quella voglia di vivere che ti si attacca come un’edera velenosa.

Ma, nello specifico, cosa ha ispirato Joni a scrivere questo nuovo album? Ovvio… il nuovo fottiMitchell. che prende il nome di James Taylor. Questa relazione influenza in maniera decisa il resto di Blue, più dell’Europa e più degli Eiffel 65.

Nash viene mollato nel 1971, giusto il tempo per consolarsi nell’Estate del nuovo anno con Taylor che vince la palma del nuovo fottiMitchell. Ella lo va a trovare sovente sul set del film Strada a doppia corsia, dove Taylor figura come protagonista assieme a Dennis Wilson.

La title-track prende ispirazione dal colore del maglioncino fatto a mano da Joni a James, in molti hanno speculato sul fatto che fosse dedicata al cantautore del Greenwich Movement (e potenziale amante) David Blue, ma la stessa autrice ha smentito categoricamente.

I fatti sono andati così: Joni – per una volta – viene mollata da James Taylor, con lui percepiva una affinità e reciprocità senza eguali perciò venir lasciata in questo modo è stato devastante. Non le resta che rinchiudersi in studio e registrare Blue.

“In quel periodo della mia vita non avevo difese. Mi sentivo come l’incarto di cellophane del pacchetto di sigarette. Mi sentivo come se non avessi segreti nei confronti del mondo e non potessi pretendere di essere forte nella vita. O essere felice. Ma il vantaggio di questo è che nella musica non ci sono comunque difese.”

Insomma, Blue è il manifesto alla vita, alla gioia e alla gaiezza spensierata.

James Taylor ha comunque timbrato il cartellino, anche musicalmente parlando, suonando la chitarra in California, All I Want (dove la Mitchell descrive la dipendenza di Taylor dall’eroina) e A Case Of You. Un’altra collaborazione degna di nota è con Stephen Stills che suona basso e chitarra in Carry (non contemporaneamente eh).

 

 

Joni Mitchell – Ladies Of The Canyon 

Joni Mitchell - Ladies of The Canyon

 

Joni Mitchell è stata una delle cantautrici più originali nonché fonte di ispirazione (e vittima di plagio) per molte donne che hanno tentato di copiare in maniera più o meno sgamata e grossolana i suoi gorgheggi – tipici delle mezzosoprano intente a fare gargarismi sul palco – ed i suoi tòpoi sfrantumacoglioni sul senso della vita e sulla sfiga. Cogliere le nuance presenti nei brani della Mitchell non è così semplice, ma soprattutto non è impresa per tutti (non voglio apparire come un nazivietamusica, ma è così), la sua sensibilità è presenza tangibile dietro le spalle dell’ ascoltatore, che vieneassuefatto dalla voce melodica e a tratti squillante della canadese.

Ladies Of The Canyon, così come Blue, è il perfetto album da far risuonare durante una domenica pomeriggio uggiosa, la tipica folata di vento che ti spinge giù dal cornicione quando sei indeciso se buttarti o meno, un insieme di nenie che incitano all’uso della lametta per recidere vene più della Rettore. Questo album a mio avviso è uno spartiacque nella carriera della Mitchell, in esso riesce a definire la sottile linea tra raffinatezza e rottura di coglioni (che sarà uno strumento utile agli ascoltatori per affrontare Blue… non la canzone degli Eiffell 65). L’attitudine artistica della canadese si palesa non solo nella musica, ma anche nelle arti visive come la pittura e la fotografia (la maggioranza degli artwork relativi alla sua produzione musicale sono frutto della sua mano) riuscendo ad anticipare in maniera netta e sintetica quel che l’uditore troverà nell’album. L’arte è quindi l’intimità esteriorizzata al pubblico in note e colori, una confidenza sempre più profonda mano a mano che Joni andrà avanti con la sua carriera.

Ho pensato che il focus di questo disco dovesse andare su Big Yellow Taxi, una delle prime canzoni “baciabalene pollice verde” della storia. L’ispirazione è arrivata durante il suo primo viaggio alle Hawaii, quando ha chiamato un taxi giallo – col suo fischio collaudato come in formula uno si sentiva gasata – per andare in hotel. La mattina si è svegliata, ha spostato le persiane, ha visto le montagne verdi e – abbassando lo sguardo – un parcheggio.

Tant’è che si è incazzata e il cuore gli ha fatto crash, si è seduta e ha scritto la canzone.

Nel testo è presente un riferimento al parcheggio sopracitato con un verso riguardante la cementificazione dell’isola, l’indole ecologista si nota ancora di più nella strofa rivolta al giardino botanico di Honolulu, denigrato dalla Mitchell: “Ma come?! Avete tolto tutti gli alberi e li avete messi in un museo di alberi, dove fate pagare l’ingresso per vedere gli alberi?” (traduzione quasi fedele).

Oltre Big Yellow Taxi, c’è da ricordare la presenza di Woodstock canzone successivamente ri-arrangiata da CSNY. La storiella che c’è dietro è simpatica, Joni invitata al festival di Woodstock non riesce a partecipare (considerato il traffico per raggiungere La Mecca del rock, il produttore le consiglia di non andare, onde evitare di perdere il giorno dopo il Dick Cavett Show), e rosica come non mai per l’occasione persa. Per rimediare scrive Woodstock. A parere di Crosby, nonostante la mancanza della Mitchell all’evento, ella è stata in grado di catturare le sensazioni e lo spirito del festival meglio di chiunque altro fosse presente.

Tom Waits – Closing Time

Tom Waits - Closing Time

Tommaso Aspetta il tempo di chiusura. Che ridere! CLAP CLAP CLAP

Con questa freddura inauguro una pagina alla quale tengo molto, Closing Time con quelle atmosfere da piano bar alla Tappeto Volante è un album riflessivo che sostituisce più che degnamente la voce di Tom Waits a quella di Luciano Rispoli. Un Tom Waits privo del timbro – che lo ha reso famoso – da raucedine ruttante e whiskey, più pulito, melodico e meno personaggio di quanto lo sia nei suoi dischi più quotati.

Un disco di esordio lodevole e ben strutturato, capace di stabilizzarsi su di un livello elevato nonostante il ritmo dell’album sia più vicino a quello di una continua ninna nanna. Nato negli anni delle esibizioni al Troubadour e registrato ai Sunset Sound Recorders in California – dove precedentemente avevano già registrato Neil Young, Buffalo Springfield, Joni Mitchell e The Doors – “nervoso ma fiducioso nel materiale” è così che appariva il rampante Waits pronto ad affacciarsi nel mercato musicale; ma col produttore Jerry Yester a mano a mano veniva a crearsi una distanza capace di complicare le sessioni. Entrambi volevano registrare di sera, ma non c’erano slot disponibili perciò i due si ritrovarono in studio tutte le mattine dalle 10 fino alle 17.

Morale? Dopo i dieci giorni di registrazione, 9 canzoni sono pronte, ma non essendo soddisfatti del quantitativo, una seconda sessione viene programmata al United Western Recorders.

L’art fu pensata da Cal Schenkel in base alle parole che lo stesso Tommaso aveva riservato al suo disco (la sua idea di come l’album avrebbe dovuto suonare). Lo scatto è stato eseguito da Ed Caraeff, e se vogliamo riesce nella sua simbologia a rappresentare tutto ciò che Tom Waits ha sempre rappresentato per tutti noi, una foto che ha il valore di un Manifesto programmatico della carriera di Waits. Un bicchierino di whiskey, una birra, le sigarette ed il posacenere, immaginarlo così al pub ogni sera per poi sfogarsi con lui e cantare qualsiasi cazzata… eh sì, Tom Waits è il perfetto compagno di sbornie quello che c’è sempre al momento giusto, così come Closing Time, un album che ben si adatta a tutti gli umori.

La splendida Martha, coverizzata in Sefronia da Tim Buckley, è la classica canzone che ascolti di venerdì in un pub, con quel pianoforte cigolante che ti fa calare la palpebra mentre sorseggi la stout. Waits è riuscito a riversare la sua vita in un disco che fondamentalmente non parla di nulla parlando di tutto. Il Closing Time che indica l’orario di chiusura, rappresenta quanto detto in precedenza: riesce a cantare di tematiche che vengono affrontate tutte le sere dagli amici al pub, rendendole uniche, raschiando tutta la dietrologia e percependo la poesia insita in ognuno di questi argomenti per la modalità con la quale vengono affrontati.

Per questo Waits avrà sempre la mia stima più incondizionata.