Lucio Dalla – Storie di Casa Mia

Oh mamma, che paura!  Credevo che le pillole stessero scadendo, ma fortunatamente son ben lungi dal presentare segni di avaria.  

Ebbene, si ricomincia da dove avevamo lasciato: da un samba ben addomesticato da Chico, dalla saudade che ammansisce ogni respiro di felicità, dal ritmo che agita culetti e da una cuica che viene stantuffata con la metodica ritmica di un adolescente lasciato a casa da solo per pochi minuti con l’account premium di Brazzers

E in tutto questo cosa c’entra Lucio Dalla con il ciclo brasiliano di pillole? 

Oltre all’aver sottolineato – tempo addietro – l’unicità della musica brasiliana in una intervista rilasciata al portale musibrasilnet.it

“Forse è la musica che mi interessa di più per la sua autonomia rispetto anche alla musica anglofila. Ha una personalità e una identità assolutamente particolari”  

è celebre l’amicizia che lo ha legato a Caetano Veloso, ma alla fonte non tutti forse sapranno che Lucio è stato coinquilino – durante il periodo romano – di Chico BuarqueToquinho Vinícius dal 1969 al 1971, proprio nella casa di proprietà di Sergio Bardotti.  

Della serie: sei gradi di separazione vi saluto con l’altra mano.  

In un simile contesto resta difficile non influenzarsi a vicenda, in particolare con Chico sembra che la sintonia fosse particolarmente eufonica. Saranno moltissime le progettualità condivise nel corso degli anni, per questo Chico forse è stato l’ambasciatore più convinto della musica e poetica di Dalla in Brasile.  

Un po’ come per Ulisse la strada intrapresa da Dalla è stata tutt’altro che lustrini e paillettes; lo strepitoso Terra di Gaibola ha fatto un po’ flop, meritandosi la ristampa – con colpevole ritardo – solo a metà degli anni ‘80

Sembra assurdo ma Terra di Gaibola, un capolavoro per linguaggio ed idee adottate, non ha impressionato il pubblico – nonostante i guizzi di candida brillantezza – ma ha comunque gettato le basi di quella che è stata la Itaca di Dalla: Storie di Casa Mia

Quella Itaca a inizio album è un simbolo: la Casa. Essa rappresenta l’inizio di una storia di grande successo per Dalla alla cui scrittura co-partecipano Sergio Bardotti e Gianfranco Baldazzi. In Itaca il protagonista è uno dei marinai di Ulisse, che lamenta le differenze nella vita raminga tra un semplice mozzo ed un Re, spogliando l’avventura della propria epica ed enumerando tutte le criticità che una vita del genere presenta: la lontananza dai propri affetti oltre a una sfibrante sequela di sacrifici imposti per tamponare errori e leggerezze del proprio sovrano.  

Per dare ulteriore corpo allo sfogo da sindacalista del mozzo di Ulisse, vengono chiamate le maestranze della RCA come coro per la registrazione del ritornello. Questo ensemble prenderà il nome di Coro Popolare, rappresentando di fatto il sentire comune del marinaio, vessato dal continuo viaggiare apparentemente senza meta. 

Non è semplice risultare sintetici in un disco dall’anima così articolata, c’è notevole differenza nei testi che affiorano dalla penna dal trio Baldazzi, Bardotti & Dalla da quelli del duo Pallottino & Dalla. Questi ultimi hanno una morbida poesia – affinata dopo i primi felici tentativi di Africa e Orfeo Bianco – che pesca con la rete dalla letteratura italiana.  

Ne è un esempio l’evocativa Il Bambino di Fumo al quale resta difficile non associare Il Codice di Perelà di Aldo Palazzeschi, o la delicatezza nell’abile castello di metafore costruito per raccontare un caso di pedofilia nel Gigante e La Bambina (cucita addosso a lui per il dopo Sanremo, ma regalata a Rosalino Cellamare, salvo poi rendersi conto che la sua interpretazione era troppo acerba), la ruspante Un Uomo Come Me e lasciando alla fine – ma non certamente per importanza – 4/3/1943

Quest’ultima rappresenta il collegamento definitivo tra Lucio Dalla ed il Brasile, perché trova nel coevo Construção di Chico Buarque la versione portuguesa Minha história, nel quale Gesù Bambino diventa “o menino Jesus”. 

Il titolo originale Gesùbambino è andato a incocciare con il fastidio imperante dell’opinione pubblica [non oso immaginare come si avrebbe reagito l’opinione pubblica se avesse letto quel che ho accidentalmente digitato al posto di “gesùbambino” ndr], tanto che per far sì che partecipasse al Festival di Sanremo è stato necessario cambiare il titolo nella versione che oggi conosciamo. Insomma il titolo, come ogni titolo dovrebbe fare, non sta lì per caso e se è stato scelto un motivo ci sarà, il titolo con il quale conosciamo il brano oggi è il giorno di nascita di Lucio Dalla. In tal senso la scelta di Pallottino è un generoso dono a Dalla, un “ideale risarcimento a Lucio per essere stato orfano di padre dall’età di 7 anni. Una canzone che doveva essere sull’assenza del padre, ma poi è diventata una canzone sull’assenza della madre”.  

Non è l’unica censura alla quale è andato incontro il brano, il verso “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”, prevedeva che la generica gente del porto fosse identificata in puttane e ladri e anziché giocare a carte, gesubambino, bestemmiasse mentre beveva vino. 

Come chiosa per questo ritorno alla vita di Pillole, un pelo lungo [come non andare lunghi scrivendo di Dalla? E come non inciampare nel citare i “peli lunghi” scrivendo di Dalla? ndr], concedo ulteriore spazio alle parole di Paola Pallottino ben più titolata di me nel descrivere e ricordare l’abilità compositiva di Lucio  

Lucio era un fenomeno, riusciva a rivestire di note ogni mia parola aiutato anche dal mio rigore per la metrica. Solo anni dopo ho capito che il ruolo del paroliere è invece quello di mettere i propri versi su una canzone. Forse però gli ho fatto da palestra per quello che avrebbe poi fatto con il grande Roberto Roversi […]” 

Patti Smith – Radio Ethiopia

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Passano pochi mesi e Patti torna in studio, questa volta non c’è John Cale a produrre e si sente, soprattutto nelle sonorità della band più edulcorate e pulite, meno viscerali in alcuni casi.

La potenza comunicativa della voce di Patti Smith invece non fa un piega, anzi si evolve ad uno stadio successivo, elaborando delle forme libere più insistenti rispetto a Horses. Radio Ethiopia è un titolo che può apparire singolare, ma che nasconde la passione per Rimbaud, difatti l’Etiopia è stata la seconda patria del poeta francese dove ha vissuto per qualche anno e dove si è ammalato prima di tornare a morire in Francia (a lui è dedicata anche l’ultima canzone del disco Abyssinia, l’antico nome dell’Etiopia per chi non lo sapesse).

Patti Smith era fortemente attratta dall’Etiopia, tanto da programmare un viaggio che non si realizzò per colpa di un preoccupatissimo Robert Mapplethorpe – che avrebbe fatto di tutto pur di impedirle di viaggiare in solitaria verso l’Africa. La Smith ha sempre cercato di stabilire delle connessioni ultraterrene con i suoi numi tutelari, perciò si rivela necessario – al fine di assimilarne la capacità creativa ed entrare in una empatia totale – dover visitare e rendere omaggio ai luoghi che hanno rappresentato un punto di svolta o momenti salienti per gli artisti, è stato così per Jim Morrison, per Baudelaire e lo stesso per Rimbaud.

Proprio a Rimbaud e ai suoi ultimi desideri sul letto di morte è riferita la caotica title-track, che nei suoi 10 minuti deliranti scrive una pagina importante nella carriera di Patti Smith divenendo uno dei brani più rappresentativi e preferiti dell’artista.

Radio Ethiopia è il nome del nostro nuovo disco e rappresenta per noi un campo nudo dove ognuno può esprimere sé stesso. È una radio libera. Noi siamo i DJ. La gente è il DJ. Quando suoniamo Radio Ethiopia, suono la chitarra. Non so come si suoni la chitarra, ma riesco a tenere il ritmo perfettamente e suono, non mi importa. E la gente è libera di farlo se lo desidera. Se fosse veramente un grande show, tipo migliaia di persone, 10mila, 50mila. 50mila menti, 50mila subconsci nei quali posso tuffarmi dentro. Voglio dire, più la gente da, più io do, il più grande spettacolo deve venire. Non mi piace il pubblico che siede e non reagisce perché non accade nulla.”

Patti Smith si nutre dell’energia del proprio pubblico, in un rapporto simbiotico e reciproco, sperimenta e azzarda con la title-track, ma vince lei. Personalmente non apprezzo il sound patinato di alcune canzoni del disco, meno ruvide rispetto a Horses: parlo di Ask the Angels, Pumping e Distant Fingers, ciò non significa che non apprezzi il valore della canzone in sé, ma ci sono brani come la stupenda Pissing In A Rivers, o le già citate Radio Ethiopia e Abyssinia che rappresentano la vera essenza di Patti Smith.