Piero Ciampi – Io e Te Abbiamo Perso La Bussola

Piero Ciampi è quel livornese, sì, proprio quello dalla battuta sagace e dall’animo fumantino. 

Piero Ciampi è quell’uomo dal fisico longilineo, con lo schiaffo e il ghigno montato sul viso affilato.  
Piero Ciampi è quel cantautore che ha dedicato la propria esistenza alla conflittualità.  

Piero Ciampi è quell’artista che la gente non conosce.  

Ogni volta che ascolto Piero Ciampi mi danno l’anima: perché il pubblico non lo apprezza? Cos’ha in meno di tutti gli altri? Ogni canzone è vita tormentata, una verità portata alle nostre orecchie senza filtri, un’ode agli errori, ai vizi, ai rimpianti, alle malinconie e le incazzature, quelle viscerali. 

La bussola non l’ha persa solo Piero ma tutti quelli che non l’hanno compreso. Eppure nel settore il suo nome aveva un peso specifico di degna nota, rappresentando la stella polare per tutti i cantautori della sua generazione, tanto che il buon Gino Paoli, suo grande amico, si è speso più volte per trovargli dei contratti.  

Ci è anche riuscito, combinando un incontro con Ennio Melis, dirigente della Rca. Tramite il seducente savoir faire, Ciampi lo convince della bontà delle sue intenzioni e della volontà di registrare un disco a stretto giro. In fondo il materiale c’è. 

Melis ci crede, convinto anche dalla presenza del navigato Gino Paoli all’incontro… in fondo come si fa a dir di no a quel personaggio così a modo e composto. Insomma, Piero Ciampi sapeva vendersi, riuscendo a nascondere tutti quegli atteggiamenti poco edificanti per i quali la sua celebrità ha assunto forma.  

Riceve così un anticipo cospicuo per registrare un suo disco. Terminato l’incontro, Ciampi si rivolge a Paoli con fare divertito: “Oh Gino… glielo abbiam buttato nel culo eh?!”.  

Con i soldi ottenuti si dà alla macchia, dando vita a tre anni di vagabondaggio per l’Europa, tra la penisola iberica e i paesi anglosassoni, un periodo turbolento che gli lascerà in dote due matrimoni falliti e due figli ed altre esperienze che sono alla base di una produzione artistica a venire di enorme spessore. 

In questo contesto si posiziona Io e Te Abbiamo Perso La Bussola, il terzo disco di Piero nel quale, una volta tornato in Italia, sviscera tematiche già trattate nei precedenti lavori con un focus sul rapporto di coppia. Con Te Lo Faccio Vedere Chi Sono Io, la relazione presentata in Ma Che Buffa Che Sei assume connotati grotteschi, Ciampi si avvita in una serie di deliranti promesse, prima di chiedere del denaro in prestito alla propria amata, in una contrapposizione tra lusso ideale e povertà reale. 

In realtà questa canzone è un teatrino montato su a dovere da Ciampi per autocommiserarsi, nascondendo il senso di precarietà vissuta dal cantautore, insoddisfazione dettata dal non riuscire a dare alla propria compagna quanto meriterebbe. Questo brano definisce lo stereotipo di chi promette l’impossibile (“ti regalo un transatlantico”) salvo poi minacciare di affogarla nel Pacifico se avesse deciso di fuggire. 

Ma con Ha Tutte Le Carte In RegolaCiampi si descrive con il brano più autobiografico della propria carriera, scavando nella propria anima e raccontando l’amore per le sue due donne, esaminando il rapporto burrascoso con l’altro sesso e la vita. Nella strofa “beve come un irlandese” e “divide la cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi”, Ciampi mostra di riconoscersi negli sconfitti dal destino, per questo vicini a lui e degni della sua comprensione.  

A differenza di Piero CiampiIo e Te Abbiamo Perso La Bussola è perlopiù incentrato sul crepuscolo del rapporto, la narrazione del fallimento della relazione di coppia ha In Un Palazzo Di Giustizia, brano sul tema del divorzio, il suo culmine. 

Questo disco è l’occasione per il rilancio commerciale di Piero Ciampi, che puntualmente disattende per bizze o fissazioni, tipo il declinare le proposte di collaborazione da parte di tantissime interpreti di punta dell’epoca. Comportamenti che lo hanno guidato nel vortice autodistruttivo conclusosi nel Gennaio del 1980. Ciampi si è rifugiato nella canzone, senza la quale probabilmente avrebbe vissuto una vita ancora più turbolenta, lo ha fatto con una voce che avvolge l’ascoltatore come una carezza, salvo poi graffiarlo quando meno lo aspetta, con quel ghigno spaventevole che al tempo stesso risulta confortante. 

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Iggy Pop – Lust For Life

Iggy Pop - Lust For Life.jpgEcco, c’era da scommetterci che si sarebbe incazzato… tutti lì a puntare il dito e a farglielo notare…

“Come sta Bowie? Dov’è?” “Iggy, anche per il prossimo album ti farai aiutare?”

Meglio distaccarsi un po’, dopo aver condiviso tutto… anche David lo ha capito, il tour di The Idiot è stato vissuto da comprimario: alle tastiere ai margini del palco. E’ stato divertente sì, ma al contempo è probante, inoltre Iggy ha tendenze – diciamo – autodistruttive.

“Quanta droga… mi stava uccidendo” Bowie ci fa capire che non è intenzionato a replicare seguendo Pop per il tour del prossimo disco, anche perché Berlino è un posto sicuramente migliore di L.A., ma anche lì non si scherza mica con l’eroina e Iggy ha modo di continuare con le vecchie abitudini. Lust For Life è il primo album registrato in toto nella capitale tedesca dalla coppia Bowie/Pop che convivono in un appartamentino senza pretese assieme a Coco Schwab (l’assistente di Bowie). Berlino è la città perfetta per poter campare tranquillamente la propria vita, senza assilli e senza dovere di celebrità, concentrandosi sui night club e bevendo come le spugne. Tant’è che Bowie, si fa crescere il baffo alla John Holmes e lascia le pippate di coca per delle sbornie degne di nota che sfociano in un alcolismo preoccupante.

The Idiot è stato un gran successo di pubblico e critica, ma c’è un malumore serpeggiante che sibila sempre più forte… “Iggy questo disco non suona come tuo”, “Dove è finita la carica degli Stooges?”, “Ecco un altro che si è imborghesito”.

“Sì, l’ho capito, grazie per l’aiuto David ma devo cominciare a camminare con le mie gambe”, sicuramente Iggy ha pensato questo e così come un adolescente, comincia a rivoltare le proprie frustrazioni verso il proprio padre artistico (padre della sua seconda vita artistica).

Bowie era dannatamente veloce, rapido di testa” dice Iggy, “perciò dovevo essere più veloce di lui, altrimenti di chi sarebbe stato l’album?”. Così l’approccio di Iggy cambia radicalmente: le ore passate in studio, le levatacce e le nottate si fanno sempre più frequenti per approfittare dell’assenza di Bowie. Beh rispetto a The Idiot la differenza è sostanziale.

L’album ha un sound live che ben si discosta dal predecessore, anche in questo caso le sessioni di registrazione sono state molto rapide e con una amalgama diversa rispetto a The Idiot, dove non accadde mai di trovare più musicisti intenti a suonare allo stesso momento.

Ci sono sempre dei bei input di Bowie eh, ma qui Iggy calca la mano in maniera più decisa e in alcuni casi fa di testa propria ritornando alle proprie origini, più per tigna che per senso di ragione.

Si comincia con la title-track, con un testo improvvisato da Pop e riferimenti ai vizi che hanno contraddistinto la sua vita recente, come a dire “mi rendo conto che sto esagerando”, ma è Bowie che ha l’epifania ispirandosi ad una composizione musicale in codice Morse ascoltata alla televisione, della quale riproduce il ritmo all’ukulele. La canzone viene modellata su di un ritmo ipnotico e travolgente dai fratelli Sales e dalle chitarre di Gardiner e Alomar – che avevano già accompagnato il tour di The Idiot assieme a Bowie.

Ed è proprio nel lasso di tempo che separa la fine del tour al rientro negli studi il periodo nel quale Gardiner pensa il riff di The Passenger. Basta poco a Iggy per trovare le parole adatte da cucire a quel giro di chitarra, alcuni sostengono che la canzone descrivesse l’attitudine di Bowie di attraversare differenti generi musicali senza padroneggiarne alcuno con dovuta maestria, ma c’è anche chi crede che in The Passenger venga narrata la routine quotidiana di Pop nel prendere la metropolitana berlinese. Certo è che il coro di Bowie è tanto memorabile quanto il riff di Gardiner.

Lust for Life non è solo nella title-track o in The Passenger, certamente sono i brani che più spiccano, ma limitarsi a ciò significherebbe svilire un grande album, diverso da The Idiot ma non meno interessante. La venuta di Lust for Life nel mercato passò in sordina a seguito della morte di Elvis Presley – artista di punta della RCA – che avrebbe oscurato qualsiasi altra pubblicazione.

Sfortunamente, in quanto questo secondo album contiene brani simbolo di Pop, poi passati al successo internazionale per una riscoperta tardiva.

David Bowie – Heroes

David Bowie - Heroes.jpgC’è la old wave. C’è la new wave. E poi c’è David Bowie.”

La RCA si lecca i baffi, Bowie ha in mano una perla e stavolta la vuole promuovere in lungo e in largo. Non solo, è previsto un tour unico per Low e Heroes… roba da sfregarsi le mani.

L’esilio losangelino è alle spalle e piano piano Bowie riesce a ristabilire la propria mente grazie alla nuova formula: meno droghe e più sbornie in compagnia di Iggy. L’obiettivo dichiarato è quello di esporsi per difendere le scelte che hanno condotto alla deriva musicale di Low e Heroes. Già, perché a tanti è piaciuto Low, ma chi non l’ha compreso ha cercato di affossarlo alla grande e non è passato inosservato.

Inoltre David prende la decisione di non accompagnare Iggy per il tour di Lust For Life; David vuole concentrarsi sul suo progetto, ha già chiamato Brian Eno – in stallo creativo per Before And After Science (completato dopo le sessioni di Heroes) – per continuare quanto cominciato con Low.

La squadra è sempre la solita: il trio Murray/Davis/Alomar, Tony Visconti come produttore, la presenza di Eno per tutto l’album e Robert Fripp a consolidare il team (sia Fripp che Eno erano già attesi da Bowie per le sessioni di The Idiot ma i due diedero buca per impegni solisti). Il rapporto consolidato tra i musicisti contribuisce ad una rilassatezza mentale di Bowie, in continuità con Low e The Idiot – nel quale si instaura un clima cameratesco con i membri della band.

Stavolta lo studio scelto è l’Hansa Tonstudio 2, vicinissimo al muro di Berlino. Come per Station to Station, The Idiot e Low, si comincia a registrare in modo del tutto casuale, tant’è che Brian Eno – ancora incontaminato dell’approccio di Bowie – rimane totalmente sconvolto da questo metodo… proprio lui, finito in una bonaccia creativa per Before And After Science non poteva credere che le brevi istruzioni di Bowie potessero sfociare in un “buona la prima”.

Eno ricorda: “Pensavo: ‘Merda non può essere così facile’. Facemmo anche delle seconde take, ma mai si rivelarono buone quanto le prime.”

Per questo motivo il mitico Visconti spende le prime settimane di lavoro per mettere a punto tutte le jam session registrate, a fare un taglia e cuci sapiente sui nastri (che venivano lasciati accesi dal produttore tutto il tempo dall’entrata all’uscita dallo studio, cosciente del fatto che ogni momento musicale potesse rivelarsi prezioso).

Il disorientato Eno non si perde d’animo, raccoglie le forze e suggerisce – ai musicisti presenti nelle session – dei metodi inusitati : in principio non riceve una piena collaborazione in cambio; successivamente riesce a far breccia in qualche modo nelle convinzioni di Alomar e soci. Certo, alcune di questi suggerimenti si rivelano arditi e perciò non sbandierati ai quattro venti, come le Strategie Oblique (in soldoni un mazzo di tarocchi con delle indicazioni volte a superare un blocco creativo) nascoste ai musicisti ed utilizzate con Bowie quando si trovavano nello studio da soli.

Molte delle tracce di Heroes devono la loro forma finale alle Strategie Oblique, su tutte Sense of Doubt, infatti Bowie ed Eno pescarono due carte diametralmente opposte e come per una partita di Risiko se le tennero nascoste fino alla fine. Il titolo della canzone deriva proprio dall’incertezza di base segnata dalle indicazioni interpretate dai due.

E’ divertente poi pensare al cameo di Robert Fripp in studio. Atterrato a Berlino – da New York – di sera, entra in studio e riceve le solite indicazioni da Bowie “suona come se non dovesse suonare per il tuo disco”… e via di Frippertronics, si tira fuori la chitarra e si comincia a familiarizzare con le registrazioni, ma non troppo, che poi si cambia subito. La mattina il lavoro è terminato e Fripp se ne torna a New York. Figo no?

Come per i precedenti album appartenenti alla sfera della Trilogia Berlinese, servirebbe un libro per poter raccontare tutti gli aneddoti con calma, ma l’articolo non si può dilungare più di tanto e quindi concluderò scrivendo della title-track.

Heroes è maestosa e deve questo alla ricerca da parte di Eno di un suono tra Can e Velvet Underground, un lavoro certosino avvenuto dopo la stesura delle armonie di Bowie e della band.

Come avvenuto per Low in alcuni brani, Heroes rischiava di rimanere strumentale. Nonostante in altre situazioni la tecnica Iggy Pop funzionasse sempre meglio, in questo caso Bowie si prende il tempo necessario, registra qualche parte, torna indietro fino a quando non viene folgorato dall’epifania definitiva. In maniera distratta – affacciandosi dagli studi di registrazione – vede due amanti abbracciarsi fugacemente sotto il muro di Berlino… quei due amanti sono il Visconti fedifrago (sposato all’epoca) e Antonia Maass (ai cori di Beauty And The Beast). Tale informazione è rimasta secretata sino al 25esimo anniversario del disco quando Baui ce la racconta smascherando il vile Visconti.

Heroes viene percepita come un inno alla speranza a causa del potente crescendo della canzone, ma Bowie vuole celebrare la disperazione di un amore fugace, la malinconia di dover vivere in clandestinità qualcosa che può bruciare in un attimo, come dice lui stesso: “l’unico atto eroico è il semplicissimo piacere di essere vivi.”

Della title-track vengono registrate anche una versione francese ed una tedesca, con videoclip annesso volto a pubblicizzare il ritorno alla vita – e all’ottimismo – di David Bowie dopo un periodo più che vergognoso dal punto di vista personale.

Ultimissimo accenno al disco che mi vale anche come link ad un altro album, V-2 Schneider è il brano di apertura del lato B, un ponte diretto tra i primi 5 brani di una potenza dirompente ed un lato più rilassato. Il titolo è un tributo a Florian Schneider dei Kraftwerk – di cui Bowie è un grande estimatore e non ha mai mancato di farcelo intendere – al termine di un circolo virtuoso di omaggi che comprende Trans-Europe Express (dall’omonimo album) nella quale viene citata Station to Station:”di stazione in stazione tornando a Düsseldorf per incontrare Iggy Pop e David Bowie“.

David Bowie – Low

David Bowie - Low.jpgPrima di addentrarci nell’inizio della Trilogia si devono smentire dei falsi storici su Low ed in generale sul trittico Berlinese:

1) Definiamo l’appellativo Berlinese perché l’influenza della Berlino divisa è stata decisiva e di grande importanza, ma effettivamente solo Heroes è stato scritto, pensato e registrato a Berlino. Low è stato quasi totalmente registrato allo Château d’Hérouville (come The Idiot);

2) “Ahhh! Se non era per Eno col cazzo che Baui faceva ‘sti dischi, innovatore de sta minchia”. Falso! Bowie si avvicina alle sonorità di Low tramite Station to Station e le consolida in The Idiot, dimostrando una discreta capacità compositiva con Weeping Wall e Subterraneans – paragonabili ai brani nei quali è intervenuto attivamente Eno (Warszawa e Art Decade). L’album a 4 mani di Bowie ed Eno è Heroes, non Low.

3) Il sound tipico della Trilogia Berlinese è merito Eno… Falso! E’ merito di Tony Visconti, che torna a collaborare al 100% in un album di Bowie, capace di contribuire apportando sonorità estreme, desuete e catturando in toto l’essenza dell’idea di Bowie.

Ora, terminato l’angolo Trivia, si può affermare che Low sia il vero azzardo della carriera di Bowie – un album in cui i testi delle canzoni potrebbero essere scritti in un solo A4 per quanto concisi – viene consegnato alla RCA e rischia di essere rigettato perché non contiene hit come per Young Americans e Station to Station. Bowie si impunta e ottiene comunque un successo inaspettato, senza alcuna promozione a supporto – lo stesso Bowie che ancora versava in condizioni psicofisiche pessime non sarebbe stato in grado di difendere un così forte cambio di rotta in pubblico giustificandosi nelle interviste o gironzolando in tour.

Sound and Vision ottiene un grande riscontro come singolo, ma come accaduto con Golden Years, viene interpretata di rado dal vivo (si contano sulle dita di una mano le esecuzioni di entrambi i pezzi) per la difficoltà di Bowie di beccare le tonalità di entrambi i brani che svariano da un greve baritonale ad acuti in poche battute.

Low ricorda Before And After Science in alcune sue parti: nelle variazioni di stile dei brani, così come l’idea che effettivamente trasmette di essere all’ascolto di una radio che cambia frequenza assiduamente. What In The World è un continuo sorpasso vocale tra Bowie e Pop (brano che avrebbe dovuto appartenere a The Idiot), la cupa Always Crashing In The Same Car è l’unico brano del primo lato a non finire sfumato mentre Be My Wife è l’ultima canzone di Low ad avere un testo di senso compiuto. La sensazione che si ha ascoltando il Lato A di Low è quella di essere catapultati in una session già in corso.

Low può essere considerata una colonna sonora magnifica, tanto che Bowie fa recapitare a Nicolas Roeg – regista di L’uomo che cadde sulla Terra – una copia del disco con un biglietto sopra “questa è la colonna sonora che avevo pensato per il nostro film”. A dire il vero solo Subterraneans nasce da quell’intento di proto-soundtrack, il resto è stato scritto ed affinato successivamente, ma l’idea di avere una colonna sonora così evocativa, ambient, meccanica – e a tratti acida – avrebbe sicuramente reso il film ancora più intrigante.

Come per Station to Station la cover presenta un fotogramma da L’uomo che cadde sulla Terra, di Thomas Jerome Newton con uno sfondo saturato in arancione; dal precedente album c’è una transizione musicale evidente che mantiene un lato pop e ne consente la fruibilità, ma i testi vengono disidratati ed asciugati – a tratti annientati – nessuna interpretazione accessoria, solo la necessità di comunicare in musica piuttosto che in parole. Uno scalino intermedio che conduce ad un disco come Heroes nel quale il sound è più affilato, meno pop e più maturo.

Durante il periodo di registrazioni, Bowie per beghe legali deve recarsi a Parigi, questa assenza rappresenta l’occasione adatta per apporre l’impronta creativa Eniana al disco, in un giorno completa Warszawa e la dissonante Art Decade. Seguendo le istruzioni di Bowie: “deve essere un pezzo molto lento contraddistinto da un sentimento di grande emozione, quasi religioso”. Eno sente suonare – ossessivamente – al pianoforte tre note al figlio di Visconti (La Si Do), su questa base compone Warszawa sulla quale Bowie canta delle sillabe – e parole – no-sense ed estremamente evocative, andando a simulare quanto fatto da Wyatt.

Mentre Warszawa si avvicina ad un richiamo dall’Est proveniente dall’altra parte della cortina, Subterraneans è una nenia che a tratti ricorda una preghiera, nello specifico può essere accomunato al kirye eleison di Judee Sill in The Donor.

Ora si parte per Berlino a mixare il tutto e a confezionare Low, questo il titolo deciso da David Bowie per l’undicesimo album della propria carriera, ad indicare la scelta precisa di mantenere il basso profilo, visibile sia nell’immagine di copertina che a livello musicale.

Iggy Pop (David Bowie) – The Idiot

Iggy Pop - The Idiot.jpg

Ho un ricordo distinto e ben definito di Iggy Pop che rimarrà impresso nella mia mente. Ero nel bagno di un ostello a Kazan quando mi trovo un libriccino, sopra al mobiletto, con un Iggy Pop a ciolla di fuori in una delle sue solite pose sgraziate. Sono delle cose che ti smuovono dentro e ti segnano nel profondo, dando il la a considerazioni del tipo: “Cazzo che schifo”  e “che ci ha trovato David Bowie in ‘sto viscidone tendineo?”.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora e per quanto si potrebbe scrivere un libro su quante volte David ha salvato le chiappette secche a Iggy, c’è da dire che l’ispirazione che ha esercitato su di lui Pop è stata veramente paragonabile ad uno tsunami.

Nel caso di The Idiot, Pop è stata palesemente la cavia di Bowie. La situazione è la seguente:

1) c’è da rilanciare la carriera di Iggy che – dopo Raw Power con gli Stooges – esce ed entra dalle cliniche e si fa di spade pesantemente (in questo periodo si scopre che la maggiorparte dei comportamenti di Iggy sono legati al suo disturbo bipolare, diagnosticato in tempo);

2) la voglia di approfondire le trovate di Station to Station è forte, la scelta è di optare per un sound mitteleuropeo e definito, ma al tempo stesso da rodare;

3) la RCA (etichetta che tra le sue file contava sia Bowie che Iggy) si fida di Bowie visto che è il suo artista di punta e non sbaglia un colpo – in termini di mercato – manco per errore.

Dopo aver prodotto Raw Power per gli Stooges, Bowie si appresta a comporre musica per un album di Iggy, e come lo fa? Andando in Francia allo Château d’Hérouville con una formazione improvvisata e componendo a tutto spiano. Si riappropria degli strumenti e registra parti di chitarra, di piano, di sax, cori e tutto ciò che gli capita per mano. Le sessioni sono sorprendentemente veloci, è quasi sempre buona la prima.

Vengono chiamati a dare corpo alle registrazioni di Bowie sia Laurent Thibault al basso (sarà presente anche in Low) che Michel Santangeli alla batteria. Quest’ultimo, rimandato a casa dopo due giorni credette di non esser stato considerato all’altezza da Bowie… invece anche per lui era buona la prima e promosso a pieni voti. Bowie compone tutte le musiche di The Idiot, e Pop dov’è? A gironzolare per lo studio a farsi venire idee per scrivere qualcosa di interessante – pratica quasi inutile considerato il desiderio d’improvvisazione di Pop.

A dare corpo alle registrazioni si aggiunge il trio magico Alomar/Davis/Murray, quello che ne consegue è un KABOOM, BABABOOM BEM. The Idiot è tanto Kraftwerk quanto funky, l’esatto anello mancante tra Station to Station e Low. Nightclubbing è la descrizione delle scorribande Berlinesi di Bowie e Pop che si recano nella capitale tedesca per mixare – precisamente nello studio di Giorgio Moroder – il disco insieme all’aiuto di Tony Visconti.

David registra la parte al piano e la drum machine in una notte, Iggy scrive il testo in 10 minuti – o meglio – lo improvvisa davanti al microfono come la maggiorparte delle volte. Ecco il  fulcro del sodalizio artistico tra Bowie e Pop, la ricerca di imitare l’improvvisazione al microfono in sede di registrazione, con primi tentativi presenti in Low e con più convinzione in Heroes.

Dopo Nightclubbing, come non menzionare China Girl (re-interpreatata da Bowie nel 1983 per aumentare il flusso di dindini ad un Pop nuovamente nel lastrico) ispirata a Kuelan Nguyen – fidanzata del cantante Jacques Higelin intento a registrare anch’esso allo Château – con la quale Pop ebbe una mezza tresca innamorandosene. La storia ebbe vita breve, ma è stata abbastanza lunga per ispirare China Girl. Anche in Tiny Girl, Pop ci dimostra una discreta voglia di fica.

Dum Dum Boys è cronaca della vita Poppiana negli Stooges, su suggerimento di Bowie, Iggy racconta quello che era vivere gli Stooges, in un flusso di coscienza beat e prossimo alla narrativa di Morrison.

The Idiot è pronto, nei suoi suoni dissonanti, metallici e storditi, ma c’è un problema… non può essere pubblicato ancora, eh no, deve essere messo in naftalina. Bowie non può permettere di fare uscire qualcosa di tanto inusuale dando i meriti a Iggy, prima che The Idiot vada sul mercato c’è da registrare Low e far capire a tutti chi è il vero artefice delle sonorità di The Idiot.

Come ultima forma di “controllo” Bowie suggerisce l’idea per l’artwork di The Idiot, nel quale Iggy si mette in posa imitando il dipinto espressionista Erich Heckel di Roquiarol, cosa che poi farà anche Bowie per Heroes imitando un altro ritratto di Roquiarol, Ritratto di un uomo.