Alice – Alice

Ok. Questo è tutto fuorché un disco estivo… però ecco, con un tocco di magia ed un po’ di fantasia ce lo possiamo far diventare. In fondo siamo noi che decidiamo quando ascoltare delle canzoni, pertanto facciamo in modo che una Per Elisa non sia relegata all’etichetta della canzone sanremese, ma facciamola risuonare in filodiffusione nelle spiagge e nelle piscine di tutta Italia.  

In fondo, anche questo omonimo disco di Alice, ben si incastona nel presente ciclo, non disattendendo le alte aspettative prodotte da Capo Nord. Proprio in Capo NordAlice in una recente intervista rilasciata a Vanity Fair, ha riconosciuto la propria svolta nella carriera, prodroma del successo di SanremoPer Elisa è la consacrazione definitiva, la leva capace di offrirle la notorietà non solo nello stivale ma anche nella Germania, patria della musica elettronica. Un riconoscimento dal notevole peso specifico per chi si spende tra sintetizzatori e sonorità “stravaganti” (per l’epoca). 

A differenza di quanto largamente creduto, Per Elisa non racconta di droga, bensì di dipendenza sentimentale. Che poi gli ascoltatori l’abbiano connotata in questa maniera viene apprezzato dai due autori, ma di fatto è stata scritta pensando ad un amore tossico (tanto da comparire nella colonna sonora dell’omonimo film di Claudio Calligari), osservando il circostante e non basandosi su una storia personale di chi l’ha scritta.  

La canzone è stata sviluppata partendo dal titolo: Franco Battiato ha dato l’abbrivo con la frase iniziale “Per Elisa vuoi vedere che perderai anche me” dalla quale poi è fluita tutta la canzone. Il tocco di genio è il vocalizzo dell’omonima bagatella di Beethoven [dimostrando che a Beethoven Sinatra di fatto non preferiva l’insalata; lo stesso Battiato ricordava con affetto quello scherzo provocatorio ndr], che assume una connotazione cupa nella vocalità emessa da Alice.  

In fase di arrangiamento il superbo lavoro di Battiato Giusto Pio è riuscito nell’intento di spingere ancora di più le parole scelte da Alice Battiato.  

Avevo qualcosa da dire? Lo dicevo. Se no, stavo zitta. […] Sarebbe opportuno comportarsi così, in generale. Ma i mezzi di comunicazione di oggi alimentano la superficialità: le parole vengono espresse senza una vera consapevolezza. E quando invece c’è, spesso c’è anche dolo.” 

Una severità che può essere spiazzante, ma che regge su solide basi e che trovo condivisibile, una dote sempre più rara. Difficile da trovare nella società odierna.  

Dopo anni spesi come interprete di brani altrui, Alice decide con risoluzione di dare voce alle proprie parole, una necessità esaltata in Battiato: la sponda giusta per accrescere la capacità nella scrittura. Per quanto la prima parte di carriera di Alice non sia assolutamente da buttare, si nota  – da Capo Nord in poi – il cambio di marcia che si ha nel cantare qualcosa sgorgato dalla propria penna (come A te…Non Ti Confondere Amico e Non Devi Avere Paura). 

Alice dimostra uno spessore che lo emancipa dalla banalità del pop circostante, ad esempio in Una Notte Speciale si vive quel climax musicale che pone un accento etereo al disco, vestendolo di un valore celestiale in contrapposizione alla gravità respirata nell’epica Per Elisa. Senza Cornice ha un sax di sottofondo (suonato da Hugo Heredia)  che risente delle influenze dello zingaro felice (Claudio Lolli) sul quale poi partono l’oboe ed il clarino dal forte odore di Pasqua Etiope

Successivo alla chiusura di Capo Nord con Guerriglia Urbana, passiamo al Tramonto Urbano, anche questo scandito dalla chitarra di Radius che fa da contraltare alla potente voce di Alice che si lascia andare in un grido accorato per tutta la canzone. Decisamente meno squillante rispetto al finale di Capo Nord, ma capace di incastrarsi nell’orecchio dell’ascoltatore rimbombando nel cranio per le ore successive all’ascolto. 

Piccola nota finale: al disco, oltre all’inossidabile duo Battiato-Pio, partecipano Alberto RadiusPaolo Donnaruma al basso (bassista nelle sessioni ne La Voce del Padrone) e l’enorme Walter Calloni alla batteria (che di qua e di là ci mette il suo tiro bello dritto e puntuale).  

Insomma ascoltando Alice, vi renderete conto che in questo disco due-tre chicche adatte alla vostra playlist estiva le troverete senza troppi problemi, nonostante magari quella frivolezza e l’edonismo tipico degli anni ‘80 non figurino più di tanto… e forse direi che questa non è mica una nota negativa. 

Sergio Endrigo – Exclusivamente Brasil

Si torna a raccontare Sergio Endrigo e lo si fa sempre in occasione del ciclo brasiliano, già, perché Endrigo probabilmente è stato il più brasiliano degli italiani (o il più italiano dei brasiliani), e tanto della delicatezza e della poetica di Endrigo si è radicata nel cantautorato brasiliano, in un do ut des vivace e vincente.  

Questa volta porto alla luce un disco che ahimè non è conosciuto quanto dovrebbe dalle nostre parti, o meglio non è che sia proprio conosciuto in giro, un disco inedito in Italia, pubblicato esclusivamente in Brasile in vinile e “também em musicassete” ma mai su CD, addirittura sulla pagina wikipedia non compare nella cronologia delle pubblicazioni discografiche e nel web è difficile trovare informazioni degne di nota, figuriamoci su Spotify). 

Il rapporto tra Sergio Endrigo ed il Brasile è sedimentato e con robuste radici: nasce nel 1964 con il primo concerto sostenuto a San Paolo, in quell’occasione ha avuto modo di conoscere artisticamente Vinícius de Moraes, portandolo all’attenzione di Sergio Bardotti. Qualche anno dopo Bardotti ha conosciuto de Moraes, presentandolo a Endrigo e conducendoli all’ideazione di La Vita Amico È l’Arte dell’Incontro (con il quale Endrigo ha fatto conoscere Toquinho con de Moraes). 

Quindi, considerare Exclusivamente Brasil “exclusivamente” una registrazione ad hoc per il pubblico brasiliano sarebbe una interpretazione miope e ingenerosa nei confronti di Endrigo; certo il Brasile e i brasiliani hanno dimostrato a più istanze il proprio affetto nei confronti del nostro amato cantautore, facendolo sentire a casa nonostante la distanza oceanica, tanto che nelle 12 tracce del disco sciorina con disinvoltura un eccellente portoghese zuccherino. Ma Exclusivamente Brasil è perlopiù un disco di amicizia, tributo e ringraziamento nei confronti dei tanti degli interpreti che hanno contribuito ad arricchire l’espressività musicale di Endrigo (e che sono stati trattati nel ciclo brasiliano di pillole). 

Troviamo ad esempio il Samba em Preludio accompagnato alla voce da una giovane Fafá de Belém di Vinícius de Moraes e Baden Powell, incisa nell’ultimo album di Baden Powell Le Monde Musical de Baden Powell, eseguita nel tempo anche da Toquinho con Vinícius, e con traduzione di Bardotti assieme a Ornella Vanoni in La Voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria. Presenzia Morena do Mar di Dorival Caymmi e interpretata in Vento de Maio da Nara Leão, sempre con interpretazione dalla Leão – assieme a Chico Buarque (su un’inequivocabile composizione di Sivuca) – c’è João e Maria presente in Os Meus Amigos São Um Barato. 

Carinhoso di PixinguinhaTrocando Em Miúdos di Chico BuarqueCafé Da Manhã di Roberto Carlos (con cui ha condiviso la vittoria a Sanremo nel 1968) e Ana Luiza di Jobim ornano una scaletta che si snoda principalmente tra i regali di Vinícius con Samba Para Endrigo e A Rosa di Chico Buarque

A Rosa è stata pensata e scritta appositamente da Chico Buarque per Endrigo, che duetta nel brano in un’alternanza di versi intensa, uno scioglilingua che non lascia tanto tempo per pensare, un flusso rapido di giochi di parola che lasciano in uno stato di euforia chi ascolta. Rientra nella gilda di quei brani che devi ascoltare più volte solamente per capire come è strutturato e il perché sia strutturato in questo modo. Nel 1995 Djavan ne ha interpretato una versione decisamente meno divertente di quella offertaci in Exclusivamente Brasil

Spostando il cono di luce su Samba Para Endrigo ci si accorge del legame quasi fraterno che intercorreva tra Sergio EndrigoVinícius de Moraes. Il Maestro non solo ha scritto delle strofe in dedica al cantautore italiano, partecipando alla registrazione di Exclusivamente Brasil assieme a Toquinho, ma ha deciso di includere la stessa Samba Para Endrigo all’interno del suo ultimo lavoro Um Pouco de Ilusão dal canto suo Endrigo successivamente alla morte di de Moraes lo ha omaggiato con Ciao Poeta (sulla base della composizione di Baden Powell). 

Dimenticavo quasi di menzionare che l’arrangiamento della maggior parte dei brani nel disco è stato curato da Antônio Renato Freire de Carvalho Fróes, produttore che ha collaborato anche con Chico Buarque e Caetano Veloso in Juntos e Ao Vivo, Caetano Veloso Araçá Azul, Gilberto Gil, Tom Zé in Estudando O SambaGal Costa, Maria Bethânia, Luiz Melodia e tanti altri artisti degni di nota. 

Dopo queste poche righe di colore, mi permetto di chiudere scrivendo che Exclusivamente Brasil è una chicca che scorre rapida, alcune interpretazioni sono magistrali e vi renderete conto di non poter fare a meno di ascoltarle. Fortunatamente lo potete trovare tutto su YouTube, certo la qualità è quella che è, però se vi capitasse di innamorarvi come è accaduto a me, avrete modo di reperire facilmente il vinile online (naturalmente di seconda mano).  

Lucio Dalla – Storie di Casa Mia

Oh mamma, che paura!  Credevo che le pillole stessero scadendo, ma fortunatamente son ben lungi dal presentare segni di avaria.  

Ebbene, si ricomincia da dove avevamo lasciato: da un samba ben addomesticato da Chico, dalla saudade che ammansisce ogni respiro di felicità, dal ritmo che agita culetti e da una cuica che viene stantuffata con la metodica ritmica di un adolescente lasciato a casa da solo per pochi minuti con l’account premium di Brazzers

E in tutto questo cosa c’entra Lucio Dalla con il ciclo brasiliano di pillole? 

Oltre all’aver sottolineato – tempo addietro – l’unicità della musica brasiliana in una intervista rilasciata al portale musibrasilnet.it

“Forse è la musica che mi interessa di più per la sua autonomia rispetto anche alla musica anglofila. Ha una personalità e una identità assolutamente particolari”  

è celebre l’amicizia che lo ha legato a Caetano Veloso, ma alla fonte non tutti forse sapranno che Lucio è stato coinquilino – durante il periodo romano – di Chico BuarqueToquinho Vinícius dal 1969 al 1971, proprio nella casa di proprietà di Sergio Bardotti.  

Della serie: sei gradi di separazione vi saluto con l’altra mano.  

In un simile contesto resta difficile non influenzarsi a vicenda, in particolare con Chico sembra che la sintonia fosse particolarmente eufonica. Saranno moltissime le progettualità condivise nel corso degli anni, per questo Chico forse è stato l’ambasciatore più convinto della musica e poetica di Dalla in Brasile.  

Un po’ come per Ulisse la strada intrapresa da Dalla è stata tutt’altro che lustrini e paillettes; lo strepitoso Terra di Gaibola ha fatto un po’ flop, meritandosi la ristampa – con colpevole ritardo – solo a metà degli anni ‘80

Sembra assurdo ma Terra di Gaibola, un capolavoro per linguaggio ed idee adottate, non ha impressionato il pubblico – nonostante i guizzi di candida brillantezza – ma ha comunque gettato le basi di quella che è stata la Itaca di Dalla: Storie di Casa Mia

Quella Itaca a inizio album è un simbolo: la Casa. Essa rappresenta l’inizio di una storia di grande successo per Dalla alla cui scrittura co-partecipano Sergio Bardotti e Gianfranco Baldazzi. In Itaca il protagonista è uno dei marinai di Ulisse, che lamenta le differenze nella vita raminga tra un semplice mozzo ed un Re, spogliando l’avventura della propria epica ed enumerando tutte le criticità che una vita del genere presenta: la lontananza dai propri affetti oltre a una sfibrante sequela di sacrifici imposti per tamponare errori e leggerezze del proprio sovrano.  

Per dare ulteriore corpo allo sfogo da sindacalista del mozzo di Ulisse, vengono chiamate le maestranze della RCA come coro per la registrazione del ritornello. Questo ensemble prenderà il nome di Coro Popolare, rappresentando di fatto il sentire comune del marinaio, vessato dal continuo viaggiare apparentemente senza meta. 

Non è semplice risultare sintetici in un disco dall’anima così articolata, c’è notevole differenza nei testi che affiorano dalla penna dal trio Baldazzi, Bardotti & Dalla da quelli del duo Pallottino & Dalla. Questi ultimi hanno una morbida poesia – affinata dopo i primi felici tentativi di Africa e Orfeo Bianco – che pesca con la rete dalla letteratura italiana.  

Ne è un esempio l’evocativa Il Bambino di Fumo al quale resta difficile non associare Il Codice di Perelà di Aldo Palazzeschi, o la delicatezza nell’abile castello di metafore costruito per raccontare un caso di pedofilia nel Gigante e La Bambina (cucita addosso a lui per il dopo Sanremo, ma regalata a Rosalino Cellamare, salvo poi rendersi conto che la sua interpretazione era troppo acerba), la ruspante Un Uomo Come Me e lasciando alla fine – ma non certamente per importanza – 4/3/1943

Quest’ultima rappresenta il collegamento definitivo tra Lucio Dalla ed il Brasile, perché trova nel coevo Construção di Chico Buarque la versione portuguesa Minha história, nel quale Gesù Bambino diventa “o menino Jesus”. 

Il titolo originale Gesùbambino è andato a incocciare con il fastidio imperante dell’opinione pubblica [non oso immaginare come si avrebbe reagito l’opinione pubblica se avesse letto quel che ho accidentalmente digitato al posto di “gesùbambino” ndr], tanto che per far sì che partecipasse al Festival di Sanremo è stato necessario cambiare il titolo nella versione che oggi conosciamo. Insomma il titolo, come ogni titolo dovrebbe fare, non sta lì per caso e se è stato scelto un motivo ci sarà, il titolo con il quale conosciamo il brano oggi è il giorno di nascita di Lucio Dalla. In tal senso la scelta di Pallottino è un generoso dono a Dalla, un “ideale risarcimento a Lucio per essere stato orfano di padre dall’età di 7 anni. Una canzone che doveva essere sull’assenza del padre, ma poi è diventata una canzone sull’assenza della madre”.  

Non è l’unica censura alla quale è andato incontro il brano, il verso “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”, prevedeva che la generica gente del porto fosse identificata in puttane e ladri e anziché giocare a carte, gesubambino, bestemmiasse mentre beveva vino. 

Come chiosa per questo ritorno alla vita di Pillole, un pelo lungo [come non andare lunghi scrivendo di Dalla? E come non inciampare nel citare i “peli lunghi” scrivendo di Dalla? ndr], concedo ulteriore spazio alle parole di Paola Pallottino ben più titolata di me nel descrivere e ricordare l’abilità compositiva di Lucio  

Lucio era un fenomeno, riusciva a rivestire di note ogni mia parola aiutato anche dal mio rigore per la metrica. Solo anni dopo ho capito che il ruolo del paroliere è invece quello di mettere i propri versi su una canzone. Forse però gli ho fatto da palestra per quello che avrebbe poi fatto con il grande Roberto Roversi […]” 

Sergio Endrigo – Endrigo

A seguito del sempre più ampio consenso ottenuto con successi quali Sergio Endrigo, Endrigo ed Endrigo, Sergio Endrigo pubblica tramite l’etichetta Fonit Cetra il suo quarto disco, che prende il nome di Endrigo

Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo? 

No, non vi sto prendendo in giro. Mi rendo conto che il nome Endrigo assuma – in questo caso – una connotazione ironica, tanto da portarmi alla mente i Puffi e la loro grammatica. O meglio. Tanto da portarmi alla mente lo studio di Umberto Eco sui Puffi ed il loro puffare.  

La pigra consuetudine di non dotare di alcun nome gli LP se non di quello dell’autore – adottata da tante etichette negli anni ‘60 – ha per me qualcosa di sconvolgente, perché aprioristicamente impone un esercizio mnemonico. Un compito arduo per ricordare l’anno di pubblicazione del disco e non confonderne i brani catalogati negli anfratti della materia grigia [anche perché sono pieno di nozioni inutili che non riesco a cancellare dalla memoria ndr]. 

Per forza di cose, Sergio Endrigo, rappresenta la voce dell’infanzia. Rientra nella stretta cerchia di adulti capaci di entrare nel cuore dei bambini, con quelle note dolci e la voce ricca di un affetto tipico dei nonni. Sergio Endrigo è stato il Gianni Rodari della musica per me (Ci Vuole Un Fiore non è un caso). È l’uomo delle favole cantate, capace di regalare sogni e fantasie che ancora oggi coltivo nel cuore. 

C’è un motivo particolare per cui ho scelto questo disco piuttosto che un altro, arriva nel 1968 a ridosso di una scena musicale che godrà di contaminazioni difficili da tracciare per quante sono. 

Ecco in questo LP prendono parte Luis Bacalov e Sergio Bardotti, pesi massimi che – nell’anno successivo – assieme allo stesso Endrigo parteciperanno a La Vita, Amico, è l’Arte dell’Incontro

In Endrigo spiccano senza dubbio La Colomba (musicata da Luis Bacalov su traduzione della poesia di Raphael Alberti), Dove Credi di Andare (presentata al festival di Sanremo del 1967 in condivisione con Memo Remigi) e Canzone per Te [per favore stendiamo un velo pietoso sull’affaire Bugo-Morgan ndr] con la quale Endrigo si è aggiudicato la diciottesima edizione del festival di Sanremo, e condivisa nella medesima edizione con un altro signore di discreta importanza per lo scenario musicale brasiliano: Roberto Carlos.  

Mi sento di aggiungere una piccola chicca in relazione a questo disco – prima di lasciarvi – che non abbisogna di ulteriori descrizioni (visto che Endrigo lo considero più un poeta da assaporare verso dopo verso che un artista da spiegare). A chiudere l’album troviamo due colonne sonore, la prima è l’esotica Back Home Someday scritta da Endrigo e Bardotti nel 1966 per lo spaghetti western Le Colt Cantarono la Morte e fu… Tempo di Massacro con Franco Nero, mentre Canzone della Libertà (musicata da Ennio Morricone) va ad impreziosire il film L’Alibi con Vittorio Gassman e Adolfo Celi (caso vuole che nel film c’entri il Brasile [… coincidenze? Io non credo. Adam Kadmon docet ndr]) 

À bientôt (anche con Endrigo).

Nada – Ho Scoperto Che Esisto Anche Io

La bellezza della musica risiede anche nelle storie e nelle connessioni, in tutte quelle collaborazioni che si sono realizzate fugacemente, nascoste agli occhi attenti perché poco pubblicizzate.  Uno dei principali motivi per cui ho deciso di iniziare pillole è stato proprio quello di raccontare le relazioni che intercorrono tra i personaggi del mondo musicale, cercando di raccontare il tutto in maniera gradevole. 

Ecco, con Ho Scoperto Che Esisto Anche Io, si apre un capitolo a me caro, perché si affronta un capolavoro di rara bellezza ed intensità nel quale mi sono imbattuto con tutta la casualità del mondo, mentre approfondivo la biografia di Piero Ciampi

Ho scoperto che esiste anche questo album e ne sono veramente contento, perché ha un valore enorme nella discografia italiana, segna il cambio di passo da parte di Nada che abbandona la strada sicura da interprete di canzoni “pop”, per mettersi in gioco e sperimentare percorsi artistici mai affrontati prima. Dopo questo disco, Nada capisce che deve evolversi in autrice e non solo interprete. 

Ma è anche un lavoro che vede uno sparring partner di tutto punto, quel Piero Ciampi che dopo Io e Te Abbiamo Perso La Bussola, ignora sciaguratamente tutte le chiamate di Ornella Vanoni, auto-sabotando le possibilità di un successo economico e commerciale. Ciampi non ascolta le sirene per dedicarsi a una sua conterranea, quella Nada Malanima, ragazzina irrequieta, con la quale Ciampi stabilisce un rapporto familiare e ne riconosce uno spirito analogo, tendente all’autodistruttività e per questo bisognoso di supporto. 

Una decisione forte, artisticamente rilevante. Non che scegliere Ornella Vanoni fosse un passo indietro, ma probabilmente la produzione artistica di Ciampi (in combutta con l’indivisibile Gianni Marchetti) avrebbe peccato di genuinità nel confrontarsi con una artista poco empatica con il suo modo di essere. Il riconoscere Nada come sua pari, tocca le corde giuste e agevola lo sviluppo creativo in fase di scrittura. 

Non è un caso che il modo di interpretare i brani da parte di Nada sia così vicino a quello di Ciampi stesso, dimostrando un’affinità a tratti copia carbone: è come se i due si specchiassero l’uno nell’altra. Perciò quando il disco parte sulle note di Confiteor non si può non avere un sussulto nel sentire Nada partire con un gramelot sul filo della follia, con una base musicale alla David Axelrod, proseguendo con una conversazione più che con un canto, lasciando fluire parole su parole che crescono diventando pesanti e magnetiche.  

I temi affrontati sono tosti, come solito di Ciampi, e l’interpretazione non è da meno, credibile e veritiera per essere compiuta da una ventenne (Nada ha esordito a quasi 16 anni a Sanremo e ha già le spalle belle grandi), che sembra più donna che ragazzina. Ma in fondo oltre quarant’anni fa si era costretti a diventare adulti precocemente.  

Ho tralasciato che Nada ha conosciuto Ciampi a 18 anni, ha dichiarato di non ricordare molto del periodo di costruzione di Ho Scoperto Che Esisto Anche Io, ma i due hanno convissuto un paio di anni, in amicizia, conoscendosi a fondo. Ciampi si è dimostrato un maestro nei suoi confronti, indicandole la strada da percorrere per avere “tutte le carte in regola”, ma capendo anche – durante il periodo trascorso insieme – chi fosse Nada, trovando le parole adatte per rappresentare i suoi pensieri su nastro. 

Curioso citare anche un altro aspetto legato a questo stupendo disco: la title-track, che chiude il disco e riassume le tematiche dello stesso, è ufficialmente ispirata a The Great Gig In The Sky, in quanto Nada, grande appassionata dei Pink Floyd, portò in studio il disco facendolo ascoltare a Gianni Marchetti, che nonostante la formazione classica apprezzò di buon grado questa influenza musicale introducendola nell’arrangiamento. 

Ho Scoperto Che Esisto Anche Io è un disco completo, variegato, che scorre via bene, un capolavoro da riportare in auge, con dei pezzoni tra i quali Ma Chi Dorme Insieme A Me, capace di farti sorridere per il trasporto che Nada trasmette, o Come Faceva Freddo, così violenta e disperata, un fiume in piena di emotività. Senza entrare ulteriormente addentro al disco, dovete ascoltarlo e basta, fate un tuffo negli anni ‘70, rivivete queste atmosfere perché questo album è come una macchina del tempo… e pensare che vendette talmente poco che le numerose copie rimaste furono mandate al macero. Ascoltatelo, fidatevi, ne gioverete. 

Elio E Le Storie Tese – Eat The Phikis

Elio E Le Storie Tese - Eat The Phikis

Perché Eat The Phikis?

Credo che qualitativamente abbia toccato delle vette che difficilmente sono state raggiunte dagli Elii negli anni successivi, ma soprattutto perché risulta l’ultimo album in studio con l’amato Feiez, che come contributo creativo ha sempre avuto un peso specifico non trascurabile.

Eppoi perché ho amato tantissimo la copertina dello squalo con l’apparecchio ed ho consumato la musicassetta [già…] nella mia Twingo verde mela, mentre da adolescente macinavo chilometri nelle nottate di cazzeggio. Un album al quale sono profondamente legato perché ci sono cresciuto… in particolare sono affezionato alla Terra Dei Cachi, brano che ha contribuito all’effettiva consacrazione degli Elio E Le Storie Tese, con il conseguimento del disco di platino in poche settimane dalla pubblicazione di Eat The Phikis.

Un brano che fotografa l’Italia del passato, presente e futuro, con una dovizia di particolari meravigliosa. Una struttura che strizza l’occhio agli stilemi pop-folk dello stivale (Papaveri e Papere di Nilla PizziUna Lacrima Sul Viso di Bobby SoloLa Donna Cannone di De Gregori), con un vorticoso e frenetico uso di calembour che è impossibile non amare. Accettata al festival di Sanremo, rischia seriamente di vincere. Già, rischia, perché anni dopo si è scoperto che la vittoria è stata ottenuta veramente sul campo.

Proprio loro, quelli che 4 anni prima suonavano fuori dall’Ariston, al Controfestival, prendendo per culo alcuni partecipanti parodiando le loro canzoni (come dimenticare Ameri, Sono Felice o le versioni di Vattene Amore e Verso L’Ignoto), per un pelo non vengono classificati vincitori al concorso da loro schernito. Oltre ciò, Elio E Le Storie Tese hanno avuto il merito di vivacizzare un concorso imbolsito e ingessato, con esibizioni degne di memoria:

  • Una serata Elio si presenta con il braccio finto;
  • L’ultima esibizione avviene con la band travestita da Rockets;
  • Durante la penultima serata si compie la meraviglia, quando anziché proporre un estratto da un minuto del proprio brano, propongono il brano quasi per intero eseguendolo velocissimamente (in 55” per essere precisi, che potete ascoltare a chiusura del disco in Neanche Un Minuto di Non Caco, citando Lucio Battisti).

Fuori concorso si classifica la versione, altrettanto spettacolare, con Raul Casadei; un taglio in salsa balera che rende il brano ancora più nazionalpopolare, nonostante voglia di fatto buggerare quello stereotipo. La Terra Dei Cachi segna anche l’inizio del sodalizio tra gli Elii e il maestro Vessicchio.

Concettualmente Eat The Phikis si conferma come un’evoluzione dei precedenti album, pertanto nella scelta di un brano quale Burattino Senza Fichi possiamo scorgere l’eredità della favoletta del Vitello Dai Piedi Di Balsa, dove il protagonista è un Pinocchio adolescenziale su cui facili si sviluppano dei doppi giochi (tra i quali il fatto che sia stato fatto con una sega e altri divertenti cliché).
Mentre T.V.U.M.D.B. racconta l’ennesima sfaccettatura della donna, quella romantica e giovane, interpretata da Giorgia che sogna il bomba dei Take That (Gary Barlow)sulla base della melodia di After The Love Has Gone degli Earth, Wind and Fire (band citata a detta di Faso per non cadere nel plagio). C’è il tempo anche per salutare Piattaforma ed il famoso PAM (“Senti come grida il peperone?”). Il meraviglioso assolo di sassofono eseguito da Feiez in questo brano, aprirà il successivo Craccracriccrecr in sua memoria.

I cameo sono ormai consuetudine e alcune ospitate sono consolidate, come nel caso di Enrico Ruggeri che appare in Lo Stato A, Lo Stato B, presenziano al disco anche Aldo (dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) in Mio Cugino, il meraviglioso James Taylor (in First Me, Second Me che interpreta Peak Of The Mountain, storico brano composto agli inizi di carriera dagli Elii dal testo tradotto in un inglese maccheronico ma reso immortale dal cantautore di Boston) ed Edoardo Vianello in Li Mortacci, brano compendio nel quale vengono citati i grandi morti dell’universo musicale all’interno di uno stornello romano che sembra eseguito direttamente a La Parolaccia.

Nello specifico vengono citati

  • er Chitara: Jimi Hendrix 
  • er Mafrodito: Freddie Mercury 
  • er Rastamanno: Bob Marley 
  • er Guardiano der Faro: Federico Monti Arduini 
  • er Pelvicaro: Elvis Presley 
  • ‘a figlia der Pelvicaro: Lisa Marie Presley
  • er Trilleraro: Michael Jackson 
  • er Canaro: malvivente della Magliana (alla cui figura è stato ispirato il film diretto da Garrone Dogman)
  • er Lucertolaro: Jim Morrison 
  • er Quattrocchi Immaginaro: John Lennon 
  • er Tromba: uno tra Louis Armstrong, Miles DavisChet Baker (giudicando la morte violenta direi proprio quest’ultimo)
  • er Vedraro: Luigi Tenco 
  • l’Impiccato: Ian Curtis 
  • er Fucilense: Kurt Cobain  
  • er Piscina: Brian Jones 

(grazie infinite a marok.org per la lista)

Per citare altri easter egg degni di nota, al termine di El Pube, viene raccontata una barzelletta tramite il MacinTalk della Apple. L’effetto ottenuto è quello del Central Scrutinizer, narratore di Joe’s Garage, (uno dei vari inchini al grande idolo della band, Frank Zappa). Altra checca… ups chicca, è presente in Omosessualità, un trash metal che vede Elio al basso, in quanto Faso si è rifiutato di interpretare il brano per l’odio nei confronti di questo genere musicale. Omosessualità, apprezzato e di molto dai circoli omosessuali per l’onestà intellettuale e l’apertura mentale (nonostante il linguaggio crudo), si è aggiudicato il premio dal circolo di cultura Mario Mieli.

Il brano simbolo – però – gli Elii lo piazzano alla fine, quel Tapparella che narra il dramma del ragazzino eterno complessato, sfigato, bullizzato e pisciato da chiunque alla festa delle medie. Uno spleen [d’altronde in Eat The Phikis è presente anche il brano Milza ndr] decadente di frustrazione totale che si conclude in un’estasi collettiva dal momento che il ragazzetto scioglie l’aspirina nell’amarissima aranciata. Il brano è un omaggio palese ad Hendrix con Little Wing ed Hey Joe che dominano il tema musicale iniziale.

Tapparella è un inno generazionale per chi è stato underground; inno con il quale gli Elii hanno chiuso concerti dal 1996 al 2018 e che dal 1999 è la consuetudine con la quale viene salutato ogni volta il vuoto enorme lasciato dal grande Panino: Paolone Feiez.

FORZA PANINO!

Ebbene sì! Non smetterò mai di ringraziare infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Come di consueto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/phikis.htm