Franco Battiato – L’Arca di Noè

Dopo una serie di articoli prolissi, questo sarà finalmente in forma ridotta rispettando il format primigenio di questo spazio digitale. 

Con L’Arca di Noé viene sfornato un disco da poco più di 27 minuti, stringato, ma con un livello di eccellenza marcato. A distanza di un anno dal boom de La Voce Del Padrone, L’Arca di Noé replica il successo di pubblico e di critica con mezzo milione di copie vendute. Suscitando anche sterili polemiche da parte dei “critici” di turno che hanno puntato il dito sull’affinità che la musica del Maestro avrebbe con la cultura della nuova destra, trovando in brani come Radio Varsavia e L’Esodo, dei riferimenti controversi alle repressioni dei polacchi e all’imperialismo. 

Naturalmente tali critiche sono state respinte dal Battiato che si è sempre proclamato di idee differenti, inoltre, per quanto riguarda L’Esodo e Clamori, il Maestro si è avvalso del supporto di Tommaso Tramonti, pseudonimo di Henri Thomasson, intellettuale mistico e allievo di quel Gurdjieff figura ispiratrice, e centrale, di La Voce Del Padrone.  

Questo disco è l’esempio concreto di come Battiato non abbia inseguito direttamente il successo, da un’intervista del 2015 presente su Minima & Moralia, c’è un passaggio molto interessante che tengo a riportare 

Battiato: “Non ho mai compiaciuto nessuno. Sono partito dallo sperimentalismo, ho scritto canzoni popolari, girato film, dipinto quadri senza mai accontentarmi della culla protetta o delle sicurezze. Come per magia quelli che mi apprezzavano in una veste, mi hanno dato retta anche quando mutavo essenza senza pretendere che somigliassi a un juxe-box e che a ogni monetina inserita, corrispondesse un loro desiderio. Mi hanno lasciato essere come volevo e se posso dirlo spudoratamente, io sono cambiato e ho fatto tutto il mio percorso solo per loro. Me ne frego delle sicurezze e me ne frego di offrirle. Sa cosa mi diceva Lucio Dalla

D: Il suo amico Dalla

Battiato: Il mio amico Dalla, certo. “Io inseguo il pubblico, Franco. Tu ti fai inseguire”. Sembra una cazzata, ma è vero. Io dei gusti dei fans me ne frego, loro lo sanno. Non ho mai fatto una capatina su Facebook. Non esiste. Se lo possono scordare.” 

Questo distacco lo si comprende dalle apparizioni televisive che il Maestro affronta. Come a L’Orecchiocchio, nel quale il telespettatore si trova di fronte una situazione surreale e a tratti molto “macheccazzz???”, con un Battiato che sembra quasi rendersi conto dell’inaccessibilità di quella situazione e interviene con un bel “Ahi… che noia mortale. Devo cantare io. Ehhhh Scalo a Grado, auguri” prima di eseguire un playback da seduto (con faccia scazzata). Tutto ciò ha una tremenda aura di trash che difficilmente lascia indifferenti.

Ma lo si capisce anche dal multistrato di cui sono composti i suoi brani, complessi, ricchi di orpelli e con testi apparentemente pleonastici e divertenti per la loro pomposità, anche se magari non li capisci. Voglio Vederti Danzare è un esempio di brano che può anche essere ascoltato in maniera totalmente svogliata, senza concentrarsi sul testo. Seguito da un videoclip reso celebre dalla sua danza spigliata, oltre che dalla presenza ingombrante dei beduini nel deserto [che probabilmente si sentono più a disagio di me che rivedo il video a quasi quarant’anni di distanza ndr].

Ecco se c’è una qualità enorme che si deve riconoscere al Maestro è quella capacità di saperti mettere a disagio con il nulla, potrebbe essere definito senza troppi giri di parole il McGyver del mettere a disagio. 

C’è da dire poi che la fruibilità di alcuni suoi brani è cambiata col tempo, l’ascolto e la percezione della musica è radicalmente mutata dall’avvento della musica liquida rispetto a 30-40 anni fa, quando un disco lo si consumava letteralmente sul piatto a forza di ascolti su ascolti. 

L’Arca di Noé non deve essere raccontato ulteriormente, ma ballato, perché forse è il disco più pop del Maestro e ve lo dovete gustare in loop, nella sua sapiente costruzione composta da grandi, grandissimi brani. 

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Lucio Dalla – Terra di Gaibola

“Ter-ra di Ga-i-bo-la” lesse pensieroso il giovane ragazzo di nome Pillole, scandendo ogni singola sillaba con lo stesso sguardo di una Melania Trump qualsiasi…  di primo acchito la sua mente ha cominciato ad associare il titolo di questo disco a qualcosa di biblico, sapete tipo quelle robe da Matusa che provengono dall’antico testamento. Poi quel motivo floreale sulla copertina, che rimanda alle carte da parati anni ‘60 e a quell’odore di naftalina e muffa ha contribuito all’idea formatasi nella sua mente. 

L’abito non fa il monaco ma l’occhio attento non ha mai tradito Pillole, e una copertina del genere ispira tanta roba, quindi decide di andare a fondo alla questione. Perché non ha mai sentito parlare di questo disco? Ma soprattuto chi cazzo è Gaibola?  

È una di quelle parole vetuste che senti solamente alla messa della domenica da bambino ed impari meccanicamente, senza vestirle di un senso… chessò, tipo “manna”, “osanna”, “annunziamo”, “deuteronomio”.  

Ok, Pillole è cresciuto e ha deciso di indagare!  

Anche chi non conosce approfonditamente Lucio Dalla, sa bene quanto fosse saldo il legame con la propria Bologna, Gaibola è proprio una frazione sita fra i colli del capoluogo, nella quale Dalla era solito giocare a calcio e passare il tempo nella spensieratezza giovanile.  

Questo secondo disco trasmette tanta nostalgia di quegli anni, epoche e situazioni non vissute ma che appaiono così tangibili, tra ricordi e profumi che possono solo essere immaginati, ma come Lucione riesce a trasmettere tutto questo guazzabuglio di situazioni, nessuno mai. 

Siamo di fronte ad un disco disprezzato all’epoca, pregno di cliché musicali da Carosello o cinematografici sapientemente ammansiti dal maestro Dalla insieme all’aiuto dei fratelli Maurizio e Guido De Angelis (gli amati Oliver Onions “Come with me for fun in my buggy” [che non hanno naturalmente niente a che fare con i Green Onions ndr]). Terra di Gaibola è una rarità discografica che se poco poco lo doveste trovare nella cantina dei vostri genitori o nonni, dovreste prendervelo senza fiatare e tenere da parte con una cura feticista. 

Cerco di dipanare la matassa di Terra di Gaibola in maniera chiara, per non indurvi a confusione e lasciarvi intendere di cosa si sta scrivendo oggi.  

12 brani per 39 minuti all’incirca: Non Sono Matto (o La Capra Elisabetta) è il primo testo della discografia di Dalla scritto per intero da Lucione e musicato dal fu Gran Visir della SIAE Gino Paoli; Il Mio Fiore Nero, viene incisa nello stesso anno anche dalla ragazzina del Piper (Patty); Occhi di Ragazza è un brano fresco, veloce che viene preso in prestito e portato al successo dall’eterno ragazzone di Monghidoro (Gianni <3); Dolce Susanna invece è stata composta dal trio Dalla (musica)/Baldazzi/Bardotti (testo) per il buon Rosalino Cellamare e la troviamo come b-side del suo secondo 45 giri. 

È presente anche una meravigliosa cover di Stars Fell On Alabama, nella quale Dalla dimostra – e di che tinta – come il clarinetto sia il suo strumento prediletto, mentre tra Orfeo Bianco, Dolce Susanna, ABCDEFG e K.O. troviamo svariati esempi del suo meraviglioso gramelot, marchio di fabbrica della produzione musicale capace di alleggerire i brani quando necessario.  

In precedenza ho menzionato sia Gianfranco Baldazzi, che non ha alcuna parentela con il Truce [oddio la mano sul fuoco non la metterei mica ndr], che l’immenso Sergione Bardotti (al quale bisognerebbe costruire un monumento solo per il lavoro svolto con Chico Buarque, poco prima di Terra di Gaibola [ma di questo parleremo un po’ più là, ohhh sì che ne parleremo ndr]), ma ho omesso la terza gamba di questo spettacolare trio di scrittori, ovvero Paola Pallottino.  

Una squadra che, con l’aiuto di un musicalmente illuminato Dalla, stabilisce la rotta di quella che sarà la carriera del cantautore, l’inizio di un universo che comincerà ad espandersi e avere una dimensione artistica ed emotiva definita con il successivo Storie di Casa Mia, nel quale la punta di diamante è quella 4/3/1943 che ha come b-side proprio la già edita Il Fiume e La Città

Che altro aggiungere? Una semplice chiosetta: Terra di Gaibola è un disco da imparare a memoria in ogni suo passaggio, oggi avete il piacere di scoprirlo e apprezzarlo, o l’occasione ghiotta di ricordarvelo e riascoltarlo.  

Baciotti dal vostro Pillole