Chico Buarque de Hollanda – Chico Buarque na Italia

Batte la lingua sul tamburo ed insiste nell’incanto di un’epoca così densa di interpreti maiuscoli.  

Non ci si rende bene conto di quanta fortuna la nostra terra abbia avuto nell’accogliere personaggi come ViníciusToquinho e Chico Buarque. Il sapere che hanno vissuto gomito a gomito con Bardotti, Endrigo, Ungaretti, Morricone, Vanoni, Mimì & Loredana, provoca un brivido malsano che sfocia in entusiasmo continuo. 

Se di Ungaretti Vinícius abbiamo già raccontato, ora è il turno di addentrarci nel legame di Chico con l’Italia e colgo l’occasione di prendere in esame questo disco per farlo.  

L’oramai noto, Sergio Buarque de Hollanda, attraversa un destino analogo a quello di Unga, emigrato per insegnare in un altro paese. Così Chico, segue il papà in Italia e la vive, nel pieno della sua bellezza, un fiore pronto a sbocciare tra le avvisaglie concrete del boom economico.  

“Avevo otto anni nel febbraio del ‘53, quando sono sbarcato in Italia, a Roma, con mia madre e tanti fratelli. Quando ci ritornai nel gennaio del ‘69, ritrovai tutto lì, uguale ai miei ricordi, solo un poco più piccolo. Fin dalla prima mattina mi sentivo però come il miope di Italo Calvino, incontrando volti conosciuti o salutando gente che non mi rispondeva. Umiliato, ritornavo infine in albergo, dove mia moglie, incinta, parlava al telefono con Rio de Janeiro. Le notizie dal Brasile a causa della dittatura non erano meravigliose, così il mio soggiorno all’estero – previsto di tre settimane – si prolungava per una durata incerta.” 

Il regime brasiliano pretende una partecipazione diretta (come consono per ogni regime, che ha nella viltà una delle implicite definizioni), perciò gente come Chico – in grado di lanciare strali avvelenati con naturalezza – viene arrestata, torturata o nel migliore dei casi esiliata. Bhe, Chico sceglie da sé di esiliarsi, sapendo che di piegare la testa davanti alle storture di chi ragiona per interesse proprio anziché per bene comune non se ne parla. 

Sicché nel 1969, dopo aver ricevuto l’autorizzazione da parte degli stati generali per potersi assentare dalla terra natia, Chico se ne va prima a Cannes per poi dirigersi spontaneamente a Roma con l’intento di partecipare alla Fiera Internazionale del Mercato del Disco.  

Roma diventò, a quel punto, la mia nuova residenza; ma la sentivo più dura, come se sospettasse che vivevo in lei pensando ad un’altra. Era vero, ma allo stesso tempo ero deciso a non pensare più alla mia città. Avevo inciso un disco in italiano quasi senza accento, ero presente in radio e in tv, cantai a Piazza Navona, per un documentario di Gianni Minà, ma Roma non mi capiva. Inventai un samba in dialetto romanesco, ma Roma non ci cascò. Le dissi allora che a Rio ero indesiderato, aggiungendo che non potevo vivere così, per aria, senza una città.” 

Ecco, le aspettative su Chico sono abbastanza alte, sapete ha scritto A Banda, e Mina l’ha resa famosa nello stivale (successivamente eseguirà anche Com Açucar, Com Afeto in Mina Canta o Brasil), quindi per i discografici la venuta di Chico in Italia è l’occasione di monetizzare la sua presenza. 

Bardotti è allertato e si adopera per adattare i testi di Chico. A Banda viene mantenuta nella versione di Mina Amurri, mentre Pedro Pedreira è messa in forma grazie all’aiuto di Enzo Jannacci, che ne interpreterà la sua versione negli anni a venire.  

Il successo atteso dai discografici arranca, ma Chico riceve un’esposizione mediatica interessante, della quale abbiamo tuttora traccia. Ad esempio c’è una versione di A Banda cantata con Lea Massari (grande appassionata di musica brasiliana, la ricorderete come protagonista di L’Avventura di Antonioni) o un’ospitata alla RAI nella quale canta Tem Mais Samba e successivamente l’adattamento italiano di Meu Refrão (Una Mia Canzone), nel quale si presta ad una gag con la buonanima di Gino Bramieri.  

Piccola curiosità, nonostante questo disco ripeschi composizioni dai 3 album precedenti di Chico, ha una freschezza tipica della musica leggera italiana degli anni ‘60 e deve questo merito all’arrangiamento del maestro Enrico Simonetti. Anch’esso ha vissuto in Brasile, dal 1952 al 1962, dimostrando la sensibilità giusta per addentrarsi nell’operazione di trasposizione intrapresa da Bardotti

Questo album cattura lo stato d’animo di Chico all’epoca, imprigionato in una terra così lontana dalla sua, seppur familiare:

“Ero ridicolo, volevo disperatamente che Roma mi accettasse. E così le offrii la mia primogenita, SilviaVinícius de Moraes fece registrare da un’infermiera il primo pianto della bimba. E a sua madre, Marietta, mia moglie, Giuseppe Ungaretti diceva ‘Bella, bella!’. Con il consenso di Roma ho vissuto un tempo che, altrove, sarebbe stato probabilmente invivibile.” 

Nara Leão – Vento de Maio

Tempi straordinari richiedono pillole straordinarie. Quindi preparatevi ad una super ciclo di rotture di balle e a pipponi senza sosta.

Credo nel destino e nel rapporto causa effetto.  

Negli anni mi sono imposto di pensare che, celate nelle avversità di alcune situazioni, ci fossero delle opportunità di miglioramento intimo e personale. Un ragionamento che fa scopa con la situazione storica che stiamo vivendo.  

La necessità di osservare il circostante da quest’ottica ha ammorbidito sempre di molto i bassi a cui sono andato incontro. Sicché è accaduto un paio di anni fa che in uno di questi momenti di fitta nebbia, abbia avuto la fortuna di imbattermi nella mia guida.  

Nara Leão è colei che ha afferrato fortissimo la mia mano, fissandomi con quei due profondi occhi madididi malinconia e cantandomi intensamente “Vem comigo“. 

Grazie all’ascolto compulsivo dei suoi album sono entrato in contatto con il complesso ed articolato universo della musica brasiliana, approcciando con la Bossa Nova Tropicalia. Ho sempre respinto questo mondo, ma ho affrontato i preconcetti avvicinandomi a capolavori sconosciuti e che mai avrei pensato di ascoltare. Quindi se doveste avere delle resistenze, vi chiedo di provare a metterle da parte, altrimenti ci ritroveremo a ciclo terminato. 

Ho avuto il piacere di addentrarmi nella cultura brasiliana e trovare così una lingua tanto musicale quanto poetica, capace di trasformarsi in strumento per quanto dolce, morbida e zuccherosa appaia [ricordate gli studi sulla voce di Stratos, Sumac e Buckley di cui vi avevo accennato? Potete confrontare quanto scritto in passato con questo nuovo ciclo di ascolti ndr]. Per non citare le soluzioni musicali così raffinate, esotiche, che impreziosiscono melodie in apparenza semplici.  

Insomma, la semi-sconosciuta Nara Leão è stata la mia Beatrice, insegnandomi tanto con una grazia innata, guidandomi giorno per giorno. Dal momento in cui l’ho conosciuta me ne sono innamorato, e non è accaduto solo a me, ma anche a una generazione di musicisti per cui lei è stata una rampa di lancio. 

Non sono solito affrontare dei nuovi cicli di Pillole in maniera anacronistica, ma Nara ve la andrò a descrivere ulteriormente con Opinião de Nara, nel più classico dei passi del gambero.  

Che dire su Vento De Maio?

Beh [nonna mi diceva sempre che la pecora fa beh, e non sopportava sentirmi cominciare una frase così, forse per contrasto ora vado ad usarlo spesso all’inizio di un discorso… ma a voi frega sicuramente un cazzo di ció ndr] è un disco che ho consumato di brutto e che ha schiuso il portone della mia ignoranza, per questo avrà la mia gratitudine imperitura. Raccoglie una scelta di brani omogenea, logica degli incontri e delle relazioni intessute in quegli anni. Vinícius de Moraes, Sidney Miller, Gilberto Gil (Noite Dos Mascarados è poesia) e Chico Buarque sono alcuni dei pesi massimi co-protagonisti di Vento De Maio.  

Sarà proprio con Chico che Nara scriverà le pagine più romantiche della MPB (musica popolare brasiliana), alcune delle quali trovate anche in questo lavoro. Per darvi una dimensione dello spessore interpretativo di cui vi ho accennato nelle righe superiori, vi assegno il classico compito a casa: ascoltate ad esempio Com Açucar, Com Afeto di Chico (scritta appositamente per lei), o A Praça, nelle interpretazioni della Leão e successivamente in quelle di Mina (Mina Canta o Brasil del 1970), troverete una spigliatezza e una sensibilità che la tigre di Cremona non è riuscita a trasmettere (senza nulla togliere alla tigrona nazionale). 

Sono certo che la bellezza interiore di Nara vi sospenderà a mezz’aria e vi accompagnerà in questi giorni, come sta facendo con me quando ne ho avuto bisogno. 

Dopo questo super-pippone, vi auguro una buona scoperta!