Clem Sacco – Best

Clem Sacco - Best

Oh mama, voglio l’uovo a la coque

oh mama e ballare in slip

oh mama e suonare in frac e cantare il rock ‘n roll.

Sono pazzo come il rock!

Ehhhh che figata ripartire con Clem Sacco! Wowo sono stracarico, anche perché ho avuto il piacere di conoscerlo una decina abbondante di anni fa. Si è dimostrato una forza della natura che farebbe impallidire i ventenni d’oggi, con i suoi capelli tinti e cotonati, la sua camicia blu con i draghi tamarri. Clem Sacco, ad oggi, risulta più anticonformista di chi ci si professa tale.

D’altronde cosa potete aspettarvi da uno che agli albori degli anni ’60 aveva gli attributi di esibirsi in mutande leopardate con testi strampalati, raccogliendo le censure di: radio, televisione ed editori.

Insomma un en plein di tutto rispetto in grado di tagliare le gambe a chiunque. Trasgressore sì, ma mai osceno, a differenza di quanti si fanno strada oggi nel mercato discografico.

Ora, io non sono un avvocato, ma la domanda sorge lecita: perché escludere qualcuno dal fantastilioso mondo delle pillole se non ha pubblicato un LP – fatto come Cristo comanda – di riferimento?

Ci sono un fottio di singoli sapientemente raccolti nell’omonimo best del grande Clem, nato a Il Cairo da genitori siculo/piemontesi e trapiantato in Italia 19 anni dopo.

La Lombardia gli vede muovere i primi passi da cantante, in principio con un provino a Mantova da baritono – il secondo posto nella selezione contribuisce all’archiviazione dei sogni da cantante di lirica – in seguito vira verso la moda del tempo: il rock and roll. Tra Califfi e Ribelli (del Clan Celentano, dopo lo stesso Adrianone – in servizio militare – e prima di Demetrio Stratos e Pugni Chiusi) ed una carriera florida da solista (dal punto di vista artistico perlomeno).

Baciami La Vena Varicosa, Oh Mama, Voglio L’Uovo a La Coque ed Enea Col Neo, sono capolavori demenziali d’antan, in anticipo di quasi vent’anni su quelli che si sarebbero rivelati maestri della canzone del genere come SquallorSkiantos e gli Elii. Un inguaribile positivo e carismatico, in grado di rialzarsi anche quando la vita lo ha bastonato per bene, capace di adattarsi al ruolo di venditore porta a porta quando la censura è intervenuta pesantemente, sino a re-inventarsi vestendo una parruccona e mettendo i panni dell’alter-ego Clementina Gay pur di sfamare la famiglia esibendosi in un gay bar per sei mesi.

Insomma una persona capace di cavar dalle rape il sangue e di trovare il lato propizio in ogni situazione avversa. Vince Tempera, suo pianista per un periodo ne ricorda un aneddoto:

“A Milano, di fronte al negozio delle Messaggerie Musicali, era perennemente parcheggiato il camper di Clem Sacco, era il suo personale supermarket: vendeva i suoi dischi, le musicassette e mille altre cose, dai tagliaunghie alle carte da poker con le donnine nude. Io che avevo avuto occasione di suonare il piano nel suo gruppo e conoscevo bene quindi il talento dell’artista trovavo assurda e mortificante quella situazione. Eppure lui la viveva alla grande: sempre allegro, vitale, coraggioso. In una sua canzone c’è un verso che fa ‘papà, voglio un quarto di leone’. Ebbene, sicuramente il padre lo aveva accontentato. Ho incontrato Clem nei giorni scorsi: soltanto un paio di lenti e qualche ruga in più rispetto ad allora; nei modi, nella voce e nello spirito è rimasto il leone di quarant’anni fa”.

Per questo articolo si ringrazia il sito internet https://www.musicaememoria.com/clem_sacco_articolo.htm dal quale sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.

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Tim Buckley – Lorca

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“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”

Questo pensiero di Federico Garcìa Lorca descrive a pieno il rapporto che un ascoltatore medio ha con Tim Buckley. A Lorca è intitolato il quinto album del cantautore  (non a Lorca Assassina come molti avranno sicuramente pensato). Scelta dettata dalla lettura profonda – in quel periodo affrontata da parte di Buckley e Underwood – degli scritti del poeta spagnolo.

C’è quindi in questo disco un qualcosa fortemente in controtendenza con quanto fatto in precedenza da Buckley, così introverso, così fortemente sperimentale e ipnotico, un varco iper-dimensionale che conduce verso mondi interiori inesplorati. La voce di Buckley si sposa perfettamente con quanto proposto dai musicisti, con quel gain della chitarra di Underwood che rende le note ricoperte di ovatta.

È una deriva consapevole, lo stesso Buckley definisce Lorca come un album che “non metti alle feste… semplicemente la gente si fermerebbe. Non c’entra nulla”, continua aggiungendo “finalmente me, senza nessuna influenza”. La sperimentazione come spesso accade non viene gradita pienamente dalla maggioranza del pubblico e della critica portando ad una incomprensione largamente condivisa. Nonostante tutto si dimostra un disco completo, maturo ed estremamente influente. Registrato durante le sessioni di Blue Afternoon e in parte di Starsailor, Lorca è l’ultimo disco sotto l’etichetta Elektra.

Lorca è immenso nella sua complessità, è una rottura con i cliché strofa/ritornello, è la transizione che va dal folk sino al folk-jazz d’avanguardia (un passo avanti a John Martyn), tocca vette immense che segnano la strada che Buckley continuerà a battere di lì a poco con l’altro grande capolavoro della sua discografia: Starsailor.

Buckley ci racconta dove affonda le radici la title-track, e quanto dice aiuta anche a capire l’idea musicale perpetrata da Timoteo in questo disco:

“Eravamo stanchi di scrivere canzoni che rispettassero la sequenza verso, verso, coro. Non era un esercizio intellettuale, è un dato di fatto, è un qualcosa che Miles [Davis ndr] ha fatto all’interno di In A Silent Way. E’ successo con il piano elettrico Fender Rhodes e con la linea di basso che mi ha consentito di tenere l’idea in mente. In Silent Way, Miles aveva una linea melodica che manteneva con la tromba, io invece avevo un testo e una melodia che si sono trasformati in Lorca.”

II disco prosegue in crescendo con la stupenda Anonymous Proposition – un brano a tratti free-jazz – considerato dallo stesso Buckley il vero e proprio avanzamento rispetto all’apertura: “Una ballata estremamente personale, una presentazione fisica, per tagliar fuori il non-sense e le cose superficiali. È un qualcosa da eseguire lentamente, in 5-6 minuti, è in movimento, è un qualche cosa che ti tiene lì e ti rende consapevole del fatto che qualcuno ti sta dicendo qualcosa di sé nell’oscurità.[…] Questa è la musica che c’è qui dentro. È estremamente personale e non vi è nessun’altra interpretazione.”

Dopo quest’affermazione ogni libera interpretazione dei brani di Lorca risulterebbe un esercizio di stile soggettivo e lontano dalla verità. Il disco prosegue con un brano più simile al passato che al presente storico in cui è stato registrato Lorca, I Had A Talk With My Woman, meno cervellotica nell’esecuzione musicale rispetto ai primi due brani, per fare poi un passo indietro con Driftin’ – composizione decisamente complessa – ed esplodere nel finale Nobody Walkin’ che dimostra come Buckley fosse capace di spaziare da un brano più freddo – in termini di interpretazione – come Lorca ad un finale frizzante ed estremamente scatenante.

Lorca cerca amanti, che restino completamente ammaliati dalle sperimentazioni vocali di Buckley, dal suo spingersi verso confini che solo Stratos avrebbe provato ad esasperare ulteriormente.