Mauro Pagani – Mauro Pagani

«Si deve essere curiosi, ma prudenti, avere cura della propria anima. Dice un proverbio: il danaro va e viene, la dignità, una volta andata, non torna più». 

Non esiste artista che stimi di più del Maestro Pagani, sarebbe pleonastico elencarne i motivi. Mi limito a raccontarvi en passant questo primo disco solista.  

Credo vi siate fatti più o meno un’idea del valore dei personaggi che stiamo affrontando, credo inoltre che stiate capendo chi affronteremo nelle prossime pubblicazioni di questo ciclo. Sì perché la linea narrativa è abbastanza regolare, gli anni d’oro della musica sperimentale italiana coincidono con la compresenza di alcuni personaggi dallo spiccato spessore.  

Mauro Pagani è l’anello di congiunzione tra la musica ricercata e quella popolare, e il suo primo disco omonimo è stato l’apripista per uno dei miracoli della musica italiana: Crêuza de mä. Con le debite proporzioni Mauro Pagani è un disco che mi viene facile accomunare a Before And After Science, un compendio della scena musicale contemporanea di media durata, con dei pezzi ben assemblati, l’uno differente dal successivo, ma non per questo eterogenei. Si ascolta tutto con trasporto e piacere, con attenzione o distrattamente, ma mai con fastidio… anzi, ci troviamo dinanzi ad un’opera che provoca assuefazione e un gran movimento di chiappette e budella. 

Ma dove nasce questo disco? 

Dopo 7 anni di militanza tra Quelli e P.F.M., Mauro Pagani si dice che sia stressato, distante dalle idee degli altri membri della Premiata, vuole alzare l’asticella. Poi, tutto questo girare il mondo gli consente di ottenere riconoscimenti per le proprie doti da parte della critica, ma lo consuma.  

La ricerca è la strada maestra, è il 1976 quando piscia i P.F.M. e comincia ad approfondire gli studi sulla world music, in particolare la musica etnica di matrice araba lo rapisce. La capacità, la curiosità e la creatività, combinate insieme sono una miscela di rara potenza e da questo mix Pagani maneggia in maniera sopraffina idee che in testa ad altri difficilmente troverebbero sfogo. 

Europa Minor dimostra ciò: un ritmo arabeggiante viscerale che potenzialmente può essere riprodotto all’infinito; in Argiento invece ci muoviamo in Campania con la voce di Teresa De Sio sopra di una melodia non troppo elaborata, accompagnata dai fiati e dal violino di Pagani che rendono il pezzo un raffinato miscuglio di world music e musica da camera. 

Senza addentrarmi in una misera cronaca di un disco che DOVETE TASSATIVAMENTE ASCOLTARE, è con L’Albero di Canto e la sua reprise – a chiusura del disco – che si toccano vette emotive di intensità strepitosa. La voce di Stratos e la presenza degli Area rendono il pezzo un incrocio tra Gioia e RivoluzioneLuglio, Agosto, Settembre Nero, i ritmi mediorientali degli Area ben copulano con l’idea musicale di Pagani che rende il tutto meno caotico di quanto solitamente si confà agli Area

Sino a qui ho citato signori ospiti, ma all’appello mancano ancora gli ex-compagni della scuderia P.F.M. (eccezion fatta di Flavio Premoli), parte del Canzoniere del Lazio (Vivaldi e Minieri), Roberto Colombo (reso celebre più per le sigle che ha creato che per il popo’ di musica che ha suonato [vabé che ha fatto il segnale orario del TG5, quindi gloria imperitura ndr]), Luca Balbo, Mario Arcari ed il grande Walter Calloni alla batteria. 

Pagani in tutto ciò non si risparmia suonando un po’ tutto: viola, violino, mandolino, bouzouki e un flauto di canna. Naturalmente questo disco non ha fatto il botto di vendite, però è stato accolto in maniera strapositiva dalla critica, dando ulteriore luce e credibilità alla carriera di una delle divinità del Pantheon musicale. 

«Solo nel 1978 [mi è capitato di non essere capito dal pubblico ndr], quando – finita la bellissima esperienza con la P.F.M. – pubblicai il mio primo disco solista, quelle sonorità mediterranee spiazzarono il pubblico. Però poi cominciai a collaborare con Fabrizio De André, e quel lavoro mi permise di scrivere le musiche di Crêuza de mä con naturalezza». 

Cari lettori, è giunto il momento di immergervi (nuovamente) in questo capolavoro. Buon ascolto. 

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Demetrio Stratos – Cantare La Voce

 to have haD 
         the idEa        
             his Music 
     would nEver           
                  sTop        
            the Range        
             of hI
                 vOice  
would have    
       no limitS 
              nexT 
                 foR him       
             to leArn was       
                in Tibet 
  after that Out 
  into vocal Space       

John Cage lo ha celebrato con questo mesostico, riconoscendogli un ruolo angolare nel campo della ricerca vocale. Non che agli altri non sia affezionato, ma a Demetrio voglio tanto bene, un po’ per quella proprietà dialettica che lo contraddistingueva e col quale era solito spiegare con piglio accademico i suoi studi, un po’ per l’eccentricità degli studi musicali.  

Sì, gli Area hanno accompagnato – e di che tinta – la mia pubertà (spiegata benissimo con Come Gli Area degli Elii) e li ascolto sempre con piacere enorme, ma Cantare La Voce è un disco che mi ha flippato di brutto il cervello.  

Insomma come ormai avrete capito questo ciclo di pubblicazione è cominciato con dei dischi non proprio accessibilissimi e sicuramente Cantare La Voce è l’apice della ricerca presentata in questo spazio. Il susseguirsi di suoni strani, quelle diplofonie e triplofonie eseguite senza apparente sforzo, la capacità di vocalizzare più note contemporaneamente ha un non so che di mistico.  

Misticismo trasmesso in parte da questo nome d’arte così esotico a tradire le proprie origini elleniche (il vero nome di Demetrio era Efstràtios Dimitrìu nato da genitori greci in Egitto [chissà cosa ne avrebbero pensato i nostri cari leghisti? Insomma, hanno crocifisso Mahmood perché milanese con nome arabo. Lo avrebbero trattato come carne da macello o come fiore all’occhiello? Ma allora tutti i post-mezzadri con nomi del cazzo, tipo Gennifer, Dilan, Jhonny, etc… non meriterebbero uguale trattamento? ndr]), dall’altra dallo strepitoso documentario Suonare La Voce, nel quale Stratos spiega esercizi per utilizzare la voce come uno strumento. Si comincia con le celebrazioni pagane, nelle quali i sacerdoti erano soliti sflipparsi di brutto ripetendo scioglilingua a velocità impossibile (tipo i tizi delle pubblicità sui medicinali che parlano superveloce e ti danno tutte quelle avvertenze che morirai comunque di effetti collaterali perché non ci si capisce una sega), 30 parole in un giro di 3 secondi e mezzo, ripetute ad libitum per ore, la respirazione agisce sul nervo simpatico sballando i preachers, che offuscati dallo sforzo e dalla carenza di ossigeno si imbattevano nella divinità o nel messaggio divino.  

Insomma, suggestioni create da un uso della voce differente da quello moderno, ingabbiato in forme sintattiche, strutture e parole che ne limitano il trasporto emotivo e l’espressività. La parola incastra, è una schiavitù, e cantare la voce è una liberazione. La parola venendo pronunciata velocemente perde il suo senso originario fondendosi in un flusso sonoro indefinito. Stratos ha il coraggio di approfondire questo concetto, buttandosi a capofitto sullo studio della voce, riuscendo a tesorizzare quanto Yma Sumac, Meredith Monk, Tim Buckley, Cathy Berberian avevano fatto (riproporrà anche Stripsody della Berberian), spingendosi oltre e regalandoci un album enorme come Cantare La Voce pubblicato con la Cramps.  

 “Il più grosso complimento che i Maestri di musica indiana fanno ai propri studenti è ‘suoni lo strumento come una voce’” questa frase riassume il contenuto di un disco di esperimenti vocali, un’idea opposta rispetto alla concezione occidentale sposata appieno da Stratos. La ricerca non lo porta solo in India, il Tibet è d’ispirazione per Stratos, in particolare la tecnica dei monaci tibetani – che un po’ come i santoni nell’antica Grecia adoperano la voce per scopi liturgici, ma accordandola in base alla risonanza del tempio – in grado di emettere due suoni contemporaneamente. Un altro esempio tenuto in conto da Stratos riguarda la musica africana nel quale lo stregone è capace di modulare il suono della voce utilizzando le mani a conca di fronte alla bocca e muovendo le dita per ottenere toni e semitoni (come se si suonasse un’ocarina). 

Nell’esecuzione di Flautofonie ed AltroStratos era solito tenere uno specchietto in mano per osservarsi e gestire la propria voce, ottenendo il pieno controllo della voce. Paragona lo specchietto ai pedali di un pianoforte, strumento con il quale si può dare pienezza al suono. 

Insomma, qui si dovrebbe scrivere un trattato e io percepisco che la vostra soglia di attenzione sta scemando di brutto. Spero che questo articoletto vi invogli comunque ad ascoltare ed approfondire una perla tanto bella quanto ost(r)ica.

Lino Capra Vaccina – Antico Adagio

Ecco questo è un disco stracazzuto.

Sono convintissimo che chi ha letto il titolo e l’autore, se non ha un minimo di confidenza con la scena italiana sperimentale, avrà tuonato un sonoro “uè belin mi prendi per i fondelli?”.  

Beh, l’abito non fa il monaco e le capre solitamente sono ovine, però non stiamo a guardare il pelo nell’uovo, suvvia! Proverò a farvi ravvedere.  

Prima di tutto, il signor Lino Vaccina è un percussionista con i contromazzi, che ha collaborato più volte nel corso della sua carriera col buon Franco Battiato (perlopiù durante il suo periodo sperimentale) e con Juri Camisasca, insomma due figure monumentali della nostra storia musicale.  

Secondo di tutto, il signor Lino Vaccina ha esordito con un disco enorme nel quale condensa input e idee musicali provenienti da ogni dove: la percussione domina e la voce è uno strumento che accompagna senza vincoli linguistici.  

Lo fa ammiccando alla musica orientale, per chi ha familiarità con il genere si possono trovare richiami di musica mongola e tibetana, con emissioni reiterate di suoni nasali e gutturali, che si intrecciano in un tappeto vocale molto vicino alle diplofonie di Stratos ma anche all’uso sapiente della voce esercitato dal Dio Wyatt

Ok, ora siete meno scettici? Ho stuzzicato un poco la vostra fantasia? Ho altri argomenti volti a convincervi. 

Provate a metter su Antico Adagio, ascoltatelo più volte e sarete rapiti dal suo contenuto, dall’attualità a distanza di oltre quarant’anni. È musica che vive in naftalina, non ha bisogno di imbellettarsi, ogni suo pezzo potrebbe essere tranquillamente usato come tema di un film, per una pièce teatrale, per la colonna sonora della vostra vita. Insomma, tanti salamelecchi per un Thom Yorke di turno che fa la colonna sonora di Suspiria, quando bastava andare dal Lino a chiedergli in prestito le tracce di Antico Adagio (senza nulla togliere al pregevole lavoro di Yorke). Anzi vi suggerisco un giochino: provate ad ascoltare Motus e poi buttate su qualsiasi altro brano da Kid A. Sono curioso di sapere quali conclusioni ne traete. 

A differenza di Sorrenti, Lino Capra Vaccina ha saputo resistere al richiamo pop-commerciale (considerato non nelle sue corde), non è caduto in un vortice depressivo come Cilio ed è riuscito a mantenere un profilo estremamente definito, privilegiando la sperimentazione e l’improvvisazione volta all’inclusione, con un linguaggio musicale alto ma al tempo stesso accessibile ai più. 

Questo è lo spirito della musica anni ‘70, quando la sperimentazione non era semplicemente una scoreggia da degustare in un bicchiere di cristallo e del quale compiacersi con altri teoretici del settore, questo è lo spirito della sperimentazione di Battiato e di Cilio, con tanta voglia di conoscere nuova musica e condividerla agli altri, conducendoli per mano.  

Antico Adagio è un disco meraviglioso, un’opera di ricerca nel quale Lino Capra Vaccina ha dedicato sé stesso per esprimere la propria cifra stilistica, composto di getto e per sottrazione, minimalista e ciclica. Cattura l’attenzione anche se ci si avvicina in maniera distratta, è come un incantatore di serpenti, è impossibile non venire rapiti dai ritmi e dalle armonie create da Capra Vaccina

Clem Sacco – Best

Clem Sacco - Best

Oh mama, voglio l’uovo a la coque

oh mama e ballare in slip

oh mama e suonare in frac e cantare il rock ‘n roll.

Sono pazzo come il rock!

Ehhhh che figata ripartire con Clem Sacco! Wowo sono stracarico, anche perché ho avuto il piacere di conoscerlo una decina abbondante di anni fa. Si è dimostrato una forza della natura che farebbe impallidire i ventenni d’oggi, con i suoi capelli tinti e cotonati, la sua camicia blu con i draghi tamarri. Clem Sacco, ad oggi, risulta più anticonformista di chi ci si professa tale.

D’altronde cosa potete aspettarvi da uno che agli albori degli anni ’60 aveva gli attributi di esibirsi in mutande leopardate con testi strampalati, raccogliendo le censure di: radio, televisione ed editori.

Insomma un en plein di tutto rispetto in grado di tagliare le gambe a chiunque. Trasgressore sì, ma mai osceno, a differenza di quanti si fanno strada oggi nel mercato discografico.

Ora, io non sono un avvocato, ma la domanda sorge lecita: perché escludere qualcuno dal fantastilioso mondo delle pillole se non ha pubblicato un LP – fatto come Cristo comanda – di riferimento?

Ci sono un fottio di singoli sapientemente raccolti nell’omonimo best del grande Clem, nato a Il Cairo da genitori siculo/piemontesi e trapiantato in Italia 19 anni dopo.

La Lombardia gli vede muovere i primi passi da cantante, in principio con un provino a Mantova da baritono – il secondo posto nella selezione contribuisce all’archiviazione dei sogni da cantante di lirica – in seguito vira verso la moda del tempo: il rock and roll. Tra Califfi e Ribelli (del Clan Celentano, dopo lo stesso Adrianone – in servizio militare – e prima di Demetrio Stratos e Pugni Chiusi) ed una carriera florida da solista (dal punto di vista artistico perlomeno).

Baciami La Vena Varicosa, Oh Mama, Voglio L’Uovo a La Coque ed Enea Col Neo, sono capolavori demenziali d’antan, in anticipo di quasi vent’anni su quelli che si sarebbero rivelati maestri della canzone del genere come SquallorSkiantos e gli Elii. Un inguaribile positivo e carismatico, in grado di rialzarsi anche quando la vita lo ha bastonato per bene, capace di adattarsi al ruolo di venditore porta a porta quando la censura è intervenuta pesantemente, sino a re-inventarsi vestendo una parruccona e mettendo i panni dell’alter-ego Clementina Gay pur di sfamare la famiglia esibendosi in un gay bar per sei mesi.

Insomma una persona capace di cavar dalle rape il sangue e di trovare il lato propizio in ogni situazione avversa. Vince Tempera, suo pianista per un periodo ne ricorda un aneddoto:

“A Milano, di fronte al negozio delle Messaggerie Musicali, era perennemente parcheggiato il camper di Clem Sacco, era il suo personale supermarket: vendeva i suoi dischi, le musicassette e mille altre cose, dai tagliaunghie alle carte da poker con le donnine nude. Io che avevo avuto occasione di suonare il piano nel suo gruppo e conoscevo bene quindi il talento dell’artista trovavo assurda e mortificante quella situazione. Eppure lui la viveva alla grande: sempre allegro, vitale, coraggioso. In una sua canzone c’è un verso che fa ‘papà, voglio un quarto di leone’. Ebbene, sicuramente il padre lo aveva accontentato. Ho incontrato Clem nei giorni scorsi: soltanto un paio di lenti e qualche ruga in più rispetto ad allora; nei modi, nella voce e nello spirito è rimasto il leone di quarant’anni fa”.

Per questo articolo si ringrazia il sito internet https://www.musicaememoria.com/clem_sacco_articolo.htm dal quale sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.

Tim Buckley – Lorca

Tim Buckley - Lorca.jpg

“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”

Questo pensiero di Federico Garcìa Lorca descrive a pieno il rapporto che un ascoltatore medio ha con Tim Buckley. A Lorca è intitolato il quinto album del cantautore  (non a Lorca Assassina come molti avranno sicuramente pensato). Scelta dettata dalla lettura profonda – in quel periodo affrontata da parte di Buckley e Underwood – degli scritti del poeta spagnolo.

C’è quindi in questo disco un qualcosa fortemente in controtendenza con quanto fatto in precedenza da Buckley, così introverso, così fortemente sperimentale e ipnotico, un varco iper-dimensionale che conduce verso mondi interiori inesplorati. La voce di Buckley si sposa perfettamente con quanto proposto dai musicisti, con quel gain della chitarra di Underwood che rende le note ricoperte di ovatta.

È una deriva consapevole, lo stesso Buckley definisce Lorca come un album che “non metti alle feste… semplicemente la gente si fermerebbe. Non c’entra nulla”, continua aggiungendo “finalmente me, senza nessuna influenza”. La sperimentazione come spesso accade non viene gradita pienamente dalla maggioranza del pubblico e della critica portando ad una incomprensione largamente condivisa. Nonostante tutto si dimostra un disco completo, maturo ed estremamente influente. Registrato durante le sessioni di Blue Afternoon e in parte di Starsailor, Lorca è l’ultimo disco sotto l’etichetta Elektra.

Lorca è immenso nella sua complessità, è una rottura con i cliché strofa/ritornello, è la transizione che va dal folk sino al folk-jazz d’avanguardia (un passo avanti a John Martyn), tocca vette immense che segnano la strada che Buckley continuerà a battere di lì a poco con l’altro grande capolavoro della sua discografia: Starsailor.

Buckley ci racconta dove affonda le radici la title-track, e quanto dice aiuta anche a capire l’idea musicale perpetrata da Timoteo in questo disco:

“Eravamo stanchi di scrivere canzoni che rispettassero la sequenza verso, verso, coro. Non era un esercizio intellettuale, è un dato di fatto, è un qualcosa che Miles [Davis ndr] ha fatto all’interno di In A Silent Way. E’ successo con il piano elettrico Fender Rhodes e con la linea di basso che mi ha consentito di tenere l’idea in mente. In Silent Way, Miles aveva una linea melodica che manteneva con la tromba, io invece avevo un testo e una melodia che si sono trasformati in Lorca.”

II disco prosegue in crescendo con la stupenda Anonymous Proposition – un brano a tratti free-jazz – considerato dallo stesso Buckley il vero e proprio avanzamento rispetto all’apertura: “Una ballata estremamente personale, una presentazione fisica, per tagliar fuori il non-sense e le cose superficiali. È un qualcosa da eseguire lentamente, in 5-6 minuti, è in movimento, è un qualche cosa che ti tiene lì e ti rende consapevole del fatto che qualcuno ti sta dicendo qualcosa di sé nell’oscurità.[…] Questa è la musica che c’è qui dentro. È estremamente personale e non vi è nessun’altra interpretazione.”

Dopo quest’affermazione ogni libera interpretazione dei brani di Lorca risulterebbe un esercizio di stile soggettivo e lontano dalla verità. Il disco prosegue con un brano più simile al passato che al presente storico in cui è stato registrato Lorca, I Had A Talk With My Woman, meno cervellotica nell’esecuzione musicale rispetto ai primi due brani, per fare poi un passo indietro con Driftin’ – composizione decisamente complessa – ed esplodere nel finale Nobody Walkin’ che dimostra come Buckley fosse capace di spaziare da un brano più freddo – in termini di interpretazione – come Lorca ad un finale frizzante ed estremamente scatenante.

Lorca cerca amanti, che restino completamente ammaliati dalle sperimentazioni vocali di Buckley, dal suo spingersi verso confini che solo Stratos avrebbe provato ad esasperare ulteriormente.