St. Vincent – Marry Me

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St. Vincent è sorprendente, strepitosa, e il suo disco d’esordio – a dieci anni dalla pubblicazione – suona ancora meravigliosamente attuale.  

Cresciuta musicalmente da delle nostre conoscenze – come Zappa (apprezzato verso i quindici anni), Jethro Tull e King Crimson (qualche anno prima rispetto a zio Franco) – ha ridefinito in parte il canone del songwriting femminile moderno, utilizzando sapientemente chitarra e pedaliere, arpeggi, echi e vibrati che esaltano la voce di Annie Clark 

Un disco che musicalmente è decisamente ben strutturato, grazie anche alla presenza di turnisti navigati, tra i quali il piano di Mike Garson (sentitevi il piano di All My Star Alligned e ditemi se non vi viene nostalgia di Aladdin Sane). 

“Solitamente quando comincio a scrivere le canzoni, sono un groviglio. È molto difficile che mi sbilanci dall’inizio ‘questi accordi sono giusti e ci costruirò una canzone sopra’. Credo che se sin dall’inizio si parte dal dettaglio, dalla minuzia, sarà più facile applicare un procedimento frattale che di fatto… può innescare ulteriori idee.” 

Questa affermazione dimostra una lucidità e uno studio certosino celato dietro la creazione di nuovi brani, che si può intravedere molto facilmente nella struttura complessa di Marry Me, album nel quale si alternano in maniera ponderata brani apocalittici – come Your Lips Are Red e Paris is Burning – a ballate sognanti da prom – Marry MeAll My Star Alligned e What Me Worry su tutti – passando per ritmi da bossanova nella scanzonata Human Racing. 

I brani hanno subito nel corso degli anni un’evoluzione – così come il processo di songwriting – grazie alle performance live sostenute nel tempo; in principio tutto ciò che è finito su Marry Me è quello che Annie ha creato nella propria stanzetta e catturato con il suo MacBook Pro. Paris Is Burning, per esempio, è nata dopo un periodo speso nella capitale francese, periodo nel quale la canzone è stata composta ma mai eseguita dal vivo, difatti si percepisce l’incertezza durante i primi live, salvo poi crescere di spessore. 

In Marry Me si canta di apocalisse e i riferimenti alla religione nei brani non mancano, a partire dal nome che Annie si è data: St. Vincent. “Il nome deriva da una canzone di Nick Cave [There She Goes My Beautiful World ndr] nella quale fa riferimento all’ospedale dove morì il poeta Dylan Thomas, il St. Vincent hospital. […] In generale sono cresciuta in un ambiente composto da varie religioni, perciò la religione fa parte di me. Tutto – dal fondamentalista cattolico al seguace del guru spirituale indiano fino all’Unitariano universalista – tutto in una famiglia.  Credo che l’aspetto familiare sia più forte di qualsiasi altro dogma.” 

Il titolo del disco -ripreso anche nella title-track – è un messaggio che Annie manda a sé stessa ma anche un commento nei confronti della mondanità, una considerazione al primo quarto di secolo (e al ticchettio dell’orologio biologico) compiuto da Annie all’epoca dell’uscita del disco. “Credo che il mio romanticismo riguardo queste cose sia reale tanto quanto il sarcasmo che mi provocano” 

Ciò che mi piace da morire di Annie Clark è la sua spiccata capacità nel rielaborare le differenti sfaccettature musicali che hanno modellato il suo credo musicale, è come se fosse riuscita a shakerare The Ronettes, Little Eva, Syd Barrett, David BowieKate Bush con tanti altri gruppi a cavallo tra anni ‘90 e primi 2000, riesce a far sembrare normale sentire il fuzz della chitarra sopra a gorgheggi e cori. Le percussioni giocano un ruolo fondamentale in molti brani insieme ad un uso sapiente della voce e della chitarra – suonata in maniera tanto feroce quanto efficace da Annie Clark. 

Tanto per darvi un altro riferimento musicale di St. Vincent, il disco si conclude con una cover di These Days, brano scritto per Nico da Jackson Browne, vero e proprio capolavoro di scrittura.  

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Beirut – The Flying Club Cup

Beirut - The Flying Club Cup

Capita talvolta di venir rapito da particolari suoni, come quando d’inverno sei steso sul divano e di punto in bianco sentì risuonare a distanza la zampogna, con quelle note così riconoscibili, e automaticamente il sorriso si stampa sul volto.

Così è successo per quest’album dei Beirut, assolutamente nulla di indimenticabile, non aggiunge nulla a ciò che c’è in giro, ma entra dentro e tocca le corde giuste. Lo fa sulla base di quella globalizzazione musicale crescente, una contaminazione che strizza l’occhio più frequentemente ai suoni tzigani, balcani e all’Europa di un tempo, quella dei primi del ‘900, degli sfarzi e delle bande. In tutto questo si stabilisce The Flying Club Cup (un incrocio tra Lol CoxhillYann Tiersen e Goran Bregovic), in un ciclo di Pillole caratterizzato da stili musicali simili, tra il malinconico e melodie – in alcuni casi acchiappone – che penetrano con convinzione nell’ascoltatore.

L’esempio di Yann Tiersen non è casuale, è persistente l’impronta francese, la canzone in apertura è dedicata alla città di Nantes e quell’incedere ipnotico all’organo sembra preso in prestito proprio dal compositore francese.

Ciò che traspare dall’intero disco è l’amore smodato che Zach Condon prova per la Francia e la sua capitale, nella quale il cantautore si è trasferito “in fase creativa ho ascoltato tantissimo Jacques Brel e la musica degli chansonnier francesi, canzoni popolari avvolte da arrangiamenti meravigliosi, e quest’aspetto per me era quasi del tutto sconosciuto. Perciò ho acquistato nuovi strumenti con i quali non avevo tanta confidenza, come i corni francesi e l’eufonio, continuando con gli ottoni e le trombe, lavorando con fisarmonica e l’organo”.

La sensazione che gli ottoni e gli strumenti a fiato – in generale – offrono è quella di ascoltare una banda d’altri tempi, un po’ come avviene per i Neutral Milk Hotel, che tramite arrangiamenti evocativi e il sapiente uso di più strumenti garantisce un impatto sonoro di spessore ed estremamente piacevole, seppur con sfumature emotivamente meno importanti rispetto ad In The Aeroplane Over The Sea.

C’è un’altra analogia tra il lavoro marcato da Jeff Mangum e quello di Zach Condon, l’artwork scelto per la copertina dell’album è molto simile, seppure nel caso dei Neutral si tratti di una cartolina illustrata e in questo di una fotografia (con in primo piano una donna ben vestita a ridosso di una spiaggia). Condon, spiega la scelta del nome dell’album a rafforzare l’influenza retrò subita dal leader della band “Guardando ad inizio ‘900… a Parigi veniva organizzato un festival per le mongolfiere – l’album è stato intitolato così dopo aver visto una foto veramente bizzarra del 1910. È uno dei primi scatti a colori mai eseguiti prima, alla fiera mondiale, e mostra tutte queste vecchie mongolfiere pronte al decollo dal centro di Parigi. Credo sia una delle immagini più surreali che abbia mai visto”.

Vi consiglio di ascoltarlo qualora non l’aveste fatto prima… ripeto, nulla di eclatante ma è estremamente godibile e discretamente più leggero rispetto a dischi come Failing Songs e In The Aeroplane Over The Sea (con atmosfere in parte proposte anche dai Black Heart Procession in 2) che hanno sonorità molto in linea con quelle espresse dai Beirut.

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

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“Resisti al bisogno di creare 

Resisti alla fede nell’assurdo 

Resisti attraverso la provocazione 

Resisti attraverso la malattia e la tristezza 

Resisti attraverso la masturbazione 

Resisti attraverso manuali di motivazione 

Resisti lavorando per gli altri 

Resisti attraverso il paragone con gli altri 

Resisti attraverso l’opinione degli altri 

Questi sono i Nove tormenti dell’avanzamento. Ci scorrono nel sangue, nella pelle e nei nervi. Rappresentano per il nostro progresso una minaccia reale e disastrosa come un treno fuori controllo che ci tuona incontro, mentre irrigiditi dalla paura restiamo fermi sui binari”. 

Con questo estratto da Sick Bag Songs ho deciso di cominciare un articolo che reputo estremamente complesso per i temi trattati, per la vicinanza con l’uscita discografica e per la valenza che ha il disco, sia dal punto di vista musicale quanto di quello umano. 

I tormenti dell’avanzamento sono le paure che ammantano chi ama più di sé stesso la propria vocazione, succedeva con Zappa, solito rinchiudersi 18 ore su 24, sette giorni su sette in studio, o a Neil Young che per la sua musa sarebbe capace di passare sopra chiunque, sono i tormenti di chi vive per progredire e ha in qualche modo timore di non lasciare una traccia del proprio passaggio.  

È la paura che ha assalito Nick Cave dopo la morte di Arthur – uno dei suoi gemelli – la paura di perdere tutto e di non sapere più il come si fa.  Molte delle canzoni in Skeleton Tree sono già state pensate prima che accadesse il luttuoso evento; la drammaticità giace nella sensazione che le canzoni siano state scritte dopo ciò che è accaduto in quanto il tema della morte è ricorrente e alcuni brani risuonano tristemente profetici.  

Succede che Cave rimetta mano ai brani rendendoli di una intensità unica, come se la perdita avesse donato nuova linfa alla propria capacità creativa “Ho scritto un mucchio di canzoni dopo la morte di Arthur, ma le sentivo quasi un tradimento nei confronti di tutto ciò che mi circondava, come se stessi tradendo mio figlio; come se non avessero il giusto potenziale emotivo, le ho scartate. Andrew Dominik le ha trovate tra i miei appunti e se n’è innamorato, le ho usate come voce fuoricampo per il film One More Time with Feeling. Posso scorgere adesso, con chiarezza, che si trattava di qualcosa di veramente potente, ed ero incapace di vederlo al tempo. Tuttavia, sono ancora galleggianti. Ma sto scrivendo tante cose. Un mucchio di nuove cose”.  

Ogni singola traccia è un pugno nello stomaco, dalla sirena di Jesus Alone alla preghiera di I Need You, ripetuto allo sfinimento come fosse un mantra, con la voce rotta, insicura e colpita al cuore, o nella soavità di Distant Sky e nella title-track, nella quale sembra tornare la calma dopo la tempesta, quasi a voler dimostrare a tutti che le cose possono cambiare, ma tutto scorre nonostante Cave sia sopravvissuto a suo figlio, in un dolore forse impareggiabile “Per me andare in studio a Parigi non era una buona idea, spero di non dover ripetere un’esperienza simile. Erano passati appena pochi mesi dalla scomparsa di Arthur. Era troppo presto. Ma ho creduto fosse importante che lo facessi. Sai, la vita va avanti e anche tutto il resto. È stato terrificante. Un disastro. Così per tutti. La maggior parte di ciò che facevamo semplicemente non andava. Abbiamo provato a registrare nuovamente delle canzoni. La maggior parte di ciò che facevamo suonava male. Era come se le registrazioni rozze semplicemente si rifiutassero di essere ripulite o migliorate. Perciò Skeleton Tree è stato un po’ il prodotto di questo”. 

Qualche riga sopra è stato menzionato One More Time With Feeling, il film che funge da stele di Rosetta per comprendere a pieno Skeleton Tree ed ogni suo brano, per non dare scontate alcune situazioni (come la tempistica nella creazione dei brani) e per cercare di capire come il lutto sia stato metabolizzato dal punto di vista umano e professionale da Cave, la sua band e la propria famiglia “Inizialmente avevamo idea di girare un film per la promozione del disco. Niente più della registrazione dei brani live per invogliare la gente a vederlo al cinema e comprare il disco. Ma dopo la morte di Arthur tutto è cambiato. L’unica cosa che mi ha tenuto in vita in al tempo è stata pensare al lavoro che sarebbe continuato”. 

Skeleton Tree è un disco che non può essere classificato come tale, è dolore, è un requiem straziante ridotto all’essenza, scarnificato di ogni orpello musicale, parole e voce, Cave è sempre meno propenso a cantare (ricordando la parte finale di carriera di Johnny Cash), sempre più votato a raccontare le storie, le sensazioni, cercando di buttar fuori quanto più possibile ciò che ha vissuto, anche se come ammette lui stesso “vorrei dire tante cose su Arthur, ma non riesco”.  Skeleton Tree è un’opera totale consolidata da One More Time With Feeling, grazie al quale si completa e si assesta in una dimensione tutta sua.  

Per quanto l’album lasci dei punti di sospensione, la pellicola è schietta, un calcio all’ipocrisia della cultura occidentale che non consente di affrontare un lutto come ha fatto Cave con la propria famiglia. Nick Cave getta – in un atto di istinto ragionato – la maschera pirandelliana, non senza impaccio; smonta le impalcature e le sovrastrutture che hanno caratterizzato la sua persona, torna all’essenza musicale oltre che comportamentale, decidendo di mostrare il dolore in piazza per esorcizzarlo, per viverlo a pieno e viaggiare dentro di esso, con un messaggio di speranza finale “è come se avessimo fatto qualcosa di buono per Arthur, tutti noi, con il pensiero di lui tra le stelle”. 

David Bowie – Low

David Bowie - Low.jpgPrima di addentrarci nell’inizio della Trilogia si devono smentire dei falsi storici su Low ed in generale sul trittico Berlinese:

1) Definiamo l’appellativo Berlinese perché l’influenza della Berlino divisa è stata decisiva e di grande importanza, ma effettivamente solo Heroes è stato scritto, pensato e registrato a Berlino. Low è stato quasi totalmente registrato allo Château d’Hérouville (come The Idiot);

2) “Ahhh! Se non era per Eno col cazzo che Baui faceva ‘sti dischi, innovatore de sta minchia”. Falso! Bowie si avvicina alle sonorità di Low tramite Station to Station e le consolida in The Idiot, dimostrando una discreta capacità compositiva con Weeping Wall e Subterraneans – paragonabili ai brani nei quali è intervenuto attivamente Eno (Warszawa e Art Decade). L’album a 4 mani di Bowie ed Eno è Heroes, non Low.

3) Il sound tipico della Trilogia Berlinese è merito Eno… Falso! E’ merito di Tony Visconti, che torna a collaborare al 100% in un album di Bowie, capace di contribuire apportando sonorità estreme, desuete e catturando in toto l’essenza dell’idea di Bowie.

Ora, terminato l’angolo Trivia, si può affermare che Low sia il vero azzardo della carriera di Bowie – un album in cui i testi delle canzoni potrebbero essere scritti in un solo A4 per quanto concisi – viene consegnato alla RCA e rischia di essere rigettato perché non contiene hit come per Young Americans e Station to Station. Bowie si impunta e ottiene comunque un successo inaspettato, senza alcuna promozione a supporto – lo stesso Bowie che ancora versava in condizioni psicofisiche pessime non sarebbe stato in grado di difendere un così forte cambio di rotta in pubblico giustificandosi nelle interviste o gironzolando in tour.

Sound and Vision ottiene un grande riscontro come singolo, ma come accaduto con Golden Years, viene interpretata di rado dal vivo (si contano sulle dita di una mano le esecuzioni di entrambi i pezzi) per la difficoltà di Bowie di beccare le tonalità di entrambi i brani che svariano da un greve baritonale ad acuti in poche battute.

Low ricorda Before And After Science in alcune sue parti: nelle variazioni di stile dei brani, così come l’idea che effettivamente trasmette di essere all’ascolto di una radio che cambia frequenza assiduamente. What In The World è un continuo sorpasso vocale tra Bowie e Pop (brano che avrebbe dovuto appartenere a The Idiot), la cupa Always Crashing In The Same Car è l’unico brano del primo lato a non finire sfumato mentre Be My Wife è l’ultima canzone di Low ad avere un testo di senso compiuto. La sensazione che si ha ascoltando il Lato A di Low è quella di essere catapultati in una session già in corso.

Low può essere considerata una colonna sonora magnifica, tanto che Bowie fa recapitare a Nicolas Roeg – regista di L’uomo che cadde sulla Terra – una copia del disco con un biglietto sopra “questa è la colonna sonora che avevo pensato per il nostro film”. A dire il vero solo Subterraneans nasce da quell’intento di proto-soundtrack, il resto è stato scritto ed affinato successivamente, ma l’idea di avere una colonna sonora così evocativa, ambient, meccanica – e a tratti acida – avrebbe sicuramente reso il film ancora più intrigante.

Come per Station to Station la cover presenta un fotogramma da L’uomo che cadde sulla Terra, di Thomas Jerome Newton con uno sfondo saturato in arancione; dal precedente album c’è una transizione musicale evidente che mantiene un lato pop e ne consente la fruibilità, ma i testi vengono disidratati ed asciugati – a tratti annientati – nessuna interpretazione accessoria, solo la necessità di comunicare in musica piuttosto che in parole. Uno scalino intermedio che conduce ad un disco come Heroes nel quale il sound è più affilato, meno pop e più maturo.

Durante il periodo di registrazioni, Bowie per beghe legali deve recarsi a Parigi, questa assenza rappresenta l’occasione adatta per apporre l’impronta creativa Eniana al disco, in un giorno completa Warszawa e la dissonante Art Decade. Seguendo le istruzioni di Bowie: “deve essere un pezzo molto lento contraddistinto da un sentimento di grande emozione, quasi religioso”. Eno sente suonare – ossessivamente – al pianoforte tre note al figlio di Visconti (La Si Do), su questa base compone Warszawa sulla quale Bowie canta delle sillabe – e parole – no-sense ed estremamente evocative, andando a simulare quanto fatto da Wyatt.

Mentre Warszawa si avvicina ad un richiamo dall’Est proveniente dall’altra parte della cortina, Subterraneans è una nenia che a tratti ricorda una preghiera, nello specifico può essere accomunato al kirye eleison di Judee Sill in The Donor.

Ora si parte per Berlino a mixare il tutto e a confezionare Low, questo il titolo deciso da David Bowie per l’undicesimo album della propria carriera, ad indicare la scelta precisa di mantenere il basso profilo, visibile sia nell’immagine di copertina che a livello musicale.