Grinderman – Grinderman

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In 20000 Days on Earth, Nick Cave si spoglia quasi totalmente della sua maschera per raccontarsi, tra i vari passaggi degni di nota, una considerazione in particolare si adatta al disco di cui racconto oggi “Se tornassi indietro sicuramente farei canzoni più brevi. Decisamente.”

Grinderman si presenta come un divertissement, un momento di stacco dalla routine consolidata dei Bad Seeds in un periodo un po’ stagnante. La voglia di svincolarsi dai ritmi foschi e placidi degli ultimi dischi porta ad un ritorno alle origini, ad un suono vivo e sporco con un Nick Cave che somiglia tantissimo Frank Zappa alla voce nel modo in cui interpreta le proprie canzoni.

Tornano le chitarre sporche e torna il ritmo finalmente, in un disco con canzoni che non superano i 4 minuti, quasi come a voler dimostrare a sé stesso di essere in grado di comporre un album che non ecceda in lunghezza “il nostro patto affinché entrassimo in studio era quello di non superare i 40 minuti totali, insomma venivamo da un doppio album di 20 pezzi, alcuni di questi dalla durata molto dilatata”.

Il disco in questione è Abattoir Blues / The Lyre of Orpheus e successivamente a quel tour Nick si prodiga nel comporre alla chitarra, strumento con il quale non ha enorme confidenza, questa scelta ha conferito al disco delle sonorità taglienti e a tratti rozze [solitamente ha il vezzo di sedersi al piano per pensare nuove canzoni]: “non avevo mai suonato una chitarra elettrica in vita mia, Jim mi ha portato in un negozio di strumenti a Manhattan nel quale ho comprato l’elettrica. Questo un mese prima che entrassimo in studio. […] Volevo che per il tour usassimo un chitarrista che avesse piena confidenza con lo strumento per suonare le mie parti, ma la band ha insistito affinché continuassi. Avrebbero lasciato il progetto in caso contrario, questo è stato veramente incoraggiante”.

L’improvvisazione a detta di Cave dona immediatezza e freschezza al suono che rende il disco più attrattivo, seppur con tutti i difetti e problematiche del caso che si trascina dietro per via dell’improvvisazione, è come avere una tela bianca di fronte, questo dona sicuramente un grande potenziale a patto ci sia una flessibilità dietro. Canzoni come No Pussy Blues e Set Me Free derivano da pura improvvisazione “Siamo entrati in studio con l’idea di registrare qualcosa di differente dal catalogo dei Bad Seeds. La verità è che suoniamo tanto insieme, ma anche con molti altri progetti esterni, perciò abbiamo notato che il nostro sound si stava discostando molto da quanto fatto in precedenza”, Nick Cave spiega la nascita di Grinderman ed essendo una valvola di sfogo, le sessioni di registrazioni si dimostrano molto snelle e proficue: 4 giorni per registrare l’album e tanto materiale extra, perlopiù improvvisato “è stato veramente liberatorio […] ognuno ha spinto oltre i propri limiti, senza sosta. L’ingresso della chitarra di Nick ha sicuramente cambiato le dinamiche di ciò che avevamo in mente” racconta il fido Ellis, poi la produzione di Nick Launey ha contribuito a rendere il progetto vincente.

Sentire un disco discretamente tirato e trovarsi di punto in bianco ad ascoltare Man In The Moon dopo Honey Bee è spiazzante, perché aldilà della brevità del brano sembrerebbe proprio adattarsi ad un disco dei Bad Seeds, uno stacco deciso ma che ci sta… uno shock inversamente proporzionale a quello che ho provato quando ho visto per la prima volta il video di No Pussy Blues, identificando la voce di Cave ma leggendo Grinderman e non capendoci praticamente nulla… poi vedere il capello rado ed il baffo alla Hulk Hogan ha di sicuro creato uno shock coi fiocchi (inversamente proporzionale alla libidine coi fiocchi).

No Pussy Blues è sicuramente la canzone più rappresentativa dell’intero album, nel videoclip la band è intenta a suonare in una festa nel quale tutti – praticamente tutti – stanno scopando… tranne chi suona. Nel video poi vengono presentate scene di fornicazione dal regno animale in un collage visivo sapientemente montato (mai verbo fu più corretto) da John Hillcoat. Nella clip fa anche la usa comparsa in slow-mo la tenera scimmietta che sta in copertina.

Il nome Grinderman [letteralmente Uomo Macina] deriva da una canzone blues di John Lee Hooker che tanto piace a Nick e Warren e che a sua volta viene da una canzone di Memphis Slim intitolata Grinderman Blues “il fatto che il nome avesse questa storia dietro, ci ha trasmesso delle sensazioni giuste”.

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

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“Resisti al bisogno di creare 

Resisti alla fede nell’assurdo 

Resisti attraverso la provocazione 

Resisti attraverso la malattia e la tristezza 

Resisti attraverso la masturbazione 

Resisti attraverso manuali di motivazione 

Resisti lavorando per gli altri 

Resisti attraverso il paragone con gli altri 

Resisti attraverso l’opinione degli altri 

Questi sono i Nove tormenti dell’avanzamento. Ci scorrono nel sangue, nella pelle e nei nervi. Rappresentano per il nostro progresso una minaccia reale e disastrosa come un treno fuori controllo che ci tuona incontro, mentre irrigiditi dalla paura restiamo fermi sui binari”. 

Con questo estratto da Sick Bag Songs ho deciso di cominciare un articolo che reputo estremamente complesso per i temi trattati, per la vicinanza con l’uscita discografica e per la valenza che ha il disco, sia dal punto di vista musicale quanto di quello umano. 

I tormenti dell’avanzamento sono le paure che ammantano chi ama più di sé stesso la propria vocazione, succedeva con Zappa, solito rinchiudersi 18 ore su 24, sette giorni su sette in studio, o a Neil Young che per la sua musa sarebbe capace di passare sopra chiunque, sono i tormenti di chi vive per progredire e ha in qualche modo timore di non lasciare una traccia del proprio passaggio.  

È la paura che ha assalito Nick Cave dopo la morte di Arthur – uno dei suoi gemelli – la paura di perdere tutto e di non sapere più il come si fa.  Molte delle canzoni in Skeleton Tree sono già state pensate prima che accadesse il luttuoso evento; la drammaticità giace nella sensazione che le canzoni siano state scritte dopo ciò che è accaduto in quanto il tema della morte è ricorrente e alcuni brani risuonano tristemente profetici.  

Succede che Cave rimetta mano ai brani rendendoli di una intensità unica, come se la perdita avesse donato nuova linfa alla propria capacità creativa “Ho scritto un mucchio di canzoni dopo la morte di Arthur, ma le sentivo quasi un tradimento nei confronti di tutto ciò che mi circondava, come se stessi tradendo mio figlio; come se non avessero il giusto potenziale emotivo, le ho scartate. Andrew Dominik le ha trovate tra i miei appunti e se n’è innamorato, le ho usate come voce fuoricampo per il film One More Time with Feeling. Posso scorgere adesso, con chiarezza, che si trattava di qualcosa di veramente potente, ed ero incapace di vederlo al tempo. Tuttavia, sono ancora galleggianti. Ma sto scrivendo tante cose. Un mucchio di nuove cose”.  

Ogni singola traccia è un pugno nello stomaco, dalla sirena di Jesus Alone alla preghiera di I Need You, ripetuto allo sfinimento come fosse un mantra, con la voce rotta, insicura e colpita al cuore, o nella soavità di Distant Sky e nella title-track, nella quale sembra tornare la calma dopo la tempesta, quasi a voler dimostrare a tutti che le cose possono cambiare, ma tutto scorre nonostante Cave sia sopravvissuto a suo figlio, in un dolore forse impareggiabile “Per me andare in studio a Parigi non era una buona idea, spero di non dover ripetere un’esperienza simile. Erano passati appena pochi mesi dalla scomparsa di Arthur. Era troppo presto. Ma ho creduto fosse importante che lo facessi. Sai, la vita va avanti e anche tutto il resto. È stato terrificante. Un disastro. Così per tutti. La maggior parte di ciò che facevamo semplicemente non andava. Abbiamo provato a registrare nuovamente delle canzoni. La maggior parte di ciò che facevamo suonava male. Era come se le registrazioni rozze semplicemente si rifiutassero di essere ripulite o migliorate. Perciò Skeleton Tree è stato un po’ il prodotto di questo”. 

Qualche riga sopra è stato menzionato One More Time With Feeling, il film che funge da stele di Rosetta per comprendere a pieno Skeleton Tree ed ogni suo brano, per non dare scontate alcune situazioni (come la tempistica nella creazione dei brani) e per cercare di capire come il lutto sia stato metabolizzato dal punto di vista umano e professionale da Cave, la sua band e la propria famiglia “Inizialmente avevamo idea di girare un film per la promozione del disco. Niente più della registrazione dei brani live per invogliare la gente a vederlo al cinema e comprare il disco. Ma dopo la morte di Arthur tutto è cambiato. L’unica cosa che mi ha tenuto in vita in al tempo è stata pensare al lavoro che sarebbe continuato”. 

Skeleton Tree è un disco che non può essere classificato come tale, è dolore, è un requiem straziante ridotto all’essenza, scarnificato di ogni orpello musicale, parole e voce, Cave è sempre meno propenso a cantare (ricordando la parte finale di carriera di Johnny Cash), sempre più votato a raccontare le storie, le sensazioni, cercando di buttar fuori quanto più possibile ciò che ha vissuto, anche se come ammette lui stesso “vorrei dire tante cose su Arthur, ma non riesco”.  Skeleton Tree è un’opera totale consolidata da One More Time With Feeling, grazie al quale si completa e si assesta in una dimensione tutta sua.  

Per quanto l’album lasci dei punti di sospensione, la pellicola è schietta, un calcio all’ipocrisia della cultura occidentale che non consente di affrontare un lutto come ha fatto Cave con la propria famiglia. Nick Cave getta – in un atto di istinto ragionato – la maschera pirandelliana, non senza impaccio; smonta le impalcature e le sovrastrutture che hanno caratterizzato la sua persona, torna all’essenza musicale oltre che comportamentale, decidendo di mostrare il dolore in piazza per esorcizzarlo, per viverlo a pieno e viaggiare dentro di esso, con un messaggio di speranza finale “è come se avessimo fatto qualcosa di buono per Arthur, tutti noi, con il pensiero di lui tra le stelle”. 

Nick Cave & The Bad Seeds – The Good Son

Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son

Serendipità, questa orrenda parola d’autore (dal concetto meraviglioso) tradotta in italiano dall’inglese [serendipity ha tutt’altro impatto, non trovate?], è la parola che associo a The Good Son, perché ricordo che la sua scoperta per me è stata estremamente casuale, un po’ come avvenne a Cristoforo Colombo con la Colombia ero alla ricerca di altro e mi ritrovo questo disco così ben strutturato e potente, senza punti deboli.

Ho citato la Colombia, e restiamo in Sud America precisamente in Brasile (poi mica tanto distante dai cafeteros), paese fulcro per questo disco ed in particolare per la vita di Cave, arrestato nel 1988 e deciso a disintossicarsi. Il processo di pulizia viene favorito dal nuovo legame sentimentale di Nicolino che si accompagna alla giornalista Viviane Carneiro “Suppongo The Good Son sia un riflesso di quello che ho vissuto in Brasile nel primo periodo. Ero felice lì. Ero innamorato e i primi due anni sono stati buoni. Il problema che ho trovato è stato… che per sopravvivere avrei dovuto adottare la loro attitudine in tutto quanto, che è un po’ ottusa come cosa”.

Della serie la felicità non esiste, o se esiste non dura.

Bon, in questo contesto va ad incastonarsi il brano di apertura di The Good Son, quel Foi Na Cruz (Era sulla Croce) presa in prestito da un canto brasiliano di protesta e con qualche aggiunta nel pieno stile di Cave. La religiosità brasiliana è cosa risaputa e si trascina nel brano ricordandoci quanto Cristo si sia sacrificato per tutti. Al di là della tematica, non trovate analogie con From Her To Eternity? Entrambi i dischi cominciano con delle certezze che provengono dall’esperienza di Cave, prima Cohen e poi dalla tradizione del paese nel quale vive, partire dalle proprie radici per evolvere nel corso del disco in qualcosa di differente. Il cambiamento come motore unico.

La title track invece deve il proprio coro iniziale e finale a Another Man Done Gone, un canto della tradizione afro-americana, un brano registrato poi da Odetta e annoverato tra le ispirazioni di Nick Cave. The Good Son si ispira a Caino e Abele, un riferimento alla Bibbia dal quale attinge spesso e volentieri Cave per i propri sermoni apocalittici e che descrive la trasformazione e la sofferenza del “figlio buono”.  Una sorta di post-it che prosegue per tutto il disco come a mettere in guardia Cave stesso dal non commettere gli stessi errori del passato.

Negare il fascino per il sacro ed il profano è come affermare che la terra sia piatta [terrapiattisti de sto cazzo provate a negare il fascino del sacro e profano, merde], sicuramente è un terreno fertile per narratori e cantastorie, soprattutto per un ex tossico, tanto che anche The Witness Song è ispirato al gospel tradizionale americano Who Will Be A Witness?, nel quale Elvis in the Memphis in the Pelvis Cave potrebbe tranquillamente impersonare un santone battista moderno, tanto quanto è invasato e tarantolato nel canto, puntando il dito verso “Te, te e te! DATEMI UN AMEN CAZZO!”

Non mancano i momenti di dolcezza zuccherosa, tenerosa e amorosa, come in Lucy – brano a chiusura del disco – e The Ship Song o nel tango accennato di Lament. Il Sud America è presente anche nella bossanova di The Weeping Song, forse il momento più alto del disco, nel quale le voci di CaveBargeld si susseguono in un curioso gioco del perché tra un figlio – alla scoperta del dolore – ed il padre – intento a spiegargli che al peggio non c’è mai fine… ma tutto in modo molto paterno, non come ve l’ho liquidata io.

Forse il momento più cazzuto del disco però lo si ha con The Hammer Song, dove la grinta esce fuori di punto in bianco, dopo esser stata relegata per tanto durante il disco. The Hammer Song, insieme a The Witness Song, The Weeping Song e The Ship Song, sono rimaste – in uno slancio di fantasia – con il loro titolo provvisorio, attenzione a non sbagliarvi con The Good Son(g), che non è la buona canzone bensì il figlio buono.

Detta questa cazzata, i Bad Seeds qui fanno il culo a strisce a chiunque, grandi atmosfere, grande lavoro di fino da HarveyWydler che danno corpo all’opera senza invadenza.

Nick Cave & The Bad Seeds – From Her To Eternity

Nick Cave & The Bad Seeds - From Her To Eternity

Entriamo nel vivo di questo ciclo di pubblicazione, incentrato su Nick Cave. Dopo aver trattato No More Shall We Part e Murder Ballads, facciamo qualche passo indietro per ripescare il primo lavoro con i Bad Seeds successivo alla parentesi iniziale con i The Birthday Party.

Inutile spiegare quale sia l’importanza di un disco come From Her To Eternity, sono veramente intenzionato ad evitare il pippone su quanto sia importante un disco blablabla… partiamo dal presupposto che ogni disco trattato in questa pagina ha una determinata rilevanza oggettiva e/o soggettiva, per le carriere degli artisti per le emozioni che hanno trasmesso al pubblico e altri parametri che non sto qui a ripetere.

Su un aspetto in particolare però mi soffermerei, su quanto fondamentale sia stato l’ingresso di Blixa il crucco nelle dinamiche cantautoriali del tossico capellone Cave; di fatto con Blixa, Nick Cave rivolta il suo approccio musicale come un calzino: “Bè, credo che non stavamo più calciando la gente sui denti [fa riferimento all’aggressività dei The Birthday Party ndr]. Voglio dire, è semplicemente cambiato il resto. Volevo essere più orientato ai testi e acquisire Blixa Bargeld dagli Einsturzende Neubauten nel gruppo ha fatto un’incredibile differenza. È un chitarrista estremamente capace di creare atmosfera e ciò ha dato modo di avere il mio spazio.”

Bad Seeds nascono dal rigurgito dei The Birthday Party, Cave e Mick Harvey iniziano il nuovo progetto e vengono raggiunti dal già citato Bargeld, Barry Adamson al basso e Hugo Race alla chitarra. Questa è la prima formazione de facto dei Bad Seeds, che come sapete tutti ha una formazione talmente tanto liquida da sembrare più un bordello che una band… il nome viene preso dall’ultimo EP dei Birthday Party, dopo aver utilizzato per qualche tempo il nomignolo The Caveman.

Le atmosfere in From Her To Eternity sono cupe, sporche, quasi tribali e grevi, figlie del circuito underground anni ‘80, quello che si contrappone in maniera netta e decisa ai sintetizzatori e alle pallette, alle estremizzazioni del glam anni ‘70. Non c’è la violenza dei The Birthday Party, Nick Cave compie un passo in avanti non indifferente in un percorso che lo porta ai giorni nostri, permeato da storie che definire sintetiche e allegre sarebbe tutt’altro che corretto. Ascoltare Nick Cave in questo periodo è come ascoltare il monologo dell’ubriaco al pub su quanto sia fottuto il mondo e le sue barbare declinazioni morali, tu lo ascolti e sai che in fondo un po’ di verità c’è, fin quando non ti chiede se gli paghi il conto e li scarichi il rosario di peccati che mannaggialama*$#@!”.

Perciò addentriamoci nel disco, per farlo in questo caso, il modo migliore è partire proprio dall’inizio, da Avalanche presa in prestito da Leonard Cohen e caricata di una intensità drammatica – rafforzata dalle imperfezioni vocali di Cave – ogni verso viene scandito con una attenzione maniacale (a differenza dell’originale nel quale Cohen sembra quasi far scivolare il testo su un letto di arpeggi) e accompagnato da una progressione ai tamburi da matti. Il legame – in termini di songwriting – tra Cohen e Cave è estremamente saldo, ed iniziare il nuovo corso della propria carriera con una canzone di Lenny è senza dubbio di buon auspicio.

Che dire poi dei singhiozzi sguagliati e del piano che aprono Cabin Fever? Poesia pura che Cave ci lancia con una violenza inaudita, come fosse in astinenza, senza il tempo di riflettere sulle parole, quasi in trans si è trascinati barcollando vorticosamente in un limbo di follia tra il chiasso stordito da pub. Nel caos possiamo cogliere il tocco di Bargeld, che si trascina dietro l’esperienza di Zeichnungen des Patienten O. T. ed introduce uno dei temi musicali più applicati dai Bad Seeds nella prima parte di carriera, quei canti marinareschi (nel gergo specifico chanty) – della tradizione marinara americana e britannica – che troviamo esplicitamente in Well Of Misery e più tardi anche in The Weeping Song, per esempio.

Un altro dei canoni della discografia di Cave coi Bad Seeds prende vita in questo disco: la murder ballad di Saint Huck (oltre che manifestare la fissa per i serpenti), racconta le ultime ore di vita del povero Huck, giunto nella tentacolare e tetra città colma di vizi e meschinità (non vi ricorda un minimo le atmosfere cantate da Tom Waits?). Un modo di interpretare la canzone differente rispetto a chi lo ha preceduto.

La bellezza di From Her To Eternity è il fascino senza tempo di un disco che sembra raccontare storie del 1800 nonostante ci siano riferimenti – seppur sparuti – alla società moderna, Cave diventa un narratore di storie, un Omero del XX secolo, più di un Dylan che rasenta la cronaca .

Nick è un racconta storie, un romanziere che pur di non tralasciare un dettaglio allunga la canzone finché non riesce a trasmettere l’idea che ha in mente, con un’emotività ed intensità rara. Ed è quello che succede anche nello stupendo brano di chiusura A Box For Black Paul, una malinconica ballata che – considerato come termina – possiamo annoverare tra le murder, nel quale l’ascoltatore viene rapito dal modo di cantare imperfetto e personale di Cave, trascinato per tutta la durata del brano, senza troppo dar conto alla durata del delirio del tossico.

Nick Cave & The Bad Seeds – Murder Ballads

Nick Cave and the Bad Seeds - Murder Ballads

Le Murder Ballads sono una delle espressioni più tipiche della musica folk angloamericana, perfettamente centrate con la poetica e lo stile di Nicola Caverna.

Murder Ballads non è solo il titolo ma anche la sinossi dell’album, un concept incentrato su omicidi – storie d’amore naufragate, dilemmi morali, vittime e carnefici – in una sorta di Antologia di Spoon River versione 2.0, che ha rappresentato un enorme successo di critica e di pubblico grazie anche alla partecipazione di PJ Harvey (all’epoca squinzia di Nick Cave) e Kylie Minogue (all’epoca molto fica).

Stagger Lee – storpiata in Stagolee – narra fatti di cronaca nera (in quanto Lee di origine afroamericana) avvenuti realmente nella fine del ‘800 che hanno in Lee Shelton “Stag” il protagonista (stag in slang significa “senza amici”, da ciò si evince che se ci fosse stato Facebook nel 1800 sicuramente si sarebbe potuta evitata una carneficina). Tanti i musicisti che nel corso degli anni hanno raccontato la follia compiuta da Stagolee, reo di aver ucciso un barista – e non solo – per futili motivi nella notte di Natale, entrando nell’immaginario collettivo degli americani. Nick Cave rispetto a tutte le altre versione, narra la storia in maniera molto cruenta, anacronistica (portando i fatti agli anni ’30 del XX secolo) e da una prospettiva neutrale, dove lo stesso Stagolee anti-eroe (come Butch e Cassidy o altri casi di banditismo americani) si definisce “bad motherfucker”.

Si prosegue con Henry Lee, che non è il fratello di Stagger, bensì il secondo brano proveniente dal filone tradizionale, interpretato magistralmente con PJ Harvey.

La canzone ha origine in Scozia come Young Hunting, ha le proprie varianti nel resto del Regno Unito ma anche negli Stati Uniti (qui conosciuta come Henry Lee e Love Henry) e ci racconta di una donna che non trovando il proprio amore corrisposto decide di porre fine alla vita dell’uomo (della serie “o io o nessuna”).

Il testo della versione di Cave è mutuato dalla versione di Dick Justice, ma la struttura musicale viene stravolta e da ballata campagnola – con forcone e spiga di grano in bocca – a nenia cupa (melodia resa poi tzigana e utilizzata in The Curse of Millhaven).

Il boom di questo album però è quasi totalmente imputabile al duetto con Kylie Minogue, all’epoca fidanzata con Michael Hutchence, che funse da intermediario tra Cave e la Minogue.

Candidamente la cantante ha successivamente ammesso di non conoscere quasi affatto Nick Cave prima di ricevere la proposta di collaborazione. Oh rabbia!

Fatto sta che anche Where the Wild Roses Grow trae ispirazione da un canto tradizionale (Down In the Willow Garden, ri-arrangiata e presente nel lato B del singolo con la Minogue), ma è stata appositamente scritta per la cantante; difatti Nick Cave ha avuto un’ossessione di circa 6 anni per lei che l’ha portato a buttare nero su bianco il brano, incentrato sul dialogo tra l’assassino e l’assassinata.

Song of Joy è il brano di apertura del disco; il titolo è un gioco di parole che offre una doppia chiave di lettura “Canzone della Gioia” e “Canzone di Joy” lasciando presagire lo spirito triste e agrodolce di Murder Ballads. 

Si descrive il viaggio di un uomo – alla ricerca dell’assassino di sua moglie (Joy) e dei suoi figli – che fermandosi in una baita di notte racconta tutti i suoi cazzi all’oste. Mano a mano si arriva alla fine del brano con un dubbio sottinteso, non sarà che il marito è l’omicida? Non vorremmo essere nei panni dell’oste (chili e chili di merda). Questo brano sembra sia il seguito di Red Right Hand presente in Let Love In.

La cover di Dylan, Death is Not the End è una We are the World dei poveri che chiude il disco ed è l’unica canzone nella quale non muore nessuno.

Alla fine dell’album possiamo contare 65 omicidi (di cui 23 solo in The Curse of Millhaven).

Nick Cave and the Bad Seeds – No More Shall We Part

Nick Cave and the Bad Seeds - No More Shall We Part

Molti ricorderanno il 2001 per l’attentato alle Twin Towers, altri per la prolificità nelle pubblicazioni musicali come ad esempio Origin of Symmetry dei Muse, Reveal dei R.E.M. o Exciter dei Depeche Mode… a mio avviso non può essere tralasciato in questo elenco No More Shall We Part di Nick Cave l’album della maturità consacrata di quest’artista tutto tondo.

Nick Cave da un taglio netto al passato e dopo 4 anni di assenza torna con No More Shall We Part, che esprime un lato ancora poco conosciuto di Cave, un lirismo profondo, quasi mistico, con riferimenti continui ed espliciti alla religione. L’abuso di alcool e di eroina sono superati poco prima dell’inizio dei lavori per l’album e questa svolta si riflette profondamente nei testi, che associati al talento dei Bad Seeds ed al violino di Warren Ellis, conferisce uno stile aulico e solenne a No More Shall We Part (riscontrabile in diverse tracce come ad esempio in Halleluja ed evidenziato dall’assenza quasi totale delle sezioni ritmiche nell’album).

La cover dell’album rappresenta più che bene il contenuto, un dipinto di una natura morta che permette all’ascoltatore di capire già a cosa andrà incontro, ovvero: canzoni discretamente lunghe, intense e di difficile interpretazione, un pianoforte cadenzato e malinconico talvolta anche drammatico, chiaramente ispirato da Bob Dylan e Leonard Cohen, una atmosfera coinvolgente che dura per tutti i 67 minuti dell’album e che permette agli ascoltatori di immedesimarsi nelle sensazioni che Cave prova e ha provato dopo le disintossicazioni. La percezione che si prova nell’ascoltare quest’album è una sorta di voyeurismo il mondo che viene osservato da un punto di vista esteriore (un rapporto con Dio indefinibile e a volte critico) quasi come se fosse un collegamento con la visione cristiana adottata da Cave che spicca nella trilogia di brani Halleluja, God Is In The House e Oh My Lord, che segna anche un distacco dall’approccio punk a favore di uno stile poetico puro modello beat-generation (Nick Cave come stile si avvicina molto a Borroughs ricordando a tratti anche Kerouac). Questa visione cristiana e ansiogena è tipica di chi ha vissuto problemi di dipendenza (nel mondo musicale, soprattutto, ci sono diverse prove viventi).