Caetano Veloso – Abraçaço

Abraçaço è un’estasi, di quelle che ti scombinano fortemente la vita.  

Ricordo benissimo il giorno in cui l’ho ascoltato la prima volta, Il frevo della title-track è entrato con martellante convinzione nella mente, senza che essa riuscisse a porre troppe resistenze. 

Il pensiero balenato è stato “ma siamo seri?”.  

Sì perché un disco come questo ti sorprende anche se conosci abbastanza bene la parabola disegnata da Veloso negli anni, la sua poetica e il suo passato.  

Per chi avesse dubbi, o fosse puramente reticente riguardo la discografia di Caetano Veloso, questo è il classico esempio che aiuta a scopare via ogni singolo dubbio: chi è capace di tirare fuori a 70 anni un disco simile merita solo ammirazione. 

La freschezza che traspare da Abraçaço è non solo attuale, ma anche corroborante. Possibile che le produzioni più originali provengano sempre dai “dinosauri” anziché dalle giovani leve? La domanda è lecita e Abraçaço ci lascia intendere che il ricambio generazionale non c’è stato, o se c’è stato è debole e con un flebile battito. 

Quel flebile battito nel disco si registra con la presenza del figlio Moreno, che lo segue da tempo nei tour dal vivo e che abbiamo ritrovato con gli altri due figli di Caetano durante lo spettacolo Ofertório. Proprio grazie a Moreno Veloso è legata la partecipazione ad Abraçaço del suo vecchio compagno di scuola Pedro Sé, colui che ha contribuito a far coesistere la musica elettronica alla samba in questo disco. La mescolanza di idee e di impulsi musicali dimostrano quanto l’ideale tropicalista non sia morto, bensì batta ancora forte in Caetano Veloso anche a distanza di oltre 40 anni dalla registrazione del disco. 

Ed è proprio il battito uno degli elementi cardine di questo disco. In un’intervista per il tour italiano relativo al disco, Veloso ricorda i tempi dell’esilio in Inghilterra, quelli che hanno contribuito alla registrazione di Transa.
Proprio in quegli anni ha sviluppato la sua tecnica chitarristica cavando le note dal battito della mano sulle corde. Quel battito è stata la chiesa al centro del villaggio per la costruzione degli arrangiamenti di Abraçaço: un occhio al futuro con il cuore ancorato al passato, capace di rivelare all’ascoltatore un compendio della musica brasiliana contemporanea. 

Questo spirito avvia il disco con l’incedere risoluto e marciante di A Bossa Nova É Foda un saluto alla nuova era della bossa nova, un modo anche di porre l’accento sul pensiero che la bossa nova non morirà mai [hey hey, my my, bossa nova never die ndr].
Poi troviamo lo stesso spirito scalpitante nell’eternità di Um Comunista, una prosa alla Neil Young o alla Nick Cave, nella quale Veloso celebra Carlos Marighella, martire comunista di origine italiana assassinato ferocemente a San Paolo dagli squadristi di ALN (Ação Libertadora Nacional).
Nella canzone c’è una esaltazione romantica dell’ideologia di gucciniana o lolliana memoria, quando “i comunisti custodivano i sogni”: 

“[…] Quando la canto in Brasile ci sono reazioni molto forti, la gente canta il ritornello, applaude, urla il nome di Marighella, è un pezzo che piace e il pubblico rispetta la storia che racconto, anche i giovani, trovano commovente raccontare di un comunista che guardava verso un sogno. Io non sono mai stato violento, ma quella storia mi piaceva, nel pezzo ci sono tutte le contraddizioni del caso, non l’ho mai incontrato e non sono mai stato vicino a quelle storie, anche se a un certo punto lo sono stato, più di quanto pensassi, perché una mia amica fu imprigionata e torturata perché faceva parte di quel gruppo, ma per fortuna lei è sopravvissuta ed è ancora mia amica. Mi chiese di aiutarli logisticamente, io dissi sì, ma non feci granché perché non avevo il tempo e la possibilità di aiutarli realmente.” 

Trovo una curiosa analogia tra quanto accaduto a Caetano Veloso e quanto raccontato nello spazio dedicato a Tom Zé. Ricordate come Tom sostenesse quasi di non essere all’altezza di Caetano Gilberto Gil riguardo la dissidenza politica, la sensazione di aver fatto troppo poco – o nulla – nonostante fosse stato imprigionato per ben due volte.  

Quando Veloso sostiene di non aver fatto molto per aiutarli realmente, è mosso da un simile senso di inadeguatezza nei confronti di Carlos Marighella, il cui epitaffio composto da Jorge Amado recita: “non ebbe tempo per avere paura”.  

Si attiva sempre il dannoso e viscido meccanismo del “senno di poi” quando si verificano drammi come quello occorso al Brasile, si ha la sensazione che si sarebbe potuto fare di più, questo Oskar Schindler lo ha insegnato a tanti, anche a chi ha avuto la fortuna di non vivere questi momenti.  

Forse con Um ComunistaVeloso, ha provato a colmare quel senso di inadeguatezza intimo  andando a raccontare la figura di un uomo vittima di omicidio politico e dei suoi ideali, rendendoli immortali.

Milton Nascimento – Geraes

Con Minas siamo stati catapultati nella vita privata di Milton Nascimento, una quotidianità che continua a raccontarci in Geraes. Lo fa già con la copertina, poche semplici linee che raccontano di uno sbuffante treno a vapore di passaggio davanti ai tre picchi di Três Pontas, la città dove Bituca è cresciuto. Il legame è talmente saldo che lo stesso municipio ha riconosciuto il valore di Milton donando al teatro della città il suo nome, onore spesso dedicato a chi non è più in vita (considerato anche il triste adagio nemo propheta in patria). 

In Geraes ci si imbatte in un caposaldo della MPB, O Que Será? a firma di Chico Buarque, un brano divenuto standard della musica brasiliana, declinata più e più volte in chiave jazz.  

O Que Será? – colonna sonora del film diretto da Bruno Barreto Dona Flor e Seus Dois Maridos (trasposizione dell’omonimo romanzo di Jorge Amado) – è una canzone ispirata dalle fotografie di Cuba che il giornalista Fernando Morais aveva mostrato a Chico

Dalle strofe di Chico traspare il suo carattere meditativo, raccolto, diretto e senza fronzoli; si parla di esistenza ed è bello che questa canzone sia condivisa e non frutto di un soliloquio. Condivisa non solo nel canto (con la voce di Milton che si sposa con quella di Chico Buarque e con il piano di Francis Hime), ma anche nelle incisioni. A Geraes appartiene O Que Será? (A flor da pele), mentre al coevo Meus Caros Amigos di Chico appartiene O Que Será? (A flor da terra). 

Altra collaborazione sulla quale è necessario soffermarsi è il duetto con La Negra Mercedes Sosa (la prima di una lunga serie), fondatrice del Movimento del Nuevo Cancionero simpatizzante di Juan Domingo Perón e messa all’indice dal regime dopo il colpo di stato del 1976. Esule, viene invitata a duettare nel brano catartico di Violeta ParraVolver a los 17 

Ascoltando e riascoltando l’album, è possibile cogliere le sfumature e le varie contaminazioni che corroborano la larghezza di vedute di Bituca. Non esita ad introdurre nel disco il Grupo Agua, riconoscibile per le sonorità della cordillera andina, allo stesso tempo è abile nel virare verso la tradizione con Calix Bento, senza tralasciare la cuica ammiccona di Circo Marimbondo (vera delizia festaiola del disco), o la tenere chiusa del disco Minas Geraes, sempre con la partecipazione di Grupo Agua

Mediante questo disco si riesce ad avere sempre più chiaro il percorso musicale intrapreso da Milton Nascimento, le anime che compongono la sua idea, ma soprattutto si comprende quanto Geraes sia la faccia speculare di Minas

Com o coração aberto em vento  (con il cuore aperto al vento) 
Por toda a eternidade (per tutta l’eternità) 
Com o coração doendo (con il cuore dolorante) 
De tanta felicidade (per la tanta felicità) 

Giusto per chiudere il discorso, come per Minas, anche in questo caso c’è stata una ri-edizione del disco che ha portato alla luce altri due collaborazioni con Chico Buarque, come se i due si fossero trovati a scaldare i motori prima di registrare Càlice in Samambaia nel 1978