Tom Waits – Rain Dogs

Tom Waits - Rain Dogs

Per quanto quell’uomo nella copertina di Rain Dogs sia maledettamente somigliante a Tom Waits – e lo abbia spesso pensato – non è lui. La foto è stata scattata da Anders Petersen negli anni ‘60 e ritrae Rose e Lilly. 

Una somiglianza che trae in inganno, come quella che si ha ascoltando Rain Dogs, potrebbe apparire come una copia di Swordfishtrombones l’effetto sorpresa è svanito, ma si dimostra una perfetta prosecuzione, il secondo capitolo di depressione urbana, di storie dal mondo, solchi sul viso, dolcezza e sguaiatezza. Sembra di trovarsi in un carosello talvolta, mentre in altre perso nelle città notturne. Per quanto a parole possa apparire come un qualcosa di terribile, dal disco non traspare niente di drammatico né traumatico. 

Rain Dogs si apre con Singapore, come a voler riprendere il viaggio terminato in Swordfishtrombones, l’idea di Waits è di “avere una mentalità a vicoletti, pronta a variare ma sempre con una accuratezza orchestrale”, come a dire voglio un caos ordinato. Per questo motivo Tommasino viene definito dai musicisti presenti alle sessioni di Rain Dogs come un jazzbo [jazz enthusiast ndr], disposto ad uscire fuori dagli schemi e mischiare elementi discordanti con melodie piacevoli. Non è inusuale l’utilizzo di vecchi brani ri-arrangiati sui quali Waits inserisce i propri testi, come con Clap Hands, che trae spunto da una canzone pop di Shirley Ellis (alla Little Eva per intenderci) e la trasforma in chiave jazz, oscurandola e scorporandola di fatto. 

Cemetery Polka e Jockey Full of Bourbon continuano sul solco tracciato dal precedente disco, attenzione fondamentale alle percussioni e sonorità ricercate, a tal proposito Waits si dimostra scettico sui suoni campionati preferendo di gran lunga la ricerca diretta di un particolare effetto “Se voglio un suono, solitamente lo inseguo, lo uccido, lo scuoio e lo cucino. Cose che puoi fare con un bottone oggi. Perciò quando cercavo un certo tiro di batteria, il mio ingegnere mi dice ‘Oh per l’amor del cielo, perché sprechi il tuo tempo? Diamo un colpetto con un bastoncino a questa tazza, lo campioniamo e lo miglioriamo al mix, non ti preoccupare.’ Gli ho risposto ‘No, preferisco andare al bagno e colpire la porta con una staffa di legno di un metro [two-by-four dimensione standard delle assi di legno ndr]'”. 

In generale la sensazione è che come in Swordfishtrombones ci siano due dischi distinti in uno, e l’aspetto curioso è che Rain Dogs e il suo predecessore hanno tante canzoni comuni tante quante sono le differenze all’interno dei rispettivi dischi. 

Rain Dogs è stato scritto – nel giro di due mesi nell’autunno del 1984 – a Lower Manhattan “tra Canal Street e la Quattordicesima, a due passi dal fiume…. era un buon posto per me per lavorare. Estremamente tranquillo, fatta eccezione per l’acqua che veniva giù dai tubi ogni due secondi. Era come trovarsi in una camera blindata”. È un disco profondamente newyorkese e risente della scrittura in un’area come quella di Manhattan, la malinconia, l’ansia e il senso di sacrificio che sentiamo sovente nel disco (come ad esempio in Blind Love e Time) sono la conseguenza del trasferimento nella grande mela da parte di Tom e sua moglie Kathleen, un cambio non semplice per loro. 

Per questo con Rain Dogs, Tom Waits ha voluto metaforizzare lo stato di smarrimento dell’essere umano, delle persone che nel dolore non hanno il senso dell’orientamento. Persone che dormono sull’uscio, di quelle che non hanno un posto fisico in cui stare, o peggio ancora un posto destinato a loro all’interno della società. 

“Mi piace la pioggia. La uso parecchio come immagine perché mi sembra appropriata… mi piace cosa fa alle persone. È un’emergenza! Non riescono a controllarla e a tranquillizzarsi.” 

La pioggia, lo smarrimento, la necessità di reagire alle avversità, lo spirito operaio, sono tutti gli elementi che conducono ad una serie di canzoni profondamente springsteeniane, se non ve ne foste accorti Rain Dogs a tratti sembra il terzo disco di The River: Downtown TrainHangdown Your Head (scritta a quattro mani con la moglie) e Union Square. Impossibile non notare anche alcuni spunti da Neil Young come in Blind Love, la seconda parte del disco sembra voler affacciarsi ammiccando a due colonne cantautorali dell’America del Nord, con una chiusura alla Tom Waits, come a voler dire “Hey ci sono anche io, mi riconoscete?” con Anywhere I Lay My Head. La consacrazione definitiva avviene proprio con questo disco. 

Prima di chiudere come non nominare il cameo di Keith Richards in Rain Dogs? Presente con la sua chitarra in Blind Love, Union Square e Big Black Mariah “presi un paio di canzoni che volevo capisse e lo ha fatto. Ha una grande voce e ha portato un grande spirito in studio. È veramente spontaneo, è come un animale. Stavo cercando di spiegargli Big Black Mariah fin quando non ho cominciato a muovermi in un certo modo e lui ‘Oh, perché non ti sei mosso così sin dall’inizio? Adesso so di cosa stai parlando!’ Ha un istinto animale”. 

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Suicide – Suicide

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“Se sei brutto, ti tirano le pietre,

Se sei Alan Vega, ti tirano le asce”

Cantava Antoine nel 1967, anticipando di 11 anni quanto sarebbe successo durante un tour europeo dei Suicide in apertura ai Clash.

Ma perché? Perché c’è questo accanimento verso i Suicide? Perché hanno cominciato al CBGB’s e sono finiti in Europa? Perché? Perché? Perché? (da ripetere in maniera disperata alla Antonio Socci durante la lite con Capezzone in una puntata di Excalibur).

Partiamo dal principio, i Suicide forse non li avete mai sentiti (non è che siano mai stati così celebri nello stivale) ci hanno provato gli Afterhours con Milano Circonvallazione Esterna a farceli apprezzare, ma l’effetto è stato tutt’altro che quello desiderato in principio. Il problema è che se non sei Alan Vega non li puoi fare i suoi urletti, soprattutto se ti prendi troppo sul serio (come gli Afterhours da Non è per Sempre in poi).

Vabè, chiudo la polemica tra me e il sottoscritto.

Alan Vega è famoso per il suo modo di cantare e per il suo trasporto nel canto, simula l’amplesso in ogni canzone del disco d’esordio, per questo si becca insulti da morire negli States. Insieme a Martin Rev – il tappeto sonoro vivente dei Suicide – se ne vanno in Europa ad aprire i concerti dei Clash, dove vengono insultati come accade con Richard Benson, culminando poi nel lancio dell’ascia che sfiora Vega a Glasgow. Un grido lancinante si alza in sala “I NANIIIIII!!!”.

Se fosse stato centrato, la band avrebbe dovuto cambiare nome in Homicide.

“Suppongo fossimo più punk dei punk nella folla. Ci odiavano. Allora li ho provocati: ‘Voi teste di cazzo, dovrete passare sopra di noi prima che suoni la vostra band!’ È stato quello il momento in cui l’ascia ha sfiorato la mia testa per un pelo. È stato surreale. Ho pensato di trovarmi in un film 3-D di John Wayne. Ma non c’era nulla di inusuale. In ogni concerto dei Suicide in quel periodo era come trovarsi nella terza guerra mondiale. Ogni sera credevo che sarei stato ucciso.” Alla fine Alan è campato tanto da potersi ritenere un sopravvissuto, purtroppo però ci è stato portato via da un 2016 che non ha lasciato prigionieri.

I Suicide non sono stati capiti – da quel che avrete capito – ospiti fissi del CBGB’s insieme a Patti Smith, Television, Talking Heads e Ramones, vennero ridicolizzati dalla critica salvo poi – come spesso capita – far dietrofront. La vera fortuna per il duo Vega e Rev è stato quello di incontrarsi a SoHo in un laboratorio artistico: “Abbiamo avuto la stessa fortuna che hanno avuto Jagger e Richards quando si incontrarono” ricorderà il cantante, in principio scultore; uno originario di Brooklyn l’altro del Bronx, avevano in comune una povertà che caratterizzava le loro giornate (un po’ come per Patti Smith e Robert Mapplethorpe quando all’inizio della loro carriera si trovarono a New York).

Rev era in possesso di un Wurlitzer da 10 dollari che sputava suoni strani, e Vega improvvisava sopra quelle emissioni sonore; la vera rivoluzione avvenne nel 1975 quando il duo rimediò una drum machine che ne completava la struttura musicale e ne rafforzava la consapevolezza dei propri mezzi. Sarebbero diventati – da lì in poi – i pionieri della no-wave e del sound anni ‘80 fatto di sintetizzatori e merda elettronica (della peggior specie in molti casi).

I primi concerti sono ricordati per le performance dei due con un Alan Vega più body artist che cantante, capace di procurarsi ferite sul volto con la catena ed il coltello che si portava sempre sul palco. Fortemente forgiato dal rock ‘n’ roll di Gene Vincent, Roy Orbison ed Elvis, Vega riesce ad emulare ed evolvere il loro linguaggio musicale.

Suicide è un album meraviglioso, fonte d’ispirazioni per tanti musicisti, tra i quali Bruce Springsteen – che in Frankie Teardrop vede le origini per la sua State Tropper in Nebraska – o gli R.E.M. veri fanatici di Vega e Rev – celebri sono negli anni le loro interpretazioni di Ghost Rider.

Ah dimenticavo… il nome Suicide è un tributo al soprannome del protagonista nell’omonimo fumetto Ghost RiderSatan Suicide – del quale Rev è un grande ammiratore.