PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

Pj Harvey - The Hope Six Demolition Project

Questo disco, dal titolo curioso, offre un seguito concettuale e musicale a Let England Shake, prosegue la denuncia di Polly che si mostra sempre più focalizzata alle dinamiche socio-culturali, diventando probabilmente la principale interprete della protesta in musica del nuovo millennio. 

La vena polemica di PJ matura col passare degli anni, non che prima fosse assente, ma forse affrontare determinate tematiche ad inizio carriera – senza la comprensione totale delle stesse – può portare ad un lavoro scialbo che poco avrebbe aggiunto al panorama musicale.  

Interessante un passaggio di un’intervista rilasciata ad NME – nel 1992, agli arbori della carriera – nel quale le viene fatta notare una mancanza di risonanza politica nel primo disco: “Non mi sento a posto con me stessa perché so di aver trascurato questo aspetto […], non sono abbastanza preoccupata da queste cose. Potrebbe essere molto pericoloso se non facessi qualcosa riguardo presto, il mio ego potrebbe svilupparsi eccessivamente […]”. Questa intervista a distanza di 19 anni da Let England Shake e di 24 da The Hope Six Demolition Project, spiega il periodo di incubazione dei due dischi, con annessa la volontà di sviluppare non solo una coscienza ben precisa in tal senso, ma un linguaggio e una narrazione consona per trattare determinati argomenti.  

Non a caso da White Chalk a Let England Shake è passato un lustro, stesso tempo maturato tra quest’ultimo e il Demolition Project, lasso necessario per vivere in prima persona i luoghi delle sperequazioni sociali ed etniche, o le aree delle guerre dell’ultimo ventennio toccando con mano la devastazione e i suoi frutti. Il viaggio con il fotoreporter delle zone calde Seamus Murphy, ha consentito a PJ di portare a compimento un libro di poesie sul tema – The Hollow Of The Land – e un disco pieno di domande e avaro di risposte, si ripresenta quindi nel ruolo di narratrice di ciò che – in questo caso – osserva con i propri occhi. 

Il titolo dell’album fa riferimento al progetto Hope VI del governo degli Stati Uniti ideato proprio nel 1992 – e reso operativo nel 1998 – volto alla riqualifica degli spazi urbani connotati da alta criminalità, povertà e alti tassi di analfabetismo. Purtroppo al rifacimento edile e alla rivalutazione della zona, non è seguito un miglioramento della vita media, rendendo lo standard inaccessibile ai nativi, questo viene cantato nella canzone che apre il disco The Community of Hope, scritta dopo un viaggio a Washington D.C. 

La parte finale della canzone, caratterizzata dal refrain “They’re gonna wanna put a Wallmart here” è una provocazione nei confronti della multinazionale americana che nel piano di riqualifica aveva previsto l’apertura di nuovi centri commerciali nelle aree riqualificate. In riferimento a The Wheel – primo singolo estratto dal disco e che narra l’eccidio avvenuto in Kosovo – la cosa che balza all’orecchio è lo stridio tra testo e melodia “quando sto scrivendo una canzone, visualizzo tutta la scena. Posso vederne i colori, posso capire l’ora del giorno, l’umore, posso vedere la luce cambiare, le ombre muoversi, tutto questo in un’immagine. Raccogliere informazioni da fonti secondarie ti fa sentire troppo lontano da ciò che stai cercando di scrivere. Voglio annusare l’aria, sentire il terreno e incontrare la gente dei paesi dei quali sono affascinata”. 

Ci tengo a menzionare un grande brano che – come abitudine di PJ – nasconde riferimenti di artisti che l’hanno formata musicalmente, The Ministry Of Social Affair suona aggressiva, con la voce che cresce accompagnata dai due sax a contrasto (vera forza della canzone), sulla base di un brano di Jerry McCain che apre la canzone “That’s What They Want”, ripreso, reso decisamente scuro e ripetuto ad libitum nel finale.  

I tempi cambiano, la controcultura e le sue canzoni di protesta partorite ogni settimana – e pronte a dominare le frequenze – sono un ricordo sbiadito; il mood è diverso e sembra quasi si sia persa un’attitudine alla protesta, deteriorata – tra le altre cose – dal bombardamento mediatico e da una progressiva perdita dei valori umani nella società odierna. Ecco perché Let England Shake prima e The Hope Six Demolition Project giocano un ruolo fondamentale al giorno d’oggi, quasi a voler risvegliare le coscienze sopite delle ultime generazioni. 

Per registrare questo disco, Polligigia è riuscita a buttar su una band da sogno, composta da inossidabili compagni come John Parish, Mick HarveyFlood a signori musicisti del calibro di: Jean Marc-Butty, Terry Edwards, Mike Smith, James Johnston, Alain Johannes, Kenrick Rowe, ed i nostri Alessandro Stefana e Enrico Gabrielli. 

Proprio quest’ultimo ha speso parole al miele per la nostra: “PJ Harvey è una delle poche artiste che preferisce strade di sfida personale senza cedere mai a nessuna lusinga. Artisti del suo livello si trovano davanti a un bivio: progettare la loro carriera come un cerchio che torna su se stesso, o come una freccia che corre avanti. Lei ha fatto la seconda scelta.” 

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The Band – The Band

The Band - The Band

Rag Mama Rag è il brano perfetto che mi aiuta a descrivere quanto fosse grande e preparata la Band (con la B maiuscola). Robertson – che anche in questo caso ha scritto la canzone – non è soddisfatto della resa in studio, perciò decide di mischiare le carte: Helm si dedica al canto e al mandolino, Manuel passa alla batteria e Danko al violino. Il risultato è quello di una canzone sbronza, con un’allegria contagiosa quasi come fosse suonata dal vivo, libera da ogni impalcatura da studio. Questo è ciò che la Band solitamente offre, musicisti in grado di cimentarsi con diversi strumenti con risultati eccellenti.

Con l’omonimo disco – il secondo in studio – ci si differenzia un po’ dal precedente lavoro, il tentativo è quello di cambiare groove e crescere ulteriormente, come in Up On Cripple Creek nel quale il clavinet viene collegato ad un pedale wah-wah, dando il là a quel suono che tanto avrebbe caratterizzato i dischi di Stevie Wonder. Up On Cripple Creek pesca ancora a piene mani nelle figure degli stati del sud, raccontandoci la storia di un camionista che adora ascoltare musica, giocare d’azzardo, bere e fa di tutto per passare un po’ di tempo con la sua cara Bessie. Bessie è la tresca che il camionista ha, il porto sicuro nel quale attraccare durante i suoi interminabili viaggi tra una consegna e l’altra. Purtroppo il tempo per il cazzeggio e la figa termina quando il nostro camionista ci avverte che deve tornare a casa dalla sua Big Mama. Ora, stiamo parlando di corna? Può darsi, fatto sta che con Big Mama i camionisti intendono anche il controllore dei trasporti, quindi torniamo al doppio senso – volto a disorientare l’ascoltatore – che tanto piace a Robertson nella stesura dei testi e che ha caratterizzato – ad esempio – The Weight.

I temi trattati fanno sempre più riferimento all’America rurale e tradizionale, vero argomento principe del disco che rientra in quella macro-categoria di dischi che raccontano l’essenza degli Stati Uniti. Sono quei luoghi e quelle persone che tanto hanno influenzato Robertson, come avviene anche in King Harvest (Has Surely Come) – che narra in prima persona le sfighe del coltivatore di turno, costretto a fare i conti con la povertà più assoluta per aver perso tutto – o in The Night They Drove Old Dixie Down – altra canzone cantata in prima persona, nelle spoglie del soldato Virgil Caine che spiega gli stenti derivati dalla guerra civile americana e le battute finali del conflitto. Dixie è il nome storico della confederazione degli stati del sud, e per quanto la struttura musicale ronzi da tempo nelle orecchie di Robertson, l’argomento della canzone giunge dopo un po’ di tempo in maniera del tutto istantanea. Helm esegue questa canzone per l’ultima volta nel 1976 in The Last Waltz di Scorsese, questo perché ha sempre rivendicato la co-paternità del testo che invece è stato accreditato unicamente a Robertson.

In generale Levon canta più spesso rispetto a Music from Big Pink (4 canzoni) ed i brani che lo vedono al microfono restano sempre i più memorabili, le restanti canzoni sono quasi equamente spartite tra Manuel e Danko. L’evoluzione della Band coincide con la creazione di un disco memorabile, eterno e meraviglioso.

Sono di parte, voglio bene alla Band e sono convinto che troppa poca gente li conosca… è un peccato.

Suicide – Suicide

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“Se sei brutto, ti tirano le pietre,

Se sei Alan Vega, ti tirano le asce”

Cantava Antoine nel 1967, anticipando di 11 anni quanto sarebbe successo durante un tour europeo dei Suicide in apertura ai Clash.

Ma perché? Perché c’è questo accanimento verso i Suicide? Perché hanno cominciato al CBGB’s e sono finiti in Europa? Perché? Perché? Perché? (da ripetere in maniera disperata alla Antonio Socci durante la lite con Capezzone in una puntata di Excalibur).

Partiamo dal principio, i Suicide forse non li avete mai sentiti (non è che siano mai stati così celebri nello stivale) ci hanno provato gli Afterhours con Milano Circonvallazione Esterna a farceli apprezzare, ma l’effetto è stato tutt’altro che quello desiderato in principio. Il problema è che se non sei Alan Vega non li puoi fare i suoi urletti, soprattutto se ti prendi troppo sul serio (come gli Afterhours da Non è per Sempre in poi).

Vabè, chiudo la polemica tra me e il sottoscritto.

Alan Vega è famoso per il suo modo di cantare e per il suo trasporto nel canto, simula l’amplesso in ogni canzone del disco d’esordio, per questo si becca insulti da morire negli States. Insieme a Martin Rev – il tappeto sonoro vivente dei Suicide – se ne vanno in Europa ad aprire i concerti dei Clash, dove vengono insultati come accade con Richard Benson, culminando poi nel lancio dell’ascia che sfiora Vega a Glasgow. Un grido lancinante si alza in sala “I NANIIIIII!!!”.

Se fosse stato centrato, la band avrebbe dovuto cambiare nome in Homicide.

“Suppongo fossimo più punk dei punk nella folla. Ci odiavano. Allora li ho provocati: ‘Voi teste di cazzo, dovrete passare sopra di noi prima che suoni la vostra band!’ È stato quello il momento in cui l’ascia ha sfiorato la mia testa per un pelo. È stato surreale. Ho pensato di trovarmi in un film 3-D di John Wayne. Ma non c’era nulla di inusuale. In ogni concerto dei Suicide in quel periodo era come trovarsi nella terza guerra mondiale. Ogni sera credevo che sarei stato ucciso.” Alla fine Alan è campato tanto da potersi ritenere un sopravvissuto, purtroppo però ci è stato portato via da un 2016 che non ha lasciato prigionieri.

I Suicide non sono stati capiti – da quel che avrete capito – ospiti fissi del CBGB’s insieme a Patti Smith, Television, Talking Heads e Ramones, vennero ridicolizzati dalla critica salvo poi – come spesso capita – far dietrofront. La vera fortuna per il duo Vega e Rev è stato quello di incontrarsi a SoHo in un laboratorio artistico: “Abbiamo avuto la stessa fortuna che hanno avuto Jagger e Richards quando si incontrarono” ricorderà il cantante, in principio scultore; uno originario di Brooklyn l’altro del Bronx, avevano in comune una povertà che caratterizzava le loro giornate (un po’ come per Patti Smith e Robert Mapplethorpe quando all’inizio della loro carriera si trovarono a New York).

Rev era in possesso di un Wurlitzer da 10 dollari che sputava suoni strani, e Vega improvvisava sopra quelle emissioni sonore; la vera rivoluzione avvenne nel 1975 quando il duo rimediò una drum machine che ne completava la struttura musicale e ne rafforzava la consapevolezza dei propri mezzi. Sarebbero diventati – da lì in poi – i pionieri della no-wave e del sound anni ‘80 fatto di sintetizzatori e merda elettronica (della peggior specie in molti casi).

I primi concerti sono ricordati per le performance dei due con un Alan Vega più body artist che cantante, capace di procurarsi ferite sul volto con la catena ed il coltello che si portava sempre sul palco. Fortemente forgiato dal rock ‘n’ roll di Gene Vincent, Roy Orbison ed Elvis, Vega riesce ad emulare ed evolvere il loro linguaggio musicale.

Suicide è un album meraviglioso, fonte d’ispirazioni per tanti musicisti, tra i quali Bruce Springsteen – che in Frankie Teardrop vede le origini per la sua State Tropper in Nebraska – o gli R.E.M. veri fanatici di Vega e Rev – celebri sono negli anni le loro interpretazioni di Ghost Rider.

Ah dimenticavo… il nome Suicide è un tributo al soprannome del protagonista nell’omonimo fumetto Ghost RiderSatan Suicide – del quale Rev è un grande ammiratore.

Jackson C. Frank – Jackson C. Frank

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Ascoltando Jackson C. Frank non possono non venire in mente tanti altri artisti, questo perché Jackson è la base. La base di tanti dei folksinger che sono passati per i nostri stereo.

Lo chiamano “leggenda dimenticata”, ma può anche essere ricordato come “l’uomo dei due mondi” o infelicemente “colui che è rimasto scottato”. Partiamo da quest’ultimo soprannome.

“Colui che è rimasto scottato”: all’età di 11 anni la vita di Frank cambia drammaticamente (la prima svolta drammatica di una lunga serie purtroppo), durante una lezione a scuola la caldaia esplode uccidendo parte della sua classe – 15 alunni – compresa la sua prima ragazza, lui si salva rimanendo ustionato. Durante la degenza in ospedale la maestra gli porta una chitarra con la quale può distrarsi ed imparare i rudimenti dello strumento. Negli anni sviluppa una sensibilità tale che lo portano ad avventurarsi come giornalista e al tempo stesso come cantautore in erba nel Greenwich Village.

“L’uomo dei due mondi”: a 21 anni la sua musica è ancora acerba, inoltre la sua vita si trova dinanzi ad un altro bivio: riceve una ingente cifra come risarcimento per l’incidente di 10 anni prima. Deluso dall’amore e dall’attuale situazione al Greenwich Village se ne va in Inghilterra, dove continua a scrivere brani riuscendo a fondere in maniera unica gli stili del folk newyorkese e inglese. Cominciano le collaborazioni con Bert Jansch e John Renbourn dei Pentangle, che si dimostrano grandi estimatori della musica di Frank.

L’Inghilterra lo ha fatto sbocciare completamente dal punto di vista musicale, tant’è che Paul Simon decide di produrre il suo primo – e unico – lavoro in studio. Scriveva tante canzoni Frank, ne componeva più di una contemporaneamente, non si distaccava da un’idea sino a quando non prendeva forma. La musica veniva sempre prima del testo, tranne per Yellow Wall, nella quale parla delle allucinazioni da dolore durante il ricovero in ospedale.

Le registrazioni vanno lisce come l’olio, salvo per il fatto che Frank richiede di rimanere nascosto durante le registrazioni, dimostrando ciò che ha sempre cercato di negare, ovvero un principio di schizofrenia paranoide conseguenza del tremendo incidente subito durante l’infanzia.

“Leggenda Dimenticata”: come nella gran parte delle storie musicali, il lieto fine non c’è. Jackson C. Frank si fermerà al primo lavoro solista, la morte del figlio e la separazione dalla moglie saranno le mazzate definitive che ne segneranno vita e carriera, addirittura tornerà a vivere dai genitori, per poi ottenere come sempre un riconoscimento postumo. “Era l’opposto del chiassoso americano, non promuoveva sé stesso […] Mi sono sentito K.O. quando l’ho sentito suonare. Aveva una chitarra Martin con sè, totalmente sconosciuta in Europa sino a quei giorni. Jackson Frank è stato molto più di quanto fosse Paul Simon. Ma Paul Simon ottenne la fama e Jackson Frank cadde nel dimenticatoio” ricorda John Renbourn.

Jackson C. Frank è un album che ha dentro Tim Buckley, Nick Drake, Phil Ochs, Simon & Garfunkel, Bert Jansch, Tim Hardin, prima che ci arrivassero loro. Blues Run The Game è l’apertura del disco, ed è stata interpretata più e più volte da tantissimi degli artisti citati prima (Drake, Simon & Garfunkel, Jansch, Renbourn, Fairport Convention, Mark Lanegan e tanti altri), così come Milk & Honey adesso forse conosciuta al pubblico più per la versione di Nick Drake che per l’originale (il che è tutto un dire se consideriamo la notorietà di cui ha goduto Drake fino a fine anni ’80).

Jackson Frank appartiene alla nostra musica più di quanto crediamo, lo ascoltiamo tutti i giorni senza saperlo, perciò d’ora in poi quando ascolterete un brano folk, rivolgete almeno un pensiero a quello che ci ha regalato Frank, forse finalmente si renderà conto di quanto di buono ha fatto per tutti noi.

 

Phil Ochs – I Ain’t Marching Anymore

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Ho sempre pensato a Phil Ochs come a un Luigi Tenco a stelle e strisce, non tanto per le canzoni che hanno approcci opposti, quanto per l’affinità delle carriere e del destino che ha imposto loro un finale che non avrebbero meritato.

Phil Ochs a mio avviso è stato uno dei più grandi cantautori americani, nulla da invidiare a Bob Dylan – suo amico-nemico (come Red e Toby) – prima fonte di ispirazione e successivamente poeta da rincorrere nel gotha degli intellettuali d’oltreoceano.

Se Dylan è la spocchia maestosa, borghese e algida della rivoluzione sociale, Phil Ochs è la voce del terzo stato, potente e delicata, verace quanto basta per renderlo uno dei principali autori del Greenwich Village.

Figlio del popolo; una rabbia gentile avvolta dalla voce calda e dallo sguardo guascone e bonario del cantante.

I Ain’t Marching Anymore è un grido rivolto all’attitudine militaristica degli Stati Uniti, una protesta contro ogni tributo di sangue che storicamente l’America ha preteso dalla sua gente.

La canzone comincia con una progressione rapida e rabbiosa di note, una proiezione dei colpi di fucile sparati da Ochs nei confronti di un paese che non sente più suo. La panoramica che Phil Ochs offre è impietosa e stupefacente, con fare da cronista navigato analizza la breve vita del suo paese, punto per punto, mettendo a nudo la necessità di ricorrere alla violenza per ogni situazione.

* pippone storico 

Si comincia citando la “battaglia inutile”di New Orleans, tra inglesi e americani, ove la notizia della pace siglata con il trattato di Gand non è giunta in tempo per fermare lo spargimento di sangue, si prosegue così con la disfatta di Little Bighorn, dove tutto il settimo reggimento insieme a Custurd viene spazzato via. Dopo le battaglie coi pellerossa, si passa all’espropriazione dei territori messicani.

Ma quando i nemici si esauriscono fuori dal proprio giardino, è necessario crearli all’interno delle quattro mura domestiche… quindi giù di guerra civile: il conflitto fratricida tra nord e sud. E poi, la decisione di intervenire nelle “trincee tedesche” per combattere una guerra che avrebbe posto fine a tutte le altre. Naturalmente così non è stato, considerato che i cieli giapponesi sono stati attraversati dagli ammerigani e con una delle più grandi dimostrazioni di forza il resto del mondo è stato annichilito.

*/end of pippone storico 

Dopo questa breve e noiosa lezione di storia contemporanea, quello che riassume il pensiero di Ochs, è il ritornello col quale punta il dito verso chi governa: “Sono sempre i vecchi a guidarci verso la guerra, sono sempre i giovani a cadere”.

E’ palese come Phil sia riuscito a raccogliere a piene mani l’eredità di Woodie Guthrie e Pete Seeger incarnando lo spirito socialista e rivoluzionario, che sempre più forte si farà sentire nel 1968. Tutto il leit motiv del disco e della gran parte della carriera del cantautore è incentrata sulla protesta, per questo è stato creato anche un dossier nei suoi confronti da parte dell’efbiai, bollato come sovversivo, chiamato a volte Oachs, colpevole di aver compiuto “nefandezze” anche dopo la morte (scoperta successivamente dai federali).

Non solo il braccio della legge, anche la gente lo ha eletto come uno dei leader della controcultura, tant’è che Draft Dodger Rag è diventata l’inno dei movimenti contro la guerra in Vietnam. La canzone ha preso forma quando il coinvolgimento dei magna-cake in Vietnam si è fatto sempre più concreto. Ochs si immedesima in un ragazzo di 18 anni chiamato alle armi che elenca una serie di scuse (degne di un adolescente in pubertà che non vuole andare a scuola) per i quali non dovrebbe servire, quali ad esempio: una vista da pipistrello; l’asma in continuo peggioramento; piedi piatti; ernia del disco; milza spappolata; allergia ai fiori e agli insetti.

Il ragazzo cerca di allisciare il sergente come Alvaro Vitali con la propria maestra nei film di Pierino, dimostrandogli quanto tenga al proprio paese dicendogli che sarebbe in prima linea se fosse una guerra senza sangue e squartamenti.

Here’s to the state of Mississipi ci conduce alla chiusura del disco, essa nasce come una satira nei confronti dello stato del sud e della sua popolazione, calcando la mano sui comportamenti vessatori dei Mississipini. Successivamente, questa canzone, ritornerà in auge per il riadattamento sempre dello stesso cantautore in Here’s to the State of Richard Nixon e più recentemente per una scrittura a 4 mani di Eddie Vedder e Tim Robbins (Here’s to the state of the Judges).

Ciò che balza all’orecchio è la completezza di un disco che talvolta con melodie allegre, testi sarcastici e cronistici, riesce ad illustrare il paradigma del paese che vorrebbe esaltandone i difetti senza peli sulla lingua. Un reporter apprezzato immensamente dai suoi colleghi del Village, vittima di una competitività troppo accesa con un Dylan che ne ha smorzato la carriera (nonostante le numerose incomprensioni, la situazione tra i due si è grosso modo sistemata negli anni successivi)

Sixto Rodriguez – Cold Fact

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Per la nostra rubrica: I casi disperati, sono lieto di presentare Cold Fact, opera prima di Sixto Rodriguez.

Sixto è una leggenda vivente, un caso analogo a Vashti Bunyan che lo porta a ricevere un successo inaspettato a quasi 30 anni dall’ultima pubblicazione discografica. Chiunque ci abbia collaborato o abbia condiviso con lui i primi passi nell’industria musicale, non riesce a spiegare come mai questi fossero anche gli ultimi – il suo è un flop totale, in quanto le composizione di Sixto dimostrano più mordente di tanti altri fenomeni fatui del tempo.

Giusto per far capire quanto Rodriguez avesse colpito i produttori all’epoca, ha avuto modo di registrare l’album con il supporto dei The Funk Brotherssessionmen della Motown che hanno suonato negli album di Marvin Gaye, The Supremes, Jakson 5, The Temptations e tanti altri.

Una manciata di copie vendute non determinano la caratura di un artista ed il tempo in molti casi è galantuomo, soprattutto con Sixto, dando una mano concreta a Rodriguez quando anche lui si era dimenticato di aver avuto un passato da musicista.

Succede che Cold Fact arrivi nello stesso anno di pubblicazione in Sud Africa. Qui – al contrario che negli States – si diffonde come se fosse un’epidemia tramite passaparola e copie piratate. Diventa l’idolo del movimento underground contro l’apartheid, invita alla ribellione la popolazione Sud Africana. La canzone Sugar Man, per i chiari riferimenti alla droga è stata bandita dalle radio e catalogata nell’archivio dei materiali censurati di Città del Capo. Oltre al divieto, la maggior parte dei vinili di Cold Fact sono stati danneggiati in corrispondenza della canzone di apertura dell’album (Sugar Man). Un altro aspetto dell’apartheid e della situazione sociale sudafricana, è l’impedimento verso le etichette discografiche nazionali di informarsi presso la Sussex (casa detentrice delle prestazioni di Rodriguez), in quanto il Sud Africa in quel periodo è stato tagliato completamente fuori dal mondo.

Quindi il nulla avvolge la figura di Sixto… come se non bastasse – ad alimentare la leggenda – vi era anche una certa confusione sulla proprietà delle composizioni, nell’etichetta appressa al vinile sono segnati due autori principali: Sixth Prince e Jesus Rodriguez. Inoltre con il passaggio alla Sussex, Sixto ha rinunciato al nome proprio per le pubblicazioni, tant’è che i suoi lavori presentano solo il cognome Rodriguez.

Vi sembrerà finita qui… eh no! In Sud Africa si era sparsa la voce della sua morte epica e grottesca avvenuta sul palco per via della scarsa attenzione del pubblico durante le sue esibizioni dal vivo, in due principali versioni: morto bruciato, sparato alla tempia.  Naturalmente fatte le dovute ricerche e una volta scoperto che Sixto era vivo, lo sgomento in tutto il Sud Africa è stato enorme. Un morto che torna in vita dopo più di 20 anni e presenta i suoi lavori dal vivo… surreale più di Dalì e Mirò.

L’album si è diffuso con discreto successo anche in Botswana, Rodhesia, Nuova Zelanda e Australia (soprattutto agli aboindigeni è piaciuto abbastanza) … insomma, signori mercati. La sfiga di Rodriguez è stata quella di non saperlo per quasi tre decadi, essere famosi senza esserne a conoscenza e non poterlo di conseguenza sbattere in faccia a nessuno… che amarezza. Nella sua Detroit e negli Stati Uniti rimane quasi un signor nessuno, continua a lavorare come operaio con l’umiltà che ha contraddistinto la sua vita nonostante sia considerato un cantastorie al pari di Bob Dylan. Attualmente non disdegna di fare dei tour in giro per il mondo.

David Bowie – Lodger

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Tony, Brian e io abbiamo creato un linguaggio di suoni potente, angosciato, a volte euforico. […] Nient’altro aveva il suono di quegli album e nient’altro gli si è avvicinato. Non avrebbe avuto alcuna importanza se non avessi fatto più nulla dopo quei 3 dischi, lì dentro c’è tutto me stesso. E’ il mio DNA.”

Lodger fatica ad arrivare, dopo il tour di Low/Heroes Bowie se ne va in giro per il mondo: Kenya, Giappone, Stati Uniti, è tutto un viaggiare. Il titolo del disco esprime proprio il concetto di “ospite”, in giro e senza fissa dimora, alla ricerca di contaminazioni. I tempi di Berlino sono quasi dimenticati – nonostante Lodger venga considerata la punta del trittico Berlinese. In comune con i precedenti Low e Heroes c’è la band ed il contributo di Visconti e Eno. Al posto di Fripp, alla chitarra solista c’è Adrian Belew, scippato a Frank Zappa dopo un concerto a Berlino dello Sheik Yerbouti Tour.

Piccola Parentesi

*Belew vede in zona mixer Bowie e Iggy Pop, Bowie gli propone di diventare il suo chitarrista per il tour di Heroes e Low (The Isolar II) che sarebbe cominciato due settimane dopo la fine dello Sheik Yerbouti Tour di Zappa. Vanno a cena insieme, destino vuole che Zappa va nello stesso ristorante… Dio ci salvi… Frank si avvicina al tavolo di Bowie e Belew sentendo puzza di tradimento. Il dialogo che ne segue è riportato di sotto:

DB: “Che gran bel chitarrista che hai Frank!”

FZ: “Fottiti Capitano Tom”

Al che Bowie cerca di attaccare bottone provando ad essere ancora cordiale e

FZ: “Fottiti Capitano Tom”

DB: “Non hai veramente nient altro da dire?”

FZ: “Fottiti Capitano Tom”

Al che Bowie e Belew si alzano e se ne vanno in limo. Bowie col suo aplomb e umorismo britannico liquida la questione con un “Penso che sia andata piuttosto bene!”. E scippo fu.*

Lodger fatica ad arrivare, perché dopo aver vissuto gomito a gomito l’epopea di Heroes, Eno e Bowie si son persi di vista sviluppando visioni musicali non più tanto comuni. Questo sfocia in una acrimonia che non fa bene al disco, facendo nascere un ibrido dall’identità sporca, nel quale le personalità di Eno e Bowie cozzano in maniera prepotente. Eno a differenza delle prime due fatiche entra in maniera più determinante nelle logiche del disco, sia come musicista che come cultore di novità. Mentre le Strategie Oblique sono largamente accettate dopo le sessioni di Heroes, altre tecniche di pensiero laterale vengono difficilmente digerite dai musicisti – annoiando soprattutto Alomar. Creando quel senso di lezione scolastica dove Eno si comporta da professorino.

Lodger fatica ad arrivare, in quanto dopo aver terminato le sessioni delle basi musicali, Bowie fa passare 5 mesi prima di riprendere in mano il progetto e registrare il cantato. Con Visconti e Belew si va a New York a completare il disco, ma gli studi non sono mica come in Europa e l’attrezzatura non è tale da consentire un lavoro ottimale.

Lodger arriva, per quanto critica e principali artefici lo definiscono un incompiuto, per quanto le inimicizie interne abbiano inficiato sul risultato finale del disco, Lodger è un gran bel disco con un potenziale enorme espresso in parte.

Il tema del viaggio – evidenziato anche dalla cartolina dell’artwork – è prodromo di un certo tipo di world music e segue il concetto di motorik intrapreso da Neu!, Kraftwerk e in Station to Station. Così come il riciclo di canzoni passate dimostra una strepitosa attitudine allo studio della diversità.

Red Money è Sister Midnight – scritta durante lo Station to Station tour e donata a Iggy Pop – e che dire di Move On, una versione di All The Young Dudes al contrario ri-arrangiata, ma la figata si raggiunge con la Strategia Obliqua che suggerisce di suonare Fantastic Voyage con interpreti diversi agli strumenti, i musicisti così si scambiano le postazioni ed esce fuori una versione più veloce e decisamente più ritmata: Boys Keep Swinging.

Lodger è arrivato e ha chiuso un cerchio strepitoso che ancora oggi ci fa sognare.