Nu Guinea (Nu Genea) – Nuova Napoli

Da Napoli Centrale a una Nuova Napoli nel pieno rispetto – forse fin troppo ossequioso – di quella vecchia, senza che fascino e misticismo siano intaccati. Per quanto adori questo progetto, per potenziale e visione armonica, tutto si può dire fuorché suoni come qualcosa di “nuovo” o innovativo, una “retromania” però ben costruita e di spessore che ha solo “il vizietto” [sono un inguaribile scocciatore, lo so ndr] di guardare più indietro che avanti.  

Così nasce il progetto degli ei furono Nu Guinea, passati proprio da poche settimane alla nuova ragione sociale Nu Genea per motivi legati al politically correct che non sto qui a riportare [a proposito del politicamente corretto Emanuele Trevi ha riservato parole di brace, che condivido, nei confronti di una tendenza che rischia di sterilizzare ogni campo culturale ndr]. Quindi questa breve pillola è qui a reindirizzarvi sulla nuova identità dei Nu Guinea, in modo che non possiate lasciarvi sfuggire – da ora in poi – le nuove produzioni proposte dal duo Massimo Di Lena e Lucio Aquilina

Il progetto muove i suoi primi passi a Berlino, città agli antipodi di quella Napoli origine delle loro giovinezze e nella quale poi il duo è tornato al fine di registrare il disco. Nella capitale tedesca, Di Lena e Aquilina, incontrano la leggenda dell’afrobeat Tony Allen, col quale registrano qualche demo; è proprio in quel periodo prende forma l’idea musicale dei Nu Guinea. Di Lena e Aquilina capiscono che il progetto poggia su solide fondamenta e si può cominciare a costruire qualcosa di intrigante.  

La voce dialettale di Fabiana Martone svetta in tutto il disco, riconoscibile ed espressiva, ben sposandosi ai sintetizzatori e al sassofono di Pietro Santangelo. Avvalersi in studio di musicisti, amici e professionisti napoletani, ha consentito alla coppia Di Lena e Aquilina di rendere omogenee e fluide le bozze schizzate a Berlino. Un vero soffio di vita per un progetto che altrimenti avrebbe rischiato di apparire sintetico: valido sulla carta ma senz’anima. In tal senso, brani come ‘A Voce ‘E Napule, in cui il putipù segna il ritmo e si mischia al sassofono e ai sintetizzatori, o Parev’ Ajere, fotografia d’infanzia dei due Nu Genea a chiusura del disco, è pura poesia. 

E se Ddoje Facce si propone di descrivere le vie del Rione Sanità (O’ Ricuttaro ‘Nnammurato degli Squallor vi ricorda qualcosa?), con il ritmo alla Shaft scandito da Je Vulesse viene musicata la poesia di Eduardo De Filippo Io Vulesse Trovà Pace. Un continuo rimestare il passato, come a voler sottolineare oltre ogni evidenza quanta Napoli scorra nelle vene di Aquilina e Di Lena, anche nella scelta del nome per il disco che rispecchia in pieno il sound trasmesso dal disco, con quel Nuova Napoli (a cui segue la compilation Napoli Segreta) tributo a Massimo Troisi e Lello Arena proveniente dal film del 1982 No Grazie, Il Caffè Mi Rende Nervoso.

Nuova Napoli suona nostalgico di un’epoca non vissuta, oro che luccica e che non smette di abbagliare chi non ha toccato con mano le storture di un passato remoto; questo bagliore filtra nelle sonorità funk, soul, jazz, pop e musica napoletana abilmente ibridate nella città partenopea a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 da Napoli Centrale e Nuova Compagnia di Canto Popolare, che si presenta come un giusto omaggio ai già citati Showmen, a Toni EspositoDonn’anna.  

Un cazzimma sound mesciato e che trapela da tutto il disco stimolando i più curiosi ad interrogarsi su queste radici, a ricercare pagine gloriose della nostra meravigliosa, quanto sfaccettata, storia musicale. 

Napoli Centrale – Napoli Centrale

Prendetemi per matto, ma Napoli Centrale – al contrario da quanto rappresentato in copertina – ha tutte le carte in regola per iscriversi a questo ciclo di pubblicazioni prettamente estivo. Perché?  

Scardinando le travi del solito stereotipo della bella Napoli estiva, come anticipato con Alice, album e canzoni difficilmente appartengono a una stagione, siamo “noi” a dargli una collocazione temporale e a rivestire di nuovo significato un brano, sulla base del nostro vissuto e delle nostre esperienze. È logico che Moon In June dei Soft Machine venga più semplice ascoltarla durante giugno quanto Harvest di Neil Young nei mesi estivi, però possono legarsi tranquillamente a periodi apparentemente lontani dal significato originario pensato per la canzone.  

Logicamente qualche composizione si presta di più a questa ricollocazione stagionale, altre meno, ma Napoli Centrale ha un suo senso in questo ciclo di pubblicazioni, nonostante in copertina risalti una campagna uggiosa e i quattro membri della band vestano giacche impermeabili, diretti verso una meta che presumo non sia una spiaggia.  

Facciamo questo giochino pertanto: immaginiamoci tutti insieme che Napoli sia stata colpita da uno di quegli acquazzoni estivi che sollevano il petricore e fanno crollare drasticamente le temperature, tanto da giustificare la vestizione di impermeabili e cerate; poi mettete su questo disco ed immergetevi nei lancinanti suoni sfornati dal Fender Rhodes di Mark Harris e dal sax senza fronzoli di James Senese.  

La temperatura comincerà ad alzarsi di brutto, le chiappette si agiteranno sempre più convinte e voi, euforici, vi renderete conto di quanto la trama musicale trasudi funk, jazz e soul

Chi mastica un po’ di jazz, sa che ha a cavallo tra anni ‘60 e ‘70 sono state compiute corpose rivoluzioni, tanto da leggere in Napoli Centrale una forte influenza subita dal Miles Davis di Bitches Brew, non tanto nel lavoro alla produzione svolto da Teo Macero in studio, bensì nei salti mortali eseguiti da Miles Davis e dalla sua band durante le esibizioni dal vivo, con Chick CoreaJoe Zawinul e Larry Young in grado di tessere linee armoniche col Fender Rhodes, ed il sax soprano di Wayne Shorter (vero faro di Senese) in grado di bilanciare l’essenza ed il carisma di Davis. Questo popò di roba è sfociata poi nella nascita dell’epico quintetto perduto, raccontato esaustivamente da Bob Gluck, puro sperimentalismo dal quale i Napoli Centrale hanno saputo pescare con diligenza, innestando la propria identità.  

Identità è una parola fondamentale, nel pieno rispetto delle proprie radici, Napoli Centrale è un disco che avrebbe deliziato le orecchie dell’antropofago Oswald de Andrade per la capacità di assorbire le influenze culturali dei due albionici Mark Harris e Tony Walmsley, miscelandole alla napoletanità [no non è una citazione dello Sgargabonzi ndr] di Franco Del Prete e James Senese, entrambi provenienti dalla precedente esperienza con i The Showmen. Senese, come Hendrix, si trova a cantare per necessità più che per passione, visto che successivamente agli Showmen viene a mancare la voce Mario Musella. Napoli, come Palermo, è una città che ha sempre avuto un tessuto sociale multiculturale, ma per chi desiderasse approfondire lo spaccato sociale della Napoli post-bellica (quella che ha dato i natali a Senese e Del Prete per intenderci ndr], Curzio Malaparte ne racconta magistralmente nei primi capitoli de La Pelle.  

Senese e Del Prete si incuneano nel tappeto jazz con elementi di musica popolare napoletana volti alla creazione di un linguaggio musicale unico e riconoscibile. Le tematiche sociali sono dirompenti e la voce di Senese, rugge [d’altronde come teneva a ricordarci Piero Ciampiil meridione rugge” ndr] e graffia, alternandosi al sax e presentando delle invettive che la musicalità del dialetto napoletano rende ancora più ficcanti.  

L’esplosiva Campagna esordisce con violenza nel disco, ricordandoci più un quadretto verista di Verga che il bucolico paradiso di Carducci, un ritratto ricco di storture e sofferenza che sottolinea la sperequazione sociale dello Stivale: 

Campagna, campagna 
Comme è bella ‘a campagna 
Ma è cchiù bella pe’ ‘o padrone 
Ca se enghie ‘e sacche d’oro 
E ‘a padrona sua signora 
Ca si ‘ngrassa sempre cchiù 
Ma chi zappa chesta terra 
Pe’ nu muorz’ ‘e pane niro 
Ca ‘a campagna si ritrova 
D’acqua strutt’ e culo rutto
” 

La lotta al caporalato, allo sfruttamento, alla denigrazione della dignità umana, l’emigrazione alla ricerca di migliori condizioni di vita, la difesa dei meno abbienti, sono solo alcune delle denunce che emergono dai testi di Del Prete (proveniente da Frattamaggiore, città poco distante da Napoli, centro canapiero e ai tempi trainata da un’economia a base agricola) e prodromi di un impegno di cui Almamegretta, Teresa De Sio e 99 Posse raccoglieranno l’eredità a piene mani.  

C’è una tangenza anche con gli Area, nelle tematiche, per quanto la band di Stratos risulti più cerebrale e meno di pancia rispetto a Senese e Del Prete. I Napoli Centrale rappresentano più il cuore pulsante del popolo e sono lì a dar voce a chi non ne ha, per curare alla radice un male calcificato tramite una resistenza civile e artistica, per ricordare l’integrità morale di una popolazione che preferisce vivere di stenti piuttosto che chinare il capo dinanzi a soprusi e le angherie di chi tira i fili del destino.