Robert Wyatt – The End Of An Ear

Robert Wyatt - The End Of An Ear

La fine di un orecchio, il gioco di parole è sottile ma semplice da cogliere per chi ha una conoscenza seppur minima dell’inglese. Sinceramente non pensavo che mi sarei trovato a parlare di questo disco – per il quale Wyatt si è profondamente ispirato a Scatman John (ve ne accorgerete ascoltando con perizia Las Vegas Tango Pt.1) – ma i tempi cambiano e si rivelano maturi per spendere due parole su Pillole.

Wyatt è un maestro capace di galleggiare nella sottile linea tra significato e significante alla Edward Lear (campione del limerick), mostrando uno spiccata volontà di fornire varie chiavi di lettura a chi ascolta e interpreta, “C’è la parola ‘play’, che può avere differenti significati. Io cerco di metterli tutti insieme. Giocare come giocano i bambini, quasi l’opposto di lavorare, o suonare gli strumenti come i musicisti [non ho avuto modo di rendere l’idea delle parole di Wyatt per via della polivalenza della parola play, nell’intervista dice Play as in children playing, almost the opposite of working, and then musicians play instruments. Ndr]. Per me, suonare o giocare coincidono, così come tutti differenti significati della parola ‘play’ coincidono quando lavoro, suono o come diavolo vuoi chiamare ciò che faccio”.

Come per Third, The End Of An Ear è un’opera indefinibile, profondamente ispirata al free jazz di Davis, con Bitches Brew (vera e propria epifania per Wyatt) capace di imporsi come disco seminale per la deriva della cricca di Canterbury (e non solo). Gli ascoltatori più attenti noteranno nei vocalizzi e nelle strutture compositive delle similitudini con Moon In June. La risposta è: EEEEEEEEEEESATTA! (se non ci avevate pensato non vi siete applicati e vi consiglio di studiare nuovamente da capo i vecchi articoli).

Tant’è che questo disco viene proposto a Wyatt dalla CBS – etichetta detentrice dei diritti sui Soft Machine – per cercare di replicare il successo di Moon In June, unico brano cantato in Third dalle venature più pop rispetto al contenuto presente nel disco. Già, non vi suscita una risata pensare che la CBS considerasse Moon In June un brano pop (dalla durata di ben 19 minuti)?

Vabè, Wyatt accetta di buon grado, la CBS tronfia dell’accordo in tasca non immagina con chi ha a che fare e trova un Robertino frustrato da morire per esser stato relegato a ruolo di comparsa nei Soft Machine. Stanco della routine nelle Macchine Soffici, da sfogo a tutta la propria creatività repressa, senza però venir meno ai patti con la CBS, lo stile adottato nel brano di apertura del disco Las Vegas Tango Pt.1 prevede un ampio uso del multi-tracking alla Moon In June… peccato non ci sia una parola sensata in tutto il disco, solo un miscuglio di suoni gutturali.

Dice il buon Wyatt di aver tratto molta ispirazione dai dipinti di Chagall e Picasso, nel tentativo di rappresentare musicalmente le pennellate ed i colori dei due artisti, così prende forma un disco senza punti deboli. Gli riesce anche di fare un saluto a tutta la cricca canterburina e non, ogni canzone viene intitolata ad una persona o ad una band vicino a Wyatt:

  • To Mark Everywhere, dove Mark Ellidge è il fratellastro che suona il piano nella canzone;
  • To Saintly Bridget, a Bridget St. John;
  • To Oz Alien Daevyd and Gilly, a Daevid Allen dei Gong e alla sua Gilli, noché co-fondatore dei Soft Machine;
  • To Nick Everyone, al compagno nei Soft Machine Nick Evans;
  • To Caravan and Brother Jim, beh i Caravan sono i Caravan, mentre Jim è Jimmy Hastings, turnista più che conosciuto della scena canterburina;
  • To The Old World, dedicata a Kevin Ayers e alla sua band tra i quali figurano i nostri amici Bedford, Coxhill, Oldfield (lo avreste potuto desumere dall’uso del kazoo – quasi a voler scimmiottare la sezione dei fiati della band – se foste stati preparati);
  • To Carla, Marsha and Caroline, per Carla Bley (amica e jazzista di caratura enorme per chi non la conoscesse), Marsha Hunt ex moglie di Ratledge alla quale il buon Jagger dedicò Brown Sugar e con la quale ebbe una figlia rinnegata per tempo dal viscidone (momento gossip paxxissimo!1!1!!), e Caroline Coon che ha ispirato O’Caroline dei Matching Mole (che andremo poi ad approfondire nell’articolo dedicato alle talpe). Ciò che unisca queste tre figure è un mistero.

Las Vegas Tango è l’unico brano che non nasce dalla farina del sacco di Wyatt, bensì è un tributo a Gil Evan, che poi viene ripensato in maniera brillante da Robertino.

Con The End of An Ear non solo Wyatt vuole tracciare un solco con il passato e con i Soft Machine – band formata e dal quale è stato estromesso – ma vuole incuriosire guidando ad un ascolto differente, avvicinando ad un’idea differente di musica. Ecco che in questo l’ispirazione dettata da Chagall e Picasso assume consistenza e senso, perché entrambi a modo loro hanno contribuito ad ampliare il concetto di bellezza, uscendo dal seminato, da standard precostituiti.

Così Wyatt ha creato un nuovo luogo di ascolto, la fine di un orecchio, ma anche la fine di un’era. Wyatt ci ha aperto gli occhi, o meglio, ci ha stappato le orecchie.

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Tim Buckley – Lorca

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“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”

Questo pensiero di Federico Garcìa Lorca descrive a pieno il rapporto che un ascoltatore medio ha con Tim Buckley. A Lorca è intitolato il quinto album del cantautore  (non a Lorca Assassina come molti avranno sicuramente pensato). Scelta dettata dalla lettura profonda – in quel periodo affrontata da parte di Buckley e Underwood – degli scritti del poeta spagnolo.

C’è quindi in questo disco un qualcosa fortemente in controtendenza con quanto fatto in precedenza da Buckley, così introverso, così fortemente sperimentale e ipnotico, un varco iper-dimensionale che conduce verso mondi interiori inesplorati. La voce di Buckley si sposa perfettamente con quanto proposto dai musicisti, con quel gain della chitarra di Underwood che rende le note ricoperte di ovatta.

È una deriva consapevole, lo stesso Buckley definisce Lorca come un album che “non metti alle feste… semplicemente la gente si fermerebbe. Non c’entra nulla”, continua aggiungendo “finalmente me, senza nessuna influenza”. La sperimentazione come spesso accade non viene gradita pienamente dalla maggioranza del pubblico e della critica portando ad una incomprensione largamente condivisa. Nonostante tutto si dimostra un disco completo, maturo ed estremamente influente. Registrato durante le sessioni di Blue Afternoon e in parte di Starsailor, Lorca è l’ultimo disco sotto l’etichetta Elektra.

Lorca è immenso nella sua complessità, è una rottura con i cliché strofa/ritornello, è la transizione che va dal folk sino al folk-jazz d’avanguardia (un passo avanti a John Martyn), tocca vette immense che segnano la strada che Buckley continuerà a battere di lì a poco con l’altro grande capolavoro della sua discografia: Starsailor.

Buckley ci racconta dove affonda le radici la title-track, e quanto dice aiuta anche a capire l’idea musicale perpetrata da Timoteo in questo disco:

“Eravamo stanchi di scrivere canzoni che rispettassero la sequenza verso, verso, coro. Non era un esercizio intellettuale, è un dato di fatto, è un qualcosa che Miles [Davis ndr] ha fatto all’interno di In A Silent Way. E’ successo con il piano elettrico Fender Rhodes e con la linea di basso che mi ha consentito di tenere l’idea in mente. In Silent Way, Miles aveva una linea melodica che manteneva con la tromba, io invece avevo un testo e una melodia che si sono trasformati in Lorca.”

II disco prosegue in crescendo con la stupenda Anonymous Proposition – un brano a tratti free-jazz – considerato dallo stesso Buckley il vero e proprio avanzamento rispetto all’apertura: “Una ballata estremamente personale, una presentazione fisica, per tagliar fuori il non-sense e le cose superficiali. È un qualcosa da eseguire lentamente, in 5-6 minuti, è in movimento, è un qualche cosa che ti tiene lì e ti rende consapevole del fatto che qualcuno ti sta dicendo qualcosa di sé nell’oscurità.[…] Questa è la musica che c’è qui dentro. È estremamente personale e non vi è nessun’altra interpretazione.”

Dopo quest’affermazione ogni libera interpretazione dei brani di Lorca risulterebbe un esercizio di stile soggettivo e lontano dalla verità. Il disco prosegue con un brano più simile al passato che al presente storico in cui è stato registrato Lorca, I Had A Talk With My Woman, meno cervellotica nell’esecuzione musicale rispetto ai primi due brani, per fare poi un passo indietro con Driftin’ – composizione decisamente complessa – ed esplodere nel finale Nobody Walkin’ che dimostra come Buckley fosse capace di spaziare da un brano più freddo – in termini di interpretazione – come Lorca ad un finale frizzante ed estremamente scatenante.

Lorca cerca amanti, che restino completamente ammaliati dalle sperimentazioni vocali di Buckley, dal suo spingersi verso confini che solo Stratos avrebbe provato ad esasperare ulteriormente.

Radiohead – Ok Computer

Radiohead - OK Computer

I Radiohead non sono mai stati simpatici, ma compensano decisamente con la loro bravura (anche se considero estreme e auto-celebrative e auto-compiacenti alcune recenti scelte e registrazioni), Ok Computer è il punto in cui l’asticella si è alzata, registrando un cambio di passo deciso.

Ok Computer coincide con la definitiva morte del britpop, la domanda è: come uscirne fuori distaccandosi in maniera netta dai fasti di The Bends? Con un complesso mix tra Noam Chomsky, R.E.M., PJ Harvey, Beatles, Elvis Costello, Miles Davis e Can… un bordello di gente che ha contribuito a creare uno dei sound più riconoscibili degli anni ’90.

L’esempio di quanto scritto poco sopra è Paranoid Android, nata per essere di 14 minuti, viene asciugata dagli orpelli presentandosi a noi in 6 minuti nei quali sono amalgamate 3 canzoni differenti – sullo stile di Bohemian Rhapsody – che indicano tre differenti modalità di scrittura approcciate da occhio vispo Yorke. Questo brano nasce in origine con una connotazione “divertente” – il titolo deriva infatti da Marvin l’androide paranoico di Guida Intergalattica per Autostoppisti – per poi dirigersi verso temi più impegnati come la follia, la critica al capitalismo e la violenza fisica e verbale. Tutti questi elementi sono visivamente raccontati in modo grottesco da Robin (dell’omonima serie Robin), il protagonista del videoclip animato da Magnus Carlsson – che inizialmente credeva di dover animare il video per la canzone No Surprises.

In fase di scrittura Colin Greenwood ha dichiarato che l’ispirazione è stata ricercata in Happiness Is A Warm Gun, mentre in fase di missaggio nell’album Magical Mistery Tour, per via della difficoltà riscontrata nel trovare una coda degna ed in armonia con il brano (andando a sostituire l’organo hammond con un outro in chitarra).

I temi evidenziati in Paranoid Android ritornano in parte in Karma Police, definita da Yorke e Legnoverde “una canzone scritta per chiunque lavori nelle grandi aziende, una canzone contro i capi”. Il concetto di polizia del Karma deriva dal vezzo che i membri della band avevano di chiamare la polizia del Karma qualora avessero fatto qualcosa di sbagliato. Il video è diretto da Glazer (lo stesso di Street Spirit’s Fade Out) che qualche mese prima aveva proposto lo stesso concept a Marilyn Manson (naturalmente ha rifiutato).

Il registro cambia in No Surprises, prima canzone dell’album ad essere registrata, scritta durante il tour da spalla degli R.E.M. nel 1995. Tutti ricorderanno l’apnea da un minuto di Yorke, ma una volta completamente ricoperto d’acqua, la videoregistrazione è stata girata ad alta velocità per poi essere riproposta nel videoclip in slow-motion. Bravo Tommasino, ci hai fregato tutti quanti!

I tre singoli principali di Ok Computer offrono una panoramica di ciò che si trova all’interno dell’album; album che ha ricevuto critiche positive oltre che un grande riconoscimento dal pubblico, segnando l’ascesa definitiva dei Radiohead nel mercato musicale.  Ok Computer è lo spartiacque definitivo, è il mezzo che dirige i Radiohead ad un processo creativo sempre più cerebrale e complesso.