Queen – Jazz

Ho sempre avuto un debole per Jazz (ma non quello della diatriba Maurizio Costanzo/Ornella Vanonisamfin in de uei, bibù bibù, ahhh il gezz! [oddio anche un po’ per quello ndr]), un disco che chiude magnificamente gli anni ‘70 dei Queen e che rappresenta la maturità artistica raggiunta dalla band. È forse l’album più equilibrato – seppur devastato da maggior parte della critica – con tante sorprese all’interno, come il gradito ritorno alla produzione di Roy Thomas Baker. È il disco di Don’t Stop Me Now, di esperimenti come Mustapha e di altre piccole delizie come In Only Seven Days o Dreamer’s Ball. Probabilmente l’album più divertente a marchio Queen

È necessario una premessa prima di addentrarci nel racconto: nel periodo di registrazione di Jazz si incrina il rapporto tra i Queen e la stampa, Freddie è un bersaglio troppo ghiotto, lui e Taylor sono animali notturni – a differenza di Deacon May –  e sono abili nel finire il più delle volte invischiati in gossip da tabloid, costruiti ad arte. Situazioni che hanno indotto i Queen a tenere un comportamento più riservato con la stampa. Ma di sicuro quanto accade in seguito è impossibile da ignorare. 

A differenza dei precedenti album le registrazioni si svolgono tra la Svizzera e la Francia, per sfuggire alla pressione fiscale (alleggerita dalla scelta di registrare in due paesi differenti) e mediatica della terra d’Albione. Le sessioni cominciano a Montreaux, città nella quale Roger non trova di meglio che organizzare un supermegafestone di compleanno, che vede un Freddie eccitatissimo nel constatare la presenza di un lampadario a bracci al quale potersi aggrappare a penzoloni sotto lo sguardo di tutti “Ho sempre sognato fare una cosa del genere e quando ho visto penzolare quella meraviglia tutta di cristallo non ho potuto resistere!” 

Sempre a Montreaux ha luogo il grande temporale che troviamo al termine di Dead On Time, catturato su nastro dall’impavido Brian con un registratore portatile e attribuito nei credit a Dio. I Queen ci hanno regalato un altro curioso easter egg in questa canzone, l’ultima strofa “Leave on time leave on time/ Got to KEEP YOURSELF ALIVE gotta leave on time / Gotta leave on time leave on time/ Dead on time/ You’re dead”, riporta la frase Keep Yourself Alive in maiuscolo nel testo stampato sulla sleeve, non è un caso che Dead On Time ricordi proprio il brano del disco d’esordio Keep Yourself Alive in alcuni frangenti. 

Saltando di palo in frasca, i Queen si spostano in Francia per proseguire le registrazioni di Jazz, nei pressi di Nizza, il mood di questo album è: paese che vai festa che trovi. Questa volta è Freddie a festeggiare il compleanno al Saint Paul de Vence, raggiunto dai suoi amici più cari, il party termina con tutti nudi in piscina, tranne mr. Mercury che resta asciutto ad osservare divertito la gazzarra.  

Nel periodo di sosta francese il Tour De France è in essere, durante una pausa al bar a Freddie capita di vedere in televisione i ciclisti impegnati in una tappa, ciò ispira uno dei capolavori pop queeniani: Bicycle Race.  Bicycle viene rilasciato come singolo insieme a Fat Bottomed Girls (brano di May) e – giocando su questa curiosa combinazione – i pubblicitari del gruppo pensano bene di organizzare una gara ciclistica tra 65 ragazze nude, affittando lo stadio di Wembley oltre che le biciclette.  

La vincitrice della gara appare nella copertina del 45 giri con le chiappette coperte da una mutanda disegnata a mano (per ovviare alle critiche dei pudici perbenisti dell’epoca), parte delle riprese della gara invece sono state usate per il videoclip della canzone. A dispetto di quanto è stato scritto e cantato nella canzone, Mercury non amava particolarmente andare in bicicletta ed era un grandissimo fan di Star Wars. Altra nota curiosa è che la Halford’s Cycles – società fornitrice delle biciclette – si è rifiutata di accettare i sellini indietro una volta saputo come sono stati impiegati, costringendo i Queen all’acquisto degli stessi. 

Rapidamente è bene ricordare che Dreamer’s Ball è il tributo da parte di May a Elvis Presley – scomparso un anno prima del rilascio di Jazz -ed insieme a Leaving Home Ain’t Easy rappresenta il lato placido di May che sveste le chitarre taglienti di Fat Bottomed Girl e Dead On Time

If You Can’t Beat Them e In Only Seven Days portano la firma di Deacon, due brani agli antipodi per stile; invece Mercury scrive la maggior parte dei brani presenti in Jazz, dove oltre a Jealousy e la spaccona Let Me Entertain You, ritrova le sue radici nel bailamme rumoroso di Mustapha

Taylor invece contribuisce con Fun It e il brano di chiusura dell’album More of That Jazz, esperimento curioso da parte del batterista che si diverte ad osare un po’ qua un po’ la. 

Visto che questo articolo è incentrato sui festini, perché non concludere gli anni ‘70 dei Queen con la storia della festa a New Orleans. Per il lancio del nuovo disco, i Queen organizzano di tasca loro un supermegafestone: esistono diverse versioni di questa storia, di sicuro c’è che il party è costato sulle 200mila sterline. Vengono invitate entrambe le etichette dei Queen – la EMI e la Elektra – che contribuiscono alla festa portando il maggior numero di manager possibile, partecipano anche giornalisti da tutto il mondo.  

Una processione con a capo i Queen ed i loro compagni di bagordi (roadie, assistenti, groupie, etc…) vengono introdotti dalla banda di ottoni Olympia, mentre ad intrattenere il resto degli ospiti ci sono: 

Nani  

Escort 

Lottatrici nude intente a combattere nel fango 

Vassoi d’argento con cocaina 

Acrobati 

Cameriere in topless 

Incantatori di serpenti 

Spogliarelliste 

Jazz band 

Mangiafuoco 

Travestiti 

Acrobati con il monociclo   

Ballerini voodoo e zulù 

Sembra che il tutto poi sia concluso in qualche orgia stile Zoolander. Insomma… tirate voi le somme.  

Nel corso degli anni tante voci si sono rincorse e hanno accresciuto la leggenda di questa festicciola, c’è chi smentisce parte del racconto, chi alcuni dettagli, chi invece è convinto di essersi assicurato un posto all’inferno solo per aver partecipato a qualcosa del genere.

Di certo in tutto quello che leggete in giro c’è molta verità e altrettanta finzione, ma il fatto che già si parli di verità, vi dovrebbe lasciare immaginare che festa ci siamo persi.  

Allora tanto vale accontentarci di More of That Jazz.

P.S. non posso chiudere l’articolo senza scrivere della copertina prima, quel meraviglioso turbine di cerchi concentrici che fa tanto opt art anni ’60, sembra sia stato visto da Freddie sul muro di Berlino. Beh, il cantante propone di usare l’immagine come copertina del disco e gli altri ragazzi non hanno nulla in contrario. [lo so potevo anche evitarvi queste righe finale e lasciare la chiusura alla lista degli intrattenimenti del party di New Orleans 😀 ndr]

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My Bloody Valentine – Loveless

My Bloody Valentine - Loveless

Quando penso ai My Bloody Valentine, prima in testa risuona il feedback – così acuto da avere l’impressione di avere delle lame nel cervello – con le distorsioni di chitarra ed i suoni campionati, solo in seconda battuta riesco ad associarli ad una immagine. I suoni dei quali sto parlando provengono tutti da Loveless.

Potrei scrivere di quanto Loveless sia stato un disco epocale, potrei continuare magnificando l’impatto che i My Bloody Valentine hanno avuto sul panorama musicale, (di fatto sto scrivendo tutto questo @_@) ma non lo farò (falso), in quanto questo è ciò che fanno tutti quando di mezzo c’è Loveless (vero).

Quindi in questo articolo – che si sta trasformando ormai in un surrogato di una canzone di Paolo Meneguzzi – è necessario aggiungere un po’ di sostanza, che ne dite? (ve lo ricordate che spettacolo di video trash che aveva buttato su il buon Meneguzzi per l’occasione?)

Per molto tempo, si è pensato ai My Bloody Valentine come degni eredi di Fleetwood Mac e ABBA (falso). La realtà dei fatti però vede questo assunto vero a metà (falso è stato un gioco, falso io lì non c’ero [perdonatemi, interrompo subito la meneguzzite violenta che mi sta ammorbando ndr]), Bilinda Butcher – ragazza madre londinese, nonché chitarrista e meravigliosa voce dei MBV – e Kevin Shields – fondatore dei My Bloody Valentine – hanno una tresca, cosa che fisiologicamente non può esserci tra Colm O’Ciosoig e Debbie Googe, un po’ per colpa del di lui nome, un po’ perché ella convinta militante sgranocchiapassere.

Ma non soffermiamoci troppo sul gossip da due spicci, suvvia!

Dietro Loveless si celano svariate ispirazioni, Bilinda ad esempio spendeva gran parte dei suoi giorni felici ad assistere a concertini di gruppettini come Birthday Party, Joy Division e Talking Heads, ma anche Cramps. Ecco proprio da questi ultimi Kevin ha mutuato lo stile nel suonare la sua Jazzmaster, di ritorno da un loro concerto a Berlino nel 1984 – come un Winston Smith assalito da una sequela di dubbi – si pone la domanda “Ma se suonassi la chitarra tenendo costantemente la mano sul tremolo??? Devo provarci”. E alla fine ci ha provato e si vede che gli è pure piaciuto.

Non mi inoltro nei gusti degli altri per le fonti di ispirazione, perché fondamentalmente sono stati Kevin e Bil i fautori del disco, anzi… diciamo che l’aspetto musicale è stato curato in toto dal buon Kevin che a detta di Bilinda ha sempre avuto il quadro ben chiaro nella propria mente. Talmente chiaro da reputare una perdita di tempo lo spiegare agli altri membri della band le loro parti e come le aveva pensate. È così che Loveless prende forma, con Kevin che suona le parti di tutti durante le 19 sessioni… eh sì, suona le parti di Bil, di Colm e di Debbie; tant’è che quest’ultima durante le sessioni di chiusura riduce drasticamente la presenza negli studi.

A Bilinda questa storia poi non è che abbia fatto più di tanto né caldo né freddo, di fatto è sempre stata come appare, ai limiti del “lascia scorrere”, l’aneddoto sull’origine del suo nome vi darà una dimensione della sua persona “Proviene da mio nonno, se fossi stato un maschietto mi sarei chiamata Bill, ma nascendo femmina divenne Bilinda. John Peel una volta disse durante la propria trasmissione che era solo un tentativo presuntuoso di rendere speciale il mio nome [pensava si chiamasse Belinda ndr]. Mi ha infastidita. È il nome che mi hanno dato… ma non avevo energie per scrivergli un reclamo”.

Bilinda è questa, una ragazza che non consentiva agli ingegneri di presenziare alle registrazioni della propria voce durante le sessioni in studio con Kevin. Capite bene che l’essere guidata in tutto e per tutto da Shields non è stata sicuramente vissuta come un’imposizione.

Certo che essere svegliata all’alba – dopo aver appena abbracciato Morfeo – per ottenere una voce sognante e sonnacchiosa nelle registrazioni, non deve esser stato piacevole “Kevin ha sempre difeso il mito di noi come una band. Nelle interviste non ha mai affermato di essere l’unico a fare musica. Probabilmente si arrabbierebbe se leggesse ciò che sto dicendo ora. Colm aveva buone idee ma considerato che eravamo sempre di fretta durante le registrazioni, Kevin ci chiedeva di non suonare nulla [mhhh, che divertimento ndr]. Andavamo tutti insieme in studio e Kevin ci voleva lì per conoscere le nostre opinioni, non era un dittatore. Le canzoni prendevano forma di volta in volta”.

Riguardo lo scarso contributo di Colm, Kevin mostra una versione dei fatti più dettagliata “Colm aveva raggiunto il limite, era diventato un senzatetto. Veniva ospitato sui divani ma poi si è buscato un virus brutto brutto brutto. La sua salute andava di male in peggio. È stato un periodaccio per tutti noi, troppa pressione”.

I testi invece hanno visto l’intervento decisivo di Bilinda, in confronti serrati e rigorosi a tavolino con Kevin per buttar giù qualcosa che fosse originale, nel tentativo di evitare ogni sorta di potenziale banalità. La sensibilità femminile e la timidezza vocale (soprattutto dal vivo) sono ampiamente percepibili, in una combinazione che rappresenta quello che Bilinda chiama “terapia ipnotica”, così come la piena dedizione e l’ammirazione nei confronti di Kim Gordon dei Sonic Youth, vera stella polare di Bil.

Difficile trovare una descrizione più corretta di “terapia ipnotica” per Loveless [solo per l’aspetto musicale, i video fanno venire il mal di mare e sbattono in faccia una serie di cliché da videomaker anni ‘90 niente male], un disco a cavallo fra la depressione e la redenzione, tra chitarre dissonanti e sensazioni zen, non c’è nulla fuori posto. Unica raccomandazione: lasciarsi trasportare secondo per secondo, senza farsi domande.

Perché gli anni ‘90 – in fondo – sono stati veramente belli.

Einstürzende Neubauten – Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Einsturzende Neubauten - Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Chiasso, rumore, catene, pantaloni di pelle e talco, gilet discutibili, caos allo stato puro senza apparente motivo. L’intenzione è quella di ricreare l’ambiente industriale dove l’ensamble di rumori – dissonanti – contribuisce ad una visione più ampia: il rumore è musica. 

Parole forti! Citando l’amato Kent Brockman, un’affermazione ardita che son sicuro possa far storcere più e più nasi. 

La provocazione è tangibile, forte ma non fuori luogo. Oggetti desueti come catene, bidoni, lastre di ferro, trapani e altri attrezzi – che potremmo trovare più in un cantiere che in uno studio di registrazione – vengono adoperati in maniera sapiente da ChungHacke, F.M. HeineitUnruh e Bargeld. Una provocazione che come scrivevo poco sopra, non è campata in aria, già John Cage si era cimentato con l’utilizzo di oggetti vari a fine compositivo (i più informati si ricorderanno della partecipazione di un allora allampanato Cage a Lascia o Raddoppia? nel quale – tra paperelle e bollitori – vinse una ragguardevole cifra e nel quale si esibì davanti ad un pubblico ed un Mike Bongiorno in visibilio).  

Capita perciò che durante questo periodo – definito il più industrial della band – il pubblico dovesse prestare particolare attenzione durante i live a non rimanere offeso dagli “strumenti” del tutto anomali. Sia mai che una scheggia finisca in un occhio, che la piastrella di ceramica tagli la gola di qualcuno e che le scintille non diano foco allo palco! Non si po’ perir de musica. 

Tornando a Cage, vorrei puntualizzare su un aspetto fondamentale: usa il rumore come base per l’improvvisazione, tanto che la sublimazione di questo concetto viene raggiunta con 4’33”, improvvisazione di natura differente ogni volta che viene presentata al pubblico in quanto è proprio l’ambiente che contribuisce all’opera per quei 4 minuti e 33 secondi… della serie Paganini non ripete bbelli!  

L’esatto opposto di quanto fatto dagli Einstürzende in questo loro secondo disco (che copierò ed incollerò solo una volta per evitare di rifarlo successivamente Zeichnungen des Patienten O. T.), si può quindi affermare che la strada battuta da CageEinstürzende sia la stessa fino a quando – alla biforcazione – uno ha girato a destra e l’altro a sinistra salutandosi con la manina. 

L’approccio degli Einstürzende è più casinaro, tant’è che lo stesso Blixa ricopre di urla ogni canzone “è giusto un periodo nel quale preferivo cantare in quel modo. Ogni tanto ci sono ancora delle urla, non sono emozionali ma solo colori tonali. Al tempo di Zeichnungen des Patient O.T. ho cominciato urlando senza pensarci minimamente su.” 

Non pensate male, ci sono degli accenni di strumenti più o meno consueti, come in Die Genaue Zeit (solo all’inizio del brano a dire il vero)… inutile fare un approfondimento brano per brano, cosa cazzo volete che vi dica… sarei uno scimunito se provassi a descrivere ogni singolo “brano”… ma lancio un messaggio alla comunità: checché ne pensiate non è inascoltabile come disco, non date troppo peso alle mie parole e non allarmatevi. Certo prendete il disco con le pinze perché… mhh, come dire… non è proprio il disco che consente la concentrazione o aiuta a raggiungere la pace con l’ambiente circostante.  

Ma c’è un aspetto affascinante e che rende questo lavoro magnetico, il ruolo di Blixa che con la sua voce, la sua cadenza ed il fascino perverso che esercita la lingua tedesca, si erge a sciamano di un nuovo mondo, apparentemente gelido e apocalittico. 

Blixa è capace di far apprezzare qualcosa di estremamente complesso, sostituendosi al santone di Age Of Empires e gridando a pieni polmoni un “Wolololo” capace di catturarci nel suo mondo di rottami, lamiere e spazi abbandonati. 

Blixa Bargeld & Teho Teardo – Still Smiling

Blixa Bargeld & Teho Teardo - Still Smiling

Still Smiling è un disco inaspettato, che sembra far capolino da epoche distanti – a cavallo tra anni ’20 e ’30 del secolo passato – con due signorotti distinti intenti a comporlo dinanzi ad un camino mentre sono soliti tirare la pipa e attizzare i carboni. Still Smiling è gentile, ha modi d’altri tempi, è un disco che va ascoltato in maniera attenta, perché riserva numerose sorprese.

La prima sicuramente è nella coppia… chi non si è mai chiesto cosa ci facesse l’austero crucco Blixa con il paffutello italico Teho; l’apparenza inganna e l’abito non fa il monaco, Teardo da giovincello ha seguito la nascita e la crescita dell’ambiente industrial, tanto che partecipando tra il pubblico a uno dei primi concerti degli Einsturzende ha avuto una gran paura, ed il fatto di suonare un disco con Blixa ha di fatto “esorcizzato la paura” (per dirla con le sue parole).

A distanza di 80 anni si riforma l’asse RomaBerlino, fortunatamente con scopi tutt’altro che bellicosi, Teho Blixa si incontrano a teatro anni – dopo quel concerto di inizio anni ’80 – nasce quindi l’idea di un progetto collaterale alle carriere principali dei due. A Teho – che compone di solito colonne sonore – viene proposto di lavorare sulla soundtrack del film Una Vita TranquillaTeho contatta Blixa, nasce così la coinvolgente A Quite Life, brano poi riproposto all’interno di Still Smiling.

Il sodalizio sembra funzionare, l’intesa è eccellente e matura nei due la curiosità di conoscere verso quali vette potrebbe portare la collaborazione. L’asse RomaBerlino è stato ricomposto, in due anni Teho Blixa si sono spostati tra le due capitali lavorando vis à vis, perché si sa le tecnologie aiutano, ma la concretezza la si ha quando uno si guarda negli occhi e vive l’altro in ogni istante. Come già scritto, sembra quasi un lavoro d’altri tempi, sarà per l’uso del megafono in Defenestrazioni, per le atmosfere taglienti dettate dal quartetto d’archi, o per l’encomiabile e buffo tentativo di Blixa nel cantare in italiano (che riporta alla mente i fasti della nostra lingua quando veniva utilizzata per cantare da artisti stranieri tra anni ’50 e ’60).

La contaminazione linguistica diviene un elemento fondamentale di Still Smiling, nel quale si intrecciano l’inglese, l’italiano ed il tedesco, quasi come fosse una barzelletta (chissà se anche questo è un modo per esorcizzare i vecchi cliché), tanto da sfociare in What If? capolavoro del disco che ci mette di fronte ad un tema interessante: quanto cambiano le sensazioni e le scelte in fase di traduzione? Quanto la traduzione inficia un pensiero originario disturbandone sfumature e concetti?

Potete capire che ha preso forma un disco estremamente imaginifico, in grado di produrre diapositive che si susseguono costantemente, Still Smiling è un disco visivo nato quasi con l’intento di fare da colonna sonora a più momenti della nostra vita, un po’ come Brian Eno fece per Music For Films (una sorta di compilation con mini-colonne sonore create da Eno sulla base di alcuni film da lui immaginati ed inviati a vari registi affinché le utilizzassero per i propri film futuri), ma con la necessità di rendere autonomo e dal carattere forte il disco, evitando lo schiaffo di essere un mero sottofondo da camera.

Tutto questo rientra in un’idea ben precisa “il disco è frutto di una ricerca continua della perfezione, la voglia di migliorare le tracce fin quando tutto non risulta omogeneo con il resto”, non si parla però unicamente di musica, bensì dell’opera nel complesso; confezionata a dovere grazie agli scatti di Thomas Rabsch (già collaboratore di Nick Cave Radiohead) capace di immortalare Blixa Teho con tecniche fotografiche che richiamassero le immagine degli spiritisti ad inizio ‘900 – scattate con le prime macchine.

Il set fotografico è stato allestito a casa di Bargeld, nel quale entrambi figurano in pose estremamente naturali, andando a formare una grande connessione tra immagini e video; un credo artistico caposaldo della poetica di Man Ray, nume tutelare di Teardo (capace nel corso degli anni di sonorizzare con dedizione tre film muti di Ray tra i quali Le Retour à La Raison).

Depeche Mode – Music For The Masses

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I’m taking a ride with my best friend.

Dave ce lo canta vicino ad un vecchio e fa cominciare così Music For The Masses, che detta tra noi potrebbe semplicemente essere l’unica traccia del disco, mi basterebbe, senza ombra di dubbio.

Il my best friend di Never Let Me Down Again viene identificato nell’uso di droghe – compagne di vita di Dave Gahan da lì ad Ultra – una dipendenza che rischierà di spezzare le gambe al gruppo oltre che al cantante negli anni a venire.

Sembra passato molto più di un anno da Black Celebration, il passo fatto è da giganti, i Depeche Mode si consacrano e lo fanno con una semplice canzone, con la sua pienezza spigolosa, con la sua potenza empatica e con la chitarra di Martin Gore. Le cause che conducono a questa maturità artistica sono le seguenti: un Gore che torna all’ovile dopo aver speso qualche mese nei club di Berlino; un Gahan appena diventato padre; un Wilder che ha pubblicato il suo primo disco solista. Perciò in studio il processo vede Gore che scrive la struttura basilare della canzone, l’arrangiamento spetta a Wilder e la band nella sua interezza completa il tutto.

Music For The Masses può suonare come un titolo arrogante, ma veramente è un gioco di parole di Fletcher “Tutti ci dicevano che avremmo dovuto fare della musica più commerciale e questo è il motivo per il quale abbiamo scelto il titolo” a dar forza a queste parole ci pensa Gore “è un gioco di parole sull’in-commerciabilità del disco, era tutto fuorché per le masse” (beh adesso non è che non sia commerciale, una via di mezzo suvvia). L’immagine è coordinata con il nome adottato per il disco, l’utilizzo dei megafoni in mezzo al deserto rafforza la presa in giro nei confronti dei “consiglieri” attorno alla band.

Non ci smentiamo, siamo diventati tristi e ve lo vogliamo dimostrare fortementemente con Little 15, una splendida ballata afflitta scritta per non essere un singolo. A seguire la bellissima Behind the Wheel altro singolo estratto da Music For The Masses con un videoclip girato in Italia ancora una volta da Anton Corbjin – che ha già prestato il suo contributo per Never Let Me Down Again e Strangelove – nel quale Dave Gahan guida una macchina e poi fa zicchezacche con una ragazza (cosa che ci lascia intendere anche in I Want You Now).

Si presuppone che il videoclip sia proprio il seguito di Never Let Me Down Again. E non scrivo così tante volte Never Let Me Down Again per allungare l’articolo, non è colpa mia se hanno scelto un titolo così lungo, che cacchio!

AH! Comunque la voglia di sbamsbam ce la fanno intendere per bene anche in Strangelove e nel videoclip – che oltre ad avere un titolo esplicito ci dimostra quanta voglia di sgnacchera avessero i Depeche all’epoca.

La chiusura con Pimpf è tanto apocalittica quanto cinematografica, un giusto finale per un album completo, forse il più completo della carriera dei Depeche Mode.

Cluster – Cluster II

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Continua il viaggio nel 1972, questa magnifica annata che ha elargito perle di Kosmische Musik a destra e a manca. E’ il turno dei Cluster e di Roedelius e Moebius. Ho sempre pensato a loro come a Mario e Wario, non tanto per le personalità contrapposte, quanto per l’assonanza dei nomi.

Come al solito affrontando il discorso Kosmische si deve specificare quale è il lato del movimento percorso dai Cluster; per dare un’idea si può dire che è un compromesso tra Tangerine Dream e Neu!, per via del distinguibilissimo sound Motorik con sfumature psichedeliche. In ogni caso, riflette in pieno il sound della Berlino di quei giorni “Erano giorni caotici a Berlino, forse è questo il motivo per il quale abbiamo deciso di cominciare a suonare forte ed in modo rumoroso, perché la polizia sfrecciava per la strada tutti i giorni weee wooo weee wooo” ricorda Roedelius.

A dire il vero Cluster II è un album che un po’ si perde nel mare magnum della Kosmische, perché meno distinguibile rispetto alle pubblicazioni degli altri gruppi, ma in ogni caso sarebbe sciocco non parlarne soprattutto perché Moebius ha fortemente ispirato il suono di Heroes e Low, e la collaborazione di Roedelius e Moebius in Before And After Science di Eno non può certo passare inosservata. Poi c’è la figura di Konrad Plank – produttore centrale nella scena Kosmiche ma anche una della figura di riferimento del gruppo – di fatto considerato come parte integrante dei Cluster.

“Avevamo dei background differenti rispetto agli altri gruppi della zona, non avevamo alcun interesse in quello che le altre persone volevano fare, li incontravamo tutti i giorni e li conoscevamo, ma loro pensavano in maniera più commerciale. Noi non abbiamo mai pensato in maniera commerciale. Questa forse è la differenza. La si può riscontrare nella nostra musica” ricorda Moebius. Di fatto è vero, e risulta anche molto semplice comprendere quali siano i gruppi provenienti dalla Kosmische con un sound più accessibile e gli altri meno comprensibili ad un primo ascolto. Ciò non significa voler screditare gli uni più degli altri, bensì cerco solo di porre in evidenza quanto fosse ampio il concetto di Kosmische e quanti sentieri sono partiti da questo centro musicale.

La sensazione che si prova ascoltando Cluster II è di cadere in un lento stato di ipnosi soggiogato dai rumori bianchi, se durante l’ascolto dietro le vostre spalle comparisse Giucas Casella gridando “solo quando ve lo dico io” cadreste in trance (che si legge trans, ma in quel caso cadere potrebbe fare piuttosto male, in qualunque modo tu cadi, cadresti male).

Vorrei far presente che non è che mi stia dilungando perché non so cosa scrivere, solo che non saprei veramente cosa dire di più. Fondamentalmente Cluster II serve ad avere un quadro un po’ più completo della scena elettronica tedesca e di come questa sia andata ad defluire in maniera massiccia nel mainstream.

David Bowie – Lodger

David Bowie - Lodger.jpg

Tony, Brian e io abbiamo creato un linguaggio di suoni potente, angosciato, a volte euforico. […] Nient’altro aveva il suono di quegli album e nient’altro gli si è avvicinato. Non avrebbe avuto alcuna importanza se non avessi fatto più nulla dopo quei 3 dischi, lì dentro c’è tutto me stesso. E’ il mio DNA.”

Lodger fatica ad arrivare, dopo il tour di Low/Heroes Bowie se ne va in giro per il mondo: Kenya, Giappone, Stati Uniti, è tutto un viaggiare. Il titolo del disco esprime proprio il concetto di “ospite”, in giro e senza fissa dimora, alla ricerca di contaminazioni. I tempi di Berlino sono quasi dimenticati – nonostante Lodger venga considerata la punta del trittico Berlinese. In comune con i precedenti Low e Heroes c’è la band ed il contributo di Visconti e Eno. Al posto di Fripp, alla chitarra solista c’è Adrian Belew, scippato a Frank Zappa dopo un concerto a Berlino dello Sheik Yerbouti Tour.

Piccola Parentesi

*Belew vede in zona mixer Bowie e Iggy Pop, Bowie gli propone di diventare il suo chitarrista per il tour di Heroes e Low (The Isolar II) che sarebbe cominciato due settimane dopo la fine dello Sheik Yerbouti Tour di Zappa. Vanno a cena insieme, destino vuole che Zappa va nello stesso ristorante… Dio ci salvi… Frank si avvicina al tavolo di Bowie e Belew sentendo puzza di tradimento. Il dialogo che ne segue è riportato di sotto:

DB: “Che gran bel chitarrista che hai Frank!”

FZ: “Fottiti Capitano Tom”

Al che Bowie cerca di attaccare bottone provando ad essere ancora cordiale e

FZ: “Fottiti Capitano Tom”

DB: “Non hai veramente nient’altro da dire?”

FZ: “Fottiti Capitano Tom”

Al che Bowie e Belew si alzano e se ne vanno in limo. Bowie col suo aplomb e umorismo britannico liquida la questione con un “Penso che sia andata piuttosto bene!”. E scippo fu.*

Lodger fatica ad arrivare, perché dopo aver vissuto gomito a gomito l’epopea di Heroes, Eno e Bowie si son persi di vista sviluppando visioni musicali non più tanto comuni. Questo sfocia in una acrimonia che non fa bene al disco, facendo nascere un ibrido dall’identità sporca, nel quale le personalità di Eno e Bowie cozzano in maniera prepotente. Eno a differenza delle prime due fatiche entra in maniera più determinante nelle logiche del disco, sia come musicista che come cultore di novità. Mentre le Strategie Oblique sono largamente accettate dopo le sessioni di Heroes, altre tecniche di pensiero laterale vengono difficilmente digerite dai musicisti – annoiando soprattutto Alomar. Creando quel senso di lezione scolastica dove Eno si comporta da professorino.

Lodger fatica ad arrivare, in quanto dopo aver terminato le sessioni delle basi musicali, Bowie fa passare 5 mesi prima di riprendere in mano il progetto e registrare il cantato. Con Visconti e Belew si va a New York a completare il disco, ma gli studi non sono mica come in Europa e l’attrezzatura non è tale da consentire un lavoro ottimale.

Lodger arriva, per quanto critica e principali artefici lo definiscono un incompiuto, per quanto le inimicizie interne abbiano inficiato sul risultato finale del disco, Lodger è un gran bel disco con un potenziale enorme espresso in parte.

Il tema del viaggio – evidenziato anche dalla cartolina dell’artwork – è prodromo di un certo tipo di world music e segue il concetto di motorik intrapreso da Neu!, Kraftwerk e in Station to Station. Così come il riciclo di canzoni passate dimostra una strepitosa attitudine allo studio della diversità.

Red Money è Sister Midnight – scritta durante lo Station to Station tour e donata a Iggy Pop – e che dire di Move On, una versione di All The Young Dudes al contrario ri-arrangiata, ma la figata si raggiunge con la Strategia Obliqua che suggerisce di suonare Fantastic Voyage con interpreti diversi agli strumenti, i musicisti così si scambiano le postazioni ed esce fuori una versione più veloce e decisamente più ritmata: Boys Keep Swinging.

Lodger è arrivato e ha chiuso un cerchio strepitoso che ancora oggi ci fa sognare.