Mark Lanegan – Whiskey For The Holy Ghost

Mark Lanegan - Whiskey For The Holy Ghost

Continua il nostro fantastico viaggio nel tempo alla ricerca degli album che ti danno botte di morale à gogo. 

Vi prometto che al termine del suddetto ciclo di pubblicazioni – previsto per il 28 di Dicembre – potrete comporre la vostra perfetta compilation: struggente; per cuori solitari e finto-intellettuale. 

Dopo aver scaldato un po’ le dita scrivendo qualche cazzata, sono pronto a concentrarmi sul secondo disco solista di Mark. Gli Screaming Trees vengono alternati alla carriera solista, The Winding Sheet ha raccolto consensi e la nuova fase della carriera di Will Ferrell è cominciata; si percepisce un clima diverso nel disco, il grunge ha toccato l’apice così come il deterioramento di alcuni dei principali interpreti.  

La voce di Lanegan rispetto al disco d’esordio risulta più matura – stanca – come se fosse sempre sotto sforzo e alcolizzata, a tratti appare come una goffa imitazione di Tom Waits. “Here come the Devil, prowlin’ round/ One whiskey for every ghost/ And I’m sorry for what I’ve done/ Lord, it’s me who knows what it cost.” questa parte estratta da Borracho, ha molto di autobiografico, una condanna al bere per ogni rimpianto che accompagna la propria esistenza, dove il Diavolo è il lato oscuro che lo affligge e i fantasmi sono i rimorsi che non accennano a sparire. Ma ci sono altri casi di “autoflagellazione” nel disco, come quando fugge via da “una ragazza troppo brava per essere reale” in Sunrise, o alla maledizione di “passare una vita intera a pensare a te” struggendosi nello splendido brano d’apertura The River Rise. 

Mike Endino – che ne cura ancora la produzione e lo aiuta nella stesura dei brani – ricorda “Guardando indietro, non sono sicuro che fosse pulito durante le registrazioni del secondo album, questo di sicuro ha contribuito ad alimentare la mancanza di fiducia in sé stesso in quel periodo”, le sessioni portano via tre anni nei quali gli alti e i bassi di Lanegan si sono alternati vertiginosamente, un percorso tumultuoso tanto da creare problemi anche durante il tour di Whiskey.  

Al disco non partecipano CobainNovoselic, ma J. Mascis, Dan Peters dei Mudhoney, senza dimenticare Pickerel ex batterista degli Screaming Trees, come a dire il corollario è sempre di gran livello e di qualità per consentire la riuscita del disco, ricorda in piccolo quanto fatto per Syd Barrett in The Madcap Laughs, anche se Lanegan versa in situazione di coscienza seppur alterata da droghe e alcool.  

Lo si sente dalla struttura delle canzoni – estremamente reiterate in alcuni passaggi – quasi come se si incantasse su un punto in una sorta di autismo; la condizione mentale ad un certo punto è quasi compromessa tanto che Endino riesce a fermare Mark mentre cerca di buttare nel fiume il master con le registrazioni del disco… non doveva proprio star bene, eh già. In sé Whiskey For The Holy Ghost sicuramente non passa alla storia per gli arrangiamenti o la struttura musicale, quanto per l’attitudine di Lanegan al canto e alla scrittura (nella quale fa un salto in avanti non indifferente rispetto al precedente lavoro), creando un percorso musicale coerente, di rara potenza nonostante sia volutamente lento e stordito. Ricorda molto in questo Townes Van Zandt (sia nell’alcolismo che nello stile), senza la proverbiale freddezza che permeava la maggior parte della produzione del cantautore texano. 

Lo si percepisce chiaramente nella traccia di chiusura, la stupenda Beggar’s Blues, una dilatazione musicale quasi esagerata, tanto da rendersene conto e sentirlo dire “That’s All” concludendo la sua parte mentre la musica si spegne dopo di lui, quasi come se lo seguisse fuori dallo studio di registrazione. 

Mark Lanegan – The Winding Sheet

Mark Lanegan - The Winding Sheet

Basterebbe solo questo “Mi ispiro a Jeffrey Lee Pierce. Pochi lo conoscevano, ma io ero un fan dei Gun Club“… evviva! Finalmente nel nostro spazio digitale giunge il buon Mark Lanegan, ovvero il fratello gemello di Will Ferrell e Chad Smith. 

Se qualcuno di voi è andato a controllare le date di nascita dei tre, notando delle discrepanze, non è colpa mia. Babbi che non siete altro. E se non l’aveste notato, è tornata la rubrica “Alegher, Alegher!”. 

The Winding Sheet è il disco d’esordio da solista di Mark Lanegan, che apre questa parentesi tra un disco e l’altro degli Screaming Trees dimostrando di avere un percorso più a fuoco ed interessante rispetto a quanto fatto con la band… un po’ come è avvenuto per Elliott Smith con gli Heatmiser 

Il risultato è un disco profondamente grunge – più lato Alice In Chains e Nirvana che all’altra frangia di Seattle – che si trascina di canzone in canzone con forza di volontà in un viaggio all’interno del proprio stato d’animo tormentato, contribuendo a formare alcuni dei cliché del cantautorato folk maschile contemporaneo. Per questo motivo, ascoltandolo oggi potreste avere la percezione di qualcosa di trito e ritrito… ma provate a tornare indietro agli inizi anni ‘90, immaginatevi quelle atmosfere e ne riparliamo. “Non sono il tipo dalla storia interessante. Sono solo un musicista che cerca di fare dischi per essere felice ed in pace con sé stesso”, questo riporta una delle sue prime interviste, una di quelle situazioni che Mark affronta con timidezza ed ermetismo capace di annichilire chi si occupa di fargli le domande. 

Il disco è un caposaldo del grunge, non lo scrivo tanto per… effettivamente le prove corroborano quanto riporto. Siamo nel 1989, quando Kurt Cobain e Mark Lanegan si prendono una bella sbornia insieme e decidono di buttar su una band insieme… parliamo dei The Jury la band che non vedrà mai la luce, composta da Mark Pickerel alla batteria e Krist Novoselic al basso, oltre che CobainLanegan. I due riescono anche a convincere Jonathan Poneman – il co-fondatore della Sub Pop – a registrare. 

Quando Marco e Curzio si presentano in studio non hanno di fatto nulla di pronto “sai abbiamo buttato giù un po’ di canzoni, ma non le abbiamo registrate e non ce le ricordiamo [seee… come no ndr]… facciamo qualcosa di Lead Belly al posto dell’altra roba”. Lead Belly, ve lo ricordate? Ogni tanto il suono nome compare nel nostro spazio digitale, probabilmente nel prossimo futuro gli dedicherò maggiori attenzioni considerando quanto abbia influenzato tutti quanti. Lanegan ricorda questo aneddoto aggiungendo “[Lead Belly] era uno di quelli che io e Kurt apprezzavamo e ascoltavamo insieme”. 

In questa sessione viene registrata una versione di Where Did You Sleep Last Night, che poi i Nirvana riproporranno nel famoso Unplugged (live fortemente ispirato da Winding Sheet, uno dei dischi preferiti di Dave Grohl). Fatto sta che progressivamente i due perdono interesse nel progetto e lo lasciano scivolare senza troppi patemi d’animo, al che la Sub Pop intuisce comunque il potenziale della situazione e propone a Lanegan di registrare il proprio album solista. 

Novoselic e Cobain vengono rimpiazzati da Jack Endino e Mick Johnson – il co-autore della maggior parte dei brani del disco, sostituto di Lou Barlow nei Dinosaur Jr., noché produttore del disco – anche se la presenza di Kurt Cobain resta nei cori di Where Did You Sleep Last Night e in Down In The Dark, a testimoniare che The Jury seppur per un breve periodo è esistito veramente e avrebbe garantito a tutti noi qualcosa di memorabile, chissà… forse qualcosa di simile ai Temple Of The Dog (in chiave più leggera, se leggera può essere una parola da associare al grunge e alle persone che lo hanno reso uno dei movimenti socio-culturali più influenti del secolo scorso). 

Pearl Jam – Ten

Pearl Jam - Ten

Il fu Mookye Blaylock, giocatore di punta della NBA a cavallo tra gli ’80 e i ’90, il suo nome forse non suggerisce nulla, ma a chi ha nel cuore i sopravvissuti del grunge, non può non ricordare il disco d’esordio dei Pearl Jam. Mookye Blaylock è il nome originale della band, ma per questioni di appeal e di licensing, l’etichetta discografica ha imposto la scelta di un nome più d’impatto.

Pearl viene in mente ad Ament non si sa per quale cazzo di motivo, ma è così; Jam invece è il suffisso che cade dalle nuvole durante un concerto di Neil Young al quale assisterono i futuri Pearl Jam. Nèllo in uno dei suoi magic solo di 20 minuti da lo spunto per completare il nome ai pischelletti di Seattle. Ten è il numero di maglia di Mookye Blaylock, che viene ricordato in questo modo vista l’impossibilità di mantenere il nome per la band.

Neil Young e Pearl Jam – una relazione a doppio filo – si definiscono zio e nipoti nemmeno troppo ironicamente come conferma Vedder: “abbiamo appreso tanto da zio Neil, ci ha adottati come nipoti e ci ha insegnato un sacco di cose belle a tanti livelli. Sulla musica, sull’umanità, entrambe le cose semplicemente guardandolo, ascoltando cosa avesse da dire o conversandoci”… questa è un’altra storia romantica che approfondiremo a tempo debito.

What the fuck is the world running to?” è il rantolo di Vedder con il quale accende Porch, il termometro con il quale è possibile misurare lo spirito dei Pearl Jam in questo periodo. Difatti Ten è il culmine di una varietà di percorsi al limite della rassegnazione, del fallimento e della vita mediocre, senza il rispetto delle aspettative che ogni singolo membro della band si è prefigurato. Il grunge essendo un movimento sociale oltre che musicale – ed essendo ben radicato nella scena della Emerald City – non può discostarsi troppo dalle vite di McCready, Vedder, Krusen, Gossard e Ament, che fin qui hanno avuto risvolti decisamente drammatici.

Gossard ed Ament sono reduci dei Green River, sopravvissuti alla morte di Andrew Wood, leader dei Mother Love Bone (percorso musicale successivo a Green River). Imperterriti decidono di convogliare le loro energie mentali verso il nuovo progetto, Pearl Jam.

La band comincia a prendere forma, pezzo dopo pezzo… finalmente gli anni di sacrifici e la perseveranza cominciano a pagare dazio. I primi brani prendono vita negli scantinati e registrati in musicassette.

L’amalgama c’è, chi manca è l’interprete e chi metta nero su bianco i testi.  Una demo tape di 5 brani viene registrata in delle sessioni alle quali prende parte Matt Cameron – batterista dei Soundgarden e attuale batterista dei Pearl Jam. La demo viene consegnata a Jack Irons (futuro batterista dei PJ, nonché frequentatore dei vari Gossard, Ament e McCready) che a sua volta la fa pervenire ad un suo amico che di mestiere fa il benzinaio a San Diego. Il tizio in questione è Eddie Vedder. Se fosse stato studiato a tavolino questo gioco d’intrecci non sarebbe mai stato possibile.

Eddie è un ragazzo con un passato tribolato e caso vuole che sia in possesso di quella sana punta di depressione necessaria ai Pearl Jam, scrive i testi per 3 brani della demo tape (Once, Alive & Footstep), registra la voce sopra i tre brani e rimanda la cassetta – ribattezzata Momma-Son – a Seattle. Arrivato nella Emerald City i ragazzi hanno modo di conoscersi e cominciano a provare e continuare a lavorare sui brani presenti nella demo, così Vedder scrive su due piedi il testo per la E Ballad (la ballata in Mi) che prenderà il nome di Black.

Una volta stabilita la formazione base, comincia anche il teatrino dei batteristi: Krusen molla a due mesi dall’ingresso in studio di registrazione per andare in riabilitazione; subentra Chamberlain che dopo un tot di concerti molla per andare al SNL; nell’andarsene suggerisce di chiamare Dave Abbruzzese che rimarrà in pianta stabile fino al 1994, quando verrà sostituito proprio da Irons.

Ten non racconta unicamente i disagi interiori vissuti dai Pearl Jam, ma anche fatti di cronaca trasposti in musica e canzone da Ament e Vedder con Jeremy. La storia di un ragazzino texano di 15 che davanti alla propria classe si spara un colpo di pistola alla testa. La canzone denuncia l’amarezza di una scelta decisamente drastica e cerca di trasmettere la necessità di riscattarsi negli anni con le proprie forze senza piegarsi alle bastonate che la vita ti da. All’origine del brano – racconta Vedder – che non vi è solamente la storia del Jeremy texano, bensì anche la storia di un ragazzino compagno di classe di Eddie che ha dato vita ad un dramma simile, rivolgendo la frustrazione verso terzi.

Non ho intenzione di dilungarmi sul senso di ogni canzone, ma su quello DELLA CANZONE per eccellenza sì. Mi limito prima a concludere con una considerazione: questo album oltre ad essere un grande disco d’esordio, è una perfetta alchimia tra brani, sentimenti e capacità di tutti i creatori del disco. Darà il là alla grande epopea dei Pearl Jam e riuscirà a farsi largo nel mercato garantendo una credibilità che i Pearl Jam hanno consolidato sempre più negli anni.

Il simbolo dei Pearl Jam, il simbolo di Vedder è Alive e mi piace chiudere con le sue parole che spiegano in poche righe ciò che erano e ciò che sono ora i Pearl Jam:

“Questa è una piccola storia che mi piace chiamare ‘la maledizione’, è una canzone che proviene da Ten e che abbiamo suonato centinaia di volte dal vivo, e si è trasformata negli anni non per la forma o per gli arrangiamenti, bensì per l’interpretazione. La storia originale della canzone racconta di un ragazzo che viene a scoprire delle scioccanti verità… la prima è che l’uomo che credeva essere suo padre – e lo aveva cresciuto – non lo era… la seconda dura verità è che il vero padre era venuto a mancare da pochi anni. Come se per un adolescente non fosse abbastanza, quando la madre racconta tutto ciò al figlio, una forte instabilità emotiva e confusione lo avevano colpito. Lo so, perché conosco quel ragazzo. Ero io. Ricevere i segreti che si suppone dovessi perdonare, ma al tempo stesso essere ancora vivi e dover convivere con questo. Era una ‘maledizione’ essere ancora vivo. Nel corso degli anni, la canzone ha raggiunto un pubblico molto più ampio che ha cantato in massa durante i concerti ‘I’m Still Alive‘. Perciò ogni volta che vedevo queste persone darne una interpretazione positiva, per me è stato incredibile. Il pubblico ha cambiato il significato di queste parole. Quando cantano ‘I’m Still Alive‘ è una celebrazione. Quando hanno cambiato il significato di queste parole, hanno rotto ‘la maledizione'”.

Pearl Jam – No Code

Pearl Jam - No Code

No Code è uno degli album di protesta sociale più significativo degli anni ’90, in quanto concepito durante il transito della band presso la Salerno-Reggio Calabria.

La quarta fatica targata Pearl Jam non soddisfa a pieno lo zoccolo duro dei fan – così come per i Soundgarden – incapace di accettare la morte del Grunge.

Eppure la band – che sapientemente ha saputo vestirsi di nuovi abiti già con Vitalogy – dimostra un ulteriore passo verso quella maturazione artistica che ne garantirà la longevità.

Il processo creativo di No Code è stato più che tortuoso; le sessioni di registrazione ed il tour procedevano di pari passo, nel mentre le acrimonie tra i membri stavano accrescendo, così come la quantità di lavoro pro-capite. Il paciere in questo caso ha il nome di Jack Irons – ex batterista dei Red Hot Chili Peppers e membro dei Pearl Jam dalla fine dell’era Vitalogy – che costrinse i membri al confronto mettendoli faccia a faccia di fronte ai problemi e consentendo la finalizzazione dell’album.

No Code affronta temi quali la morale, l’esame di coscienza ed i dilemmi spirituali, mettendo su nastro tutto quello che la band ed i suoi membri hanno affrontato e stavano vivendo all’epoca.

Vedder ci spiega anche la vera ragione dietro alla scelta del nome dell’album: “E’ chiamato No Code perché è pieno di codici. E’ disinformazione”; questo messaggio traspare in maniera chiara anche osservando la cover – ricca di polaroid, come a voler comunicare tutto e nulla (tra le quali appare anche l’occhio di Dennis Rodman grande amico dei membri della band). Cambiando prospettiva, e aumentando la distanza, si nota come la disposizione delle istantanee formi un triangolo con un occhio, ovvero il logo di No Code.

La sperimentazione dell’album è relativa, brani come Hail, Hail, Habit e Lukin, non nascondono le origini dei Pearl JamSometimes è prodromica della carriera cantautoriale di Vedder; ma il valore aggiunto del disco è Red Mosquito dove la steel guitar la fa da padrona. E’ una delle canzoni più richieste nei concerti dei Pearl Jam e molto spesso viene eseguita assieme a Ben Harper alla steel guitar.

Durante le sessioni di registrazione del brano, McCready ha il vezzo di utilizzare – come slider – un vecchio Zippo appartenente al padre di Vedder, che lo stesso cantante seppur restio si convince a donargli giorni dopo.

Red Mosquito nasce da un’intossicazione alimentare che costringe Vedder al letto di un ospedale, la sensazione che prova è come se fosse rinchiuso in una stanza con una zanzara che lo tormenta. Quella zanzara è il concerto al Golden Gate Park, dinnanzi a 50mila anime, e sul palco c’è un ospite d’eccezione: Mr. Neil Young.

Vedder abbocca all’amo di zio Neil e lascia in fretta e furia l’ospedale, limitandosi però a cantare solamente 7 canzoni, il resto lo fa Nello, che traghetta – da buon leader – la band per tutto il concerto (sodalizio già rodato nel disco Mirror Ball.)

Temple of The Dog – Temple of The Dog (parte II)

Temple of the Dog - Temple of the Dog

Gossard, Ament e Cornell sono letteralmente devastati dalla morte di Wood. Più volte nel corso degli anni hanno affermato che la morte di Andy (una vera e propria forza della natura costretta impotente, sul letto) li ha privati della loro innocenza, del sentirsi giovani belli e immortali, portandoli ad una riflessione sulle loro vite.

Nel frattempo nella scena di Seattle si affaccia un giovane benzinaio e surfista di San Diego, che fa recapitare una demo tape (con appunto le demo di Once, Alive e Footstep) a Gossard e Ament… il suo nome è Eddie Vedder.

Vedder riesce a colmare – con la sua timidezza, il suo carisma introverso e la sua voce – il vuoto lasciato dalla morte di Wood, fungendo da stimolo per  Cornell che in lui vede una fonte d’ispirazione pari a quella di Andy.

E’ da questa concatenazione di eventi (semplificati all’osso) che nasce il progetto dei Temple of The Dog (nome derivante dalla canzone dei Mother Love Bone Man of Golden Words), un disco tributo a Andy Wood nato per volontà di Cornell (ispirato dalla morte dell’amico ha scritto 2 brani) che contattati Gossard e Ament propone loro di registrare i pezzi da lui ideati per tirarne fuori un singolo. Al gruppo si aggiungono Matt Cameron (batterista dei Soundgarden e successivamente dei Pearl Jam), Mike McCready ed Eddie Vedder.

Dal singolo si è passati alla creazione di un album che ha una vera è propria punta di diamante in Hunger Strike, dove le voci di Vedder e Cornell si incontrano in maniera continuativa fino a sembrare un’unica cosa, sopra ad un arpeggio magnetico e persuasivo. Il videoclip, che come nella maggior parte dei casi negli anni ’90 non ha senso, ci mostra prima Cornell solo in casa, con delle formiche allegre sopra un piatto che gli fanno compagnia… l’immagine switcha sugli membri della superband intenti a suonare il pezzo per tutta la giornata in riva al lago senza amplificatori e microfoni mentre un falò si accende dal nulla e Cornell li raggiunge. Sembra una cagata da come l’ho detto, ed effettivamente lo è… ma è fico lo stesso perciò fanculo l’arte concettuale e la ricerca di un senso forzato ad ogni cosa.

La pecca di questo singolo è stata il mancato successo di Hunger Strike nel breve periodo. Esso, difatti, è stato pubblicato prima dell’esplosione dei Pearl Jam e a livello commerciale questo ha penalizzato le vendite. La ripubblicazione successiva all’uscita di Ten ha fatto impennare gli acquisti, ma purtroppo è costata per un po’ la reputazione di Soundgarden e Pearl Jam accusati di commercializzazione e ruffianeria. Peccato originale del Grunge.

Temple of The Dog – Temple of The Dog (parte I)

Temple of the Dog - Temple of the Dog

Quando penso al concetto di superband è difficile per me non focalizzare l’attenzione sui Temple of The Dog. Molti di voi non conosceranno questo progetto… per carità, ce ne sono state a bizzeffe, come non pensare ai: Cream; Crosby, Stills, Nash & Young; Emerson, Lake & Palmer; Rockestra; Traveling Wilburys; Mad Season; Audioslave; Them Crooked Vultures

Però i Temple of The Dog a mio avviso spaccano di brutto e meritano di essere approfonditi prima di tutti gli altri.

Premessa…

Seattle è una città in fermento che sta vivendo una delle più importanti rivoluzioni culturali/musicali. Seattle è sicuramente paragonabile alla Firenze della metà del XIV secolo, e il Grunge è un Rinascimento musicale.

Il Grunge è un fenomeno esploso come una supernova e già consolidato in un battito di ciglia… non è  circoscrivibile solamente ai bermuda, ai capelli lunghi, ai calzettoni di spugna e alle Doc Martens. Dalla Emerald City emergono gruppi del calibro di Alice in Chains, Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden.

Prima dell’ascesa di queste grandissime band, Stone Gossard, Jeff Ament (futuri creatori dei Pearl Jam) e Bruce Fairweather provenienti dai Green River, coinvolgono nel loro progetto il vocalist dei Malfunkshun, tale Andrew Wood creando i Mother Love Bone.

I Mother Love Bone sono una band ibrida che prepara il terreno all’ascesa del Grunge a Seattle, riuscendo a guadagnarsi il rispetto di tutte le band della zona (annoverando tra i vari gruppi spalla persino gli Alice in Chains) grazie al carisma ed al fascino dello stesso Wood, vero e proprio guru ed ispiratore delle band emergenti.

Andrew Wood è stato anche coinquilino di Chris Cornell col quale molto spesso ha collaborato aiutandolo nella stesura dei testi e nella creazione delle armonie dei brani. Nel periodo parallelo alla lavorazione dell’album dei Mother Love Bone, Wood comincia ad affrontare dei seri problemi di tossicodipendenza che degenerano in breve tempo e lo inducono ad un coma che si protrae per 3 giorni (giusto il tempo per dare l’opportunità ai suoi conoscenti di salutarlo per l’ultima volta) sino alla morte.

Questo è l’evento che porterà alla creazione dei Temple of The Dog… per maggiori dettagli, seguite il prossimo post 😉

Soundgarden – Superunknown

Soundgarden - Superunknown

Il 1994 è un anno importante per la storia del rock, la morte di Cobain, l’uscita di Vitalogy (album sperimentale dei Pearl Jam) e l’uscita di Superunknown sono il canto del cigno del Grunge che chiude una parentesi gloriosa della storia rock, quella che ha visto una città della West Coast, Seattle, grazie alla presenza del gotha musicale di quegli anni, ergersi a portavoce del disagio provato dalla stragrande maggioranza dei giovani.

Superunknown si discosta dai precedenti lavori dei Soundgarden distinti da un sound metal bello pesante; per questa ragione gran parte dello zoccolo duro dei fan ha tacciato la band di essersi commercializzata (peccato originale per i gruppi Grunge).

Qui si da il via libera alla sperimentazione e a sonorità psichedeliche gestite alla grande dalla chitarra di Kym Thayil (che infonde anche influenze orientali al tutto), assieme ad una maggiore autonomia ed attenzione nella scrittura, nella creazione e nell’arrangiamento. Le canzoni vengono registrate una alla volta con la precedenza data alle parti di basso e batteria e le successive sovraincisioni di chitarre e voci a completare il tutto. Alla base del disco, come per tutte le opere Grunge, ci sono storie di vita vissuta in prima persona dagli artisti, tematiche come la depressione, il suicidio, l’abuso di sostanze stupefacenti, che rendono il lavoro criptico e cupo (argomenti già trattati da Neil Young, antesignano del movimento).

La canzone simbolo di questo capolavoro è sicuramente Black Hole Sun, scritta in un quarto d’ora da Chris Cornell, deve il suo nome ad una scultura a forma di ciambella con un buco in mezzo dal quale è possibile guardare l’orizzonte, presente in un parco di Seattle. Cornell ha messo insieme delle visioni suggestive ed edulcorate della realtà, giocando con le parole ed evidenziando la mancanza di un tema portante, un non-sense che ne esalta la psichedelia. Il successo di questo brano è frutto anche del video che ha accompagnato l’ascesa mediatica del gruppo tra i più. Un videoclip con colori carichi, angosciante e apocalittico, deprimente, surreale, grottesco e a tratti ridicolo ispirato alle opere di David Lynch e al celebre telefilm Doctor Who.

Un altro brano che contraddistingue quest’album è il primo singolo estratto da Superunknown, ovvero Spoonman. Scritta inizialmente per il film Singles di Cameron Crowe (che ha visto come protagonisti i principali gruppi della scena di Seattle), il brano è stato rielaborato ed introdotto nell’album. Il titolo è stato suggerito da Jeff Ament, bassista dei Pearl Jam, ed è un tributo ad Artis the Spoonman, l’artista di strada che suona i cucchiai in quel di Seattle.

La cover dell’album è una rappresentazione fotografica distorta dei volti dei membri della band sopra ad una foresta in fiamme rovesciata, un concetto rovesciato al concetto stesso trasmesso dal nome stesso della band (ovvero un parco fiorito e rigoglioso).

Pearl Jam – Vitalogy

Pearl Jam - Vitalogy

Svolta sperimentale per i Pearl Jam reduci dal doppio successo di Ten e Vs., la terza fatica in studio della band di Seattle è importantissima, non solo perché ci viene consegnato un album di uno spessore artistico eccezionale, ma anche perché dimostra che i Pearl Jam non sono solamente quelli visti nei primi due album, ma musicisti pronti a sperimentare e ad uscire dai propri confini, qualità che gli permetterà in futuro la sopravvivenza ed il mantenimento di un’identità propria mai messa in discussione in più di 20 anni di carriera.

Vitalogy è stato registrato durante il tour di Vs. ed è stato rilasciato prima in vinile (in quanto Eddie Vedder è un feticista dei vinili) e successivamente in CD. Sicuramente il packaging ha influito molto nelle vendite dell’album, l’artwork si rifà totalmente ad un libro medico di inizio ‘900 il Vitalogy che letteralmente significa “studio della vita”, trovato da Eddie Vedder in un mercatino dell’usato. I contenuti del Vitalogy non sono stati importati nel booklet per questioni di copyright, contenuti perciò sostituiti con documenti, schizzi, appunti sul benessere e sulla salute, riflessioni sulla vita e sulla morte, commenti alle canzoni, poemi (come nel caso di Aye Davanita brano strumentale che però nel booklet è presente sotto forma di poema). E’ stata inserita anche una lastra dei denti dello stesso Vedder accanto alla pagina dedicata a Corduroy.

Gli equilibri all’interno della band cominciano a spostarsi, Vedder ha sempre più voce in capitolo nelle scelte della band, ora contribuisce anche come chitarrista, e stranamente, in questo caso, con 3 chitarre presenti vi è una penuria di assoli rispetto ai precedenti lavori. McCready lo definisce per questo motivo un album prettamente “ritmico”.

Questo è l’aspetto che forse lo rende più originale e canzoni come Aye Davanita, Pry, To (il ritornello continuo “P-R-I-V-A-C-Y is priceless to me” è una preghiera che Vedder rivolge ai suoi fan, il grunge essendo esploso come una bomba in mano, in pochi attimi ha portato celebrità a dei ragazzi con una vita normalissima e che volevano solamente esprimere i loro sentimenti rancorosi verso una società incapace di comprenderli, ad esempio Cobain non è riuscito a salvarsi), Bugs (dove Vedder suona la fisarmonica) e Hey Foxymophandlemama, That’s Me (una specie di Revolution 9 degli anni ’90, creata assemblando registrazioni reali di alcuni pazienti di un ospedale psichiatrico) portano a galla la voglia di novità, di slegarsi in parte dal concetto passato di Pearl Jam.

Vedder si sente vulnerabile, i suoi testi vengono travisati da gran parte della gente e ciò lo rende triste e arrabbiato, questa contraddizione lo spinge a scrivere Not For You (un’accusa verso l’industria discografica e la Ticketmaster, una guerra portata avanti dai Pearl Jam per garantire dei concerti ad un prezzo accessibile) e Corduroy (che cerca di esporre la relazione di una persona con milioni di fan).

Poi c’è Betterman (che assieme a Nothingman e Letherman compone il ManTrio) ballata, scritta da Vedder durante le scuole superiori, che parla di una donna intrappolata in una relazione infelice (e come molte canzoni dei Pearl Jam dei primi tempi, è autobiografica).