Novos Baianos – Acabou Chorare

Ci metto la mano sul fuoco: questo album e una delle cose più fiche che ascolterete in questo 2021 [naturalmente nel caso in cui non lo aveste mai ascoltato ndr]. I Novos Baianos spaccavano di brutto e sono sinceramente contento che sia arrivato il momento di ospitarli in questo cantuccio digitale. 

Forse per i neofiti è meglio fare una piccola introduzione su chi fossero i Novos Baianos ed il perché sia così gasato. Un gruppo che cominciava a presenziare a concerti e festival senza nemmeno avere un nome definitivo, non può che conquistare da principio le vostre simpatie. Nel 1969, durante la partecipazione al Festival della Musica Popolare Brasiliana [come spesso accade nei nostri racconti ndr] il coordinatore del festival urlò “fate salire questi nuovi baiani!”, da lì nasce ufficialmente l’epopea dei Novos Baianos, con il primo disco che vedrà la luce di lì a un anno e con l’arrivo poi nel 1972 di quello che sarà universalmente riconosciuto come il capolavoro della band di Salvador

Ogni volta che lo lascio risuonare, Acabou Chorare riesce a sorprendermi per la freschezza del suono e delle vocalità: di una potenza unica; divertente; dalle chitarre rampanti di Pepeu Gomes e dal ritmo che infervorerebbe anche i culetti più statici; pulito; con un’idea musicale dirompente. 

Insomma è un disco che ha quasi cinquant’anni ma ne dimostra molti meno, senza ausilio di lifting. Pensate, è stato insignito del titolo di miglior album della storia brasiliana da Rolling Stones Brasil lasciando un’impronta più che riconoscibile nella scena verdeoro e diventando un riferimento ingombrante per chiunque abbia deciso di misurarsi con un’idea musicale similare e trovando ancora oggi nipoti degni di portare avanti questo retaggio musicale (tra cui Céu Marisa Monte). 

Indagando nel dettaglio, è divertente scoprire come il disco raccontato debba pagare un grande pegno a João Gilberto, amico d’infanzia dell’autore dei testi dei Novos Baianos, ovvero Luiz Galvão. Insomma Galvão chiede a Gilberto di raggiungere i ragazzi – intenti a buttar giù pensieri sfusi riguardo il nuovo disco – rinchiusi in un appartamento di Rio Janeiro; il maestro della bossa nova accoglie con queste parole l’invito del suo amico: 

“Ho sempre sognato di avere un gruppo con cui convivere. L’ho sempre desiderato. Non ce l’ho mai fatta”. 

I membri della band giovano subito della presenza di Gilberto, nonostante inizialmente lo avessero confuso per un poliziotto in borghese per via del suo aspetto così distante dall’estetica hippyGilberto si erge subito a padrino – spinge le sonorità della loro musica verso lidi fino a quel momento nemmeno ponderati, mettendo ordine così al caos nel quale regnavano la moltitudine delle loro idee musicali: unire l’amore per Jimi Hendrix e Janis Joplin con il ritmo nordestino, la bossa e la samba

Il brano ad apertura del disco è Brasil Pandeiro [il pandeiro è il tamburello ndr], un samba composto da Assis Valente per Carmen Miranda (la ricorderete in Los Trés Caballeros), che lo ha rifiutato malamente sostenendo che facesse schifo. È stato proprio João Gilberto a suggerirlo, sfidando i baiani a svecchiare un brano nato apparentemente sotto una cattiva stella. I Novos Baianos lo interpretano a 3 voci – di Baby ConsueloMoraes Moreira e Paulinho Boca de Cantor – come se fosse una preghiera, che progressivamente grazie all’aggiunta della chitarra acustica di Moreira, i contrappunti innervati da Pepeu Gomes ed il cavaquinho di Jorginho Gomes, si trasforma in una festa nella quale le percussioni brasiliane confluiscono nel suono riconoscibile e unico di Acabou Chorare

La scelta del titolo dell’album è un tributo a João Gilberto da parte dei baiani: la title-track viene costruita sullo stile del maestro João Gilberto, con il quale condividono anche la ferma volontà di voler dire basta alla tristezza con quel “basta piangere” (acabou chorare) parafrasando lo “chega de saudade” che ha inaugurato l’era della bossa nova. Ma la scelta di questo titolo si pone anche come un invito a smettere i panni della tristezza tramite la quale la musica popolare brasiliana ha costruito un impero degno di quello di Gino Paoli [gli Elii docet ndr] per farsi portatori di allegria e spensieratezza.
In quest’ottica brani come Preta Pretinha (che racconta come Moreira è stato pisciato da una squinzia quando era convinto di averla conquistata), A Meninha DançaBesta é Tu e Tinindo Trincando sono un inno alla vita e alla spensieratezza. 

Per intenderci, l’avvento di una scelta musicale così allegrotta e spregiudicata, fatta di chitarre elettriche aggressive, è idiosincratica allo zoccolo duro dei fan di un Chico Buarque… insomma è inviso a chi percepisce la musica unicamente per le tematiche. 

Moreira, che purtroppo ci ha lasciato redentemente, ricorda così la nascita di Acabou Chorare e di come la visione di João Gilberto fosse stata piano piano assimilata anche dai Novos Baianos

“In un’epoca in cui il Brasile era triste, grigio, apparivamo nella più grande gioia cantando canzoni come: Besta é Tu [La bestia sei tu ndr]. Nessuno lo capiva molto. E João ci disse: ‘guarda come è bello il Brasile’. Nessuno stava vedendo quel Brasile. Solo Lui. Abbiamo così cominciato ad accogliere questo Brasile.” 

Spero di non essermi dilungato troppo, ce ne sarebbero di altre cose da dire, ma non voglio privarvi di altro tempo, fiondatevi su questo disco e ascoltatelo fino allo sfinimento, e appena avrete finito di ascoltarlo comincerete da capo, così ad libitum. Ne sono convinto. 

Piero Ciampi – Io e Te Abbiamo Perso La Bussola

Piero Ciampi è quel livornese, sì, proprio quello dalla battuta sagace e dall’animo fumantino. 

Piero Ciampi è quell’uomo dal fisico longilineo, con lo schiaffo e il ghigno montato sul viso affilato.  
Piero Ciampi è quel cantautore che ha dedicato la propria esistenza alla conflittualità.  

Piero Ciampi è quell’artista che la gente non conosce.  

Ogni volta che ascolto Piero Ciampi mi danno l’anima: perché il pubblico non lo apprezza? Cos’ha in meno di tutti gli altri? Ogni canzone è vita tormentata, una verità portata alle nostre orecchie senza filtri, un’ode agli errori, ai vizi, ai rimpianti, alle malinconie e le incazzature, quelle viscerali. 

La bussola non l’ha persa solo Piero ma tutti quelli che non l’hanno compreso. Eppure nel settore il suo nome aveva un peso specifico di degna nota, rappresentando la stella polare per tutti i cantautori della sua generazione, tanto che il buon Gino Paoli, suo grande amico, si è speso più volte per trovargli dei contratti.  

Ci è anche riuscito, combinando un incontro con Ennio Melis, dirigente della Rca. Tramite il seducente savoir faire, Ciampi lo convince della bontà delle sue intenzioni e della volontà di registrare un disco a stretto giro. In fondo il materiale c’è. 

Melis ci crede, convinto anche dalla presenza del navigato Gino Paoli all’incontro… in fondo come si fa a dir di no a quel personaggio così a modo e composto. Insomma, Piero Ciampi sapeva vendersi, riuscendo a nascondere tutti quegli atteggiamenti poco edificanti per i quali la sua celebrità ha assunto forma.  

Riceve così un anticipo cospicuo per registrare un suo disco. Terminato l’incontro, Ciampi si rivolge a Paoli con fare divertito: “Oh Gino… glielo abbiam buttato nel culo eh?!”.  

Con i soldi ottenuti si dà alla macchia, dando vita a tre anni di vagabondaggio per l’Europa, tra la penisola iberica e i paesi anglosassoni, un periodo turbolento che gli lascerà in dote due matrimoni falliti e due figli ed altre esperienze che sono alla base di una produzione artistica a venire di enorme spessore. 

In questo contesto si posiziona Io e Te Abbiamo Perso La Bussola, il terzo disco di Piero nel quale, una volta tornato in Italia, sviscera tematiche già trattate nei precedenti lavori con un focus sul rapporto di coppia. Con Te Lo Faccio Vedere Chi Sono Io, la relazione presentata in Ma Che Buffa Che Sei assume connotati grotteschi, Ciampi si avvita in una serie di deliranti promesse, prima di chiedere del denaro in prestito alla propria amata, in una contrapposizione tra lusso ideale e povertà reale. 

In realtà questa canzone è un teatrino montato su a dovere da Ciampi per autocommiserarsi, nascondendo il senso di precarietà vissuta dal cantautore, insoddisfazione dettata dal non riuscire a dare alla propria compagna quanto meriterebbe. Questo brano definisce lo stereotipo di chi promette l’impossibile (“ti regalo un transatlantico”) salvo poi minacciare di affogarla nel Pacifico se avesse deciso di fuggire. 

Ma con Ha Tutte Le Carte In RegolaCiampi si descrive con il brano più autobiografico della propria carriera, scavando nella propria anima e raccontando l’amore per le sue due donne, esaminando il rapporto burrascoso con l’altro sesso e la vita. Nella strofa “beve come un irlandese” e “divide la cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi”, Ciampi mostra di riconoscersi negli sconfitti dal destino, per questo vicini a lui e degni della sua comprensione.  

A differenza di Piero CiampiIo e Te Abbiamo Perso La Bussola è perlopiù incentrato sul crepuscolo del rapporto, la narrazione del fallimento della relazione di coppia ha In Un Palazzo Di Giustizia, brano sul tema del divorzio, il suo culmine. 

Questo disco è l’occasione per il rilancio commerciale di Piero Ciampi, che puntualmente disattende per bizze o fissazioni, tipo il declinare le proposte di collaborazione da parte di tantissime interpreti di punta dell’epoca. Comportamenti che lo hanno guidato nel vortice autodistruttivo conclusosi nel Gennaio del 1980. Ciampi si è rifugiato nella canzone, senza la quale probabilmente avrebbe vissuto una vita ancora più turbolenta, lo ha fatto con una voce che avvolge l’ascoltatore come una carezza, salvo poi graffiarlo quando meno lo aspetta, con quel ghigno spaventevole che al tempo stesso risulta confortante. 

Lucio Dalla – Terra di Gaibola

“Ter-ra di Ga-i-bo-la” lesse pensieroso il giovane ragazzo di nome Pillole, scandendo ogni singola sillaba con lo stesso sguardo di una Melania Trump qualsiasi…  di primo acchito la sua mente ha cominciato ad associare il titolo di questo disco a qualcosa di biblico, sapete tipo quelle robe da Matusa che provengono dall’antico testamento. Poi quel motivo floreale sulla copertina, che rimanda alle carte da parati anni ‘60 e a quell’odore di naftalina e muffa ha contribuito all’idea formatasi nella sua mente. 

L’abito non fa il monaco ma l’occhio attento non ha mai tradito Pillole, e una copertina del genere ispira tanta roba, quindi decide di andare a fondo alla questione. Perché non ha mai sentito parlare di questo disco? Ma soprattuto chi cazzo è Gaibola?  

È una di quelle parole vetuste che senti solamente alla messa della domenica da bambino ed impari meccanicamente, senza vestirle di un senso… chessò, tipo “manna”, “osanna”, “annunziamo”, “deuteronomio”.  

Ok, Pillole è cresciuto e ha deciso di indagare!  

Anche chi non conosce approfonditamente Lucio Dalla, sa bene quanto fosse saldo il legame con la propria Bologna, Gaibola è proprio una frazione sita fra i colli del capoluogo, nella quale Dalla era solito giocare a calcio e passare il tempo nella spensieratezza giovanile.  

Questo secondo disco trasmette tanta nostalgia di quegli anni, epoche e situazioni non vissute ma che appaiono così tangibili, tra ricordi e profumi che possono solo essere immaginati, ma come Lucione riesce a trasmettere tutto questo guazzabuglio di situazioni, nessuno mai. 

Siamo di fronte ad un disco disprezzato all’epoca, pregno di cliché musicali da Carosello o cinematografici sapientemente ammansiti dal maestro Dalla insieme all’aiuto dei fratelli Maurizio e Guido De Angelis (gli amati Oliver Onions “Come with me for fun in my buggy” [che non hanno naturalmente niente a che fare con i Green Onions ndr]). Terra di Gaibola è una rarità discografica che se poco poco lo doveste trovare nella cantina dei vostri genitori o nonni, dovreste prendervelo senza fiatare e tenere da parte con una cura feticista. 

Cerco di dipanare la matassa di Terra di Gaibola in maniera chiara, per non indurvi a confusione e lasciarvi intendere di cosa si sta scrivendo oggi.  

12 brani per 39 minuti all’incirca: Non Sono Matto (o La Capra Elisabetta) è il primo testo della discografia di Dalla scritto per intero da Lucione e musicato dal fu Gran Visir della SIAE Gino Paoli; Il Mio Fiore Nero, viene incisa nello stesso anno anche dalla ragazzina del Piper (Patty); Occhi di Ragazza è un brano fresco, veloce che viene preso in prestito e portato al successo dall’eterno ragazzone di Monghidoro (Gianni <3); Dolce Susanna invece è stata composta dal trio Dalla (musica)/Baldazzi/Bardotti (testo) per il buon Rosalino Cellamare e la troviamo come b-side del suo secondo 45 giri. 

È presente anche una meravigliosa cover di Stars Fell On Alabama, nella quale Dalla dimostra – e di che tinta – come il clarinetto sia il suo strumento prediletto, mentre tra Orfeo Bianco, Dolce Susanna, ABCDEFG e K.O. troviamo svariati esempi del suo meraviglioso gramelot, marchio di fabbrica della produzione musicale capace di alleggerire i brani quando necessario.  

In precedenza ho menzionato sia Gianfranco Baldazzi, che non ha alcuna parentela con il Truce [oddio la mano sul fuoco non la metterei mica ndr], che l’immenso Sergione Bardotti (al quale bisognerebbe costruire un monumento solo per il lavoro svolto con Chico Buarque, poco prima di Terra di Gaibola [ma di questo parleremo un po’ più là, ohhh sì che ne parleremo ndr]), ma ho omesso la terza gamba di questo spettacolare trio di scrittori, ovvero Paola Pallottino.  

Una squadra che, con l’aiuto di un musicalmente illuminato Dalla, stabilisce la rotta di quella che sarà la carriera del cantautore, l’inizio di un universo che comincerà ad espandersi e avere una dimensione artistica ed emotiva definita con il successivo Storie di Casa Mia, nel quale la punta di diamante è quella 4/3/1943 che ha come b-side proprio la già edita Il Fiume e La Città

Che altro aggiungere? Una semplice chiosetta: Terra di Gaibola è un disco da imparare a memoria in ogni suo passaggio, oggi avete il piacere di scoprirlo e apprezzarlo, o l’occasione ghiotta di ricordarvelo e riascoltarlo.  

Baciotti dal vostro Pillole