Alice – Alice

Ok. Questo è tutto fuorché un disco estivo… però ecco, con un tocco di magia ed un po’ di fantasia ce lo possiamo far diventare. In fondo siamo noi che decidiamo quando ascoltare delle canzoni, pertanto facciamo in modo che una Per Elisa non sia relegata all’etichetta della canzone sanremese, ma facciamola risuonare in filodiffusione nelle spiagge e nelle piscine di tutta Italia.  

In fondo, anche questo omonimo disco di Alice, ben si incastona nel presente ciclo, non disattendendo le alte aspettative prodotte da Capo Nord. Proprio in Capo NordAlice in una recente intervista rilasciata a Vanity Fair, ha riconosciuto la propria svolta nella carriera, prodroma del successo di SanremoPer Elisa è la consacrazione definitiva, la leva capace di offrirle la notorietà non solo nello stivale ma anche nella Germania, patria della musica elettronica. Un riconoscimento dal notevole peso specifico per chi si spende tra sintetizzatori e sonorità “stravaganti” (per l’epoca). 

A differenza di quanto largamente creduto, Per Elisa non racconta di droga, bensì di dipendenza sentimentale. Che poi gli ascoltatori l’abbiano connotata in questa maniera viene apprezzato dai due autori, ma di fatto è stata scritta pensando ad un amore tossico (tanto da comparire nella colonna sonora dell’omonimo film di Claudio Calligari), osservando il circostante e non basandosi su una storia personale di chi l’ha scritta.  

La canzone è stata sviluppata partendo dal titolo: Franco Battiato ha dato l’abbrivo con la frase iniziale “Per Elisa vuoi vedere che perderai anche me” dalla quale poi è fluita tutta la canzone. Il tocco di genio è il vocalizzo dell’omonima bagatella di Beethoven [dimostrando che a Beethoven Sinatra di fatto non preferiva l’insalata; lo stesso Battiato ricordava con affetto quello scherzo provocatorio ndr], che assume una connotazione cupa nella vocalità emessa da Alice.  

In fase di arrangiamento il superbo lavoro di Battiato Giusto Pio è riuscito nell’intento di spingere ancora di più le parole scelte da Alice Battiato.  

Avevo qualcosa da dire? Lo dicevo. Se no, stavo zitta. […] Sarebbe opportuno comportarsi così, in generale. Ma i mezzi di comunicazione di oggi alimentano la superficialità: le parole vengono espresse senza una vera consapevolezza. E quando invece c’è, spesso c’è anche dolo.” 

Una severità che può essere spiazzante, ma che regge su solide basi e che trovo condivisibile, una dote sempre più rara. Difficile da trovare nella società odierna.  

Dopo anni spesi come interprete di brani altrui, Alice decide con risoluzione di dare voce alle proprie parole, una necessità esaltata in Battiato: la sponda giusta per accrescere la capacità nella scrittura. Per quanto la prima parte di carriera di Alice non sia assolutamente da buttare, si nota  – da Capo Nord in poi – il cambio di marcia che si ha nel cantare qualcosa sgorgato dalla propria penna (come A te…Non Ti Confondere Amico e Non Devi Avere Paura). 

Alice dimostra uno spessore che lo emancipa dalla banalità del pop circostante, ad esempio in Una Notte Speciale si vive quel climax musicale che pone un accento etereo al disco, vestendolo di un valore celestiale in contrapposizione alla gravità respirata nell’epica Per Elisa. Senza Cornice ha un sax di sottofondo (suonato da Hugo Heredia)  che risente delle influenze dello zingaro felice (Claudio Lolli) sul quale poi partono l’oboe ed il clarino dal forte odore di Pasqua Etiope

Successivo alla chiusura di Capo Nord con Guerriglia Urbana, passiamo al Tramonto Urbano, anche questo scandito dalla chitarra di Radius che fa da contraltare alla potente voce di Alice che si lascia andare in un grido accorato per tutta la canzone. Decisamente meno squillante rispetto al finale di Capo Nord, ma capace di incastrarsi nell’orecchio dell’ascoltatore rimbombando nel cranio per le ore successive all’ascolto. 

Piccola nota finale: al disco, oltre all’inossidabile duo Battiato-Pio, partecipano Alberto RadiusPaolo Donnaruma al basso (bassista nelle sessioni ne La Voce del Padrone) e l’enorme Walter Calloni alla batteria (che di qua e di là ci mette il suo tiro bello dritto e puntuale).  

Insomma ascoltando Alice, vi renderete conto che in questo disco due-tre chicche adatte alla vostra playlist estiva le troverete senza troppi problemi, nonostante magari quella frivolezza e l’edonismo tipico degli anni ‘80 non figurino più di tanto… e forse direi che questa non è mica una nota negativa. 

Giuni Russo – Energie

Sexy baby  
sexy mami  
gireranno con  
gireranno con 
farò grandi cose quando le giornate saranno perfetteee
il divertimento sarà alle stelleee
serate con varie modelle
perché noi attendiamo
l’ESTATEEEEEE

Cosa ne sarebbe stato di questa canzone se fosse stata affidata alla flessuosa voce di Giuni Russo, alla sapiente penna di Franco Battiato e alla capacità compositiva di Giusto Pio, anziché lasciare il potenziale enorme di questo poderoso grido generazionale alle acerbe voci – e capacità – dei giovani Lil Angel$, Gioker Ben-J

L’inno del solstizio d’estate mi ha offerto uno spunto di riflessione: questo caldo sole dell’estate che si affaccia con sadica ferocia – cuocendo le nostre pallide pelli giugnine -, deve essere affrontato con una colonna sonora adeguata. Godereccia, leggera, pop ma non cafona. Approfittiamo di questa occasione per allontanarci da quel buzzurrame reggaeton, dai tormentoni in idioma ispanico che le frequenze radiofoniche impongono, da chiappone iperscoperte che ondeggiano senza pudore sui bordopiscina.   

Gli Europei di calcio, e le speranze azzurre che riempiono queste prime settimane estive, ci prestano l’assist per una riflessione su una colonna sonora un pelo più ricercata rispetto alle Notti Magiche del duo Nannini/Bennato. Ecco quindi una selezione di dischi targata Pillole, pronta ad accompagnare le vostre canicolari giornate, i giri in bicicletta, la lingua incollata al fior di fragola, le pomiciate serali, i bagni di sole sul lettino mentre le narici si riempiono della stucchevole fragranza di una protezione 30. 

La partenza è affidata ad Energie di Giuseppa Romano (conosciuta come Giuni Russo [d’altronde siamo a Giugno e sarebbe stato brutto non cominciare con Giuni ndr]), secondo album della cantante sicula, anche se personalmente lo considero il vero esordio discografico dopo il poco fortunato avvio in lingua albionica (Love Is A Woman) con lo pseudonimo di Junie Russo. L’album pubblicato nell’ottobre del 1981, e quindi alla soglia dei quarant’anni, vede però nelle ristampe la presenza di Un’Estate al Mare nel quale Russo raggiunge abilmente il registro di fischio simulando il garrito del gabbiano con sconvolgente accuratezza (utilizzato anche ne Il Sole di Austerlitz, presente nella scaletta di Energie). 

Come Per Elisa di Alice, che conta sulla regia occulta del duo Pio/Battiato, anche Un’Estate al Mare riesce a veicolare una tematica drammatica (della prostituta che immagina uno stacco violento dalla sua routine sognando un’estate al mare senza pensieri) in apparente antitesi con la sonorità leggera del pezzo, salvo poi rendersi conto che non c’è nulla di fuori posto, comunemente a Chega de Saudade di João Gilberto si passa da una sonorità cupa ad un respiro di gioia con una naturalezza che riempie l’anima. 

Aldilà però di questo brano, aggiunto successivamente, si può respirare il vento caldo dell’estate [per i più attenti dissemino anche piccole tracce di prossime pubblicazioni ndr] nella Lettera al Governatore della Libia, all’interno del quale è possibile respirare la cifra stilistica di Battiato, tanto intensa quanto contagiosa – nell’accezione positiva del termine – per Giuni Russo (come dimostrerà nel prosieguo di carriera).
Il tagliente violino di Giusto Pio crea il tappeto sonoro di un disco che suona con raffinatezza rara e brio, tanto che il titolo Energie, ben identifica il leitmotiv che accomuna tutti i brani raccolti all’interno del disco. Tappeto VolanteCrisi MetropolitanaUna Vipera Sarò, sono dei picchi estatici ai quali è difficile non abbandonarsi e rimanere frigidi. 

L’ammiccamento all’oriente o al nord-Africa sono forse i punti di tangenza più facili da ascrivere alla collaborazione con Battiato, non dimenticando la provenienza di entrambi, quella Sicilia incubatore di culture antiche, terra feconda di idee e riferimenti. Ebbene è giusto ricordare che questo incontro tra Giuseppa Romano e Franco Battiato è frutto della regia di Alberto Radius, chitarrista e già collaboratore di Battiato. Un matrimonio artistico felice e sinergico che darà vita a numerosi progetti di spessore tra i due.  

A questa partnership, si aggiunge inoltre quella artistico-sentimentale con Maria Antonietta Sisini, che assieme a BattiatoPio Radius, aiuta Giuni a sbocciare artisticamente e discograficamente.  

Insomma, Energie è l’album più rinomato di Giuni Russo, quello in grado di catalizzare le attenzioni degli ascoltatori che non la conoscono a dovere, in quanto consente una doppia lettura dei brani (come avviene per i dischi di Battiato): lettura alta nei riferimenti adottati; lettura bassa nelle sonorità estremamente pop. La fruizione quindi è aperta a chi è solito ascoltare con la pancia, a chi ascolta con le orecchie, a chi ascolta con il cuore.  

Prima di chiudere questo primo raccontino, tengo a precisare che Energie si tratta solo di una delle perle appartenenti alla collana che è la discografia di Giuni Russo. La capacità di mettersi sempre in gioco, studiare e metabolizzare sonorità inusitate (dalla musica orientale ai vocalizzi adiacenti a Yma Sumac) amalgamandole in un flusso sorprendente e di gradevole semplicità.

Buona estate! 

Elza Soares – A Mulher do Fim do Mundo

Ebbene sì! Siamo alle battute finali, sento il friccicorio nell’aria di questo ciclo di pillole che si va esaurendo, e lo fa con un mini botto, con un minicicciolo, con un pop-pop, con una miccetta (senza scomodare raudi, zeus e mefisti vari).
Molti di voi staranno tirando un sospiro di sollievo, finalmente si torna a parlare di altro, ma in fondo la divulgazione è anche cercare di pisciare – in qualche modo – fuori dal seminato. Mi rendo conto di averlo fatto abbondantemente. 

Sono lieto però di dedicare proprio in calcio d’angolo un posto a Elza Soares: un caposaldo della musica brasiliana
[la metafora calcistica, come avrete modo di leggere, è pertinente; e prima di continuare con la lettura, vi consiglio caldamente di avviare A Mulher do Fim do Mundo, in modo da creare il pathos di cui abbisogniamo ndr]. 

La storia che andremo a rivivere è di quelle che gaserebbe Carlo Lucarelli, pertanto se doveste trovarvi a leggere le righe che seguono col suo tono di voce non fatene un dramma. 

Tornando a noi: certo, non molti conoscono Elza e di questo lungi da me dal farvene una colpa [mi rendo conto di aver tirato fuori dei nomi nel corso di questi mesi che solamente Max De Tomassi ei suoi ascoltatori avranno un minimo masticato ndr], ma chi la conosce forse non sa che la signora in questione è stata la moglie di Garrincha, per qualche anno e lo ha accompagnato in Italia nel periodo in cui Mané bazzicava i campi del Sacrofano

L’amore tra i due è di quelli che strappa i capelli (per dirla alla De André) e destano scalpore, tanto che Elza arriva a rasarsi il capo come pegno d’amore per fare desistere Mané dal vizio dell’alcool.  

Ma andiamo con calma. Lo scenario è il seguente: lui già sposato e padre di 7 figli, abbandona la moglie per Elza, che l’opinione pubblica investe del titolo di guastafamiglie.  

Alea iacta est.  

I due si sposano ma, il retrogrado bigottismo che ammanta Rio de Janeiro, li rende facili bersagli del rancore di una popolazione indolente verso lo star system ed i vezzi dei suoi protagonisti. 

Elza Mané prima si muovono in direzione San Paolo, ma dopo un susseguirsi d’eventi tragici che sconvolgono ulteriormente le loro vite (tra i quali la morte della madre di Elza in un incidente automobilistico nel quale Garrincha guidava l’auto, a cui è seguito un tentato suicidio), scelgono un ambiente più tranquillo e lontano dai riflettori.
Approdano così a Roma, città nella quale Garrincha torna a calcare i campi di calcio.  

Dopo un paio di anni trascorsi nel Bel Paese, nel 1972 decide di tornare in Brasile (nello stesso anno in cui rientrò Caetano Veloso dall’Inghilterra), da lì in poi il vortice della depressione e dell’alcoolismo si rivelerà incontrollabile. Arriva a malmenare Elza durante un eccesso di rabbia e i due rompono.
Dopo di questo solo una fine indecorosa spetta a uno dei calciatori più gloriosi della storia del Brasile, mentre Elza si trova a risistemare i cocci di un matrimonio che ha lasciato strascichi pesanti, tra i quali anche un figlio morto all’età di 9 anni. 

Tutta questa storia cosa c’entra col disco?  

In primis: avete ora avete contezza di chi siamo andati a scomodare con questo scritto e questo non fa mai male.  

In secundis: certo non si è ancora parlato di musica finora, ma ciò non significa che rispetto al passato non ci sia niente da dire su questo disco. 

Sì. Perché A Mulher do Fim do Mundo è di una cupezza unica, corrusca, attraente, nel quale è meraviglioso crogiolarsi: dall’apertura con la poesia Coração do mar di Oswald De Andrade  (musicata José Miguel Wisnik) all’apocalittica Comigo che si conclude con la preghiera laica in ricordo della madre, passando attraverso la title-trackLuz Vermelha o la danza stonata di Dança e Benedita o il flow navigato in Maria Da Vila Matilde

Un disco che ha avuto grande risonanza internazionale, che non dimentica le origini samba (Pra Fuder) ma le spinge più in là, nel pieno rispetto del manifesto antropofago; si impone e sorprende per la sonorità aggressiva che combinata alla grinta di una – all’epoca – 85enne, mette in luce tutta la freschezza mentale e spirituale di Elza Soares, capace di trattare temi come la violenza domestica, la negritudine, la transessualità e il degrado urbano. 

Mulher do Fim do Mundo è un Derelict riuscito magnificamente. 

Egberto Gismonti – Egberto Gismonti

-Buongiorno sig. Pillole, oggi quale storia ha intenzione di raccontarci? 

-Buondì, proporrei il disco d’esordio Egberto Gismonti

-Mi perdoni, ma con tutto il popò di robetta bela gostosa che ci offre Brasil lei mi va a pescare un tizio dal nome campagnolo che sembra provenire dalle Marche sporche? Chi è Egberto Gismonti e perché ha deciso di raccontarci proprio di lui? 

-Beh sicuramente in quanto italo-brasiliano, quindi la sua presenza calza a pennello all’interno di questo ciclo di pillole. Poi perché è discretamente bravo il ragazzo e ha avuto una carriera di tutto punto, diciamo che non devo essere io a farvelo scoprire. Anzi, se non lo conoscete è una grossa pecca vostra, visto che non è che sia di primo pelo è può contare già oltre le 70 primavere. 

-Ok chiaro, allora ci può evidenziare i punti di tangenza tra la sua idea musicale e quella di altri artisti già trattati in questo ciclo, o magari tra gli altri che si andranno a trattare? 

-La contaminazione è l’argomento principe quando si analizza la musica brasiliana, figlia dell’incontro tra anime e diverse culture, sapientemente espressa da Milton Nascimento, nel quale troviamo affinità lapalissiane quando andiamo a scoprire il lato più pop della musica di Gismonti. Poi direi che in Gismonti è possibile ritrovare tutta la scena del choro e del jazz brasiliano – con le felici declinazioni internazionali – quindi è facile trovare un ampio respiro nella sua musica, che non va solo da MorceiroPixinguinhaVillas Lobos e Jobim ma arriva a Getz Brubeck. Insomma, far coesistere tutto questo popò di roba con naturalezza non parmi cosa da poco.  

-Mi ha trasmesso quasi voglia di ascoltare questo Egberto Gismonti, anche se faccio una gran fatica a non inciampare nella pronuncia sdrucciola e piana di questo nome tanto italiano quanto straniero. Come posso fare caro signor Pillole? 

-Si rivolga ad un logopedista, è tutta una questione di pratica, come avviene per gli scioglilingua. A proposito ha mai provato a ripetere velocemente e più volte “mazzo di carte, carte di mazzo”? 

-Sì, ci ho provato, ma intendevo che bramo qualche guizzo pecoreccio, voglio dire… questa pillola fin qui è più piatta della pianura padana, sa meglio di me che la gente vuole il sangue e noi dobbiamo dargli il sangue, accenda la scintilla della curiosità nei nostri lettori più pigri, suvvia! Sollevi la coscia come Sharon Stone, ci regali un brivido che dal coccige scorra fin la cervicale e si irradi lungo la cartilagine delle orecchie. 

-Lei è un marpione incontentabile, sempre a pensare alle donnine. Siamo qui per parlare di figa o di musica, ma insomma! Quindi vuole qualche suggerimento su Pornhub o preferisce altri portali? 

-No, di grazia, il guizzo deve appartenere all’artista in questione, non divaghiamo signor Pillole ho semplicemente usato la metafora di Sharon Stone

-La prossima volta non sia così criptico e viscido ma si limiti a rivelare subito la sua anima signor intervistatore. Comunque, le peculiarità di Gismonti sono relative alle proprie origini italiane (madre catanese) e libanesi. Eccellente chitarrista (non è un caso che ci sia un tributo a Wes Montgomery, che ammicca fortemente al miglior periodo di David Axelrod) e pianista, nel suo umore coabitano le influenze europee e mediterranee fuse nel ritmo brasiliano, in una via sperimentale e che difficilmente può essere reputata noiosa da chi si imbatte in Gismonti

Ad esempio, prenda O Gato, lì si respira lo spirito metropolitano del Brubeck di Jazz Impressions of Japan. Tanta roba. Un crescendo, un continuo precipitarsi claustrofobico in fughe pianistiche con tiro clamoroso. Mentre l’orchestrazione di Clama-Claro ci ricorda (per l’ennesima volta, se fosse necessario… e a quanto pare lo è) che Sufjan Stevens non si è inventato nulla. 

-Ok, ora sì che mi ha acceso la scintilla, devo ammettere sinceramente che non riesco ancora a vincere una resistenza. Difatti mal digerisco chi non è nativo di una certa cultura musicale e se ne appropria. Nello specifico, lei ha sottolineato come la cultura musicale europea e mediterranea abbraccino quella brasiliana. Trovo un po’ forzata questa definizione, soprattutto per un disco d’esordio, quando uno è giovane non può avere la piena consapevolezza musicale delle proprie origini.  

-Non mi soffermerò più di tanto sul fatto che lei è un tanghero miope e di quanto modesto e fallace sia il suo dubbio, forse pensare troppo a Sharon Stone negli anni ha contribuito a ridurre il suo campo visivo e ad annebbiarle i pensieri. Piuttosto mi soffermo nello specifico caso alla formazione musicale di Gismonti, che oserei definire universale.  

-Lei è esagerato Pillole, usa delle iperboli per ridicolizzare un dubbio legittimo.  

-Esagerato un cazzo. Pensi che Gismonti già all’età di 6 anni ha cominciato a studiare pianoforte al Conservatório Brasileiro de Música, dopo 15 anni di studi classici viene accettato come allievo di Jean Barraqué, a sua volta ex-allievo di Arnold Schönberg e Anton Webern, quindi vira verso la dodecafonia. Successivamente può fregiarsi di essere stato allievo anche di Nadia Boulanger, con la quale ha approfondito l’analisi musicale e compositiva.  

Sarà proprio la Boulanger – che negli anni ha avuto come studenti Philip Glass e Astor Piazzolla – a riportare il suo cono visivo diretto alla musica brasiliana, lasciandogli intendere quanto fosse importante far confluire quanto appreso con la musica del suo paese nativo. 

Quindi come vede, non c’è nessuna forzatura, Gismonti si è semplicemente fatto il culo e può permettersi di applicare un’idea musicale del genere senza apparire tracotante. 

-Credo che Lei la stia prendendo un po’ sul personale, ma facciamo finta di nulla. Quindi stando a quanto dice la musica brasiliana dovrebbe restare il fulcro della poetica musicale di questo disco d’esordio di Gismonti

-Non solo, O SonhoEstudo N°5SalvadorPr’Um Samba sono solo alcuni brani presenti nel disco d’esordio che corroborano quanto sostenuto in precedenza, ma la brasilianità è centrale nell’intera carriera di Gismonti, non è un caso che subito dopo lo studio sostenuto con la BoulangerEgberto si ritrovato nella regione amazzonica dello Xingu con la tribù degli Yualapeti contribuendo a modellare ulteriormente il manifesto musicale e personale del Gismonti

-Insomma un approccio antropologico alla Levi-Strauss, o per essere ancora più pertinenti, alla Alan Lomax

-Sì corretto, Lei dopotutto non è un babbeo come sembra. 

-La ringrazio, sempre parco coi complimenti. 

-Di nulla.  

Qui da pillolemusicali8bit.com è tutto, ascoltate questo album, sono sicuro che questo disco saprà rapire le vostre orecchie già al primo ascolto. E se vi fermerete ad un ascolto e basta, siete delle persone male. Chiudo la polemica tra me e il sottoscritto, che ha condizionato l’andamento di questo racconto.  

Sergio Endrigo – Exclusivamente Brasil

Si torna a raccontare Sergio Endrigo e lo si fa sempre in occasione del ciclo brasiliano, già, perché Endrigo probabilmente è stato il più brasiliano degli italiani (o il più italiano dei brasiliani), e tanto della delicatezza e della poetica di Endrigo si è radicata nel cantautorato brasiliano, in un do ut des vivace e vincente.  

Questa volta porto alla luce un disco che ahimè non è conosciuto quanto dovrebbe dalle nostre parti, o meglio non è che sia proprio conosciuto in giro, un disco inedito in Italia, pubblicato esclusivamente in Brasile in vinile e “também em musicassete” ma mai su CD, addirittura sulla pagina wikipedia non compare nella cronologia delle pubblicazioni discografiche e nel web è difficile trovare informazioni degne di nota, figuriamoci su Spotify). 

Il rapporto tra Sergio Endrigo ed il Brasile è sedimentato e con robuste radici: nasce nel 1964 con il primo concerto sostenuto a San Paolo, in quell’occasione ha avuto modo di conoscere artisticamente Vinícius de Moraes, portandolo all’attenzione di Sergio Bardotti. Qualche anno dopo Bardotti ha conosciuto de Moraes, presentandolo a Endrigo e conducendoli all’ideazione di La Vita Amico È l’Arte dell’Incontro (con il quale Endrigo ha fatto conoscere Toquinho con de Moraes). 

Quindi, considerare Exclusivamente Brasil “exclusivamente” una registrazione ad hoc per il pubblico brasiliano sarebbe una interpretazione miope e ingenerosa nei confronti di Endrigo; certo il Brasile e i brasiliani hanno dimostrato a più istanze il proprio affetto nei confronti del nostro amato cantautore, facendolo sentire a casa nonostante la distanza oceanica, tanto che nelle 12 tracce del disco sciorina con disinvoltura un eccellente portoghese zuccherino. Ma Exclusivamente Brasil è perlopiù un disco di amicizia, tributo e ringraziamento nei confronti dei tanti degli interpreti che hanno contribuito ad arricchire l’espressività musicale di Endrigo (e che sono stati trattati nel ciclo brasiliano di pillole). 

Troviamo ad esempio il Samba em Preludio accompagnato alla voce da una giovane Fafá de Belém di Vinícius de Moraes e Baden Powell, incisa nell’ultimo album di Baden Powell Le Monde Musical de Baden Powell, eseguita nel tempo anche da Toquinho con Vinícius, e con traduzione di Bardotti assieme a Ornella Vanoni in La Voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria. Presenzia Morena do Mar di Dorival Caymmi e interpretata in Vento de Maio da Nara Leão, sempre con interpretazione dalla Leão – assieme a Chico Buarque (su un’inequivocabile composizione di Sivuca) – c’è João e Maria presente in Os Meus Amigos São Um Barato. 

Carinhoso di PixinguinhaTrocando Em Miúdos di Chico BuarqueCafé Da Manhã di Roberto Carlos (con cui ha condiviso la vittoria a Sanremo nel 1968) e Ana Luiza di Jobim ornano una scaletta che si snoda principalmente tra i regali di Vinícius con Samba Para Endrigo e A Rosa di Chico Buarque

A Rosa è stata pensata e scritta appositamente da Chico Buarque per Endrigo, che duetta nel brano in un’alternanza di versi intensa, uno scioglilingua che non lascia tanto tempo per pensare, un flusso rapido di giochi di parola che lasciano in uno stato di euforia chi ascolta. Rientra nella gilda di quei brani che devi ascoltare più volte solamente per capire come è strutturato e il perché sia strutturato in questo modo. Nel 1995 Djavan ne ha interpretato una versione decisamente meno divertente di quella offertaci in Exclusivamente Brasil

Spostando il cono di luce su Samba Para Endrigo ci si accorge del legame quasi fraterno che intercorreva tra Sergio EndrigoVinícius de Moraes. Il Maestro non solo ha scritto delle strofe in dedica al cantautore italiano, partecipando alla registrazione di Exclusivamente Brasil assieme a Toquinho, ma ha deciso di includere la stessa Samba Para Endrigo all’interno del suo ultimo lavoro Um Pouco de Ilusão dal canto suo Endrigo successivamente alla morte di de Moraes lo ha omaggiato con Ciao Poeta (sulla base della composizione di Baden Powell). 

Dimenticavo quasi di menzionare che l’arrangiamento della maggior parte dei brani nel disco è stato curato da Antônio Renato Freire de Carvalho Fróes, produttore che ha collaborato anche con Chico Buarque e Caetano Veloso in Juntos e Ao Vivo, Caetano Veloso Araçá Azul, Gilberto Gil, Tom Zé in Estudando O SambaGal Costa, Maria Bethânia, Luiz Melodia e tanti altri artisti degni di nota. 

Dopo queste poche righe di colore, mi permetto di chiudere scrivendo che Exclusivamente Brasil è una chicca che scorre rapida, alcune interpretazioni sono magistrali e vi renderete conto di non poter fare a meno di ascoltarle. Fortunatamente lo potete trovare tutto su YouTube, certo la qualità è quella che è, però se vi capitasse di innamorarvi come è accaduto a me, avrete modo di reperire facilmente il vinile online (naturalmente di seconda mano).  

Chico Buarque de Hollanda – Per Un Pugno di Samba

Chico ha un sorriso stanco.

L’esilio prosegue e, quando si è forzati a vivere lontani dal proprio paese, si è pervasi da un malessere che accresce esponenzialmente di giorno in giorno. Anche perché – permettendomi una citazione spicciola da Euripide – “non c’è dolore più grande della perdita della terra natia”. 

Molte sono le dicerie legate a questo disco [non è vero, non sono molte, ma alcune ndr], tra le quali sembra che Chico fosse talmente tanto legato a questo album da non disporre nemmeno di una copia originale, o che comunque fosse saturo del soggiorno italiano da non fargli godere la lavorazione allo stesso (qualcuno vuole davvero biasimarlo?). Con i “se” e con i “ma”, la storia non si fa, cerco perciò di porre il focus sui fatti, non sulle pugnette. 

Chico Buarque na Italia non ha sbancato. Sì…un grande disco di culto, ma che non ha soddisfatto a pieno i discografici. La decisione quindi è di tirar giù l’artiglieria pesante per rendere più appetibile il brasiliano triste al pubblico. Bardotti, prosegue così nella sua opera di traduzione dei testi. C’è da dire che riguardo il suo lavoro in questo disco ho letto qualche parere – sicuramente più autorevole del mio – negativo (soprattutto per Roda VivaQuem Te Viu Quem Te Ve).  

Da questo punto di vista non mi esprimo, probabile che l’alleggerimento nelle tematiche dei testi – in questi casi – sia legato ad una mancanza di “empatia” da parte di chi – grazie a Dio – non è più sotto regime, o semplicemente da parte di chi vive in un contesto sociale differente. 

Al mestiere di Bardotti, si somma il contributo negli arrangiamenti di un rampante Ennio Morricone, che ha vissuto l’epopea della trilogia del dollaro e vanta già collaborazioni con Pasolini, Petri, Bertolucci, Corbucci, Bellocchio, Fulci, etc… insomma, robetta di un certo livello.  

Non si può far felici tutti quanti e sembra proprio che questo disco non sia nato col favore degli astri. Di fatto, anche gli esperti brasiliani del settore, abili cagacazzo, non hanno apprezzato la mano di Morricone, bollando in maniera dispregiativa il suo apporto musicale come samba da gringo (ovvero samba arrangiato da stranieri che non sono addentro la musica brasileira). Ora anche in questo caso non mi esprimo, però la mano di Morricone è decisamente strutturata e filmica, se gli arrangiamenti di Enrico Simonetti si sono rivelati complementari ai brani originali, quelli di Morricone sembrano stravolgere le idee iniziali di Buarque. In alcuni casi trasformando gli originali di Chico in brani nuovi, lontani parenti della prima versione.  

Questo non per forza è un difetto, perché dà modo di valutare sfaccettature nascoste di Chico, certo è che quest’album appare poco personale ed estremamente pilotato. Quasi una scelta subita.  

Non interpretate le mie parole come una bocciatura, perché comunque questo è un disco valido, che va ad incastrarsi in un disegno molto più grande. Una fotografia della scena musicale italiana in un periodo storico in cui aveva ancora peso nel panorama internazionale. A dare ulteriore prestigio ad un disco che sembra una pigna nel culo per chiunque, la presenza di Edda Dell’Orso (voce nella colonna sonora in Giù La Testa) e delle giovani Loredana Bertè e Mia Martini ai cori, sentitamente ringraziate nei credit da Chico con “Mimì e Lolò sorelle brave come belle”. 

Insomma, Per Un Pugno di Samba passa in sordina, forse perché gli interpreti principali sembrano quasi non ricordarsene, e sicuramente se non lo conoscete non andrete a cercarlo. È un lavoro che a mio avviso andrebbe ascoltato per avere chiaro in mente cosa eravamo in grado di produrre in quegli anni. Per avere consapevolezza di quale livello ricoprivamo 50 anni fa e di come un disco in quegli anni fosse qualitativamente alto, nonostante non se lo inculasse nessuno. 

P.S. non posso chiudere senza menzionare Agora Falando Sério (Ed Ora Dico Sul Serio), nella quale Chico vomita le sue frustrazioni, la stanchezza nell’essere considerato un cantante leggero, la stanchezza di essere ricordato per A Banda. Un grido di dolore che emerge chiaro nel non essere compreso come Uomo, portavoce di messaggi alti, depotenziati dal circo mediatico italiano. 

Vinícius de Moraes, Ornella Vanoni & Toquinho – La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria

Ci sono delle cose da mettere al loro posto prima che sia troppo tardi.  

Una di queste è ridare il giusto risalto a Ornella Vanoni, adesso. Prima che sia troppo tardi.  

Molto spesso vittima delle sbeffeggianti bestie dell’internet, senza macchia e, scarsamente empatiche. La frustrazione è una brutta bestia e il passato frequentemente viene cancellato con un colpo di spugna che manco Viakal con le incrostazioni. 

Ornella Vanoni è una gran Donna, ha scritto capitoli della musica leggera italiana, è simbolo di emancipazione femminile ante litteram. Non solo per il jazz (che? Ahhhh il jazzz!) e per le scelte artistiche di spessore (tra cui l’esordio di carriera a teatro e le varie collaborazioni con Albertazzi e Proietti), quanto perché simbolo di libertà nello scegliere ciò che ha reputato giusto per lei. Senza preconcetti, o senza seguire il parere di un’opinione pubblica che in tempi di DC ha fatto il bello e il cattivo tempo in un’Italia bigotta. 

Questo disco – a modesto parer mio – la celebra e ne riconosce l’importanza nel panorama internazionale con una collaborazione tra Italia e Brasile che ha dato i suoi frutti (io li metto nel forno [gli Elii non li dobbiamo mai e poi mai accantonare! Ndr]. 

Chi c’è a capo dell’operazione se non il nostro caro Sergione Bardotti?  

Colui che ha tradotto tutti i testi presenti nel disco e ha aiutato a imbastire questo meraviglioso ambaradan. 

Il filo conduttore è nelle canzoni scritte da Vinícius de Moraes (insieme ai parceiros di una vita come Baden Powell, Tom Jobim e Chico Buarque), di cui il disco è composto. Un compendio utile per avvicinarsi al mondo di de Moraes (qualora lecitamente non voleste fare la trafila che vi ho proposto nei precedenti post).  

Tra saudade, felicità, tristezza, pazzia e allegria, si inseguono melodie e canzoni che hanno accidentalmente conquistato un posto speciale nella nostra memoria – conquistato non si sa come negli anni – come per La Voglia, La Pazzia (Se Ela Quisesse) inconsciamente divenuto un inno all’amore e all’innamoramento  

“Cerchiamo insieme 
Tutto il bello della vita 
In un momento 
Che non scappi tra le dita” 

“A questo punto 
Buonanotte all'incertezza 
Ai problemi all'amarezza 
Sento il carnevale entrare in me” 

Sono versi di una bellezza disarmante esaltati dalla traduzione di un Bardotti, che anche in altri brani lascia a bocca aperta per la capacità, già espressa negli altri lavori, nel traslare le emozioni originali nella versione italiana. A questa base già densa, si aggiungono le esecuzioni di Ornellona che lascia scivolare le note dalla bocca con una semplicità imbarazzante, tanto leggiadra da sembrare camminare sopra l’acqua.  

Canta in una lingua creola a cavallo tra il portoghese zuccheroso e l’italiano, imbambolando l’ascoltatore in un trompe-oreille tambureggiante, come ad esempio in Senza Paura (Sem Medo) o nel Samba della Rosa (Samba da Rosa), tanto da ingannare anche con una Anema e Core piazzata di sfuggita in mezzo al disco, con quel napoletano che tanto si avvicina alla morbidezza, musicalità e alle sfumature liriche del brasiliano. 

“Quel disco è tra i capolavori mondiali di quel periodo. Con il mio produttore, Sergio Bardotti, andammo a San Paolo del Brasile per incontrare Vinícius Toquinho. Poi loro ci vennero a trovare in Italia, a Roma, dove abbiamo registrato tutto in tre mesi. Ci siamo divertiti tantissimo. Stavamo sempre insieme. Mangiavamo, ridevamo, piangevamo: allora si lavorava così. Erano periodi in cui si stava tutti sempre insieme. Oggi è diverso”. 

Il ricordo della Vanoni in merito è veritiero, ed è una confessione che lascia riflettere sul come si viveva la musica ed i rapporti umani. Si faceva squadra entrando in simbiosi con i propri colleghi, riuscendo ad entrare in pieno nelle tracce da cantare, vivendole prima nell’anima e poi nella pelle, facendosi stimare da personaggi di caratura internazionale come de MoraesToquinho. I quali vengono celebrati con Samba per Vinícius (Samba pra Vinícius) a chiusura del disco (brano scritto da Chico BuarqueToquinho in omaggio a Vinícius nel 1974). 

Quindi lasciatemelo gridare con gaudio magno: Viva, viva, Ornella!

Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo – La Vita, Amico, è l’Arte dell’Incontro

Metti insieme un poeta, un chitarrista, un poeta, un cantante e… oh cazzo! Dio santissimo che incipit scialbo. Riprovo. 

Déjavù! [e questa volta non c’entrano una sega Crosby, Stills, Nash e Young ndr

“La vita è l’arte dell’incontro” cantava Vinícius de Moraes nel Samba delle Benedizioni, quando con Endrigo e Ungaretti diede vita a una delle collaborazioni tra le più armoniose di sempre. 
Ho sempre amato questa frase e il pensiero che si cela dietro: ogni incontro ci arricchisce personalmente e culturalmente, cesella sempre più la nostra personalità nel viaggio della vita. In quel mosaico che scopre, in ogni incontro, una tessera prodigiosa capace di impreziosirne il disegno.  

Anche in questo caso, si tratta di ricostruire una storia dai molti volti e dalle altrettante anime. 

Di Ungaretti, con pigrizia, si ricorda solamente la poesia Soldati. Queste poche righe non hanno la vanità di spiegarvelo, ma se servissero anche solo a titillare la curiosità per scoprirlo, ne sarei felice di certo. Ecco, tornando a noi, ero intento a scrivere che nel 1936, Ungaretti, si trasferisce assieme alla propria famiglia in Brasile. Accetta la cattedra e resta nello stato paulista per 6 anni. 

Durante il periodo accademico incontra Vinícius – precisamente nel 1937 – una combinazione che qualche anno più tardi produrrà una raccolta di poesie di de Moraes tradotte in italiano dallo stesso Ungaretti.

OT: Piccola nota rosa a margine. Giuseppe Ungaretti qualche anno dopo la dipartita della moglie Jeanne si lega sentimentalmente alla giovanissima italobrasiliana Bruna Bianco, 52 anni di differenza colmati a poemi. Una relazione appassionata che – destando qualche scandalo – accompagna Ungaretti nell’ultimo tratto del proprio tragitto, regalando alcuni versi di intensità vibrante come 

Sei comparsa al portone 
in un vestito rosso 
per dirmi che sei fuoco   
che consuma e riaccende […]. 
Percorremmo la strada   
che lacera il rigoglio 
della selvaggia altura.   
Ma già da molto tempo 
sapevo che soffrendo con temeraria fede, 
l’età per vincere non conta. 

/Fine OT 

Saltando di palo in frasca, ora siamo nell’inverno del 1969, [un salto temporale che fa una pippa a Quantum Leap ndr] e Vinícius bazzica da qualche mese Roma. Durante le “vacanze romane” si incontra nuovamente con Ungaretti, assieme a lui questa volta c’è il giovane Toquinho, promettente chitarrista di origine italiana che si rivela uno dei parceiro più prolifici di de Moraes completando le sue idee artistiche per tutta l’ultima fase della sua carriera. 

Il 1969, si propone come un anno particolare per l’intreccio artistico tra Italia e Brasile. Chico Buarque si trova in esilio volontario a Roma, e per Vinícius, Chico è un figlioccio oltre che uno dei suoi allievi più promettenti.  Vinícius ha un legame pregresso con Chico – amico di suo padre Sergio Buarque – crede talmente tanto in lui da riconoscerlo con una citazione nel Samba delle Benedizioni (Tu che hai nel cuore una banda).

In questo parterre de rois, troviamo una nostra vecchia conoscenza in materia musicale, quel Sergio Bardotti profondo conoscitore del Brasile e della sua musica, capace di trattare la materia con innata delicatezza.  

Bardotti ha agito da vero e proprio mediatore culturale, riuscendo a trasportare il Brasile in Italia, offrendoci gran parte delle tonalità del portoghese zuccherato nei testi. Un lavoro di cui è difficile trovare eguali. Anche perché è stata sua l’idea di rendere immortali le registrazioni di questo periodo romano. Già a conoscenza dell’amicizia tra Unga Vinícius, decide così di coinvolgere tutti portandoli in studio di registrazione. A loro si aggiungono Luis Bacalov al pianoforte e Sergio Endrigo alla voce. Sì, Sergione Endrigo con il quale Toquinho, de Moraes e Chico Buarque collaboreranno nei giorni a venire. 

Ma immaginate che bellezza? 

Ungaretti, de MoraesToquinho, BardottiBacalov, Endrigo

So che avete declamato quest’ultima riga come la formazione di Italia-Germania di Messico 1970… no? [fatelo maledetti ndr

Comunque in questo Capolavoro trovate un pezzo della nostra storia, quel La Casa, facente parte di una raccolta di filastrocche pensata da de Moraes per i propri nipoti e resa celebre in Italia dal caro Endrigo

In ultima istanza, sarebbe sacrilego dimenticare quella meraviglia del Samba da Bençao, tradotta da Bardotti nel Samba delle Benedizioni, una preghiera laica di mistica essenza. L’ho sempre considerata la verità incisa su vinile, il senso della vita. La bellezza della vita. 

Tutto il disco ha una cappa di spiritualità che lo ammanta, legata al vissuto di Baden Powell, che ha avuto il merito di introdurre Vinícius de Moraes al Candomblè e alla ritualità tipica del Brasile africanizzato. Rendendo Vinícius“il bianco più negro del Brasile”, come amava definirsi. 

Ho la sensazione di aver scritto tanto e non aver detto nulla, questo lavoro offre numerosi spunti di racconto, avrei il piacere di scriverne in maniera più approfondita, ma lo spazio a disposizione [da me imposto ndr] è stato sforato di brutto e sono sicuro di avervi già annoiato. 

Chiedo scudo [per citare il buon Giurato ndr]. 

Saravà Vinicius! 

Piero Ciampi – Io e Te Abbiamo Perso La Bussola

Piero Ciampi è quel livornese, sì, proprio quello dalla battuta sagace e dall’animo fumantino. 

Piero Ciampi è quell’uomo dal fisico longilineo, con lo schiaffo e il ghigno montato sul viso affilato.  
Piero Ciampi è quel cantautore che ha dedicato la propria esistenza alla conflittualità.  

Piero Ciampi è quell’artista che la gente non conosce.  

Ogni volta che ascolto Piero Ciampi mi danno l’anima: perché il pubblico non lo apprezza? Cos’ha in meno di tutti gli altri? Ogni canzone è vita tormentata, una verità portata alle nostre orecchie senza filtri, un’ode agli errori, ai vizi, ai rimpianti, alle malinconie e le incazzature, quelle viscerali. 

La bussola non l’ha persa solo Piero ma tutti quelli che non l’hanno compreso. Eppure nel settore il suo nome aveva un peso specifico di degna nota, rappresentando la stella polare per tutti i cantautori della sua generazione, tanto che il buon Gino Paoli, suo grande amico, si è speso più volte per trovargli dei contratti.  

Ci è anche riuscito, combinando un incontro con Ennio Melis, dirigente della Rca. Tramite il seducente savoir faire, Ciampi lo convince della bontà delle sue intenzioni e della volontà di registrare un disco a stretto giro. In fondo il materiale c’è. 

Melis ci crede, convinto anche dalla presenza del navigato Gino Paoli all’incontro… in fondo come si fa a dir di no a quel personaggio così a modo e composto. Insomma, Piero Ciampi sapeva vendersi, riuscendo a nascondere tutti quegli atteggiamenti poco edificanti per i quali la sua celebrità ha assunto forma.  

Riceve così un anticipo cospicuo per registrare un suo disco. Terminato l’incontro, Ciampi si rivolge a Paoli con fare divertito: “Oh Gino… glielo abbiam buttato nel culo eh?!”.  

Con i soldi ottenuti si dà alla macchia, dando vita a tre anni di vagabondaggio per l’Europa, tra la penisola iberica e i paesi anglosassoni, un periodo turbolento che gli lascerà in dote due matrimoni falliti e due figli ed altre esperienze che sono alla base di una produzione artistica a venire di enorme spessore. 

In questo contesto si posiziona Io e Te Abbiamo Perso La Bussola, il terzo disco di Piero nel quale, una volta tornato in Italia, sviscera tematiche già trattate nei precedenti lavori con un focus sul rapporto di coppia. Con Te Lo Faccio Vedere Chi Sono Io, la relazione presentata in Ma Che Buffa Che Sei assume connotati grotteschi, Ciampi si avvita in una serie di deliranti promesse, prima di chiedere del denaro in prestito alla propria amata, in una contrapposizione tra lusso ideale e povertà reale. 

In realtà questa canzone è un teatrino montato su a dovere da Ciampi per autocommiserarsi, nascondendo il senso di precarietà vissuta dal cantautore, insoddisfazione dettata dal non riuscire a dare alla propria compagna quanto meriterebbe. Questo brano definisce lo stereotipo di chi promette l’impossibile (“ti regalo un transatlantico”) salvo poi minacciare di affogarla nel Pacifico se avesse deciso di fuggire. 

Ma con Ha Tutte Le Carte In RegolaCiampi si descrive con il brano più autobiografico della propria carriera, scavando nella propria anima e raccontando l’amore per le sue due donne, esaminando il rapporto burrascoso con l’altro sesso e la vita. Nella strofa “beve come un irlandese” e “divide la cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi”, Ciampi mostra di riconoscersi negli sconfitti dal destino, per questo vicini a lui e degni della sua comprensione.  

A differenza di Piero CiampiIo e Te Abbiamo Perso La Bussola è perlopiù incentrato sul crepuscolo del rapporto, la narrazione del fallimento della relazione di coppia ha In Un Palazzo Di Giustizia, brano sul tema del divorzio, il suo culmine. 

Questo disco è l’occasione per il rilancio commerciale di Piero Ciampi, che puntualmente disattende per bizze o fissazioni, tipo il declinare le proposte di collaborazione da parte di tantissime interpreti di punta dell’epoca. Comportamenti che lo hanno guidato nel vortice autodistruttivo conclusosi nel Gennaio del 1980. Ciampi si è rifugiato nella canzone, senza la quale probabilmente avrebbe vissuto una vita ancora più turbolenta, lo ha fatto con una voce che avvolge l’ascoltatore come una carezza, salvo poi graffiarlo quando meno lo aspetta, con quel ghigno spaventevole che al tempo stesso risulta confortante. 

Franco Battiato – La Voce Del Padrone

Viaaaaa viaaaa viaaaaaa da queste spondeeeeeee (falsetto) 

Portami lontano sulle ondeee ee e eeeeeee (falsetto ansimante)  

GNI GNI GNIIIII 

GNI GNI GNIIIII 

Come entrare nell’ultima settimana di questa bizzosa estate senza cantare Summer On A Solitary Beach, con lo sciabordio del mare sulla battigia che suona leggiadro in sottofondo? Non ci pensavate? Adesso ve l’ho schiaffata io in testa, bastardi che non siete altro!  

Universalmente riconosciuto come capolavoro assoluto della discografia del Francone nazionale, La Voce Del Padrone sembra quanto di più vicino possibile ad un greatest hits. Ma sento di fare una piccola postilla: questo album non rientra nella mia top 3 del Maestro, per quanto è veramente un grande, grandissimo disco.  

Hey, hey, poi c’è da dire che altri capolavori del Maestro saranno recensiti in futuro su altri cicli, quindi non disperate.  

Bon, bando alle ciance, chi di voi non ha cantato almeno una volta nella vita “Sul ca**o sventola la mano stanca”?

È un po’ alla stregua di “Ma la notte la festa è finita, evviva la fi*a”. Ritornelli che viscidamente si insinuano nell’immaginario adolescenziale, i grandi classici che ti fanno urlare le parolacce quando tutti gli altri te le vietano, l’espediente per ottenere la gloria a 14anni, la battuta che si fa con quegli occhi un po’ sottili e un po’ a sofficino. Insomma ci siamo capiti. 

Ok, dopo tutte queste manfrine comincio a raccontare veramente La Voce Del Padrone, anche perché il Maestro non ha sicuramente ragionato il disco per renderlo un coro per ragazzini pubescenti. Se ascoltate attentamente Battiato troverete delle analogie con Frank Zappa ed Elio E Le Storie Tese nell’inserire easter egg qua e là, nei testi, nella musica. Merito di un bacino di riferimento letterario e pop sterminato che garantisce la creazione di brani multistrato composti con l’ausilio di Giusto Pio

Ne è un esempio Cuccurucucù, che cita Nicola Di Bari (Il Mondo è Grigio, Il Mondo è Blu), Milva (Il Mare Nel Cassetto), Rolling Stones (Ruby Tuesday) i Beatles (With A Little Help From My Friends e Lady Madonna), Tomàs Méndez (Cucurrucucù Paloma), Chubby Checker (Let’s Twist Again) e Bob Dylan (con Like A Rolling Stone e Just Like A Woman).  

Per raccontare questo album credo sia fondamentale focalizzarsi (un poco) sul rapporto creatosi tra Battiato e Pio, due mostri sacri che hanno alimentato a vicenda la loro leggenda. Le lezioni di violino di Giusto Pio, vedevano in Battiato un egregio allievo, la condivisione di idee musicali li conduce alla scrittura, riuscendo a strappare un contratto con la EMI, disattendendo di poco le previsioni di vendita per i primi lavori.  

Il duo costruisce negli anni una forte credibilità con L’Era del Cinghiale Bianco, che con 40000 copie vendute si rivela un successo, soprattutto pensando al budget a disposizione e al tempo ridotto nel registrarlo. Un risultato che corroborato dalla conferma di Patriots induce la EMI a porsi delle domande su Battiato: “Ci crediamo o no? Quanto pensate di vendere con questa Voce Del Padrone” 

Battiato: “90000” 

Pio: “120000” 

Risultato finale: oltre 1 milione di copie polverizzate diventando l’album più venduto nella storia della musica italiana per lunghissimo tempo. Questo successo è ascrivibile anche alla capacità del duo di lavorare in sinergia con efficienza ed efficacia infinitesimale. Per La Voce Del Padrone, Pio e Battiato arrivarono in studio con le partiture complete, le armonie e gli arrangiamenti ultimati, nessun margine di manovra in fase di registrazione. Un modus operandi che permetteva la registrazione di un disco 9 volte più velocemente rispetto alla norma (in 20 giorni rispetto ai 180/240 previsti da altri artisti). 

La composizione avveniva durante gli spostamenti in auto, prediletti da Pio e Battiato per evitare perdite di tempo e ritardi da parte dei roadie. Proprio in quei momenti Battiato era solito canticchiare ritornelli o fraseggi musicali, che Pio traslava su spartito in albergo. Così facendo pochi giorni dopo la tournèe, tornavano in studio a registrare il nuovo disco. 

Se René Guénon ha influenzato in blocco L’Era Del Cinghiale Bianco, con La Voce Del Padrone Battiato si ispira a George Ivanovic Gurdjeff per ricercare il risveglio del proprio io interiore, in questo il Centro di Gravità Permanente strizza l’occhio alla sua filosofia, e tutti gli incontri raccontati nella canzone sono mirati alla crescita personale. “Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia di Ming” fa riferimento al gesuita Padre Matteo Ricci, conosciuto in Cina come Li Madou, evangelizzatore che ha provato a sedurre l’impero cinese dall’interno.

Un j’accuse di Battiato alla dottrina colonialista della chiesa Cattolica e anche un monito generale ad essere sé stessi, per questo, successivamente nella canzone, rivela che non gli piace alcun genere musicale, nemmeno quelli che ancora non esistono. Ergo, muovo una critica verso tutti coloro che si adeguano agli altri per trovare il proprio equilibrio, quando il centro di gravità permanente è un viaggio in solitaria basato sulle proprie scelte e sull’essere sé stessi.  

In questa analisi trova la sua dimensione anche Bandiera Bianca, brano di critica sull’immoralità della società contemporanea (Minima immoralia è un tributo al testo di Adorno Minima Moralia). Si torna a puntare il dito sul denaro (pronipoti di sua maestà il denaro) e la dipendenza da esso (come in L’Era del Cinghiale Bianco), la piaga del terrorismo (gli idioti dell’orrore) così come la politica (i programmi demenziali con tribune elettorali) vengono condannate.  

Ricompare la figura di Dylan (o meglio compare per la prima volta, visto che Bandiera Bianca è il secondo brano e Cuccurucucù il quarto) chiamato Mister Tamburino, c’è anche Alan Sorrenti e i suoi figli delle stelle, mentre Vivaldi, Beethoven e Sinatra nel brano sono condannati perché idealizzati aprioristicamente dalla società (che non capisce la loro reale portata culturale). Il ritornello invece è ispirato alla poesia L’Ultima Ora di Venezia di Arnaldo Fusinato “[…] il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca […]”, che descrive la resa della città alle truppe austriache.  

La medesima resa di una società alle piaghe dello scorso secolo, flagelli attuali, anzi a quarant’anni di distanza si può dire che la situazione sia peggiorata notevolmente. 

Come in passato, anche qui ci sarebbe da scrivere un libro, non vi analizzo tutto il resto del disco per non tediarvi ulteriormente. mi sono dilungato troppo come spesso capita, a maggior ragione con questo disco perché è maledettamente bello perdersi in questo incantesimo [passatemi questa chiusa un po’ sbrigativa e acchiappona ndr].