Tim Buckley – Starsailor

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Il marinaio delle stelle, colui che salpa verso l’ignoto… o forse no? Starsailor è il disco che non ti puoi aspettare a distanza di pochi mesi da Lorca. Non può essere reale. Tim Buckley invece sfida tutti, a partire dai critici; il folk viene abbandonato definitivamente per viaggiare verso un’astrazione totale, più concitata e frenetica rispetto al precedente lavoro, la durata dei brani si riduce e la dilatazione interiore di Lorca viene di fatto abbandonata per una forma più asciutta.

Dopo l’omonimo disco d’esordio e Goodbye And Hello, Buckley torna a collaborare con il poeta Larry Beckett – autore di gran parte dei testi presenti nel disco – per la band invece può contare sui soliti Underwood, Balkin e Baker con l’aggiunta dei fratelli Buzz e Bunk Gardner ai fiati, direttamente dai Mothers Of Invention.

Il ritmo fa la differenza e Starsailor ne ha da vendere rispetto a Lorca, nonostante i due lavori abbiano dei punti in comune, è possibile capire dove è andato a parare lo studio intrapreso con Lorca, non solo nelle composizioni, ma soprattutto nella voce. Buckley a questo punto può fare quello che vuole con le sue corde vocali, ha stabilito i confini con Lorca e si è dimostrato in grado di padroneggiare il proprio strumento con una maestria impressionante, un saliscendi emotivo reiterato in tutto il disco.

Ci sono esperimenti di ogni sorta, dal folk-jazz d’avanguardia di Monterey al brano macchietta Moulin Rouge, talmente tanto evocativo e sognante da farti sentire proprio tra Pigalle e MontMartre.

Song To The Siren è una rimanenza di vecchie sessioni, quasi un saluto all’origine di Buckley; scritta nel 1967 sempre a 4 mani con Beckett, che ne esalta la bellezza “È  il perfetto incontro tra testo e melodia. C’era un’inspiegabile connessione tra loro”, viene ripescata per l’occasione e vestita di quel riverbero che ne contraddistingue l’atmosfera fosca.

Song To The Siren è ispirata al canto delle sirene, che seduce i marinai e che denota l’influenza alla scrittura più letteraria di Beckett rispetto a quella introspettiva di Buckley. La title-track spinge a credere che il ruolo delle sirene sia centrale, assecondando molto l’idea del marinaio sotto trip allucinogeno rimasto intrappolato dal canto delle sirene e vittima di un incantesimo. Una follia che si spinge fino alle molteplici sovraincisioni di Healing Festival… tralascio alcuni brani – non perché meno validi – ma il fulcro dell’articolo è uno solo, questo disco è amalgamato in una maniera impressionante ed è un viaggio, il viaggio intrapreso dallo Star Sailor nei vari universi.

“Con Starsailor, abbiamo deciso che […] avremmo presentato un nuovo modo di scrivere le canzoni. Nel primo lato dell’album, facciamo canzoni nel senso tradizionale del termine. Sono libere con alcuni momenti in cui si segue il ritmo ed altri in cui si va più alla deriva. Tutte hanno il proprio testo e la propria melodia. I Woke Up è il brano che ricordo maggiormente di quest’album. Song To The Siren è una canzone magnifica, una delle più convenzionali. Ma poi abbiamo dovuto ridurre sia Star Sailor che Healing Festival. La Intro di Healing Festival riguarda Harlem, ho sovrainciso tutte le voci. Ho sovrainciso 16 voci su Starsailor. È il primo album nel quale ho effettuato sovraincisioni.”

Questa intervista dell’Aprile del 1975 – due mesi prima della morte di Buckley – offre una panoramica metabolizzata di quello che è stato il periodo artistico d’oro del cantautore, senza nostalgia ma con orgoglio, quasi come a dire “è tutto lì, sono capace di farne ancora di roba di questo genere, ma tanto non viene apprezzata”, un pensiero supportato dalla Warner Bros che si è limitata ad avvertire Timoteo – dopo l’insuccesso di Starsailor – con un “Per favore! Mai più”.

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Tim Buckley – Lorca

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“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”

Questo pensiero di Federico Garcìa Lorca descrive a pieno il rapporto che un ascoltatore medio ha con Tim Buckley. A Lorca è intitolato il quinto album del cantautore  (non a Lorca Assassina come molti avranno sicuramente pensato). Scelta dettata dalla lettura profonda – in quel periodo affrontata da parte di Buckley e Underwood – degli scritti del poeta spagnolo.

C’è quindi in questo disco un qualcosa fortemente in controtendenza con quanto fatto in precedenza da Buckley, così introverso, così fortemente sperimentale e ipnotico, un varco iper-dimensionale che conduce verso mondi interiori inesplorati. La voce di Buckley si sposa perfettamente con quanto proposto dai musicisti, con quel gain della chitarra di Underwood che rende le note ricoperte di ovatta.

È una deriva consapevole, lo stesso Buckley definisce Lorca come un album che “non metti alle feste… semplicemente la gente si fermerebbe. Non c’entra nulla”, continua aggiungendo “finalmente me, senza nessuna influenza”. La sperimentazione come spesso accade non viene gradita pienamente dalla maggioranza del pubblico e della critica portando ad una incomprensione largamente condivisa. Nonostante tutto si dimostra un disco completo, maturo ed estremamente influente. Registrato durante le sessioni di Blue Afternoon e in parte di Starsailor, Lorca è l’ultimo disco sotto l’etichetta Elektra.

Lorca è immenso nella sua complessità, è una rottura con i cliché strofa/ritornello, è la transizione che va dal folk sino al folk-jazz d’avanguardia (un passo avanti a John Martyn), tocca vette immense che segnano la strada che Buckley continuerà a battere di lì a poco con l’altro grande capolavoro della sua discografia: Starsailor.

Buckley ci racconta dove affonda le radici la title-track, e quanto dice aiuta anche a capire l’idea musicale perpetrata da Timoteo in questo disco:

“Eravamo stanchi di scrivere canzoni che rispettassero la sequenza verso, verso, coro. Non era un esercizio intellettuale, è un dato di fatto, è un qualcosa che Miles [Davis ndr] ha fatto all’interno di In A Silent Way. E’ successo con il piano elettrico Fender Rhodes e con la linea di basso che mi ha consentito di tenere l’idea in mente. In Silent Way, Miles aveva una linea melodica che manteneva con la tromba, io invece avevo un testo e una melodia che si sono trasformati in Lorca.”

II disco prosegue in crescendo con la stupenda Anonymous Proposition – un brano a tratti free-jazz – considerato dallo stesso Buckley il vero e proprio avanzamento rispetto all’apertura: “Una ballata estremamente personale, una presentazione fisica, per tagliar fuori il non-sense e le cose superficiali. È un qualcosa da eseguire lentamente, in 5-6 minuti, è in movimento, è un qualche cosa che ti tiene lì e ti rende consapevole del fatto che qualcuno ti sta dicendo qualcosa di sé nell’oscurità.[…] Questa è la musica che c’è qui dentro. È estremamente personale e non vi è nessun’altra interpretazione.”

Dopo quest’affermazione ogni libera interpretazione dei brani di Lorca risulterebbe un esercizio di stile soggettivo e lontano dalla verità. Il disco prosegue con un brano più simile al passato che al presente storico in cui è stato registrato Lorca, I Had A Talk With My Woman, meno cervellotica nell’esecuzione musicale rispetto ai primi due brani, per fare poi un passo indietro con Driftin’ – composizione decisamente complessa – ed esplodere nel finale Nobody Walkin’ che dimostra come Buckley fosse capace di spaziare da un brano più freddo – in termini di interpretazione – come Lorca ad un finale frizzante ed estremamente scatenante.

Lorca cerca amanti, che restino completamente ammaliati dalle sperimentazioni vocali di Buckley, dal suo spingersi verso confini che solo Stratos avrebbe provato ad esasperare ulteriormente.

Buffy Sainte-Marie – Illuminations

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Quando cercate di raccimolare qualche informazione su Buffy – e siete abbastanza scaltri da non aprire l’enorme massa di informazioni presenti nell’internet riguardo l’ammazza-vampiri – troverete molti riferimenti sullo stile di Sainte Marie, sulla vicinanza alla psichedelia di Tim Buckley in Lorca o alla follia arcaica di Diamanda Galas.

Buffy Sainte-Marie è stata unica, precorritrice di tante intuizioni musicali, forse in alcuni casi alcune idee sono state troppo in anticipo coi tempi. Bazzicava il Greenwich Village, ma il suo suono è molto diverso rispetto a quello dei suoi colleghi “non credo di esserci mai centrata qualcosa [al Greenwich ndr], ma erano dei tempi nei quali qualsiasi disadattato poteva avere la propria opportunità. Non cantavo canzoni folk come Pete Seeger o Joan Baez, non venivo da una famiglia come quella di Bob Dylan, o da una famiglia di musicisti come Judy Collins, ma alla fine ho trovato il mio posto – nonostante non credevo che sarei durata a lungo – credo grazie all’unicità nello scrivere di qualsiasi cosa”.

Questa unicità e sicuramente retaggio del passato di Buffy, una pellerossa adottata da una famiglia canadese capace di mescolare le sue preferenze musicali in un disco, come in Illuminations, disco molto differente rispetto a quanto fatto in passato. Un album che dal folk vira – grazie all’aiuto del produttore Solomon e dal musicista di elettronica Michael Czajkowski – alla sperimentazione, partendo da una semplice base chitarra e voce, distorcendo poi in alcuni brani questa voce con un sintetizzatore Buchla e facendo diventare Illuminations il primo disco in quadrifonia vocale mai realizzato.

Il brano di apertura è imponente, sciamanico, con una eco persistente ed una chitarra arpeggiata crescente, le sovraincisioni si strutturano fino a fondersi in una metrica disordinata e asfissiante, una costruzione che lascia trapelare le origini della cantante prendendo forma in maniera sempre più allucinogena in God is Alive, Magic Is Afoot.

Il testo è di Leonard Cohen e proviene dal suo secondo romanzo Belli e Perdenti, Buffy lo ha musicato, appropriandosene per aprire un disco che procede solenne.

Il modo di cantare di Buffy è memorabile, tremolante a tratti, lo notiamo nell’incedere lento di Mary, The Vampire e nella ritmata Better to Find Out Yourself che ammica in maniera decisa al country campagnolo rielaborandone lo stile. Poi c’è Adam di Richie Havens, arrangiata e virata in chiave psichedelica, per una interpretazione che non ha nulla da invidiare dall’originale, anzi, forse dimostra un maggior carattere risultando meno scialba.

L’aspetto più importante da notare di questo disco è la tipologia dei brani all’interno e la ciclicità con la quale questi brani vengono presentati: nello stile e nel ritmo. È un disco che cattura per l’ottima sequenza dei brani e per lo stupendo finale di Guess Who I Saw in Paris. Illuminations è un passaggio fondamentale per comprendere il passaggio dal folk tipico del Greenwich al sound della West Coast.