Ivan Graziani – Pigro

Ivan Graziani - Pigro

Può apparire strana questa scelta, ne sono cosciente.  

Di fatto Graziani non può essere annoverato all’interno della musica demenziale, anzi. Però la sua figura ed i suoi testi ben si incastrano tra i dischi di questo mini-ciclo.  

Sì, perché la cifra stilistica, la sensibilità – oltre che la naturalezza – con cui determinate tematiche vengono snocciolate da Ivan, lo fanno entrare di diritto nel club degli anticonformisti.  

Condivide con gli altri autori sin qui affrontati, l’ironia ed il distacco. La capacità di affrontare argomenti all’apparenza banali con un lessico ricercato, cesellato con semplicità, leggerezza e delicatezza che di prim’acchito smorzano la forza espressiva ma che di fatto rendono ancora più tagliente il messaggio.   

Pigro può essere considerato un concept dedicato ai vizi e ai vinti, agli imperfetti e ai deboli di spirito. Un viaggio nelle oscurità del carattere umano – che tendenzialmente cerchiamo di sopprimere -, un’accumulazione di devianze che ci fanno vergognare pubblicamente ma che caratterizzano i comportamenti di ogni singolo essere vivente.  

L’album nasce a Teramo nella casa dei genitori di Ivan, nella quale ogni estate la famiglia Graziani era solita ritrovarsi. Nel contesto familiare Ivan entra in contrasto con il fratello Sergio – docente universitario in Canada – per l’eccessiva rigidità dimostrata nell’educare il figlio che mal combacia con la permissività di Ivan. In questo quadretto, la cognata di Ivan è solita rimproverare il marito per l’inflessibilità che lo contraddistingue “tu rimproveri nostro figlio per delle stupidaggini, ma intanto non facciamo mai nulla… e io mi annoio”. 

Ivan cattura proprio questo aspetto e lo trasforma prima in canzone e poi ne trae spunto per svilupparlo in album. “Tu sai citare, i classici a memoria” è un chiaro riferimento alla formazione classica di Sergio e alla pigrizia mentale (o bigottismo) che dimostra. 

Aldilà della capacità poetica di Graziani, l’altro aspetto che mi preme sottolineare è la grande qualità e tecnica che viene espressa alla chitarra, con delle scelte compositive non scontate sublimate grazie a testi apparentemente naif.  

È stato in grado di rendere il proprio stile internazionale partendo da una base tradizionale italiana, con pochi elementi ha creato arrangiamenti riconoscibili, resi tali dalla sua attitudine a suonare da solo (la si nota anche da quanto le chitarre acustiche fossero rovinate dove il polso era solito battere il ritmo mentre suonava).  

“La chitarra è uno strumento un pochino più grande della matita, del pennarello o del pennello. […] La musica ha un potere di comprensione superiore alle immagini, anche quando sembra ostica all’ascolto […] ha soprattutto il potere di persuasione, che è importantissimo”. 

Il passato nell’Accademia delle Belle Arti di Urbino rende Ivan un artista completo, spingendolo verso un approccio iper-realista, ovvero come spiegato da Graziani cercare di “sfuggire alla realtà attraverso la realtà stessa”. 

La fuga è un concetto che si materializza in Scappo di Casa, brano a conclusione del disco, che lo stesso Ivan indica come “la chiave di tutto”. Racconta la storia di un ragazzino stanco delle limitazioni e delle negazioni alle quali è sottoposto, che fugge nell’indifferenza di tutti, sperando di trovare la libertà ma sbattendo con un mondo tanto complesso quanto feroce.  

La dilaniante strofa finale ci sottopone al fallimento della fuga oltre che ad una immedesimazione istantanea “mi coprirò con le braccia la testa come facevo da bambino…”. 

L’Accademia ha segnato indelebilmente Ivan, spingendolo – tra le varie cose – ad un viaggio a Parigi, dove ha modo di visitare il Louvre. Sua moglie Anna Bischi Graziani ricorda quella giornata “Siamo andati al Louvre insieme, Monna Lisa l’ha vista e non l’ha vista, perché è passato oltre. […] Dopo averla vista en passant si è messo fuori dal Louvre a fare schizzi di tutte le persone che entravano al museo.” 

Buffo constatare quanto poca attenzione abbia dedicato alla Monna Lisa, tanto quanto basta per dargli lo spunto di musicare il furto del quadro – avvenuto nel 1911 – da parte di Vincenzo Peruggia 

Monna Lisa, espone concretamente la capacità di Graziani di sparigliare le carte facendo parteggiare l’ascoltatore per l’anti-eroe – nel torto – mettendo in luce le storture e conflittualità dei soggetti coinvolti (come il custode abietto con tendenze pedofile). La ritmica del brano è scarna ma in levare, così come la voce di Graziani (che non è un falsetto!), su questi si appoggia un riff di chitarra – molto espressivo – simile ad un ticchettio d’orologio che lascia intendere l’incedere del tempo. 

Semplicità ed eccellenza sono i tratti distintivi dell’album, conseguenza anche della band che contribuisce alla registrazione di questa pietra miliare con un dinamismo da far invidia ai musicisti d’oggi. Claudio Maioli alla tastiera, Walter Calloni alla batteria, Hugh Bullen al basso e Claudio Pascoli al sax, con Graziani alla chitarra, un parterre de rois che ha contribuito alla registrazione di Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera. Insomma, tanta roba. 

Ogni brano ha una storia, ma scriverne significherebbe trasformare la pillola in supposta 8 bit. Pertanto chiudo con Gabriele D’Annunzio, una meraviglia acustica [la versione elettrica spacca, ascoltatela è una gemma preziosa ndr] che si intreccia in un climax ascendente nel quale Graziani descrive D’Annunzio come se lo avesse conosciuto di persona. 

Sì perché Graziani era un grande esperto di D’Annunzio – abruzzese come lui – e ne amava visceralmente la poetica e la figura, tanto da vestire a casa una vestaglia di velluto. Sempre Anna Bischi Graziani ricorda “Sono stata molto fortunata perché mi sono addormentata con mio marito che mi leggeva Gabriele D’Annunzio, e come lo leggeva lui io non l’ho più sentito leggere. Se lo gustava. La canzone è stata un omaggio”.  

Pigro entra prepotente nell’immaginario collettivo per la copertina illustrata da Mario Convertino, vincitrice del premio di copertina dell’anno. Un maiale con gli occhiali a montatura rossa, segno distintivo di Graziani. Ma il disco rappresenta soprattutto la vittoria di una discografia illuminata che non ha cercato il successo immediato con Ivan, ma ha saputo aspettare il suo sesto album per raccoglierne i frutti. 

Un disco con canzoni centrate e ben strutturate, dove nemmeno una nota appare fuori posto, caratterizzata da una eccellenza che traspare in tutti i secondi registrati. 

Come ha detto Mara Maionchi “Pigro è un disco maturo, consapevole, di un signore che aveva fatto tanto lavoro prima di arrivare a questa opera”. 

Lasciatemi aggiungere che, questo signore, con la sua sensibilità, vena artistica, sagacia e ecletticità, manca terribilmente oggi.

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Bob Dylan – Highway 61 Revisited

Bob Dylan - Highway 61 Revisited.jpg

1963 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Blowin’ In The Wind insieme ad altri capisaldi del folk come Peter, Paul and Mary e Joan Baez. Successone! Applausi e pompini per Bob. (the answer my friend is a blowjob in the wind)

1964 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Mr. Tambourine… Successone! Applausi e pompini a profusione per Bob.

1965 Newport Folk Festival, con Bringing It All Back Home, Bob ha inaugurato una nuova fase della propria carriera, elettrificando il folk in un lato del disco e preparando di fatto il terreno alla svolta elettrica di Highway 61 Revisited. Ora, il Newport Folk Festival non si chiama così tanto per… è un festival folk e la gente solitamente si esibisce da sola con la chitarra – o con altri con la chitarra – e crea queste situazioni intime molto belle ma al contempo un po’ scassamaroni. Cioè capite le mie parole… non sono tutti Bob Dylan (e Bob Dylan tante volte non è campione di intrattenimento).

Vabè lui di punto in bianco dice “Cazzo se lo faccio. Sì sì che lo faccio. Adesso mi porto la band. Adesso amplifico tutto.”, si presenta e TAC!… contestazione. Dal pubblico salgono i “Buuuh” “Buuh” e di tanto in tanto qualche “Buuuarns“.

Bob Dylan perde la sua verginità artistica, l’affronto verso il suo pubblico è enorme, sporcherà per sempre quella sua immagine da menestrello di protesta, ma lo fa a ragione. Stanco di rappresentare e cantare qualcosa che non sente più suo, di ritorno dal Regno Unito decide di cambiare, e la canzone che lo spinge a prendere questa decisione andrà ad aprire non solo Highway 61 Revisited, ma anche la mentalità dei musicisti di tutto il mondo.

Like A Rolling Stones apre con un secco colpo di batteria e con una chitarra elettrica. Houston! Abbiamo un problema! Non si vuol più fare del folk qui!

L’idea di Dylan era quella di oltrepassare il sound folk elettrificato utilizzato in Bringing It All Back Home pochi mesi prima – cercando di alzare l’asticella rispetto la versione di Mr. Tambourine dei The Byrds. Quindi reinventa sé stesso e si issa a traino per le nuove generazioni di musicisti. Sentire così tante cover delle sue canzoni, masticate, metabolizzate, arrangiate ex-novo con un suono così fresco ha risvegliato in Dylan l’idea di scuotere il modo di intendere il folk classico.

Lo fa con una canzone che nasce su 10 pagine, “non aveva un nome, aveva ritmo, avevo scritto delle invettive sparse. Alla fine mi sono reso conto che non era disprezzo, bensì dire a qualcuno qualcosa che non sa, dire loro che sono fortunati. Non l’ho mai pensata come canzone, finché un giorno non mi sono trovato al piano ed il foglio davanti a me stava cantando ‘How does it feel?‘ con un ritmo lento, uno slow-motion estremo”.

Durante le registrazioni – avvalendosi di gente del calibro di Al Kooper, Bruce Langhorne, Bobby Gregg e alla chitarra Mike BloomfieldZimmy disse subito “Ragazzi, non voglio una merda blues alla B.B. King“. Ecco in quel preciso istante prese vita la canzone che rappresenta Bob Dylan in tutto il mondo.

Continuando ci troviamo ad ascoltare canzoni più legate allo stile passato come la stupenda Desolation Row, altre al blues come Tombstone Blues, nel quale Zimmy ci da un assaggio del suo nuovo stile di scrittura surreale cantato in scioltezza come usavano fare i suoi mentori Guthrie e Seeger; canzoni come Ballad of a Thin Man, splendida canzone che di sicuro ha influito sul sound delle Murder Ballads di Nick Cave.

Ma chi è il Thin Man? “È una persona reale […] l’ho visto venire in camerino una sera e sembrava un cammello.” Probabilmente Mr. Jones non è il suo vero nome, in molti hanno pensato fosse un critico che non capiva i testi di Zimmy; col passare del tempo ha acquisito un significato ben specifico, con Mr. Jones si intende l’uomo medio borghese, senza infamia e senza lode, il nostro signor Rossi se dovessimo fare un parallelo. “Questa canzone l’ho scritta per tutti coloro che mi facevano domande tutte le volte. Ero semplicemente stanco di rispondere a tutte queste domande che non avevano risposta”.

Il disco ci lancia nel bel pieno di un viaggio in auto nella Highway 61, quella lingua di strada che va dal New Orleans al Wisconsin (al confine col Canada) costeggiando sempre il Mississippi. Una strada che passa anche per Duluth e che taglia gli Stati Uniti dal Sud al Nord. La title track è arrembante, stupenda, veloce, ricorda la versione che i Canned Heat faranno di On The Road Again, un blues rock spinto (del quale PJ Harvey farà una stupenda cover in Rid Of Me).

La fotografia del disco è stata scattata nei pressi del Greenwich Village, non proprio nelle zone dell’Highway 61, Dylan si è comprato una maglia della Triumph e – non essendoci uno sfondo ricco di particolari – Daniel Kramer, il fotografo, ha chiesto all’amico di Bob Dylan, tale Bob Neuwirth di piazzarsi dietro lui. Bella storia de merda che c’è dietro sta copertina, eh? Come al solito gli esperti di semiotica sono andati a caccia di dettagli che giustificassero la poetica del Dylan, ma che effettivamente non ci sono. Ragazzi belli, non è che tutto debba avere un senso!

Highway 61 Revisited è il perfetto album d’accompagnamento in un viaggio, è completo in ogni sua sfaccettatura. Per citare Scaruffi “la differenza tra Dylan e gli altri è che gli altri interpretano meglio le sue canzoni perché si limitano a cantarle; lui però non canta le proprie canzoni, le vive”.