Gilberto Gil – Louvaçao

Non si può raccontare di tropicalismo senza portare in cascina almeno un disco di Gilberto Gil, e allora perché non scrivere del suo esordio discografico? Prima di tutto tengo a fare una precisazione su Gilberto Gil: ad inizio carriera sembrava molto più vecchio e cattivo rispetto ad oggi; sarà per quel pizzetto che già negli anni ‘60 appariva anacronistico, per gli occhi luciferini, o per altro, ma comunque dimostrava 40 anni quando ne aveva poco più di 20 anni. 

Gilberto Gil è un autentico monumento della cultura e della musica brasiliana, alfiere della rivoluzione sonora che ha investito il paese nel quale si è sempre contraddistinto per il grande spessore umano. Sin da bambino ha dimostrato di avere le idee chiare riguardo il suo futuro: “Quando avevo due anni e mezzo, ho detto a mia madre che sarei diventato un musicista o Presidente del mio paese” 

La congiunzione da disgiuntiva per poco non si è trasformata in semplice, difatti oltre ad aver intrapreso sin da piccolo il percorso musicale la via politica non è stata accantonata: da tropicalia alla dissidenza – col conseguente arresto e l’esilio nella terra d’Albione -, Gilberto ha continuato a mantenere una coscienza politica molto radicata, prendendo spesso posizioni distinte sull’apartheid e sul fronte antropologico (il documentario Gil Viramundo, prende proprio il titolo dal brano Viramundo contenuto in Louvaçao), arrivando a raggiungere la carica di Ministro della Cultura durante il primo governo Lula

Tornando alla sua carriera musicale, la madre è colei che crede fermamente nelle capacità di Gilberto, comprandogli anche una fisarmonica (sulle orme di Luiz Gonzaga), strumento che troviamo nella già citata Viramundo; apprende inoltre i rudimenti della batteria e della tromba. Sempre in giovane età incontra Dorival Caymmi – proveniente direttamente dalla epoca de ouro della musica brasiliana – che influenza il suo stile con il suo modo di intendere la samba. Ulteriori elementi che catalizza l’attenzione di Gilberto sono gli artisti di strada e i musicisti forró tipici della tradizione nordestina

In ultimo, con la ventata della bossa nova portata da João Gilberto e Tom Jobim, sceglie come strumento principale la chitarra, che lo accompagnerà per tutta la carriera artistica. 

Tutte queste influenze si uniscono in Louvaçao, un disco che a dispetto di quanto scritto riguardo tropicalia, non si nutre delle altre culture (tranne che nel testo della marziale Lunik 9 nel quale affronta un tema caro alla corrente tropicalista come l’esplorazione spaziale), bensì radica la propria esistenza nelle ricchissime fondamenta melodiche del Brasile, come dimostra Ensaio Geral, singolo che lancia il disco, risultando un abile compendio del forró, della samba, della bossa nova, del baião nordestino, senza tralasciare il tema religioso – che spicca in Procissão – che si inserisce tra i testi dallo spiccato accento sociale (come Roda o Água de Meninos che racconta dell’incendio divampato nelle banchine del porto, avvenuto durante l’omonima fiera molto comune nei piccoli centri abitati del nordest). 

Louvaçao vive anche del sodalizio tra Gilberto Gil e gli altri parceiros José Carlos Capinam e Torquato Neto, quest’ultimo co-autore di molti dei brani presenti in questo esordio e che abbiamo già visto in Vento de Maio, brano dell’omonimo disco di Nara Leão. Al disco partecipa anche Caetano Veloso, che lo stesso Gilberto ha conosciuto nel 1963 presso l’Università Federale di Bahia a cui son seguiti gli incontri con Tom ZéMaria Bethania e Gal Costa, coi quali saranno gettate le basi del tropicalismo (come abbiamo avuto modo di vedere in Tropicalia: ou Panis et Circencis). 

Caetano regala a Gil un prototipo di canzone, Beira-Mar, chiedendogli di completarla. Gilberto si è interrogato a lungo sulla bontà del testo già steso da Veloso, recalcitrante nel mettere mano a qualcosa che reputava già buono ha poi trovato le parole giuste per completarlo ed interpretarlo, incastrandosi naturalmente nella tracklist di questo disco d’esordio. Louvaçao, molto più di altri dischi presentati in questo ciclo, offre un ampio spettro delle sonorità brasiliane; un disco che ai primi ascolti può apparire sottotono, ma che acquisisce uno spessore di volta in volta che risuona.  

Sono sicuro troverete un posto nel vostro cuore per questi 41 minuti e 50 secondi. 

Jorge Ben Jor – Samba Esquema Novo

A cavallo tra la primavera e l’estate del 1998 i bambini di tutto il mondo impazziscono per un minuto e trenta secondi di spot proposto con petulante cadenza dalle reti televisive pubbliche e private. Va ancora di moda uscire con il marsupio e legarsi il pezzo sopra della tuta acetata alla vita, l’aria è tiepida e il profumo dei cipressi – delle sue piccole pigne e della resina – persiste nell’etere; la scuola è appena terminata e tutti i ragazzini sfuggiti alla malia delle colonie estive si riversano, quotidianamente e con il tango sotto il braccio, nei campetti sterrati di quartiere a riproporre tentativi più o meno riusciti di doppi passi, veroniche e biciclette. Le sbucciature sono all’ordine del giorno, così come il sudore acido e stantio catturato dal tessuto acrilico delle magliette tarocche. 

I mondiali di Francia – quelli del rigore di Di Biagio – stanno per cominciare e, aldilà delle vane speranze riposte nella staffetta BaggioDel Piero, lo spauracchio più grande per la vittoria finale è rappresentato dal Brasile del Fenomeno. Logico che un bambino, venga rapito dal funambolismo della pubblicità ideata dalla Nike per l’occasione.  

Logico anche che l’attenzione di un bambino sia sequestrata dal sottofondo musicale scelto dai pubblicitari. Mas que nada diventa così la colonna sonora delle partite estive, un vocalizzo da improvvisare ogni volta che nel campo si verificasse un dribbling creativo, o un gol, meritevole da essere narrato ai posteri per i canoni estetici della vita pre-world-wide-web

Quindi Mas que nada vive una seconda giovinezza a distanza di 35 anni dalla sua composizione, purtroppo però molti non sapevano all’epoca che il compositore originale non è Sérgio Mendes (autore bensì della prima celebre cover), quanto quel Jorge Ben Jor che non viene mai calcolato di pezza. 

Dispiace che tutti, di primo acchito, non riconducano la paternità della composizione a Jorge Ben Jor perché è veramente un signor autore; pensate che il suo disco di esordio si apre proprio con Mas que nada, brano dal successo planetario di estrazione sambista, reinterpretato negli anni in chiave jazz da grandi quali: Dizzy GillespieAl JarreauElla Fitzgerald (o da altri artisti di spessore provenienti della scena brasiliana quali Milton Nascimento e Elis Regina). 

Samba Esquema Novo si apre quindi col botto e ha la capacità di mantenere una qualità alta per tutto il prosieguo del breve ed intenso disco. L’apporto [Massimo ndr] dei Meirelles e os Copa 5 offre una declinazione jazz al samba, non è un caso che anche Tim, Dom, Dom – dal forte retrogusto di bossa alla João Gilberto – venga subito preso in prestito da un altro JoãoDonato. Brano dopo brano si respira un forte brasilianità, delicatezza e raffinatezza, ed è conseguenza naturale che canzoni come Balança Perna (Marisa Monte), Chove Chuva (Elza Soares), Por Causa de Você Menina sono tutti brani che hanno trovato facilmente casa anche in altri album, pluri-reinterpretati. 

Inutile soffermarsi ulteriormente sull’umore di un disco che credo abbiate già colto nelle poche righe improvvisate qua sopra e dalle note suonate da Jorge Ben Jor. La saudade, la leggerezza in apparenza indolente, che vi catapulta nelle sale da ballo del Brasile di inizio anni ‘60, quando la dittatura ancora non si era affacciata nelle vite dei cittadini. Un disco da avere nel proprio scaffale, da consumare e ascoltare ad libitum. Per quel che può valere una classificazione (per di più da parte di una testata discutibile quale Rolling Stones) il disco è stato classificato al quindicesimo posto nei migliori cento album della storia del paese. Aldilà di ciò, è un disco che ha influenzato e continua ad influenzare generazioni di artisti, che però non dimostrano la stessa capacità rivoluzionaria di Jorge nell’approcciarsi alla musica e divenire così essi stessi degli standard. 

 
Sono stato rapido ed indolore, ci becchiamo alla prossima ciuccelloni! 

Vinícius de Moraes & Odete Lara – Vinícius & Odete

Metti insieme un poeta, un chitarrista, un arrangiatore e un’attrice… Dio santissimo che incipit scialbo. Riprovo. 

Nella ricerca spasmodica di piccole gemme nel panorama musicale brasileiro, che si potessero incastrare bene in questo ciclo di pubblicazioni, ho avuto modo di selezionare dischi che avessero un comune denominatore. Non è un caso che la maggior parte delle proposte sia orecchiabile, prestandosi a dei primi ascolti non troppo approfonditi, non richiedendo troppo del vostro tempo. 

Uno degli aspetti che più mi affascina della musica brasiliana è la sovrapposizione nella proposta di alcuni brani. Noterete quindi che molte canzoni ascoltate in degli album si ripresentino con differenti arrangiamenti – e formato – in altri. 

Alcuni classici sono diventati tali proprio perché reinterpretati fino allo sfinimento.  

Quindi in questo caso è necessario – in primo luogo – presentare Odete Righi Bertoluzzi, in arte Odete Lara. Attrice che in alcuni tratti somatici può ricordare Monica Vitti, dal passato tremendo, figlia di emigrati italiani. Destinata ad un orfanotrofio per le condizioni precarie di salute del padre (malato di tubercolosi) e a seguito del suicidio della madre, quando lei aveva solo 6 anni. Nonostante ciò Odete affronta la vita con caparbietà e dopo un inizio come modella, comincia l’attività da attrice in telenovelas e successivamente per pellicole. In parallelo si avvia anche un’intensa attività teatrale accanto a nomi come Chico Buarque (in Meu Refrão e con la quale cantò anche la versione di Chico di Noite Dos Mascarados [ne accenneremo in qualche modo nelle prossime uscite ndr]), Sérgio Mendes, Sidney Miller e in ultimo con Vinícius de Moraes per Skindô

Proprio dalle registrazioni di questo spettacolo trova sfogo quella che sarà la prima uscita discografica di Lara, un disco a 2 voci con Vinícius, e a 8 mani visto che oltre al poeta [come anticipato nello scialbo incipit di prima ndr] si aggiungono l’epico chitarrista Baden Powell [non il guru degli scout ndr] (al quale Vinicius concederà una appassionata dedica nel Samba delle Benedizioni) e il grandissimo – quanto ahimé poco conosciuto – Moacyr Santos (del quale, per farvi un’idea vi consiglio vivamente Carnival of the Spirits). 

E per quanto riguarda i classici di cui scrivevo poco sopra? 

BerimbaoLabareda Deixa le abbiamo già nominate in alcuni dei precedenti articoli, c’entra la Leão e il suo rapporto con de Moraes sviluppatosi nei circoli intellettuali bossanovisti (ovvero casa Leão). Oltre i di già sopra citati, mi sento di tirare in ballo una delle mie canzoni del cuore O Astronauta, una delizia capace di quietare gli animi più torvi e cinici. 

Poi ragazzi che altro devo scrivere se non: ascoltate questo bel disco. Vi rilasserete seguendo Vinícius Odete. Anche perché credo che un po’ di relax, in questo momento, non faccia male a nessuno. 

Bob Dylan – Highway 61 Revisited

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1963 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Blowin’ In The Wind insieme ad altri capisaldi del folk come Peter, Paul and Mary e Joan Baez. Successone! Applausi e pompini per Bob. (the answer my friend is a blowjob in the wind)

1964 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Mr. Tambourine… Successone! Applausi e pompini a profusione per Bob.

1965 Newport Folk Festival, con Bringing It All Back Home, Bob ha inaugurato una nuova fase della propria carriera, elettrificando il folk in un lato del disco e preparando di fatto il terreno alla svolta elettrica di Highway 61 Revisited. Ora, il Newport Folk Festival non si chiama così tanto per… è un festival folk e la gente solitamente si esibisce da sola con la chitarra – o con altri con la chitarra – e crea queste situazioni intime molto belle ma al contempo un po’ scassamaroni. Cioè capite le mie parole… non sono tutti Bob Dylan (e Bob Dylan tante volte non è campione di intrattenimento).

Vabè lui di punto in bianco dice “Cazzo se lo faccio. Sì sì che lo faccio. Adesso mi porto la band. Adesso amplifico tutto.”, si presenta e TAC!… contestazione. Dal pubblico salgono i “Buuuh” “Buuh” e di tanto in tanto qualche “Buuuarns“.

Bob Dylan perde la sua verginità artistica, l’affronto verso il suo pubblico è enorme, sporcherà per sempre quella sua immagine da menestrello di protesta, ma lo fa a ragione. Stanco di rappresentare e cantare qualcosa che non sente più suo, di ritorno dal Regno Unito decide di cambiare, e la canzone che lo spinge a prendere questa decisione andrà ad aprire non solo Highway 61 Revisited, ma anche la mentalità dei musicisti di tutto il mondo.

Like A Rolling Stones apre con un secco colpo di batteria e con una chitarra elettrica. Houston! Abbiamo un problema! Non si vuol più fare del folk qui!

L’idea di Dylan era quella di oltrepassare il sound folk elettrificato utilizzato in Bringing It All Back Home pochi mesi prima – cercando di alzare l’asticella rispetto la versione di Mr. Tambourine dei The Byrds. Quindi reinventa sé stesso e si issa a traino per le nuove generazioni di musicisti. Sentire così tante cover delle sue canzoni, masticate, metabolizzate, arrangiate ex-novo con un suono così fresco ha risvegliato in Dylan l’idea di scuotere il modo di intendere il folk classico.

Lo fa con una canzone che nasce su 10 pagine, “non aveva un nome, aveva ritmo, avevo scritto delle invettive sparse. Alla fine mi sono reso conto che non era disprezzo, bensì dire a qualcuno qualcosa che non sa, dire loro che sono fortunati. Non l’ho mai pensata come canzone, finché un giorno non mi sono trovato al piano ed il foglio davanti a me stava cantando ‘How does it feel?‘ con un ritmo lento, uno slow-motion estremo”.

Durante le registrazioni – avvalendosi di gente del calibro di Al Kooper, Bruce Langhorne, Bobby Gregg e alla chitarra Mike BloomfieldZimmy disse subito “Ragazzi, non voglio una merda blues alla B.B. King“. Ecco in quel preciso istante prese vita la canzone che rappresenta Bob Dylan in tutto il mondo.

Continuando ci troviamo ad ascoltare canzoni più legate allo stile passato come la stupenda Desolation Row, altre al blues come Tombstone Blues, nel quale Zimmy ci da un assaggio del suo nuovo stile di scrittura surreale cantato in scioltezza come usavano fare i suoi mentori Guthrie e Seeger; canzoni come Ballad of a Thin Man, splendida canzone che di sicuro ha influito sul sound delle Murder Ballads di Nick Cave.

Ma chi è il Thin Man? “È una persona reale […] l’ho visto venire in camerino una sera e sembrava un cammello.” Probabilmente Mr. Jones non è il suo vero nome, in molti hanno pensato fosse un critico che non capiva i testi di Zimmy; col passare del tempo ha acquisito un significato ben specifico, con Mr. Jones si intende l’uomo medio borghese, senza infamia e senza lode, il nostro signor Rossi se dovessimo fare un parallelo. “Questa canzone l’ho scritta per tutti coloro che mi facevano domande tutte le volte. Ero semplicemente stanco di rispondere a tutte queste domande che non avevano risposta”.

Il disco ci lancia nel bel pieno di un viaggio in auto nella Highway 61, quella lingua di strada che va dal New Orleans al Wisconsin (al confine col Canada) costeggiando sempre il Mississippi. Una strada che passa anche per Duluth e che taglia gli Stati Uniti dal Sud al Nord. La title track è arrembante, stupenda, veloce, ricorda la versione che i Canned Heat faranno di On The Road Again, un blues rock spinto (del quale PJ Harvey farà una stupenda cover in Rid Of Me).

La fotografia del disco è stata scattata nei pressi del Greenwich Village, non proprio nelle zone dell’Highway 61, Dylan si è comprato una maglia della Triumph e – non essendoci uno sfondo ricco di particolari – Daniel Kramer, il fotografo, ha chiesto all’amico di Bob Dylan, tale Bob Neuwirth di piazzarsi dietro lui. Bella storia de merda che c’è dietro sta copertina, eh? Come al solito gli esperti di semiotica sono andati a caccia di dettagli che giustificassero la poetica del Dylan, ma che effettivamente non ci sono. Ragazzi belli, non è che tutto debba avere un senso!

Highway 61 Revisited è il perfetto album d’accompagnamento in un viaggio, è completo in ogni sua sfaccettatura. Per citare Scaruffi “la differenza tra Dylan e gli altri è che gli altri interpretano meglio le sue canzoni perché si limitano a cantarle; lui però non canta le proprie canzoni, le vive”.