Emma Tricca – Relic

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Relic è l’inaspettato, fuori dal tempo, fuori dai canoni musicali di oggi. È una ricerca ed una ispirazione senza plagio. È come se fosse il pezzo mancante di un puzzle che va a colmare un vuoto, rimasto lì troppo a lungo. Relic è il disco consigliato di questo mese.

C’è Vashti Bunyan per l’atmosfera cullante, un po’ di Judee Sill nell’essere riflessiva, Buffy Sainte-Marie nella sacralità e nel vibrato della voce, l’intimità di Joni Mitchell, per non parlare di Linda Perhacs e delle sua capacità di plasmare la dimensione sonora circostante senza alcuno sforzo. L’omogeneità che si raggiunge in questo è qualcosa che rende Relic unico, l’anello di congiunzione tra Laurel Canyon e il Village. Ma la qualità più grande di Emma Tricca è quella di attingere a pieno non solo dal gotha delle cantautrici, ascoltandola sembra di sentire un’artista cresciuta con Leonard Cohen e vissuta con Bob Dylan.

Non è un album dove si scimmiotta qualcuno o qualcosa, Relic da la voce ad un’epoca musicale riuscendo a condensarla in 34 minuti. Suona tutto così estremamente moderno e antico, come se la voce gracchiasse dal grammofono ma risultasse nitida, il paradosso che si prova nell’ascoltarlo è frutto di sensazioni così distanti che sembra tutto così naturale ed armonioso.

Sunday Reverie è la versione 2.0 di Sunday Morning, soffusa, intima e rilassante, una sonorità a tratti timida che strizza l’occhio al capostipite dei Velvet Underground (senza però quell’idea di paranoia che permea la canzone di Reed e compagni) resa angelica dai cori gospel nell’intro, dal gorgheggio della Tricca che mostra a tutti quanto ha studiato lo stile delle cantautrici anni ’60 (una su tutte Joan Baez).

Mi piace sottolineare la poliedricità dei brani presenti in questo album; non è semplice mantenere alta la concentrazione dell’ascoltatore per tutta la durata del disco, il fingerpiking che costruisce le strutture armoniche risulta delizioso e mai ripetitivo, le sonorità sono dilatate, la chitarra elettrica di accompagnamento fa un sapiente uso di feedback e una controparte ritmica che bilancia completamente i brani.

La versatilità di Emma Tricca alla voce è notevole, tant’è che a tratti ci si sorprende di come possa variare l’interpretazione da un brano all’altro, come inoltre con questa impostazione riesca a dare una identità ben precisa e arricchire di sfumature delicate tutte le sue creazioni.

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Bob Dylan – Blonde On Blonde

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Blonde On Blonde è la cosa che più si avvicina al sound che sento nella mia testa. Un sottile e spontaneo suono, come fosse mercurio”,

Bobbe bobbe dopo averci deliziato con Highway 61 Revisited butta là un altro asso dalla manica, Blonde On Blonde non ha assolutamente nulla che sia fuori posto, e c’è da dirlo… per quanto Zimmy mi stia cordialmente sulle balle, Blonde On Blonde una volta che lo fai partire devi lasciarlo qualche ora a suonare, perché è giusto che ogni sua nota riempia tutte le stanze di casa.

Dopo essersi attirato dei signori insulti e rabbie da puggile, con Highway 61 Revisited e la famosa svolta elettrica (di pari fama alla scissione dell’Impero Romano) Bobby intraprende un tour durante il quale prende corpo Blonde On Blonde e l’idea nata con Highway assume maggiore consistenza. Il rhyhtm and blues fa da sfondo al disco nel quale svettano testi di una intensità tale da rendere leggenda vivente Dylan e – da lì in poi – pietra miliare per tutti i cantautori.

Blonde On Blonde è la rottura di schemi definitiva, il primo doppio album della storia (giusto per una manciata di settimane d’anticipo su Freak Out!) con una copertina tanto storica quanto sfocata.

“Troppo veloce per essere messo a fuoco” diranno di lui, di fatto si innescò un processo di idealizzazione volto alla beatificazione quasi istantanea di Dylan per il messaggio celato dietro la scelta dell’immagine, s’è sempre pensato che fosse un’alterazione voluta per dar l’idea a chi osservava la fotografia di esser sotto l’effetto di droghe, ma la verità è che Jerry Schatzberg – autore dello scatto – e Dylan stavano letteralmente congelando. Era febbraio ed entrambi vestivano solo di una giacca, l’effetto stonato è quindi totalmente casuale, dovuto dal tremolio di entrambi… poi la scelta della foto comunque l’ha fatta Dylan, quindi molto culo ebbe. Ma tanto quando deve girare, gira bene.

In fondo la fortuna aiuta gli audaci, si perché il lavoro svolto da Dylan è a tutto campo ed estremo: la comunicazione visiva, la sua musica i suoi testi. Inoltre destò stupore la volontà di spostarsi da New York – vero e proprio centro culturale da mignolo perennemente alzato e scoregge trattenute, dove oltre alle scoregge tratteneva le idee – al ben più spiccio Tennessee – stato nel quale dopo aver sparato un rutto esulti anziché vergognarti – per registrare il disco.

Dalla prima sessione di registrazione esce la splendida Visions of Johanna – nata Freeze Out in quel di New York – dopo ben 14 versioni nel quale il suono viene centrato e diventa mercurio, ovvero rilucente e metallico. Visions of Johanna è letteratura pura, è uno dei motivi principali per il quale Dylan si è aggiudicato il Nobel, è la sua canzone preferita in Blonde On Blonde.

Le sessioni si rivelano impegnative e alcuni brani richiedono svariate versioni, come per la meravigliosa Stuck Inside of Mobile With The Memphis Blues Again – che subisce le influenze del Tennessee – e la chiusura del lato A del primo disco, la meravigliosa One Of Us Must Know (Sooner Or Later) maturata per intiero a Nashville, nella quale Dylan ci racconta la fine di un amore. L’amore è un sentimento ricorrente nell’album, I Want You – uno dei brani più celebri e pop del disco – racconta la voglia genuina che Dylan provava per l’allora sposa Sara Wilentz, per quanto i geniacci dell’analisi del testo ci hanno visto comunque un riferimento all’eroina.

Eroina… eroina everywhere! La ggente ci vive nei complotti cazzo.

Fatto sta che anche I Want You è stata sottoposta a numerose revisioni e rielaborazioni, lo stesso Dylan dirà a proposito “posso sentire il suono delle cose che voglio dire”, la ricerca di questo suono passa attraverso un lavoro certosino e metodico.

Poi ad una certa giunge il momento Signorini, dal quale è impossibile fuggire, e arriva su Just Like A Woman, oggetto di ricerche per scoprire chi fosse la donna della canzone. Naturalmente tutti questi scienziati della fica vogliono che Dylan si riferisse alla musa di Warhol, Edie Sedgwick (la prima Nico per intenderci, quella che quando Nico è arrivata è stata messa in disparte da Warholino), ma secondo altri invece è dedicata a Joan Baez, altra con la quale Zimmy avrebbe ficcato, prima naturalmente di Sara eh.

Insomma ci siamo capiti no?

Una menzione va al carattere cazzone di Dylan che in Fourth Time Around omaggia l’omaggio dei Beatles in Norwegian Wood; canzone che risente dello stile di Dylan, perciò si crea questo cortocircuito che venne esaltato al tempo come Dylan che canta Lennon che canta Dylan. Tipo ti sei scopato tua nonna, quindi sei il padre di tua madre (o padre, a seconda della nonna che ti sei ficcato [se ti ficchi entrambe le nonne non ho idea del casino spazio-temporale che si può innescare]). Vabè comunque, la tonalità e il tempo sono gli stessi, perciò se vi voleste divertire ad ascoltarle in parallelo, sentireste quanto le due canzoni siano simili.

Il disco termina con Sad Eyed Lady of the Lowlands, anch’essa dedicata a Sara, nasce come una canzone di celebrazione del matrimonio e soprattutto per essere breve. Si trasforma nella versione – che conosciamo – da più di 11 minuti. Elaborata principalmente al Chelsea Hotel, anch’essa fu terminata e registrata a Nashville per la gioia dei turnisti alle 4 di mattina (dopo sessioni durate tutta la serata), chiude teneramente il disco con un altro brano straordinariamente emotivo.

Dave Van Ronk – Inside Van Ronk

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Quest’oggi parleremo dell’icona del Greenwich Village, tanto eminente da essere soprannominato sindaco della MacDougal. Ha ispirato il film dei fratelli Cohen Inside Llewyn Davis pur non rappresentando il nostro caro Dave – non solo dal punto di vista fisico (Van Ronk era un manzetto) – ma offrendo al compianto cantautore una nuova celebrità, forse maggiore rispetto a quanta ne avesse avuta nel periodo d’oro della sua carriera.

Inside Dave Van Ronk è stato registrato nel 1962 assieme a Dave Van Ronk Folksinger ma, a differenza di quest’ultimo, edito due anni dopo e contenente tutti brani tradizionali. Risulta – in parte – il sunto della carriera dello stesso Van Ronk: un abile interprete di brani tipici della tradizione, in uno stile che si fonde tra il folk ed il blues con una voce roca e vibrante senza tempo, che in House Carpenter somiglia a Mark Lanegan tanto quanto in I Buyed Me A Little Dog ricorda Nick Drake.

Dave Van Ronk ha introdotto il folk moderno e ispirato Tom Waits (che probabilmente si è rifatto al suo modo di cantare) e Bob Dylan (i due erano grandi amici), arrangiando i classici statunitensi in chiave moderna; già, perché nonostante siano passati più di 50 anni, molti dei brani di questo disco suonano cristallini e pienamente in linea con quanto ci propongono cantautori intimi contemporanei.

Dylan lo ricorda con queste parole “era passionale e pungente […] cantava come se dovesse saldare il conto con la fortuna e suonava come se avesse pagato il prezzo… amavo il suo stile”. Lo amava talmente tanto da fargli la posta davanti la porta di casa pur di parlare con lui davanti ad una tazza di tè durante gli inizi della propria carriera. Van Ronk era un omone burbero ma anche molto felice di poter scambiare parole e condividere le proprie idee musicali con chi gliele chiedesse.

Non voglio tanto scrivere dei brani contenuti in questo album – reinterpretati con gli arrangiamenti di Van Ronk (come Silver Dagger e House Carpenter) da quasi tutti i principali folksinger della scena newyorchese e no -, il mio intento è rendervi partecipi della presenza nella storia della musica, e più nello specifico in quella del Greenwich Village di Dave Van Ronk.

Seppur con pochi anni più di Joan Baez, riusciva tra gli anni ‘50 e inizio ‘60 ad apparire come stella polare e chioccia dei principali artisti del Greenwich, la cantautrice ce lo ricorda con queste parole “era già un mito, aveva dei denti terribili ma anche una delle tonalità più incredibili che avessi mai sentito, dolci note in mezzo ad altre ringhiate. Ho conosciuto centinaia di persone che cantavano il blues, ma tanti non erano in grado di farlo così bene. Era l’artista più in grado di avvicinarsi a Leadbelly che abbia mai visto.”

Bob Dylan – Highway 61 Revisited

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1963 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Blowin’ In The Wind insieme ad altri capisaldi del folk come Peter, Paul and Mary e Joan Baez. Successone! Applausi e pompini per Bob. (the answer my friend is a blowjob in the wind)

1964 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Mr. Tambourine… Successone! Applausi e pompini a profusione per Bob.

1965 Newport Folk Festival, con Bringing It All Back Home, Bob ha inaugurato una nuova fase della propria carriera, elettrificando il folk in un lato del disco e preparando di fatto il terreno alla svolta elettrica di Highway 61 Revisited. Ora, il Newport Folk Festival non si chiama così tanto per… è un festival folk e la gente solitamente si esibisce da sola con la chitarra – o con altri con la chitarra – e crea queste situazioni intime molto belle ma al contempo un po’ scassamaroni. Cioè capite le mie parole… non sono tutti Bob Dylan (e Bob Dylan tante volte non è campione di intrattenimento).

Vabè lui di punto in bianco dice “Cazzo se lo faccio. Sì sì che lo faccio. Adesso mi porto la band. Adesso amplifico tutto.”, si presenta e TAC!… contestazione. Dal pubblico salgono i “Buuuh” “Buuh” e di tanto in tanto qualche “Buuuarns“.

Bob Dylan perde la sua verginità artistica, l’affronto verso il suo pubblico è enorme, sporcherà per sempre quella sua immagine da menestrello di protesta, ma lo fa a ragione. Stanco di rappresentare e cantare qualcosa che non sente più suo, di ritorno dal Regno Unito decide di cambiare, e la canzone che lo spinge a prendere questa decisione andrà ad aprire non solo Highway 61 Revisited, ma anche la mentalità dei musicisti di tutto il mondo.

Like A Rolling Stones apre con un secco colpo di batteria e con una chitarra elettrica. Houston! Abbiamo un problema! Non si vuol più fare del folk qui!

L’idea di Dylan era quella di oltrepassare il sound folk elettrificato utilizzato in Bringing It All Back Home pochi mesi prima – cercando di alzare l’asticella rispetto la versione di Mr. Tambourine dei The Byrds. Quindi reinventa sé stesso e si issa a traino per le nuove generazioni di musicisti. Sentire così tante cover delle sue canzoni, masticate, metabolizzate, arrangiate ex-novo con un suono così fresco ha risvegliato in Dylan l’idea di scuotere il modo di intendere il folk classico.

Lo fa con una canzone che nasce su 10 pagine, “non aveva un nome, aveva ritmo, avevo scritto delle invettive sparse. Alla fine mi sono reso conto che non era disprezzo, bensì dire a qualcuno qualcosa che non sa, dire loro che sono fortunati. Non l’ho mai pensata come canzone, finché un giorno non mi sono trovato al piano ed il foglio davanti a me stava cantando ‘How does it feel?‘ con un ritmo lento, uno slow-motion estremo”.

Durante le registrazioni – avvalendosi di gente del calibro di Al Kooper, Bruce Langhorne, Bobby Gregg e alla chitarra Mike BloomfieldZimmy disse subito “Ragazzi, non voglio una merda blues alla B.B. King“. Ecco in quel preciso istante prese vita la canzone che rappresenta Bob Dylan in tutto il mondo.

Continuando ci troviamo ad ascoltare canzoni più legate allo stile passato come la stupenda Desolation Row, altre al blues come Tombstone Blues, nel quale Zimmy ci da un assaggio del suo nuovo stile di scrittura surreale cantato in scioltezza come usavano fare i suoi mentori Guthrie e Seeger; canzoni come Ballad of a Thin Man, splendida canzone che di sicuro ha influito sul sound delle Murder Ballads di Nick Cave.

Ma chi è il Thin Man? “È una persona reale […] l’ho visto venire in camerino una sera e sembrava un cammello.” Probabilmente Mr. Jones non è il suo vero nome, in molti hanno pensato fosse un critico che non capiva i testi di Zimmy; col passare del tempo ha acquisito un significato ben specifico, con Mr. Jones si intende l’uomo medio borghese, senza infamia e senza lode, il nostro signor Rossi se dovessimo fare un parallelo. “Questa canzone l’ho scritta per tutti coloro che mi facevano domande tutte le volte. Ero semplicemente stanco di rispondere a tutte queste domande che non avevano risposta”.

Il disco ci lancia nel bel pieno di un viaggio in auto nella Highway 61, quella lingua di strada che va dal New Orleans al Wisconsin (al confine col Canada) costeggiando sempre il Mississippi. Una strada che passa anche per Duluth e che taglia gli Stati Uniti dal Sud al Nord. La title track è arrembante, stupenda, veloce, ricorda la versione che i Canned Heat faranno di On The Road Again, un blues rock spinto (del quale PJ Harvey farà una stupenda cover in Rid Of Me).

La fotografia del disco è stata scattata nei pressi del Greenwich Village, non proprio nelle zone dell’Highway 61, Dylan si è comprato una maglia della Triumph e – non essendoci uno sfondo ricco di particolari – Daniel Kramer, il fotografo, ha chiesto all’amico di Bob Dylan, tale Bob Neuwirth di piazzarsi dietro lui. Bella storia de merda che c’è dietro sta copertina, eh? Come al solito gli esperti di semiotica sono andati a caccia di dettagli che giustificassero la poetica del Dylan, ma che effettivamente non ci sono. Ragazzi belli, non è che tutto debba avere un senso!

Highway 61 Revisited è il perfetto album d’accompagnamento in un viaggio, è completo in ogni sua sfaccettatura. Per citare Scaruffi “la differenza tra Dylan e gli altri è che gli altri interpretano meglio le sue canzoni perché si limitano a cantarle; lui però non canta le proprie canzoni, le vive”.

Jackson Browne – Late For The Sky

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È troppo tardi per il cielo?

“È sul momento nel quale realizzi che qualcosa è cambiato, è finito, e tu sei in ritardo per qualsiasi cosa venga dopo”

Quindi, è troppo tardi per capire Late For The Sky? Forse no… andando in controtendenza con quanto detto da Browne, a mio avviso non tutti i dischi possono essere capiti al volo, magari li si ascolta nel periodo sbagliato o in maniera distratta, ma tante volte per capire un capolavoro c’è da studiarlo un po’, mettercisi di buzzo buono e così lo si comincia ad apprezzare in tutte quelle sfumature che prima non si percepivano.

Jackson Browne rientra nella schiera dei cantautori “colti” – come James Taylor – capaci di rappresentare il sound morbido della West Coast, quello di Crosby e di Young per intenderci. Late For The Sky è la consacrazione di Browne che giunge facilmente al terzo lavoro in studio al contrario di quanto si possa credere “è stato realizzato nel giro di un mese. Sono tornato nella casa che mio nonno costruì quando mio padre era pressoché adolescente. Ero da poco padre e mi sarebbe piaciuto vedere mio figlio giocare in questa casa per ricordare il quell’età ed il tempo con mio padre. Ho scritto queste canzoni, sedendo nella piccola cappella che mio nonno costruì in questa casa, con un organo all’interno. C’era una sorta di continuità, sono cresciuto qui, me ne sono andato per poi tornare e crescere la mia famiglia”.

Quello che è stato, spinge al pensiero di quel che sarà e di quel che vuol essere evitato, tra rimpianti, ricordi e gioie; Fountain of Sorrow sembra sia ispirata alla breve relazione di Browne con Joni Mitchell (sì c’è arrivato pure lui), una canzone che vive sul crinale tra realtà e fantasia, nella tristezza e nelle insidie che giacciono dietro di una storia d’amore. Questo brano è stato reinterpretato da Joan Baez per il suo album Diamond & Rust, così come il brano a chiusura di Late For The Sky, Before The Deluge, usato come inno dai baciabalene polliciverdi e che Browne scrive per raccontare il malessere post Woodstock vissuto dalla gran parte dei musicisti che hanno vissuto quel momento. Before The Deluge, è una profezia biblica a tratti apocalittica con cori eucaristici:

E quando la sabbia fu portata via ed il tempo venne,

Nell’alba nuda solo in pochi sopravvissuti,

E nel tentativo di comprendere una cosa così semplice e grande,

credettero di essere destinati a vivere

Dopo il diluvio

I significati nascosti in Late For The Sky sono dicotomici e contrastanti, si parla di amore, di tristezza, della fine e dell’inizio, della strada e del cielo, realtà e fantasia, in un disco che racconta i primi 25 anni di Jackson Browne con una umanità totale, un’abilità nella scrittura elevata. Inoltre, grazie anche alla collaborazione del grande David Lindley dei Kaleidoscope, Late For The Sky assume una dimensione confortevole, con sonorità morbide e a tratti sincopate (in pieno stile contraddittorio) presente nel disco.

“Avevo una frase in mente, Late For The Sky, e ho scritto un’intera canzone per poter poi dire questa frase alla fine”, e dare poi il nome all’album. Per la cover si è ispirato al dipinto L’Impero delle Luci di Magritte, riuscendo ad imprimere su fotografia l’immagine che meglio rappresenta un disco capolavoro.

Buffy Sainte-Marie – Illuminations

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Quando cercate di raccimolare qualche informazione su Buffy – e siete abbastanza scaltri da non aprire l’enorme massa di informazioni presenti nell’internet riguardo l’ammazza-vampiri – troverete molti riferimenti sullo stile di Sainte Marie, sulla vicinanza alla psichedelia di Tim Buckley in Lorca o alla follia arcaica di Diamanda Galas.

Buffy Sainte-Marie è stata unica, precorritrice di tante intuizioni musicali, forse in alcuni casi alcune idee sono state troppo in anticipo coi tempi. Bazzicava il Greenwich Village, ma il suo suono è molto diverso rispetto a quello dei suoi colleghi “non credo di esserci mai centrata qualcosa [al Greenwich ndr], ma erano dei tempi nei quali qualsiasi disadattato poteva avere la propria opportunità. Non cantavo canzoni folk come Pete Seeger o Joan Baez, non venivo da una famiglia come quella di Bob Dylan, o da una famiglia di musicisti come Judy Collins, ma alla fine ho trovato il mio posto – nonostante non credevo che sarei durata a lungo – credo grazie all’unicità nello scrivere di qualsiasi cosa”.

Questa unicità e sicuramente retaggio del passato di Buffy, una pellerossa adottata da una famiglia canadese capace di mescolare le sue preferenze musicali in un disco, come in Illuminations, disco molto differente rispetto a quanto fatto in passato. Un album che dal folk vira – grazie all’aiuto del produttore Solomon e dal musicista di elettronica Michael Czajkowski – alla sperimentazione, partendo da una semplice base chitarra e voce, distorcendo poi in alcuni brani questa voce con un sintetizzatore Buchla e facendo diventare Illuminations il primo disco in quadrifonia vocale mai realizzato.

Il brano di apertura è imponente, sciamanico, con una eco persistente ed una chitarra arpeggiata crescente, le sovraincisioni si strutturano fino a fondersi in una metrica disordinata e asfissiante, una costruzione che lascia trapelare le origini della cantante prendendo forma in maniera sempre più allucinogena in God is Alive, Magic Is Afoot.

Il testo è di Leonard Cohen e proviene dal suo secondo romanzo Belli e Perdenti, Buffy lo ha musicato, appropriandosene per aprire un disco che procede solenne.

Il modo di cantare di Buffy è memorabile, tremolante a tratti, lo notiamo nell’incedere lento di Mary, The Vampire e nella ritmata Better to Find Out Yourself che ammica in maniera decisa al country campagnolo rielaborandone lo stile. Poi c’è Adam di Richie Havens, arrangiata e virata in chiave psichedelica, per una interpretazione che non ha nulla da invidiare dall’originale, anzi, forse dimostra un maggior carattere risultando meno scialba.

L’aspetto più importante da notare di questo disco è la tipologia dei brani all’interno e la ciclicità con la quale questi brani vengono presentati: nello stile e nel ritmo. È un disco che cattura per l’ottima sequenza dei brani e per lo stupendo finale di Guess Who I Saw in Paris. Illuminations è un passaggio fondamentale per comprendere il passaggio dal folk tipico del Greenwich al sound della West Coast.