Frank Zappa – Over-Nite Sensation

Frank Zappa - Over-Nite Sensation

Over-Nite Sensation è uno dei vari spartiacque nella carriera di Zappa, maturato dalla volontà di distaccarsi dal filone fusion di Waka/Jawaka si accosta ad una idea di musica che – in apparenza – è meno complessa di quella propinata finora.

Le sonorità tipiche della musica nera – tra il funky ed il pop soul – si insinuano nella struttura compositiva di Zappa rendendo orecchiabile ciò che prima era una trama di suoni strutturata capace di schiantare anche il più volenteroso degli ascoltatori.

Per i cori Frank inserisce la quota black ingaggiando Tina Turner e The Ikettes, con un salario pari a non più di 25 dollari a canzone per cantante “Volevo aggiungere dei cori ai pezzi, e il mio road manager propose: ‘Perché non usi le Ikettes?’ Gli chiesi: ‘Posso usarle davvero?’ e lui mi rispose di sì. Ma sapete dov’era il trucco? Ike Turner ci costrinse a pagare le ragazze non più di 25 dollari per canzone, perché era la paga che ricevevano da loro. Non importava quante ore ci mettessero a incidere un pezzo, non potevo pagarle più di 25 dollari a testa a canzone, compresa Tina.”

The Ikettes sono una presenza costante in Over-Nite Sensation e sbattono il timbro su una delle canzoni simbolo dell’intera discografia zappiana, quella Montana che racconta la brillante idea di business avuta da un uomo che decide di trasferirsi in Montana per avviare una coltivazione di filo interdentale e divenire un magnate del settore (il tutto traslato in un testo con un perfetto slang spensierato da uomo del ranch).

Montana ha delle variazioni vertiginose, soprattutto nella parte centrale, tant’è che Zappa ricorda “Una delle parti centrali di Montana era così difficile che le ragazze dovettero provarla per un paio di giorni. Solo una parte. […] Tina era così contenta di essere riuscita a cantare una cosa del genere che andò nello studio accanto, in cui stava lavorando Ike, e lo trascinò lì per fargli sentire il risultato del suo lavoro. Ike ascoltò il nastro e disse ‘Cos’è sta merda?’ e uscì”.

Ike è talmente stronzo da negare i credits a Tina e The Ikettes. In tutto questo, come non inserire un’ulteriore nota di gossip?

Celebri sono i casi di violenza domestica subiti da Tina negli anni della relazione con Ike, tanto da spingere lo stesso Frank a chiedersi come la loro storia possa essere durata così tanto tempo “La trattava in maniera orribile, ed era una ragazza davvero carina. Una domenica stavamo registrando lì. Lei non c’entrava con la registrazione, ma si presentò con un intero pentolone di stufato che aveva comprato per chi stava lavorando. Immagina la scena, dal nulla arriva Tina Turner con un cencio in testa e un pentolone di stufato. È stata davvero carina”.

Ora, siccome siam qui per Over-Nite Sensation e invece mi sono ritrovato a trapuntare i cazzi di Tina Turner a destra e a manca, consentitemi di tornare in carreggiata.

Per Over-Nite Sensation, Frank non si riduce al compitino e ci mette del suo, aggiungendo ad una struttura musicale più fruibile dei testi scandalosi per il bigottismo della società americano, talmente difficili da digerire da far passare in secondo piano i sottili attacchi al sistema politico.

Ne sono un esempio Dirty Love – descrizione di una relazione meramente sessuale tra una groupie ed il protagonista che non guarda in faccia nessuno pur di appagare la propria brama libidinosa (I don’t need your sweet devotion/I don’t want your cheap emotion) – e Dinah-Moe Humm – incentrata su una perversione di Zappa riguardante una donna che scommette 40 dollari sul fatto che Frank non riuscirà a placare le sue voglie (salvo poi scoprire che lei trae diletto nel vedere Zappa fottere la di lei sorella).

Insomma, canzoni abbastanza discinte negli argomenti che fungono da propulsore nelle vendite dell’album e assurgono Zappa al ruolo di provocatore.

Lo stentoreo – e a tratti tedioso – comportamento di Frank affonda le radici nella forte volontà di difendere il Primo emendamento della Costituzione statunitense (libertà d’espressione), basandosi su di un semplice ragionamento: perché l’orgasmo simulato da Jane Birkin in Je T’Aime (Moi Non Plus) o da Donna Summer in I Feel Love viene comunemente accettato, mentre canzoni come Dinah-Moe Humm e Dirty Love no?

In fondo l’animo progressista di Frank non ha mai guardato in faccia nessuno e la sua profonda indignazione ha scoperchiato un vaso di Pandora, con una battaglia decennale contro la censura ed il perbenismo radicato nello Zio Sam. Per questo il turpiloquio adoperato da Zappa ha avuto un ruolo fondamentale nella società americana, tanto da essere rappresentato nella copertina dell’album come lo slime che deborda dalla televisione.

I’m The Slime è una critica sociale molto sottile (con un giro di basso magnifico che ricorda Stevie Wonder e la Motown), nei confronti di una popolazione lobotomizzata dalla televisione, che accetta passivamente ogni singola sciocchezza propinata dal tubo catodico.

Il controllo attraverso i media è un argomento caro e stabile nella discografia di Frank (ad esempio in Apostrophe con Stink Foot). Se dovessimo proporre un parallelismo, paragono I’m The Slime ai The Simpson delle prime stagioni, dove la satira spadroneggia e affonda il coltello nel deficit d’attenzione che colpisce la popolazione americana (non è un caso che Matt Groening e Frank Zappa fossero legati da un genuino rapporto di amicizia e confronto).

La copertina del disco è illustrata da Dave McMacken, scena che ben rappresenta una distopia surreale alla Dalì, nel quale è possibile cogliere lo slime e lo stesso Zappa che fuoriescono dal televisore, oltre ad una serie di elementi disposti alla rinfusa – nella stanza di un motel – in un guazzabuglio grottesco che ben identifica ciò che l’ascoltatore dovrà ascoltare.

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The Rockets – The Rockets

The Rockets - The Rockets

Un albero affonda le proprie radici in profondità per essere il più stabile possibile nella propria crescita, tutti osserveranno il tronco, la corteccia, i rami e le foglie. Si resta così abbacinati dalla bellezza generale, dimenticandosi della base che regge la struttura, giudicata a volte brutta rispetto al resto.

Probabilmente in pochi conosceranno questo gruppo, che successivamente ha dato i natali ad una delle band d’accompagnamento più rinomate. A loro è stato dedicato un giusto tributo con un Requiem, come nelle migliori letterature, da colui che ne ha decretato la “morte artistica”.

Un unico album – difficile da reperire – ma con un cuore grande così e con delle potenzialità che  non faticano ad affiorare. I The Rockets di Danny Whitten non hanno nulla da invidiare a nessuno: non ci è dato sapere se e quanto sarebbero cresciuti, purtroppo o per fortuna, l’incontro con Neil Young e la decisione di rinominarli Crazy Horse, il successo di Everybody Knows This Is Nowhere hanno sancito la fine di questo piccolo complesso.

5.000 copie vendute – un lavoro praticamente passato sotto traccia – ma destino ha voluto che Nello entrasse in possesso di una di queste copie e diventasse fan della band, proponendo a Talbot, MolinaWhitten di continuare la loro avventura insieme, per creare qualcosa di unico. Il cavallo raggiunge l’alchimia perfetta con Nello, ma al tempo stesso dimenticare questo album sarebbe irrispettoso e delittuoso nei confronti di tutti i vecchi membri. Sarebbe come dimenticare le basi di gran parte della produzione musicale dello stesso Young, chiunque conosca a fondo il cantautore di Toronto, riesce a vedere oltre quello che compare in superficie, e sa bene dove affondano le sue radici.

Sicuramente Hole in My Pocket è la hit che spicca in un album abbastanza regolare, dimostra di avere un ritmo pop che non ha nulla da invidiare a band one-hit wonder decisamente (e sfortunatamente) più quotate. Si imprime nella testa di chiunque, è la tipica sigla da film scanzonato anni ’60, un po’ Rolling Stones un po’ Motown, da fischiettare durante la giornata e intonare allegramente.

Quanto rappresentato dai The Rockets è stato abbracciato in toto da Neil Young, dando il là ad una sinergia unica nel panorama musicale.

Il loro approccio fuori dagli schemi musicali, la furia del cavallo selvaggio indomabile – impossibile da imbrigliare – è diventato un marchio di fabbrica dei dischi marchiati Young-Horse, la brutalità di un sound capace di scatenare le fantasie degli ascoltatori per decadi.

Spero di aver invogliato voi lettori a scoprire qualcosa di più sulla figura di Danny Whitten e la sua magnifica voce, raccontando un po’ qua e là all’interno di Pillole piano piano sto raccontando anche la sua storia…

 

Sixto Rodriguez – Cold Fact

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Per la nostra rubrica: I casi disperati, sono lieto di presentare Cold Fact, opera prima di Sixto Rodriguez.

Sixto è una leggenda vivente, un caso analogo a Vashti Bunyan che lo porta a ricevere un successo inaspettato a quasi 30 anni dall’ultima pubblicazione discografica. Chiunque ci abbia collaborato o abbia condiviso con lui i primi passi nell’industria musicale, non riesce a spiegare come mai questi fossero anche gli ultimi – il suo è un flop totale, in quanto le composizione di Sixto dimostrano più mordente di tanti altri fenomeni fatui del tempo.

Giusto per far capire quanto Rodriguez avesse colpito i produttori all’epoca, ha avuto modo di registrare l’album con il supporto dei The Funk Brotherssessionmen della Motown che hanno suonato negli album di Marvin Gaye, The Supremes, Jakson 5, The Temptations e tanti altri.

Una manciata di copie vendute non determinano la caratura di un artista ed il tempo in molti casi è galantuomo, soprattutto con Sixto, dando una mano concreta a Rodriguez quando anche lui si era dimenticato di aver avuto un passato da musicista.

Succede che Cold Fact arrivi nello stesso anno di pubblicazione in Sud Africa. Qui – al contrario che negli States – si diffonde come se fosse un’epidemia tramite passaparola e copie piratate. Diventa l’idolo del movimento underground contro l’apartheid, invita alla ribellione la popolazione Sud Africana. La canzone Sugar Man, per i chiari riferimenti alla droga è stata bandita dalle radio e catalogata nell’archivio dei materiali censurati di Città del Capo. Oltre al divieto, la maggior parte dei vinili di Cold Fact sono stati danneggiati in corrispondenza della canzone di apertura dell’album (Sugar Man). Un altro aspetto dell’apartheid e della situazione sociale sudafricana, è l’impedimento verso le etichette discografiche nazionali di informarsi presso la Sussex (casa detentrice delle prestazioni di Rodriguez), in quanto il Sud Africa in quel periodo è stato tagliato completamente fuori dal mondo.

Quindi il nulla avvolge la figura di Sixto… come se non bastasse – ad alimentare la leggenda – vi era anche una certa confusione sulla proprietà delle composizioni, nell’etichetta appressa al vinile sono segnati due autori principali: Sixth Prince e Jesus Rodriguez. Inoltre con il passaggio alla Sussex, Sixto ha rinunciato al nome proprio per le pubblicazioni, tant’è che i suoi lavori presentano solo il cognome Rodriguez.

Vi sembrerà finita qui… eh no! In Sud Africa si era sparsa la voce della sua morte epica e grottesca avvenuta sul palco per via della scarsa attenzione del pubblico durante le sue esibizioni dal vivo, in due principali versioni: morto bruciato, sparato alla tempia.  Naturalmente fatte le dovute ricerche e una volta scoperto che Sixto era vivo, lo sgomento in tutto il Sud Africa è stato enorme. Un morto che torna in vita dopo più di 20 anni e presenta i suoi lavori dal vivo… surreale più di Dalì e Mirò.

L’album si è diffuso con discreto successo anche in Botswana, Rodhesia, Nuova Zelanda e Australia (soprattutto agli aboindigeni è piaciuto abbastanza) … insomma, signori mercati. La sfiga di Rodriguez è stata quella di non saperlo per quasi tre decadi, essere famosi senza esserne a conoscenza e non poterlo di conseguenza sbattere in faccia a nessuno… che amarezza. Nella sua Detroit e negli Stati Uniti rimane quasi un signor nessuno, continua a lavorare come operaio con l’umiltà che ha contraddistinto la sua vita nonostante sia considerato un cantastorie al pari di Bob Dylan. Attualmente non disdegna di fare dei tour in giro per il mondo.

Stevie Wonder – Songs In The Key Of Life

Stevie Wonder - Songs In The Key Of LifeCi sono dischi che segnano un’epoca, una intera generazione di musicisti e non. Ci sono dischi che restano sospesi nel tempo, segnando uno spartiacque e diventando immortali.

Songs In The Key Of Life ha fatto scuola tanto nella musica leggera, quanto nel soul, nel R&B, nel blues iscrivendo Stevie Wonder nell’olimpo della musica black e non solo, più di quanto i precedenti Talking Book, Innervision, Fulfillingness’ First Finale avessero contribuito a fare.

Come scritto poco sopra, Songs In The Key Of Life ha insegnato a tanti come si fa musica dal 1976 ad oggi – da Michael Jackson a Prince, da George Michael a Whitney Houston – ma al contempo dimostra di essere un sapiente lavoro di taglia e cuci da parte di Stevie che crea un compendio di tutta la musica nera in poco più di 85 minuti, dal soul al R&B, dal jazz fusion al funk, sino al rap.

Un doppio album che parla di relazioni e di amore in due dischi. Dischi che si avvalgono della collaborazione di oltre 130 musicisti, tra i quali spiccano Herbie Hancock e George Benson.

In Songs In The Key Of Life troviamo tante di quelle canzoni che non basterebbe un libro per raccontarle in modo esaustivo, perciò mi limiterò a scrivere di poche sfumature che hanno contribuito a creare la leggenda di questo album.

Come ad esempio Sir Duke, dedicata al compianto Duke Ellington (scomparso nel 1974) con riferimenti ad altri mostri sacri del Jazz:

“There’s Basie, Miller, Satchmo (ndr. Armstrong), and the king of all, Sir Duke (ndr. Ellington)

And with a voice like Ella‘s ringing out (ndr. Fitzgerald)

There’s no way the band can lose.”

La necessità di tributare un brano – per qualcuno di radicale ispirazione – è nella natura di Wonder, che fa lo stesso anche per Bob Marley (con Master Blaster) e Martin Luther King (con Happy Birthday). “Volevo dimostrare apprezzamento verso i musicisti che avevano fatto qualcosa per noi […] perciò sapevo il titolo della canzone sin dall’inizio”, dichiarerà in seguito Wonder.

As – che deve il titolo alla prima parola pronunciata nella canzone –  è un altro pezzo da 90 presente in Songs In The Key Of Life e si presta a 3 chiavi di lettura differenti:

1)   nel primo caso la canzone viene vista come una dichiarazione d’amore che un uomo rivolge alla propria metà;

2)   la seconda è una visione basata sull’amore universale da parte del cantante nei confronti di tutto il creato;

3)   la terza è una interpretazione spirituale nella quale vi è un Dio che si rivolge al proprio ascoltatore.

Pastime Paradise continua un po’ nel filone mistico tracciato da As grazie al coro degli Hare Krisna e al sintetizzatore che simula il suono degli archi, in pratica un pastiche di suoni – finto-sofisticati. Questa canzone fornisce – sia per tematiche che per sonorità – un modello al quale gran parte dei rapper si adatterà a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, talvolta scimmiottandolo altre con risultati egregi.

Eppure Songs in The Key Of Life ha rischiato di restare nella mente e nelle mani di Stevie, tant’è che – dopo aver raggiunto lo status di esponente musicale di riferimento della black music – la sua carriera stava per essere congelata, tutto quanto per votarsi al volontariato in Ghana. Il rinnovo contrattuale a tanti zeri con la Motown ha consentito a Mr. Fantastico di proseguire per la sua strada donando a tutti quanti un lavoro estremamente completo.