Nico – Desertshore

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Ci eravamo lasciati nel bel mezzo di una officiazione ed è così che ritroviamo Nico, solo che questa volta mi sono tutelato scrivendo l’articolo in piena giornata.

Nico partorisce quel che sarà Desertshore in quel di Positano (una relazione quella tra Nico e l’Italia che prende forma alla fine degli anni ‘50 quando Fellini la scelse per La Dolce Vita) un disco nel quale esplora ulteriormente le intuizioni di The Marble Index, per questo la struttura rimane la medesima: Nico, armonium, John Cale.

Il brano ad apertura del disco, Janitor Of Lunacy, è dedicato all’amante di un tempo Brian Jones, scarno nel testo e nell’arrangiamento, ma magnetico e dal forte impatto emotivo. Si prosegue in crescendo con The Falconer, l’armonium domina ancora il brano – con il tappeto musicale a ricordare una marcia funebre – e la voce di Nico interviene funesta e monocorde, fino all’avvento del pianoforte che da aria all’intero brano con una melodia quasi di speranza.

My Only Child si depriva di ogni strumento, basandosi sul canto a cappella di Nico – con sovraincisioni – che ricorda tanto Where Have All The Flowers Gone di Pete Seeger, così vicino ad un canto di chiesa da apparire sacro.

Le Petit Chevalier è interpretato dal figlio di Nico, Ari, nato dopo una relazione con Alain Delon e non riconosciuto dall’attore francese; al proprio figliolo Nico aveva già dedicato una canzone nel precedente The Marble Index, al contrario di quanto possa sembrare, Nico non può essere considerata una buona madre, difatti Ari col passare degli anni diventerà compagno di spade della madre condividendone la passione per le droghe. In Le Petit Chevalier, il canto del piccolo Ari è incerto come fosse guidato dalla madre, è possibile sentire dei profondi respironi decisamente inquietanti alzando il volume. Desertshore presenta delle sinusoidi, è fluttuante, ci sono perciò dei brani scuri molto simili tra di loro intervallati da dolci armonie, come per Afraid che anticipa la sacralità dei Popol Vuh nella semplicità di un piano e della viola.

Con Abschied si torna alle tonalità apocalittiche che trovano nella sezione d’archi un rafforzativo non indifferente e che come per Mutterlein – dove vengono aggiunte le trombe – il cantato in tedesco aiuta ad angosciarci ancora di più e prepara al caos metodico della stupenda All That Is My Own di memoria newyorkese, molto vicina ai Velvet Underground e al Tim Buckley di Goodbye And Hello.

Il brano finale assume una dimensione profetica, così come il ruolo che si ritaglia Nico – con ancora più forza rispetto al precedente disco – quello dell’interprete delle oscurità del mondo, che sacrifica la bellezza del mondo di plastica dal quale proviene per vestire le brutture del mondo. Al contrario della deriva gotica che prenderà piede a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80, Nico ci canta le oscurità che si celano dietro ogni angolo del mondo più che quelle interiori.

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Neu! – Neu!

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Il divertimento è nel cercare punti in comune e divergenti tra i protagonisti della Kosmische Music. Il 1972 è l’anno di Ege Bamyasi, Irrlicht, Hosianna Mantra, Zeit, Cluster II, cos’hanno in comune? Il mio intento è complicare ulteriormente il gioco mettendo il carico con uno dei pezzi da 90.

Il processo che porta alla formazione dei Neu! è simile a quello della riforma luterana, una scissione interna in seno ai Kraftwerk porta alla creazione dei Neu! da parte di Dinger e Rother. Le differenze tra Kraftwerk e Neu! sono marcate, Dinger e Rhoter percepiscono una mancanza di visione. I Neu! in ottica internazionale pagano dazio ottenendo un impatto maggiore nelle decadi successive dopo la riscoperta da parte di critici e pubblico negli anni a venire. La divergenza ce la spiega Dinger – più assoluto nella filosofia che contraddistingue il progetto rispetto a Rother:

“è una protesta contro il consumismo e contro i nostri colleghi del krautrock che hanno uno stile ed un gusto differente. All’epoca seguivo molto l’arte contemporanea, la Pop-Art ed Andy Warhol. Sono sempre stato molto visivo nel mio pensiero. Perciò durante questo periodo – per mantenere lo spazio nel quale vivevo (una comune) – ho fondato un’agenzia pubblicitaria unicamente per annunci cartacei. La maggiorparte delle persone con le quali vivevo cercarono di irrompere nel mercato pubblicitario (scippandomi le commissioni), quindi ero circondato da questi novellini (Neu!) per tutto il tempo”

Rispetto ai contemporanei del 1972, le composizioni hanno una durata media inferiore e offrono una naturalezza desueta oltre che un ventaglio molto più ampio di sonorità e di paesaggi musicali. La versatilità che dimostrano nell’elettronica li erge a ruolo di padrini dell’elettronica pop e dell’industrial. Tratto distintivo è il beat endlose gerade, anche conosciuto come Motorik – un tempo 4/4 poi riproposto in Autobahn dai Kraftwerk – che da il senso del movimento e che ha ispirato tutte le band a venire (Sonic Youth, Radiohead su tutti).

I Neu! sono la novità, il sound è simile a quello dei Kraftwerk – progetto al quale hanno contribuito attivamente – sicuramente l’opera prima può essere considerato come prodroma di Autobahn. Alle sonorità del disco ha messo a disposizione la propria professionalità Konrad Plank – collaboratore di Rother e Dinger durante la militanza nei Kraftwerk – che ha annoverato nei propri studi anche Brian Eno – con Before And After Science – e Devo – per Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!.

Tangerine Dream – Zeit

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Edgar Froese – con l’uscita di Klaus Schulze – assume il controllo totale sui Tangerine Dream proseguendo sul sentiero tracciato in passato, quello che guida i Tangerine al titolo di gruppo kosmische musik per eccellenza. Con Baumann e Franke compone la nuova formazione dei Tangerine Dream, quella più “longeva” (6 anni all’incirca).

Nel vero senso del termine, possono essere catalogati come i massimi esponenti ed esecutori della musica cosmica, etimologicamente parlando. Questo li rende meno accattivanti ed a tratti più annoianti rispetto agli altri gruppi coevi e del movimento, ma ogni tanto non fa male ascoltarli nonostante siano prolissi e ridondanti. I Kraftwerk si lamentarono per la scelta da parte di Froese del nome in inglese, sostenendo che un gruppo tedesco non avrebbe dovuto dimenticare le proprie origini mantenendo un’identità culturale (questo discorso è un filino nazionalista).

In Zeit i Tangerine Dream abbandonano gli strumenti classici (fatta eccezione per gli archi di Birth Of Liquid Plejades) e danno vita ad un album eterogeneo, dimostrandosi estremi in questa scelta “cosmica” di molto affine alle composizioni di Karlheinz Stockhausen. I riverberi magnetici – garantiti anche dal Moog di Florian Fricke nel brano di apertura del disco – proiettano l’ascoltatore in un galleggiamento spaziale, nello Zeit (tempo) dove il tempo stesso non esiste realmente, ma solo nelle convenzioni sociali e nelle nostre menti. E’ una visione nichilista nel quale il mio Io è l’intero dell’esistente, l’assoluto è pari al niente ed il niente è annullamento del nulla. Il tempo totalizzante annulla il concetto di tempo stesso. In parole povere – evitando di inciampare ulteriormente in campi non di mia competenza – è come quando la professoressa ti tira le orecchie perché sottolineando ogni singola riga di una pagina del testo da studiare era come non aver sottolineato nulla.

Se il mattoncino di una sfumatura di ambient viene posto dai Popol Vuh con Hosianna Mantra, possiamo tranquillamente affermare che le fondamenta sono state scavate dai Tangerine Dream. La classica e la contemporanea ispirano in maniera consistente le armonie di Froese e soci che spingono il suono verso derive minimali, mano a mano che il disco si avvicina al termine, le composizioni si spogliano delle loro sovrastruttura diventando sempre più essenziali, come è il cosmo, essenziale nella sua complessità, assente nella sua presenza.

Can – Ege Bamyasi

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Il gombo è una verdura che ho avuto modo di mangiare a mia insaputa durante un viaggio in Asia, viene spacciato per un cibo afrodisiaco, personalmente pensavo fosse una pianta grassa. Ha un gusto strano, tipo peperone crudo… Vabè, fatto sta che si parla di gombo perché Ege Bamyasi è la traduzione in turco di Gombo dell’Egeo. E’ come se io chiamassi un disco Pomodori San Marzano o chessò, Radicchio Trevigiano. Un calembour che gioca col nome della band Can (barattolo in inglese) e il barattolo di gombo che indica il legame con la musica tradizionale da parte dei componenti del gruppo.

La scatoletta con i gombo me fa salire il male di vivere, mi ricorda quei cibi puzzosi che i tedeschi si mangiano in campeggio a qualsiasi ora in qualsiasi condizione mentre il conato sale e fino ad esprimersi in un leggiadro rutto di disprezzo (non ho niente contro i tedeschi, ma quando aprono quelle mega-lattine uscite direttamente dal progetto Dharma, appena mi sono svegliato, resto confuso per tutta la mattinata).

Come avrete intuito, continua il viaggio nella Kosmische Music con un altro gruppo di riferimento di questo panorama musicale. I Can offrono un’altra faccia di questo movimento, mostrandoci un tipo di musica diverso da Kraftwerk, Schulze e Popol Vuh. In questo disco dimostrano di capire quando una persona è malata di scorbuto (carenza di vitamina C), mi auguro solo che la loro cura non preveda la somministrazione di verdure in latta di dubbia provenienza :/

Le origini del disco: i Can fanno il botto con Spoon, come singolo vende 300.000 copie.

Risultato: i Can usano gli introiti di Spoon per affittare un cinema, per registrare e viverci.

Le cose non vanno mica lisce come l’olio, difatti Suzuki e Schmidt preferivano spendere intere giornate a sfidarsi a scacchi; lavorare al disco diventava perciò una procedura sempre più convulsa tanto da costringere i Can a registrare tutto in presa diretta, aggiungendo successivamente Spoon – a chiusura del disco – come riempitivo per far fronte alla penuria di materiale. La peculiarità di Spoon è nella realizzazione mediante una drum machine in aggiunta ad una batteria live.

Nonostante tutte queste premesse, il successo di Ege Bamyasi è superiore a quello di Tago Mago e viene considerato – alla stregua del predecessore – una colonna portante della discografia dei Can. Geoff Barrow lo mette nella sua personale classifica dei dischi preferiti, mentre Thurstone Moore ne comprò una compia a 49 cents incuriosito dalla copertina e senza sapere chi fossero i Can – consumandolo nei giorni successivi – trovando nel contenuto del disco qualcosa di totalmente diverso da quanto fosse stato concepito sino ad allora.

Oltre Spoon al quale si deve il successo crescente dei Can, sarebbe sacrilego non nominare Vitamin C che è senza ombra di dubbio il pezzo pop per eccellenza del disco, dove il ritmo tribale delle percussione assieme al ritornello strillato da Damo Suzuki rende impossibile da dimenticare la canzone. Che oltretutto è stata adoperata da Paul Thomas Anderson all’interno del film Inherent Vice.

Popol Vuh – Hosianna Mantra

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L’ascesa della kosmische musik coincide con una riscoperta della spiritualità orientale (e non) da gran parte dei principali interpreti del movimento. Curioso è il caso dei Popol Vuh con Hosianna Mantra, un album coevo ad Irrlicht.

Schulze per necessità si affida ad una ensamble classica e a strumenti danneggiati ma acustici, spianando il terreno ad un futuro uso consistente dell’elettronica in Cyborg; al contrario i Popol Vuh tornando alle origine acustiche lasciano l’elettronica – e lo fanno per poter esprimere al meglio la sacralità della musica – toccando vette sin lì nemmeno sfiorate da altri, stabilendo uno dei punti più alti della storia musicale.

L’uno appartiene al tutto ed il tutto è il cosmo, siamo ciò che ci circonda, siamo la diversità, yin e yang, questo è l’Hosianna Mantra. Hosianna Mantra è la visione che unisce due parole mistiche ed estreme, provenienti da culture millenarie diametralmente opposte, ma che secondo Fricke hanno in comune la voglia di parlare direttamente al cuore. Si evidenzia la devozione che viene applicata ai concetti di Osanna e Mantra, il credere nell’Ascensione al cielo del Cristo e la preghiera del mantra – un pensiero positivo ripetuto allo sfinimento nella cieca credenza che si realizzi (un po’ come Renato Pozzetto in Da Grande quando ripete “Voglio diventare grande, voglio diventare grande, voglio diventare grande”).

Una sacralità esaltata dall’assenza di percussioni e dalla voce celestiale di Djong Yun, dal piano di Fricke e dal tamboura suonato da Wiese, compiendo la perfetta sintesi tra occidente ed oriente. Una sacralità espressa anche dai titoli dei brani, soprattutto:

Kyrie (il Kyrie Eleyson della liturgia Cristiana)

Hosianna Mantra (di questo abbiamo già discusso sopra)

Abschied (addio)

Segnung (benedizione)

Andacht (preghiera)

Siamo dinanzi a musica sacra, non nell’accezione dei Requiem, dei canti gregoriani o di Symbolum77 (ovverò nell’accezione puramente Cattolica), bensì nella totalità, nell’assenza di esclusione. Hosianna Mantra è il tentativo di trascendere le barriere culturali e la fede per affrontare un discorso più ampio, un approccio alla kosmische musik molto aperto; i Popol Vuh non flirtano più con l’ossessione – che possiamo sentire a tratti anche in Schulze – questo è un richiamo di amore totale, è musica liquida che pone un altro mattoncino per l’ambient e le fondamenta per quella che sarà denominata new-age.