Neu! – Neu!

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Il divertimento è nel cercare punti in comune e divergenti tra i protagonisti della Kosmische Music. Il 1972 è l’anno di Ege Bamyasi, Irrlicht, Hosianna Mantra, Zeit, Cluster II, cos’hanno in comune? Il mio intento è complicare ulteriormente il gioco mettendo il carico con uno dei pezzi da 90.

Il processo che porta alla formazione dei Neu! è simile a quello della riforma luterana, una scissione interna in seno ai Kraftwerk porta alla creazione dei Neu! da parte di Dinger e Rother. Le differenze tra Kraftwerk e Neu! sono marcate, Dinger e Rhoter percepiscono una mancanza di visione. I Neu! in ottica internazionale pagano dazio ottenendo un impatto maggiore nelle decadi successive dopo la riscoperta da parte di critici e pubblico negli anni a venire. La divergenza ce la spiega Dinger – più assoluto nella filosofia che contraddistingue il progetto rispetto a Rother:

“è una protesta contro il consumismo e contro i nostri colleghi del krautrock che hanno uno stile ed un gusto differente. All’epoca seguivo molto l’arte contemporanea, la Pop-Art ed Andy Warhol. Sono sempre stato molto visivo nel mio pensiero. Perciò durante questo periodo – per mantenere lo spazio nel quale vivevo (una comune) – ho fondato un’agenzia pubblicitaria unicamente per annunci cartacei. La maggiorparte delle persone con le quali vivevo cercarono di irrompere nel mercato pubblicitario (scippandomi le commissioni), quindi ero circondato da questi novellini (Neu!) per tutto il tempo”

Rispetto ai contemporanei del 1972, le composizioni hanno una durata media inferiore e offrono una naturalezza desueta oltre che un ventaglio molto più ampio di sonorità e di paesaggi musicali. La versatilità che dimostrano nell’elettronica li erge a ruolo di padrini dell’elettronica pop e dell’industrial. Tratto distintivo è il beat endlose gerade, anche conosciuto come Motorik – un tempo 4/4 poi riproposto in Autobahn dai Kraftwerk – che da il senso del movimento e che ha ispirato tutte le band a venire (Sonic Youth, Radiohead su tutti).

I Neu! sono la novità, il sound è simile a quello dei Kraftwerk – progetto al quale hanno contribuito attivamente – sicuramente l’opera prima può essere considerato come prodroma di Autobahn. Alle sonorità del disco ha messo a disposizione la propria professionalità Konrad Plank – collaboratore di Rother e Dinger durante la militanza nei Kraftwerk – che ha annoverato nei propri studi anche Brian Eno – con Before And After Science – e Devo – per Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!.

Tangerine Dream – Zeit

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Edgar Froese – con l’uscita di Klaus Schulze – assume il controllo totale sui Tangerine Dream proseguendo sul sentiero tracciato in passato, quello che guida i Tangerine al titolo di gruppo kosmische musik per eccellenza. Con Baumann e Franke compone la nuova formazione dei Tangerine Dream, quella più “longeva” (6 anni all’incirca).

Nel vero senso del termine, possono essere catalogati come i massimi esponenti ed esecutori della musica cosmica, etimologicamente parlando. Questo li rende meno accattivanti ed a tratti più annoianti rispetto agli altri gruppi coevi e del movimento, ma ogni tanto non fa male ascoltarli nonostante siano prolissi e ridondanti. I Kraftwerk si lamentarono per la scelta da parte di Froese del nome in inglese, sostenendo che un gruppo tedesco non avrebbe dovuto dimenticare le proprie origini mantenendo un’identità culturale (questo discorso è un filino nazionalista).

In Zeit i Tangerine Dream abbandonano gli strumenti classici (fatta eccezione per gli archi di Birth Of Liquid Plejades) e danno vita ad un album eterogeneo, dimostrandosi estremi in questa scelta “cosmica” di molto affine alle composizioni di Karlheinz Stockhausen. I riverberi magnetici – garantiti anche dal Moog di Florian Fricke nel brano di apertura del disco – proiettano l’ascoltatore in un galleggiamento spaziale, nello Zeit (tempo) dove il tempo stesso non esiste realmente, ma solo nelle convenzioni sociali e nelle nostre menti. E’ una visione nichilista nel quale il mio Io è l’intero dell’esistente, l’assoluto è pari al niente ed il niente è annullamento del nulla. Il tempo totalizzante annulla il concetto di tempo stesso. In parole povere – evitando di inciampare ulteriormente in campi non di mia competenza – è come quando la professoressa ti tira le orecchie perché sottolineando ogni singola riga di una pagina del testo da studiare era come non aver sottolineato nulla.

Se il mattoncino di una sfumatura di ambient viene posto dai Popol Vuh con Hosianna Mantra, possiamo tranquillamente affermare che le fondamenta sono state scavate dai Tangerine Dream. La classica e la contemporanea ispirano in maniera consistente le armonie di Froese e soci che spingono il suono verso derive minimali, mano a mano che il disco si avvicina al termine, le composizioni si spogliano delle loro sovrastruttura diventando sempre più essenziali, come è il cosmo, essenziale nella sua complessità, assente nella sua presenza.

Can – Ege Bamyasi

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Il gombo è una verdura che ho avuto modo di mangiare a mia insaputa durante un viaggio in Asia, viene spacciato per un cibo afrodisiaco, personalmente pensavo fosse una pianta grassa. Ha un gusto strano, tipo peperone crudo… Vabè, fatto sta che si parla di gombo perché Ege Bamyasi è la traduzione in turco di Gombo dell’Egeo. E’ come se io chiamassi un disco Pomodori San Marzano o chessò, Radicchio Trevigiano. Un calembour che gioca col nome della band Can (barattolo in inglese) e il barattolo di gombo che indica il legame con la musica tradizionale da parte dei componenti del gruppo.

La scatoletta con i gombo me fa salire il male di vivere, mi ricorda quei cibi puzzosi che i tedeschi si mangiano in campeggio a qualsiasi ora in qualsiasi condizione mentre il conato sale e fino ad esprimersi in un leggiadro rutto di disprezzo (non ho niente contro i tedeschi, ma quando aprono quelle mega-lattine uscite direttamente dal progetto Dharma, appena mi sono svegliato, resto confuso per tutta la mattinata).

Come avrete intuito, continua il viaggio nella Kosmische Music con un altro gruppo di riferimento di questo panorama musicale. I Can offrono un’altra faccia di questo movimento, mostrandoci un tipo di musica diverso da Kraftwerk, Schulze e Popol Vuh. In questo disco dimostrano di capire quando una persona è malata di scorbuto (carenza di vitamina C), mi auguro solo che la loro cura non preveda la somministrazione di verdure in latta di dubbia provenienza :/

Le origini del disco: i Can fanno il botto con Spoon, come singolo vende 300.000 copie.

Risultato: i Can usano gli introiti di Spoon per affittare un cinema, per registrare e viverci.

Le cose non vanno mica lisce come l’olio, difatti Suzuki e Schmidt preferivano spendere intere giornate a sfidarsi a scacchi; lavorare al disco diventava perciò una procedura sempre più convulsa tanto da costringere i Can a registrare tutto in presa diretta, aggiungendo successivamente Spoon – a chiusura del disco – come riempitivo per far fronte alla penuria di materiale. La peculiarità di Spoon è nella realizzazione mediante una drum machine in aggiunta ad una batteria live.

Nonostante tutte queste premesse, il successo di Ege Bamyasi è superiore a quello di Tago Mago e viene considerato – alla stregua del predecessore – una colonna portante della discografia dei Can. Geoff Barrow lo mette nella sua personale classifica dei dischi preferiti, mentre Thurstone Moore ne comprò una compia a 49 cents incuriosito dalla copertina e senza sapere chi fossero i Can – consumandolo nei giorni successivi – trovando nel contenuto del disco qualcosa di totalmente diverso da quanto fosse stato concepito sino ad allora.

Oltre Spoon al quale si deve il successo crescente dei Can, sarebbe sacrilego non nominare Vitamin C che è senza ombra di dubbio il pezzo pop per eccellenza del disco, dove il ritmo tribale delle percussione assieme al ritornello strillato da Damo Suzuki rende impossibile da dimenticare la canzone. Che oltretutto è stata adoperata da Paul Thomas Anderson all’interno del film Inherent Vice.

Popol Vuh – Hosianna Mantra

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L’ascesa della kosmische musik coincide con una riscoperta della spiritualità orientale (e non) da gran parte dei principali interpreti del movimento. Curioso è il caso dei Popol Vuh con Hosianna Mantra, un album coevo ad Irrlicht.

Schulze per necessità si affida ad una ensamble classica e a strumenti danneggiati ma acustici, spianando il terreno ad un futuro uso consistente dell’elettronica in Cyborg; al contrario i Popol Vuh tornando alle origine acustiche lasciano l’elettronica – e lo fanno per poter esprimere al meglio la sacralità della musica – toccando vette sin lì nemmeno sfiorate da altri, stabilendo uno dei punti più alti della storia musicale.

L’uno appartiene al tutto ed il tutto è il cosmo, siamo ciò che ci circonda, siamo la diversità, yin e yang, questo è l’Hosianna Mantra. Hosianna Mantra è la visione che unisce due parole mistiche ed estreme, provenienti da culture millenarie diametralmente opposte, ma che secondo Fricke hanno in comune la voglia di parlare direttamente al cuore. Si evidenzia la devozione che viene applicata ai concetti di Osanna e Mantra, il credere nell’Ascensione al cielo del Cristo e la preghiera del mantra – un pensiero positivo ripetuto allo sfinimento nella cieca credenza che si realizzi (un po’ come Renato Pozzetto in Da Grande quando ripete “Voglio diventare grande, voglio diventare grande, voglio diventare grande”).

Una sacralità esaltata dall’assenza di percussioni e dalla voce celestiale di Djong Yun, dal piano di Fricke e dal tamboura suonato da Wiese, compiendo la perfetta sintesi tra occidente ed oriente. Una sacralità espressa anche dai titoli dei brani, soprattutto:

Kyrie (il Kyrie Eleyson della liturgia Cristiana)

Hosianna Mantra (di questo abbiamo già discusso sopra)

Abschied (addio)

Segnung (benedizione)

Andacht (preghiera)

Siamo dinanzi a musica sacra, non nell’accezione dei Requiem, dei canti gregoriani o di Symbolum77 (ovverò nell’accezione puramente Cattolica), bensì nella totalità, nell’assenza di esclusione. Hosianna Mantra è il tentativo di trascendere le barriere culturali e la fede per affrontare un discorso più ampio, un approccio alla kosmische musik molto aperto; i Popol Vuh non flirtano più con l’ossessione – che possiamo sentire a tratti anche in Schulze – questo è un richiamo di amore totale, è musica liquida che pone un altro mattoncino per l’ambient e le fondamenta per quella che sarà denominata new-age.

Klaus Schulze – Irrlicht

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Ci hanno provato oltremanica e dall’altra parte dell’oceano a ridimensionare la musica tedesca, seppur inconsapevolmente, con quel nomignolo “kraut” – ad indicare la provenienza – accanto al suffisso “rock“, pronto ad inglobare come uno slime qualsiasi produzione provenisse dalla Germania.

Uno scherno che molte personalità tedesche si sono legate al dito, anche perché il termine coniato ad hoc per indicare il movimento tedesco è Kosmische Musik (intuibilmente musica cosmica) la cui punta di diamante è indiscutibilmente Irrlicht, capolavoro firmato da Klauss Schulze ex-membro dei Tangerine Dream.

Fortunatamente, dopo aver mollato quest’ultimi, il contratto con la casa discografica della band – la Ohr – è ancora in essere e questo rapporto consente a Schulze di pubblicare un album d’avanguardia spinta, decisamente difficile da accettare per ogni altra etichetta.

La Ohr sostiene che, il contratto, essendo stato firmato durante la militanza nei Tangerine Dream, li rende naturali detentori dei diritti sul prossimo disco in pubblicazione. Situazione, al contrario di quanto si possa pensare, accolta con grande piacere da Schulz “ero felice che il disco fosse uscito. Qualsiasi altra etichetta mi avrebbe mandato via ascoltando un lavoro del genere”.

Irrlicht significa fuoco fatuo e come tale appare all’ascolto, flebile, tenue ma distinguibile con uno sforzo iniziale. Mano a mano c’è una evoluzione nella struttura, una sorta di crescita esponenziale, un muro che assorbe i suoni e li restituisce con intensità sempre più elevata.

Il primo movimento – Satz Ebene (normale) – si evolve su un tempo dilatatissimo trasformandosi da compagnia ad una presenza ingombrante, caotica e aggressiva. Dal suono del cosmo si cade in una trance scandita da ritmi martellanti. Satz Gewitter (temporale) comincia con un fragoroso botto – a indicare l’inizio della perturbazione – per addolcirsi e avvicinarsi al concetto di musica ambientale che ritroviamo nel terzo movimento Satz Exil Sils Maria. La piacevolezza di sentirsi cullati dalle onde cosmiche che come un rumore bianco distruggono ogni scoria nervosa in chi lo ascolta. Si suppone che quest’ultima composizione fosse ispirata alle vacanze che solitamente Nietzsche maturava a Sils Maria (un’ulteriore prova a rafforzare la tesi di quanto racconta Karl Bartos riguardo l’origine del sound tedesco e kosmische).

Questo capolavoro di Klaus Schultze concettualmente parlando è vicino alla kosmische musik, in termini esecutivi meno. “Non ero in possesso di sintetizzatori all’epoca. Perciò lo trovo più affine alla musica concreta”, il disco è stato registrato con: un organo danneggiato; un’orchestra le cui tracce sono state poi manipolate al contrario – e rese impercettibili – in studio; utilizzando un amplificatore danneggiato per rendere il suono finale ancora più artefatto.

Poche sono le parole che voglio spendere ulteriormente per Irrlicht, come poche sono quelle che ho usato, giusto perché è uno di quei dischi che aiuta a ripristinare una connessione con la propria immaginazione, spingendo a ricreare mentalmente una relazione diretta tra musica, mente e corpo. Accade sicuramente se l’ascolto non avviene in maniera distratta; sarà piacevole poi perdersi completamente in Irrlicht.

Kraftwerk – Trans Europe Express

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Il 25 marzo del 1957 i sei principali paesi dell’Europa danno vita alla Comunità Economica Europea – fulcro dell’odierna Unione Europea. L’accordo prevedeva un sodalizio economico per garantire un maggiore flusso di capitali, l’incremento dei servizi e il potenziamento dell’agricoltura, del commercio nonché dei trasporti.

Al fine di ottemperare l’ultimo punto elencato, viene creata la Trans Europe Express, un servizio ferroviario capace di collegare l’Europa in lungo e in largo.

In questa breve lezione di storia (utile a elargire informazioni ai meno interessati sui pilastri della nostra Unione Europea) ci sono due argomenti molto cari ai Kraftwerk: l’Europa e il moto inteso come viaggio – concetti quanto mai attuali – terreno fertile per poter far attecchire l’elettronica e trasformarla definitivamente in pop.

Perché l’Europa? Autobahn è stato un disco percepito – dai critici anglofoni – come una esaltazione del regime nazista, difatti l’autostrada a cui si riferisce (A 555Autobahn è stata costruita a cavallo degli anni ’20 e ’30 e rientra nelle grandi opere volute dal regime nazionalsocialista. La volontà forte è quella di volgere lo sguardo in avanti, svincolandosi dalla radice tedesca e muovendosi verso la nuova realtà, quella dimensione europea comunemente e popolarmente apprezzata.

I Kraftwerk sono la semplificazione dei Neu!, dei Tangerine Dream, di Klaus Schulze, dei Cluster e di tutta la Kosmische Musik. Trans Europe Express è il padre degli Ultravox e dei Depeche Mode per intenderci.

La struttura del disco è concentrica ed infinita, sospesa e fuori dal tempo (“life is timeless”), Europe Endless esalta le radici (“Elegance and decadence”) e la visione di un Europa progressista (“Parks, hotels and palaces, promenades and avenues”). L’apertura del disco si connette alla chiusura di Franz Schubert e Endless Endless, una suite che ripropone lo stesso pattern musicale ma in tonalità più bassa.

Il secondo cerchio comincia con l’impassibile cantilena della title-track che sovrapponendosi alla base ritmica ricrea una struttura simile ad Autobahn; il pitch deforma la base e la batteria elettronica si esalta nel suo incedere cadenzato.

Trans Europe Express prosegue nella strumentale Metal on Metal – che evoca l’andamento di un treno sulle rotaie europee – sfociando in Abzug e termina la suite con il ritornello “Trans Europe Express” che prosegue ad libitum come un mantra.

Si parla di treni e l’omaggio a Station to Station è quasi scontato; a dire il vero è il culmine di una ispirazione reciproca tra i Kraftwerk e Bowie – quest’ultimo è stato capace di cogliere nel brano Station to Station i loop tipici dei crucchi, il loro sound apparentemente asettico (affinato poi in Low ed Heroes) e una ripetizione esasperata di ritornelli che espandono la concezione della durata del brano.

Schneider (alla quale è stata dedicata V2-Schneider in Heroes) e Hütter, incontrano Bowie e Iggy durante il loro soggiorno tedesco, e si dimostrano fortemente affascinati da The Idiot, in particolar modo Hütter grande fan di Pop e degli Stooges.

In questa sequenza concentrica, The Hall Of Mirrors e Showroom Dummies sembrano quasi appartenere ad un altro disco, anche se concettualmente sempre minimali e accattivanti. “Siamo dell’idea che se si può fare con una o due note è meglio che suonarne un centinaio”, diciamo che Hütter è abbastanza chiaro sul concetto di sintesi.

Showroom Dummies è il brano che più di Hall Of Mirrors pone l’ascoltatore dinnanzi all’eterna lotta tra realtà e apparenza, così come viene evidenziato dalla cover del disco dove i 4 Kraftwerk appaiono come manichini. Showroom Dummies è anche una simpatica parodia dei Ramones, con il countdown tipico della punkband dei parrucconi ma in tedesco “Eins, Zwei, Drei, Vier” – ed un’enfasi stile XX Pastsezd nella cover di Se Una Regola C’è di Nek .