T.Rex – Electric Warrior

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Marc Feld conosciuto dai più come Marc Bolan è stato forse l’elemento di maggior spicco del glam Rock: carismatico, dandy, teatrale, eccellente chitarrista dalla folta chioma (caratteristica fondamentale per essere considerato un chitarrista a quei tempi) e dal trucco pesante.

Purtroppo la sua discografia e la sua icona non sono abbastanza conosciuti e diffusi da noi, ma merita sicuramente di essere annoverato tra i più prolifici e interessanti musicisti degli anni ’70. Nella sua musica e nelle sue performance hanno un elevato ascendente Elvis, Syd Barrett e Ravi Shankar; queste influenze sono facilmente individuabili in tutta la sua discografia e nel suo modo di essere. Nella figura ricorda molto Frank-N-Furter e fa dell’ambiguità un marchio di fabbrica, con il quale ha ispirato uno dei vari aspetti di Ziggy Stardust.

“Non avremmo potuto far nulla senza Marc Bolan. Il piccolo discolo che ci ha spalancato le porte.”

Le porte sono quelle del glam – della dissolutezza – e Bowie ce lo presenta in questo modo, un’amicizia la loro nata a fine anni ’60. David non ha mai nascosto di vedere in Bolan uno dei suoi principali ispiratori. Celebre è il duetto improvvisato al Marc Show nel 1977, poche settimane prima della morte di Bolan. Sconvolto dal tragico evento occorso al suo amico, Bowie istituirà poi un fondo per il figlio Rolan.

Tornando al nostro discorso, Electric Warrior è glam puro, in brani come Mambo Sun, Jeepster, Get It On, Life’s A Gas ci sono tutti i canoni classici del genere: riff di chitarra boogie, voce sensuale e distorta, cori in falsetto. Il mitico Tony Visconti – produttore di tutti gli album dei T.Rex – ci descrive Bolan dandoci la dimensione effettiva di chi fosse:

“Ciò che ho visto in lui era talento grezzo. Ho visto il genio.[…] Non era propriamente un hippy. Non prendeva droghe allucinogene, ma sicuramente recitava la parte, lo aveva capito. Era sensibile e poetico.”

Il brano più celebre estratto da questo disco è sicuramente Get It On, uno dei più importanti successi commerciali dei T.Rex, la prima curiosità legata a questa canzone risiede nel fatto che per il mercato statunitense è stata apportata una modifica al titolo trasformandola in Bang a Gong (Get in On) per una questione prettamente di marketing, onde evitare la confusione con un brano omonimo dei Chase.

E’ una canzone che nasce dal tentativo di imitare ed omaggiare il brano Little Queenie di Chuck Berry (il riff di chitarra è molto simile anche se rallentato, ma questo giro è tipico nel glam e lo ritroviamo ad esempio anche in alcuni album di Bowie e dei Queen).

Per quanto riguarda invece la chiusura glissata con il pianoforte, è stata eseguita da Rick Wakeman – successivamente tastierista degli Yes e di altri gruppi, all’epoca alla disperata ricerca di soldi per il pagamento dell’affitto – per la modica cifra di 9 sterline. Durante un’apparizione promozionale a Top of the Tops nel 1971 – in playback Elton John mimò questa parte di piano finale generando molta confusione negli ascoltatori, convinti che uno dei parrucchini più celebri della storia fosse diventato parte dei T.Rex.

“Credo fermamente che Get It On sia una delle cose migliori che abbia mai fatto e le uniche critiche che posso accettare sono ‘Beh è fuori tono o la chitarra è una merda’. Ok, ma so che non è così.”

Marc Bolan aveva le idee chiare riguardo la sua musica e il suo modo di essere ed era in grado di mettere in riga i critici con poche parole “Electric Warrior può sembrare semplice in superficie, ma ha tantissimi piccoli significati nascosti se solo qualcuno volesse andare poco più a fondo.”

Non è un album che può passare inosservato, è stranamente soft per essere un album glam, nonostante gli eccessi che si porta dietro per sua natura. Ma Electric Warrior è l’anima di Marc Bolan: poetico, delicato e spigoloso… i due brani finali riassumono in appena 6 minuti tutto il disco con la dolcezza di Life’s A Gas e la frenesia di Rip Off (con il grande sax di Ian MacDonald – ex King Crimson – a dominarla); insomma è un disco che po esse piuma o po esse ferro. Da avere.

P.S. L’artwork è frutto dell’estro del gruppo Hipgnosis, lo studio di Thorgerson, già autore di punta delle copertine dei Pink Floyd e non solo.

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Syd Barrett – Barrett

Syd Barrett - Barrett

C’era una volta, tanto tempo fa, in un’epoca lontana lontana gente capace di comporre, scrivere e produrre musica di alto livello schioccando le dita… No! Non è l’introduzione di Star Wars e non sto parlando di fantascienza, è accaduto veramente. Gruppi e artisti in grado di pubblicare più di un album entro un anno… album di livello eccelso. Com’è possibile spiegare questo periodo di Eldorado musicale? Lo approfondiremo magari fra qualche tempo.

Syd Barrett ad esempio dopo aver pubblicato nel Febbraio del 1970 The Madcap Laughs – e dopo averlo promosso solamente con una canzone durante una trasmissione radiofonica – torna a lavorare dopo una manciata di giorni al suo secondo album solista: Barrett. Il disco arriva per merito di David Gilmour che – avendo trovato l’interpretazione dello show radiofonico esaltante – decide di scommettere ancora su di lui e produrlo assieme a Richard Wright. Il secondo disco non è riuscito a raggiungere lo stesso livello di vendite del suo predecessore, ma nei contenuti non ha nulla da invidiargli, risultando a tratti leggermente superiore.

Come per il primo lavoro ci troviamo di fronte ad una psichedelia incalzante e ossessiva,  continui scioglilingua si intrecciano a filastrocche non-sense ispirate dalle opere di Edward Lear, il tutto però concretizzato dalla presenza dei due membri Pink Floydiani alla produzione; garantendo sessioni meno snervanti e dispersive rispetto a quelle di The Madcap Laughs e dei tempi di realizzazione di gran lunga inferiore rispetto al primo lavoro.

A tal proposito Richard Wright ha trovato molto stimolante la collaborazione con Barrett, ma al contempo estremamente difficoltosa e complicata. L’idea a monte è stata quella di aiutare Syd in qualche modo – visto la sua tendenza all’abuso di sedativi, droghe e quant’altro – oltre che un senso di colpa latente a seguito del peccato originale di rinnegare il cervello della band esiliandolo dai Pink Floyd. Storm Thorgerson, fondatore dello studio Hipgnosis e amico di infanzia di Barrett (nonché anche coinquilino per un certo periodo), lo descrive come una persona totalmente smarrita e con dei continui black-out, incapace a tratti di avere cura di se stesso.

David Gilmour – l’unico capace di comunicare effettivamente con Barrett –  invece ha trovato tre vie alternative per collaborare con lui:

– la prima, suonare su quanto ha già scritto (quasi impossibile) come per Gigolo Aunt;

– la seconda, buttar giù qualche traccia prima, per farci suonare sopra Barrett;

– la terza, lasciargli elaborare l’idea di base con voce e chitarra, con successiva costruzione armonica da parte dei musicisti e collaboratori.

In sintesi la terza opzione prevede un ruolo alla Brian Wilson dei Beach Boys, stesso ruolo offertogli dai Pink Floyd per farlo rimanere all’interno della band almeno per la fase creativa, ma da lui rifiutato per pudore e orgoglio solamente due anni prima.

Per capire la situazione in cui versa Syd Barrett durante le sessioni del suo secondo lavoro solista, basta tornare al 6 Giugno del 1970 quando in una esibizione – accompagnato da Dave Gilmour e Jerry Shirley (batterista degli Humble Pie) – si sfila la chitarra e lascia il palco durante il quarto brano, lasciando il pubblico basito.

Il disco si chiude con Effervescing Elephant, una fiaba-filastrocca scritta da Barrett a 16 anni che può essere considerato come una sorta di congedo nei confronti del suo pubblico con una voce pigra e addormentata, i fiati che danno l’impressione di una ninna-nanna che svanisce con un sordo rumore di punto in bianco.

Ciò che sorprende ancora di Barrett è la capacità di trasmettere emozioni proprie, sensazioni vissute nell’intimità di un animo disturbato – e con mille sfaccettature – con una semplicità disarmante, tralasciando l’aspetto musicale al quale è stato applicato un make-up pesante da parte di Gilmour. L’ultimo lavoro di Barrett prima del ritorno all’anonimato ci lascia con l’amaro in bocca, facendoci chiedere: quanto avrebbe potuto contribuire al mondo della musica più di quanto non abbia già fatto?

La copertina dell’album è un dipinto con gli insetti, trovato da Barrett nella sua cantina, nello scatolone dei ricordi d’infanzia. Sospeso nella sua storia effimera.

Syd Barrett – The Madcap Laughs

Syd Barrett - The Madcap Laughs

Quando l’attesa è elevata talvolta è difficile mantenere l’aspettativa ed appagare il pubblico. L’aspettativa è prodotta dal capolavoro The Piper At The Gates of Dawn dove l’impronta barrettiana è palpabile come la nebbia in pianura padana. Le vicissitudini con i restanti Pink Floyd sfociano nella collaborazione del primo lavoro solista con l’ausilio di Gilmour e Waters, inoltre alla batteria si può fregiare dell’estro di Wyatt (in No Good Trying e Love You) oltre che dei restanti Soft Machine alle tastiere e al basso(tali Ratledge e Hopper). Delle fotografie per il book se ne occupa Mick Rock, il design della cover invece è a cura del suo amico Storm Thorgerson.

Le registrazioni cominciano nel Maggio del 1968 e terminano più di un anno dopo, la commercializzazione avviene nel gennaio del 1970… un travaglio figlio di diverse sessioni snervanti (Jenner, Jones, Gilmour & Waters) e la presenza di differenti produttori. Le condizioni deteriorate di Syd hanno inciso sulla pazienza degli addetti ai lavori e sulle tempistiche, tant’è che si possono trovare differenti versioni disponibili con vari outtakes a testimoniare ciò.

La follia più totale, come compagna che pedissequamente segue le intuizioni di Barrett, si palesa anche nella cover di The Madcap LaughsThorgerson immortala Barrett in posa nella sua camera, dove balza all’occhio il pavimento dipinto a strisce arancioni e blu. In questa sessione fotografica fa la sua comparsa – come mamma l’ha fatta – anche “Iggy The Eskimo” sua compagna dell’epoca, citata nella canzone Dark Globe. Curiosamente Iggy era totalmente all’oscuro del passato di Syd non conoscendo la sua militanza nei Pink Floyd.

Peter Jenner – manager dei Pink Floyd dell’epoca – prese a cuore la situazione di Barrett introducendolo alla EMI. Le sue sedute hanno gettato le basi per la realizzazione dell’album, considerate però le bizze espresse dall’artista, la pazienza di Jenner è venuta meno decidendo così di mollare in corso d’opera. Il progetto scivola perciò nelle mani di Malcolm Jones che vive delle difficoltà nel cercare di persuadere nuovamente la EMI a registrare Barrett. Resisi conto del materiale col quale avevano a che fare, i tecnici EMI hanno ceduto alle pressioni di Jones.

Questa seconda parte di sessioni può essere tranquillamente riassunta dalle parole di Malcolm Jones quando afferma che per i musicisti di accompagnamento, suonare con Syd era tutto meno che facile, in particolare: “Era meglio seguirlo, non suonare con lui. Loro vedevano e successivamente eseguivano… erano sempre una nota dietro”.

Jerry Shirley a tal proposito ci dice che Barrett dava sempre l’impressione di sapere qualcosa che non tu non sapevi… con tutti i cartoni che si è calato non lo dubitiamo. In questa tranche rientrano anche le registrazioni di Love You e No Good Trying accompagnato dalle Macchine Leggere Ratledge, Hopper e dal diobatteria Wyatt.  Quest’ultimo da vita ad un curioso siparietto col Signorino Sciroccato, quando da buon batterista gli chiede: “In che tonalità è, Syd?”, Barrett gli risponde “Divertente!”… come se non bastasse diobatteria successivamente alza la mano e fa: “Syd il tempo della canzone è di 5 battute [anziché delle 2,5 stabilite, con probabile vena sulla fronte e sul collo gonfia e piena di scazzo potente]”, Scirocchetto gli risponde “Vero? Rendiamo la parte centrale più buia e quella finale più pomeriggio, perché per ora è troppo ventosa e gelida.”, insomma un siparietto da bestemmia libera.

Tutto colorito, tutto molto simpatico, ma poi che succede? Accade che negli studi EMI fa capolino la folta chioma liscia di Gilmour che saluta Jones dicendogli “Sciau belu, tutto molto molto belu, ma Syd vuole me e Ruggero [Roger Waters] per terminare l’ultima parte del disco” e Jones con gesto collaudato alza il pollice in segno di ok e molla baracca e burattini. Fatto sta che cominciano a produrre materiale a manetta e in due giorni mixano non solo il loro operato ma anche quello di Jones.

Aldilà dello sforzo mastodontico degli addetti ai lavori, dei santi produttori e dei musicisti che hanno contribuito a dare un senso alla vena artistica di Barrett, in mente noi avremo soprattutto la follia che permea il disco ed i suoi limerick alla Edward Lear.