Elio E Le Storie Tese – ඒලියෝ සමඟ හුකපං කැරියන තුරු (Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu)

Elio E Le Storie Tese - Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu

ATTENZIONE: il linguaggio utilizzato per questo articolo potrebbe turbare il pubblico più sensibile. Consiglio perciò di non continuare nella lettura, se non apprezzate un lessico oltraggioso e triviale. Questo disco richiede un’immedesimazione tale che se non l’avessi raccontato in questa maniera sarebbe stato come tradire lo spirito di Pillole (sinceramente mi sono anche divertito a scrivere qualche cazzo qua è là).

L’esordio è col botto, un po’ per l’insieme dei brani che compongono questo primo disco, un po’ per la nomea della band di culto costruita minuziosamente tra: musicassette piratate, anni e anni di gavetta con performance eseguite nei circoli ed i club.

Insomma, una carriera che è un pot-pourri di caroselli, teatrini, satira, comicità e parolacce quasi mai gratuite (tranne nel caso di La Ditta), ma sempre funzionali alla risata: “un fregio all’argomento trattato nella canzone” come ci ricorda Rocco Tanica seguendo il dogma degli Squallor e – se volessimo fare un esempio più alto nell’immaginario musical-borghese-radical-chic – di Guccini con L’Avvelenata (canzone ispiratrice per Rocco).

Proprio il turpiloquio ed i testi privi di pudore minano la presenza nelle radio e nelle classifiche ad inizio carriera, salvo poi essere sdoganati pian piano col passare degli anni.

A differenza del luogo comune che avvolge gli Elii, la parolaccia non sempre risulta la soluzione prediletta, talvolta si percorrono rotte più elaborate, navigando in maniera divertita nelle acque tormentate dei doppi sensi con John Holmes (l’incipit è un tributo alla canzone di Mina Quad’ero Piccola) – senza scadere nel tranello della parola proibita che gli ascoltatori attendono per tutta la durata della canzone. Gli Elii dimostrano così come la loro cifra stilistica sia proprio quella della presa in giro nei confronti dell’ascoltatore.

Il doppio senso fa da padrone anche in Piattaforma, che vede la partecipazione della strepitosa e compianta Peev Agliato (alias di Paola Tovaglia, volto di Bim Bum Bam e doppiatrice negli anni ‘80, portataci via troppo presto) in un brano che dal vivo ha offerto anche il confronto tra Elio e Rocco nella parte di Papà ed Enzo. Ispirato a Je T’aime Moi Non Plus (come Veramon) ci delizia di perle memorabili come “Fremo a immaginarti tra i cateti” – modo carino per dire ti penso a 90° – lasciando intendere ad una storia di amore tra i due, salvo poi scoprire a fine canzone che la relazione è semplicemente tra padre e figlio.

Questo è solamente uno dei molteplici messaggi subliminali nascosti in un brano che definire meraviglioso è riduttivo, come ad esempio l’intro che dovrebbe appartenere a Cold Song di Klaus Nomi. Un senso di disagio assale chi l’ascolta per la prima volta, restando inerme e disorientato.

Un continuo trompe-oreilles che incide deciso nella forma canzone della carriera di Elio, con: frasi musicali apparentemente rubate da altre hit; citazioni e tributi posizionati in punti strategici per coprire potenziali plagi; scherzi continui che prevedono come fine ultimo un perculamento costante volto ad una interazione dell’ascoltatore.

Proprio l’ascoltatore è costretto ad concentrarsi sui continui giochi di parole per non perdere il senso della canzone, in un inganno perpetuo dalle mille sfumature. Carro ne è un esempio, un turbillon di modi di dire che insieme alla Donna Cannone – alla fine dei giochi – va ad infilarsi nel buco del culo di Nembo Kid. Ma anche Abitudinario che gioca sugli usi e costumi tipici della stra-grande maggioranza dei maschi nei momenti di solitudine, domande esistenziali dal peso enorme che alimentano i discorsi dei ragazzi da secoli. Oppure Silos che sembra ricercare la soluzione alla fame del mondo con gli occhi e la testa di un 14enne – che vede la doccia col binocolo – a capo della FAO.

Cateto è un altro brano epico che dimostra come il non-sense vada a confluire in una storia con una morale inappuntabile, che tra ghost-track, batterie contro-tempo e registrazioni al contrario, appare come una delle canzoni più complesse degli Elii.

“In Cateto uno dei temi è l’adagio per archi e oboe di Benedetto Marcello letto al contrario” racconta Tanica il tastiere, rendiamoci conto del livello tecnico di questi signori. Anche qui troviamo Peev Agliato che presta la voce alla donna d’Erba.

Cara Ti Amo resterà forse il brano più iconico, capace di rappresentare la morte della rapporto di coppia dopo poco tempo dalla nascita della relazione. Inutile approfondire il batti e ribatti tra Elio (donna) e Rocco (uomo), mi preme invece porre l’attenzione sul fatto che questo è l’unico brano live del disco, nel quale figura come guest alla batteria l’inossidabile metronomo svizzero Christian Meyer.

Detto ciò, lo scherzo più grande gli Elii ce lo schiaffano davanti agli occhi con quella copertina e con quel titolo incomprensibile e impronunciabile.

Cominciando dalla copertina, essa ritrae il prototipo dell’essere umano vitruviano del XX secolo, il “figlio del mondo” che corrisponde all’unione dei capelli di Raffaella Carrà, la bocca di Whitney Houston, il naso di Mike Tyson e la fronte di Michael Jackson prima del cambio colore.

Per il titolo invece, la storia vuole che gli Elii chiedendo ad amici cingalesi una dei pensieri più turpi da esprimere nella loro lingua, ricevettero in ritorno questa frase: Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu.

Ora la lingua dello Sri Lanka non prevede l’uso di parolacce, perciò è necessario costruire pensieri biechi accostando dei vocaboli dall’uso comune ad una immagine. Pertanto Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu può essere interpretato in due modi:

  1. “scoreggiamo e sborriamo nel nome di Elio”
  2. “chiaviamo fino a sborrare”.

La certezza sul significato della frase probabilmente non l’avremo mai, di sicuro la sua funzione l’ha svolta, perché come ha raccontato Rocco Tanica qui, due cingalesi intenti a passeggiare in piazza del Duomo, attratti dai caratteri tipici dello Sri Lanka, si sono avvicinati alla vetrina del negozio di dischi e dopo aver strabuzzato gli occhi sgomenti, se ne sono andati con disappunto.

Esaminare ogni singola traccia di questo album richiederebbe un capitolo a parte di pubblicazione (includo anche le transizioni con le interviste di Bisio e l’apertura/chiusura con gli Adolescenti A Colloquio che ci ricordano i bei tempi andati dello scambio delle figu e introducono all’ascolto del disco il pubblico oltre che salutare “affettuosamente” gli Skiantos e la loro Eptadone), certo che alcune sembrano pensate appositamente per mettere in difficoltà i ragazzini costretti ad ascoltare la cassetta con la mano incollata alla manopola del volume dello stereo per abbassare al momento della parolaccia.

Mi sono dilungato in maniera oscena.

P.S. 19 anni prima dell’attuale ministro Toninelli, i buoni e cari Elii hanno presentato l’idea di costruire delle autostrade per i giovani “Delle autostrade dove tutti cantino e ballino insieme”.

Profeti in patria.

 

Si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/samaga.htm

Ivan Graziani – Pigro

Ivan Graziani - Pigro

Può apparire strana questa scelta, ne sono cosciente.  

Di fatto Graziani non può essere annoverato all’interno della musica demenziale, anzi. Però la sua figura ed i suoi testi ben si incastrano tra i dischi di questo mini-ciclo.  

Sì, perché la cifra stilistica, la sensibilità – oltre che la naturalezza – con cui determinate tematiche vengono snocciolate da Ivan, lo fanno entrare di diritto nel club degli anticonformisti.  

Condivide con gli altri autori sin qui affrontati, l’ironia ed il distacco. La capacità di affrontare argomenti all’apparenza banali con un lessico ricercato, cesellato con semplicità, leggerezza e delicatezza che di prim’acchito smorzano la forza espressiva ma che di fatto rendono ancora più tagliente il messaggio.   

Pigro può essere considerato un concept dedicato ai vizi e ai vinti, agli imperfetti e ai deboli di spirito. Un viaggio nelle oscurità del carattere umano – che tendenzialmente cerchiamo di sopprimere -, un’accumulazione di devianze che ci fanno vergognare pubblicamente ma che caratterizzano i comportamenti di ogni singolo essere vivente.  

L’album nasce a Teramo nella casa dei genitori di Ivan, nella quale ogni estate la famiglia Graziani era solita ritrovarsi. Nel contesto familiare Ivan entra in contrasto con il fratello Sergio – docente universitario in Canada – per l’eccessiva rigidità dimostrata nell’educare il figlio che mal combacia con la permissività di Ivan. In questo quadretto, la cognata di Ivan è solita rimproverare il marito per l’inflessibilità che lo contraddistingue “tu rimproveri nostro figlio per delle stupidaggini, ma intanto non facciamo mai nulla… e io mi annoio”. 

Ivan cattura proprio questo aspetto e lo trasforma prima in canzone e poi ne trae spunto per svilupparlo in album. “Tu sai citare, i classici a memoria” è un chiaro riferimento alla formazione classica di Sergio e alla pigrizia mentale (o bigottismo) che dimostra. 

Aldilà della capacità poetica di Graziani, l’altro aspetto che mi preme sottolineare è la grande qualità e tecnica che viene espressa alla chitarra, con delle scelte compositive non scontate sublimate grazie a testi apparentemente naif.  

È stato in grado di rendere il proprio stile internazionale partendo da una base tradizionale italiana, con pochi elementi ha creato arrangiamenti riconoscibili, resi tali dalla sua attitudine a suonare da solo (la si nota anche da quanto le chitarre acustiche fossero rovinate dove il polso era solito battere il ritmo mentre suonava).  

“La chitarra è uno strumento un pochino più grande della matita, del pennarello o del pennello. […] La musica ha un potere di comprensione superiore alle immagini, anche quando sembra ostica all’ascolto […] ha soprattutto il potere di persuasione, che è importantissimo”. 

Il passato nell’Accademia delle Belle Arti di Urbino rende Ivan un artista completo, spingendolo verso un approccio iper-realista, ovvero come spiegato da Graziani cercare di “sfuggire alla realtà attraverso la realtà stessa”. 

La fuga è un concetto che si materializza in Scappo di Casa, brano a conclusione del disco, che lo stesso Ivan indica come “la chiave di tutto”. Racconta la storia di un ragazzino stanco delle limitazioni e delle negazioni alle quali è sottoposto, che fugge nell’indifferenza di tutti, sperando di trovare la libertà ma sbattendo con un mondo tanto complesso quanto feroce.  

La dilaniante strofa finale ci sottopone al fallimento della fuga oltre che ad una immedesimazione istantanea “mi coprirò con le braccia la testa come facevo da bambino…”. 

L’Accademia ha segnato indelebilmente Ivan, spingendolo – tra le varie cose – ad un viaggio a Parigi, dove ha modo di visitare il Louvre. Sua moglie Anna Bischi Graziani ricorda quella giornata “Siamo andati al Louvre insieme, Monna Lisa l’ha vista e non l’ha vista, perché è passato oltre. […] Dopo averla vista en passant si è messo fuori dal Louvre a fare schizzi di tutte le persone che entravano al museo.” 

Buffo constatare quanto poca attenzione abbia dedicato alla Monna Lisa, tanto quanto basta per dargli lo spunto di musicare il furto del quadro – avvenuto nel 1911 – da parte di Vincenzo Peruggia 

Monna Lisa, espone concretamente la capacità di Graziani di sparigliare le carte facendo parteggiare l’ascoltatore per l’anti-eroe – nel torto – mettendo in luce le storture e conflittualità dei soggetti coinvolti (come il custode abietto con tendenze pedofile). La ritmica del brano è scarna ma in levare, così come la voce di Graziani (che non è un falsetto!), su questi si appoggia un riff di chitarra – molto espressivo – simile ad un ticchettio d’orologio che lascia intendere l’incedere del tempo. 

Semplicità ed eccellenza sono i tratti distintivi dell’album, conseguenza anche della band che contribuisce alla registrazione di questa pietra miliare con un dinamismo da far invidia ai musicisti d’oggi. Claudio Maioli alla tastiera, Walter Calloni alla batteria, Hugh Bullen al basso e Claudio Pascoli al sax, con Graziani alla chitarra, un parterre de rois che ha contribuito alla registrazione di Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera. Insomma, tanta roba. 

Ogni brano ha una storia, ma scriverne significherebbe trasformare la pillola in supposta 8 bit. Pertanto chiudo con Gabriele D’Annunzio, una meraviglia acustica [la versione elettrica spacca, ascoltatela è una gemma preziosa ndr] che si intreccia in un climax ascendente nel quale Graziani descrive D’Annunzio come se lo avesse conosciuto di persona. 

Sì perché Graziani era un grande esperto di D’Annunzio – abruzzese come lui – e ne amava visceralmente la poetica e la figura, tanto da vestire a casa una vestaglia di velluto. Sempre Anna Bischi Graziani ricorda “Sono stata molto fortunata perché mi sono addormentata con mio marito che mi leggeva Gabriele D’Annunzio, e come lo leggeva lui io non l’ho più sentito leggere. Se lo gustava. La canzone è stata un omaggio”.  

Pigro entra prepotente nell’immaginario collettivo per la copertina illustrata da Mario Convertino, vincitrice del premio di copertina dell’anno. Un maiale con gli occhiali a montatura rossa, segno distintivo di Graziani. Ma il disco rappresenta soprattutto la vittoria di una discografia illuminata che non ha cercato il successo immediato con Ivan, ma ha saputo aspettare il suo sesto album per raccoglierne i frutti. 

Un disco con canzoni centrate e ben strutturate, dove nemmeno una nota appare fuori posto, caratterizzata da una eccellenza che traspare in tutti i secondi registrati. 

Come ha detto Mara Maionchi “Pigro è un disco maturo, consapevole, di un signore che aveva fatto tanto lavoro prima di arrivare a questa opera”. 

Lasciatemi aggiungere che, questo signore, con la sua sensibilità, vena artistica, sagacia e ecletticità, manca terribilmente oggi.

Skiantos – Mono Tono

Skiantos - Monotono

“C’ho delle storie ragazzi… c’ho delle storie pese”

Che dite, ce lo facciamo questo slego?

Gli Skiantos declinano in chiave punk quanto finora prodotto dagli Squallor (idee al servizio della musica), colmando con la furia le lacune musicali che ad esempio – i raffinati – Squallor ed i loro discendenti Elio E Le Storie Tese non hanno presentato.

Mono Tono è un fulmine nella scena bolognese, figlio di una situazione politica e sociale rigogliosa e travagliata, evoluzione lineare e conseguenza dei movimenti studenteschi del ‘68, un sottobosco underground riconosciuto come serendipità culturale. Freak Antoni li ha definiti “Anni di pongo” anziché di piombo, addossando le colpe di tale definizione ad un revisionismo conservatore; certo è che gli Skiantos si palesano in una situazione sociale all’apparenza molto pesante (basti pensare a Roma Violenta, Napoli Violenta, Milano Violenta), negli anni in cui le BR agiscono con atti criminosi terrorizzando l’Italia intera, dando in eredità un’etichetta greve anche a chi non era “compagno reazionario” (la stragrande maggioranza dei movimenti).

In questo clima il 1978 da alla luce 5000 copie in vinile giallo vomito di questo primo LP, che skiaffa [come avrebbero scritto loro con vezzo anticonformista ndr] in faccia una demenzialità poggiata sul nulla, sull’irruenza fine a sé stessa, un paradosso che viaggia tra sarcasmo ed ironia veicolato da un’energia cristallina e travolgente culminata in live memorabili. Una versione gentile del punk inglese dei Sex Pistols, fatto di tagli e di muri contro muri: si va oltre una contestazione classica.

Insomma, l’approccio è diametralmente opposto a quello messo in campo dagli Squallor che adottano un non-sense ed una improvvisazione frutto di un divertissement collettivo, negli Skiantos c’è il non-sense musicato e grossolano. Perciò la rima domina sul significato, la musica e gli slogan si muovono a braccetto senza apparente meta “Brucia le banche, brucia le tende, calpesta le piante”. Inoltre a differenza del quartetto della CDG, gli Skiantos prediligono esibirsi dal vivo, dando vita a performance avanguardiste – per il contesto – tra il dada e l’happening della NY anni ’60-‘70, con insulti al pubblico e lancio di verdure dal palco; come recita in Largo All’Avanguardia:

Largo all’avanguardia pubblico di merda 

Tu gli dai la stessa storia tanto lui non c’ha memoria […]  

Fate largo all’avanguardia siete un pubblico di merda  

applaudite per inerzia ma l’avanguardia è molto seria

Gli Skiantos riescono così nell’obiettivo di ridicolizzare il sistema, schernendo la società borghese e impomatata con una serie di argomenti che hanno tutto fuorché una apparente base neuronale (parliamo di caccole, scoregge, etc, etc [voglio un Silos sì lo voglio ndr]) con espressioni talvolta semplicistiche che nascondono per bene quello che Freak Antoni era, ovvero una persona con delle idee e con una coerenza che lo ha accompagnato fino alla fine del suo viaggio.

Eptadone, brano in apertura del disco Mono Tono, introduce il gruppo – con voci alterate – che parla in slang giovanile e con voce accelerata (come in Adolescenti A Colloquio) e prima di cominciare a cantare si sente il ragazzetto in fissa che sbatte in faccia i propri problemi “c’ho delle storie pese”. Da questa frase Stefano Belisari e soci adottano il nome di Elio E Le Storie Tese (tese è il corrispettivo milanese di pese).

Elio si è ispirato alla nostra esperienza, ma ha capito una cosa fondamentale: si doveva posizionare a destra degli Skiantos. Doveva stare dalla parte dei ‘bottoni’… del professionismo. Lui e le Storie avevano la necessità di rendersi ‘credibili musicalmente’, per cui hanno saccheggiato Frank Zappa che era il loro mito. L’idea di Elio è quella di rendersi apprezzabile musicalmente affinché non ci siano falle nella loro credibilità.

Gli Skiantos, invece, in sintonia con il punk rock, sono stati ‘troppo estremi’ dichiarando di non saper suonare. La nostra era un’idea eversiva, voleva dimostrare di dare una mazzata allo star system della musica e del rock.

Elio nacque dieci anni dopo, in pieni anni ’80, ha dovuto fare i conti con una realtà completamente diversa e con stimoli differenti dai nostri. Lui si è adattato ai suoi tempi…”.

Per questo articolo si ringrazia il sito zic.it:

Speciale / La doppia dose di Freak Antoni

dal quale sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.

Squallor – Palle

Squallor - Palle

“Quando ho sentito il secondo album, io sono stato sempre contrario alle parolacce. Per me è era arrivato alla volgarità ormai”

“Fece loro presente le sue perplessità?”

“Certo, certo, certo!”

“E qual è stata la risposta?”

“Fatti i cazzi tuoi!”

Elio Galiboldi, nel gruppo iniziale, ci racconta così la sua uscita dagli Squallor.

Sinceramente ho accusato grandi difficoltà nello scegliere il tema del secondo articolo a base Squallor , l’indecisione è stata totale, tra Scoraggiando, Mutando Arraphao, alla fine la scelta è caduta sul seguito di Troia.

A differenza del primo album, qui avete già un’idea di cosa vi attende, ma la sorpresa c’è comunque nel sentire un madrigale di voci femminili e maschili che armonizzano la parola “Palle” con insistenza.

Sì perché Palle è anche il titolo dell’album ed il divertimento è nell’ossimoro provocato dal sentire una composizione elevata e raffinata – come il madrigale – associata ad un testo (se così può esser definito) dissacrante ripetuto come un mantra. Un refrain che ricompare nel disco e termina il secondo LP degli Squallor, quasi a voler ricordare all’ascoltatore il contrasto persistente tra alto e basto.

Marcialonga (telecronaca sportiva di un evento) è la canzone che inaugura il famoso turpiloquio degli Squallor, marchio distintivo della band che ha sicuramente minato le simpatie dei perbenisti e censori dell’Italia anni ‘70, negando loro passaggi radiofonici o oscurando la loro presenza tra i dischi della settimana o del mese. Insomma, uno tsunami di parolacce che però son sempre state giostrate in maniera inappuntabile e non gratuita come tante band dopo di loro. Un uso al momento giusto che però non avrebbe vietato al giorno d’oggi la celebre etichetta Parental Advisory.

Palle non è unicamente il disco che segna l’inizio dell’era del torpiloquio, ma anche quello del primo attacco ai temi sacri. La grandezza degli Squallor risiede proprio nella qualità di essere dissacranti alla lettera (fino all’origine del termine), di non guardare in faccia nessuno, con l’unica volontà di imbrattare senza freni la società che circonda l’uomo medio: dalle canzoni ai riferimenti culturali (Chinaglia ne è un esempio).

In questo si incastona un’altra meravigliosa parodia di Angeli Negri dove la canzone di Antonio Machin (poi resa celebre da Fausto Leali) viene reinterpretata sviluppandosi nel dialogo strepitoso tra il pittore ed il povero negro con Cerruti che simula il cliché della cadenza da Africa nera, a cui fa seguito la riproposizione di Sono Una Donna Non Sono Una Santa cantata dalla Fratello.

Senza dimenticare la presa per i fondelli nei confronti della musica francese tanto cara al panorama musicale italiano a cavallo tra i ‘60 ed i ‘70, con Bla Bla Bla (smash hit europea, che mi ricorderà sempre la puntata di Friends nella quale Joey è alle prese con il francese) e Veramon un surreale botta e risposta in francese maccheronico che ricorda Cara Ti Amo per il fitto dialogo della coppia:

-Oui. Allor moi e toi a casa mia
– No a casa tua non ci verrò ma.
– Me porquoi?
– Porquoi tu sei brutto.
– No ne me quitte pas, ne me quitte pas, no, ah! ne me quitte pas, ne me quitte pas, amour, amour mon, ne me quitte pas, ne me quitte pas
– Ques ques vous dis, ques ques vous dis a moi!
– Ne me quitte pas!

[…]

– Oh!
– Si tu ce repens, je, je te putrè emè….
– Una Renault?
– De che coleur?

[…]

Insomma, Palle è un disco che fa riflettere sulla qualità di questi artisti a tutto tondo, che mostra delle basi musicali di una eccellenza unica, arricchite di orpelli e ben congegnate che per forza di cose passano in secondo piano dietro i testi e le voci dei nostri meravigliosi SavioPace e Cerruti.

Consiglio perciò caldamente di rimboccarsi le maniche, sturare le orecchie e massaggiare la mandibola prima di cominciare la sessione di ascolto (se siete adolescenti meglio l’ascolto in cuffia piuttosto che a tutto volume).

Non mi resta che salutarvi e consigliarvi caldamente di “Mettetevi un dito in culo! E la vita vi sorriderà!”

Squallor – Troia

Squallor - Troia

“Nell’Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L’altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, e enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un eccetera. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco.”

Così Umberto Eco introduceva Vertigine della Lista, uno delle sapienti guide redatte dal “fetentone” (come lo qualificava il compianto – forse più di EcoMichele Giordano), un gancio quasi scritto ad hoc dal buon Umberto-berto-erto-to ispirato probabilmente dall’ascolto del disco d’esordio degli Squallor.

Una doppia rappresentazione quindi, ma in che senso?

“Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”

Ascoltando le prime note della title-track la sensazione è di avere a che fare con l’ennesima realtà cantautorale intellettuale, l’animo partenopeo di Cerruti viene in soccorso mantenendo il tutto in equilibrio su di un filo che vibra costantemente tra il serio e la presa in giro.

Una fitta trama di calembour volta a confondere l’ascoltatore sulla falsa riga del Pippo Franco di Cesso (uscita due anni prima), viene smantellata definitivamente al nitrito di Cerruti, interprete di tutte le ballate lente targate Squallor.

“Inventai Troia, così un ragazzino per andare a comprare, alla signorina… chiedigli Troia e ce l’ha anche se non sa cos’è”, Cerruti spiega l’idea dietro al primo titolo della discografia degli Squallor e il divertimento è proprio sito nelle soluzioni fantasiose dei ragazzini per nascondere il disco una volta arrivati a casa (testimoniato nel documentario sugli Squallor del 2012).

Eppure l’origine dei quattro è più che nobile, veri deus ex machina della musica leggera italiana appartenenti alla gloriosa CDG, talent scout ed autori di alcune delle canzoni italiane più celebri e belle incastonate nel Mille Note. Se cominciassi a elencarle avrei bisogno delle muse citate da Eco e potrei tediarvi non poco, vi consiglio pertanto di approfondire di persona se interessati.

Si continua sulla falsa riga di Troia, un continuo detto non detto che ondeggia placido su ritornelli pop, o su delle vere e proprie parodie come nei casi di The Mosquito dei The Doors (divenuta Non Mi Mordere il Dito), Sex Clubs di Serge Gainsbourg (Morire in Porsche), o con La Risata Triste copiata con carta carbone da Slush dei Bonzo Dog Band (che in parte può essere ascritta come antesignana de Il Circo Discutibile di Elio e Le Storie Tese).

Non sono esentate da questo trattamento anche composizioni in stile cinematografico (come Indiani a Warlock), insomma i brani sono permeati da un doppio senso reiterato che quando è assente viene rimpiazzato dalla narrazione delle scene quotidiane ad un apparente non-sense che avrebbe fatto impallidire anche Edward Lear nel proprio periodo di maggiore fertilità creativa.

Cerruti inquadra il manifesto degli Squallor con questa frase “Io e miei compagni d’avventura eravamo organici al mondo della musica. Avevamo a che fare con i cantanti e i cantanti, non so se lo sa, sono degli scassacazzi senza eguali. Egotici, arroganti, autoreferenziali. Volevano questo e pretendevano quell’altro. Gente micidiale. Usciti dai nostri incontri quotidiani con le stelle della musica, eravamo neri come la notte. Allora pensammo di donarci un po’ di luce. Parodiammo il nostro universo e in quel modo ci salvammo l’anima”.

Quindi il non-sense apparente, valorizzato dalla capacità di improvvisazione nei testi a tratti eroica, è la presa del culo degli Squallor al mondo dal quale provengono, una sorta di esorcismo per sopravvivere agli eccessi di un ambiente che oltre i lustrini sa essere più crudele dell’Isola della Regina Nera. Savio, Pace, Bigazzi e Cerruti son soliti svergognare i cantautori con i quali collaborano da una vita.

Il ruolo da loro ricoperto nel mercato musicale impone un iniziale riserbo sulle loro figure, gli Squallor celano la propria identità evitando anche promo, concerti o eventi pubblici, salvo poi gettare la maschera e cominciare con il turpiloquio ponderato che ha caratterizzato le successive sortite discografiche.

Affetti dalla sindrome di Bruce Wayne, si può tranquillamente affermare che son bischeri al pari del Mascetti, del Perozzi, del Sassaroli, del Necchi e del Melandri… insomma chi li ha vissuti ed amati li nomina come la formazione della nazionale italiana dell’82, sono gli Amici Miei della musica: irriverenti, cinici, fastidiosi, sboccati e senza freni, seri durante il giorno, cazzoni la notte. Capaci di lanciare strali verso le lobby senza nascondersi dietro un dito.

Gli Squallor sono nati così, un cazzeggio continuo al lavoro con una cascata di battute alle quali è seguita una domanda più che lecita: perché lasciarle disperdere nel vento?

E se magari i dubbi su quanto vi ho detto persistessero, credo che dobbiate fugarli con la meravigliosa 38 Luglio (primo singolo, registrato all’insaputa di Cerruti e Pace, alla base della nascita del progetto Squallor e con il quale hanno venduto 100mila copie senza nemmeno pubblicità) o con Ti Ho Conosciuta In Un Clubs, capolavori in climax ascendente di intensità tragicomica.

Signori, amo gli Squallor ed i loro tempi comici. Spero per voi sia lo stesso

 

Per questo articolo si ringraziano i siti:

https://spazio70.net/tag/troia-squallor/

http://www.lindiependente.it/gli-squallor-il-documentario-sulla-darkroom-della-musica-italiana/

dai quali sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.

Riz Samaritano – All The Best

Riz Samaritano - All The Best

“Due pallottole nel cuore,
un coltello nel cervello,
sette chiodi in una mano
conficcati col martello.
Era un essere anormale,
un cadavere spaziale.”

Chi di voi non ha mai canticchiato queste strofe? Non mi sorprenderebbe se mi rispondeste con “ma chi la conosce ‘sta canzone?”

Ci sta. Facciamo una piccola premessa prima di cominciare

Non scrivere di un disco in particolare non mi rende felice, ma come già accaduto per Clem Sacco, ricostruire la frammentata storia discografica di artisti che hanno cominciato a cavallo degli anni ‘50-’60 è compito arduo che precluderebbe alcune perle e nomi di assoluto rilievo. Soprattutto nel nostro caso, funzionale al ciclo di articoli in essere.

Pertanto, prendo in considerazione il best of con i singoli più accattivanti di Riz e cerco di farvi luce su di un personaggio che ha avuto un’influenza enorme per il panorama musicale italiano.

In primis la somiglianza vocale e fisica con Fred Buscaglione è notevole, Lorenzo Schelino (nome vero di Riz), soprattutto per lo stile noir che viene da lui declinato in sfaccettature che avrebbero trovato pieno apprezzamento nelle commedie all’italiana.

Prima però d’intraprendere la carriera musicale da solista esordisce con un paio di gruppettini con i quali canta lenti e un accenno di rock & roll.

Uno di questi è il gruppo che Daniele Pace – di cui si parlerà nei prossimi articoli – ha fondato con i suoi compagni di Liceo, I Marcellini, dal film Marcellino Pane e Vino. Intreccio interessante quello tra Pace e Samaritano tra i principali fautori della demenzialità italiana, seppur con due filoni differenti.

Sì perché Samaritano – battezzato così per la bizza di un gestore di un locale nel quale I Marcellini si sarebbero esibiti (frutto della fortunata combinazione tra il diminutivo del nome del compositore Ortolani – Riz – e del film Il Buon Samaritano con Gary Cooper) – sviluppa la propria comicità su di una recitazione continua.

I giochi di parole viaggiano sulla base di canzoni tra il liscio e lo swing, chachacha e tango, il noir ed il non-sense, come in Ma Che Calze Vuoi Da Me? (canzone che gli ha precluso passaggi radiofonici per il marcato doppio senso, osteggiato dal perbenismo dilagante nell’Italia del boom economico) o Cadavere Spaziale, vero è proprio brano cult con il quale Samaritano è tornato alla ribalta grazie alla ri-registrazione da parte di Elio e Le Storie Tese (presente in Esco dal Mio Corpo Ed Ho Molta Paura).

Ma la carriera di Samaritano è costellata di brani di grande riuscita come I Cornuti, Non Rompetemi I Bottoni o la serie dei tango (Tango dello SpacconeKriminal Tango, Tango Assassino, Mezzo Litro di Tango, Tango dell’Evaso), mostrando una varietà di tematiche trattate, sempre con estrema leggerezza o con doppi sensi che oggigiorno sembrano infantili e che non suscitano clamore, ma all’epoca delle registrazioni mostrano una voglia di far breccia in alcune barriere sociali, imponendo il proprio pensiero libero senza dover sottostare ad una morale bigotta.

Samaritano ha dimostrato di saper divertire e divertirsi nonostante il pensiero della società.

Clem Sacco – Best

Clem Sacco - Best

Oh mama, voglio l’uovo a la coque

oh mama e ballare in slip

oh mama e suonare in frac e cantare il rock ‘n roll.

Sono pazzo come il rock!

Ehhhh che figata ripartire con Clem Sacco! Wowo sono stracarico, anche perché ho avuto il piacere di conoscerlo una decina abbondante di anni fa. Si è dimostrato una forza della natura che farebbe impallidire i ventenni d’oggi, con i suoi capelli tinti e cotonati, la sua camicia blu con i draghi tamarri. Clem Sacco, ad oggi, risulta più anticonformista di chi ci si professa tale.

D’altronde cosa potete aspettarvi da uno che agli albori degli anni ’60 aveva gli attributi di esibirsi in mutande leopardate con testi strampalati, raccogliendo le censure di: radio, televisione ed editori.

Insomma un en plein di tutto rispetto in grado di tagliare le gambe a chiunque. Trasgressore sì, ma mai osceno, a differenza di quanti si fanno strada oggi nel mercato discografico.

Ora, io non sono un avvocato, ma la domanda sorge lecita: perché escludere qualcuno dal fantastilioso mondo delle pillole se non ha pubblicato un LP – fatto come Cristo comanda – di riferimento?

Ci sono un fottio di singoli sapientemente raccolti nell’omonimo best del grande Clem, nato a Il Cairo da genitori siculo/piemontesi e trapiantato in Italia 19 anni dopo.

La Lombardia gli vede muovere i primi passi da cantante, in principio con un provino a Mantova da baritono – il secondo posto nella selezione contribuisce all’archiviazione dei sogni da cantante di lirica – in seguito vira verso la moda del tempo: il rock and roll. Tra Califfi e Ribelli (del Clan Celentano, dopo lo stesso Adrianone – in servizio militare – e prima di Demetrio Stratos e Pugni Chiusi) ed una carriera florida da solista (dal punto di vista artistico perlomeno).

Baciami La Vena Varicosa, Oh Mama, Voglio L’Uovo a La Coque ed Enea Col Neo, sono capolavori demenziali d’antan, in anticipo di quasi vent’anni su quelli che si sarebbero rivelati maestri della canzone del genere come SquallorSkiantos e gli Elii. Un inguaribile positivo e carismatico, in grado di rialzarsi anche quando la vita lo ha bastonato per bene, capace di adattarsi al ruolo di venditore porta a porta quando la censura è intervenuta pesantemente, sino a re-inventarsi vestendo una parruccona e mettendo i panni dell’alter-ego Clementina Gay pur di sfamare la famiglia esibendosi in un gay bar per sei mesi.

Insomma una persona capace di cavar dalle rape il sangue e di trovare il lato propizio in ogni situazione avversa. Vince Tempera, suo pianista per un periodo ne ricorda un aneddoto:

“A Milano, di fronte al negozio delle Messaggerie Musicali, era perennemente parcheggiato il camper di Clem Sacco, era il suo personale supermarket: vendeva i suoi dischi, le musicassette e mille altre cose, dai tagliaunghie alle carte da poker con le donnine nude. Io che avevo avuto occasione di suonare il piano nel suo gruppo e conoscevo bene quindi il talento dell’artista trovavo assurda e mortificante quella situazione. Eppure lui la viveva alla grande: sempre allegro, vitale, coraggioso. In una sua canzone c’è un verso che fa ‘papà, voglio un quarto di leone’. Ebbene, sicuramente il padre lo aveva accontentato. Ho incontrato Clem nei giorni scorsi: soltanto un paio di lenti e qualche ruga in più rispetto ad allora; nei modi, nella voce e nello spirito è rimasto il leone di quarant’anni fa”.

Per questo articolo si ringrazia il sito internet https://www.musicaememoria.com/clem_sacco_articolo.htm dal quale sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.