Alan Sorrenti – Aria

Dammi il tuo amore  
Non chiedermi niente  
Dimmi che hai bisogno di me

Sono certo che avete canticchiato questo incipit con un falsetto sfiatato di tracimante nostalgia. Per i meno informati, Alan Sorrenti deve il successo soprattutto a questa canzone, alla seconda giovinezza musicale vissuta grazie a Pieraccioni e allo spot Fiat del 2003, eppure c’è stato un tempo in cui la chitarra col bending svogliato e l’effettazzo da dream pop di Tu Sei L’Unica Donna Per Me era lontano parsec dall’originaria idea musicale del Sorrenti

Aria è il disco d’esordio di Alan Sorrenti, un album con degli spunti di notevole fattura che lo rendono una pietra miliare della musica nostrana, nonostante le varie asperità che rendono buffe alcune soluzioni adottate (mi riferisco a testi tra l’ermetico e l’onirico oltre alle scelte vocali).  

Già, già, già, siamo dinanzi ad un tentativo molto valido di musica sperimentale, nel quale Sorrenti cerca di seguire in maniera coraggiosa (a tratti improvida), il tracciato di Tim Buckley e del suo Lorca, nella suite da 19 minuti che dà il nome al disco, c’è anche la prestigiosa collaborazione dell’esimio Jean-Luc Ponty. Il gallese-partenopeo Sorrenti si impegna portando arrangiamenti ed idee non scontate, variando tantissimo all’interno della suite, ondeggiando con naturalezza dall’etereo alla chitarra flamenca.  Si ammicca ai primi Pink Floyd post Barrett, alla psichedelia ammerigana ma anche al folk dei Pentangle e… insomma tutta quella scena lì bella bella.  

Perciò le canzoni provenienti da Aria diventano degli inni per i movimenti culturali, qualcosa nel quale si identificano i ragazzi, gli studenti e tutti coloro che trovano in Aria un messaggio d’amore universale, di pace, di surrealismo.  

E allora cosa è successo? Perché virare verso una svolta funky quando in partenza ci sono Aria e la meraviglia poetica di Vorrei Incontrarti

Accade che Sorrenti dopo due lavori riflessivi (a seguire Aria c’è Come Un Vecchio Incensiere) senta la necessità di introdurre maggiore ritmo nei suoi lavori, una svolta musicalmente commerciale, che arriva dopo un viaggio in Senegal che pompa ritmo nel sangue di un Sorrenti sempre attento allo studio della musica etnica.  

La strada del funk-soul era lastricata di buone intenzioni ma gli amanti del Sorrenti della prima ora vissero questo cambio molto male, immersi nell’onirico mondo musicale creato nei dischi precedenti (sì intendo tutti quegli studenti sballoni che mentre pippavano il drago magico si figuravano le viti e cacciaviti di La Mia Mente o al sasso che li ama di Un Fiume Tranquillo). 

Vabbè, se non avete mai ascoltato Aria, fatelo. Superate lo sbarramento iniziale legato a tutte quelle vocali apertissime e agli eccessi canori che vi faranno sorridere. Alan Sorrenti ha una grande voce, perciò: Let it flow!  

Lasciatevi circondare dalle note e vi troverete con gli occhi socchiusi ad ondeggiare avanti e dietro, sinuosamente, come se foste a Woodstock (fatelo quando siete da soli). Buon ascolto! 

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Frank Zappa – Apostrophe (‘)

Frank Zappa - Apostrophe (')

Apostrophe è il disco destinato a sfruttare l’onda lunga del successo avuto con il suo predecessore. I brani composti per quest’album provengono in gran parte dalle sessioni di Over-Nite Sensation e prima di lanciare sul mercato (‘) Franco studia una campagna pubblicitaria basata su 30 secondi di spot assieme a Cal Schenkel (autore anche questa volta dell’artwork dell’album).

Durante il tour di (‘) Jean-Luc Ponty decide di uscire dalla band giudicando la deriva musicale intrapresa da Zappa troppo commerciale. Lesa maestà, ZappaPonty si lasciano nel peggiore dei modi e senza margine per collaborazioni future. Questo caso evidenzia quanto Zappa volesse dei meri esecutori privi di ogni spirito critico, in modo tale da poterli adattare al meglio in qualsiasi idea di musica gli balenasse in testa.

Ponty punta il dito contro la necessità di Zappa di doversi buttare a corpo morto nella satira dal momento in cui le sue derive jazziste non vengono carpite dalla maggioranza del pubblico. In un certo senso il violinista tocca un nervo scoperto di Frengo che solitamente attinge a piene mani dall’humus televisivo americano – specchio di un popolo catturato dagli effimeri valori dello showbiz e di scarso spessore intellettuale.

Questo avviene per Stink Foot – brano di chiusura di (‘) – ispirato da una pubblicità sul deodorante per piedi fetosi della Mennen, dove il cane (citato nella canzone col nome di Fido) sviene nel momento in cui il padrone si sfila le scarpe.

La prima parte di Apostrophe è una suite – di 4 brani – che narra il sogno di un uomo all’interno del quale impersona la figura di un eschimese di nome Nanook.

In Don’t Eat the Yellow Snow – brano di apertura di (‘) – Nanook deve prestare particolare attenzione a non bere la mortale neve gialla che indica la strada battuta dagli husky.

La canzone sfocia in Nanook Rubs It, ma il punto di vista cambia, ora siamo nei panni dell’antagonista della storia – il cacciatore di pellicce – che cattura il cucciolo di foca di Nanook. Accortosi della situazione Nanook agisce menando il pistolino dell’husky e invogliando il cane a mingere la “deadly yellow snow” direttamente sugli occhi del cacciatore di pellicce (la canzone stessa suggerisce che questo avvenimento andrà a sostituire l’episodio del mud shark nella mitologia zappiana).

Il cucciolo è salvo, ma il cacciatore di pellicce perde l’uso della vista. Nonostante il dolore, si ricorda però di una antica leggenda eschimese che spinge chiunque abbia perso la vista per mano di un eschimese di nome Nanook ad andare a St. Alfonzo attraversando miglia e miglia di tundra.

In St. Alfonzo’s Pancake Breakfast viene abbandonato il cacciatore (non sapremo mai se sia guarito o meno) e ci si concentra sulla ricetta del pancake. I pancake sono al centro anche di Father O’Blivion brano nel quale il parroco della città – intento a preparare il pancake – non consente ad un folletto irlandese – sgamato a smanettarsi con un calzino – di mangiare la sua pancake in nome di St. Alfonzo.

Il lato A è quindi una lunga suite nella quale gli interpreti ed i luoghi cambiano continuamente creando una sorta di mini operetta folle e priva di qualsiasi significato apparente oltre la forte ironia.

A seguito arriva Cosmik Debris – uno dei brani più conosciuti nella discografia zappiana – che è un trait d’union con i brani presenti in due album pubblicati negli anni passati: nello specifico “dust of Grand Wazoo” (riferimento all’ultimo album appartenente alla trilogia jazz The Grand Wazoo) e Camarillo Brillo (brano d’apertura di Over-Nite Sensations) “Now is that a real poncho or is that a Sears poncho?“. Da Over-Nite inotre è stato scartato il capolavoro Uncle Remus, prontamente reinserito in (‘).

Piccola menzione d’onore, la title-track è uno stupendo brano strumentale che vede la collaborazione al basso di Jack Bruce dei Cream.

Apostrophe entra negli annali come il disco più venduto all’interno dell’intera discografia di Zappa. Piacevole, irriverente, scherzoso e mai lagnoso. Per chi avesse delle difficoltà e si chiedesse da dove partire con Zappa, questo album può essere sicuramente un buon inizio per approcciare con il leviatano discografico di Frengo.

Frank Zappa – Hot Rats

Frank Zappa - Hot Rats

Hot Rats è il settimo album in studio dal 1966 di Frank Zappa ed il primo da solista dopo lo scioglimento dei Mothers Of Invention.

E’ veramente difficile scegliere un lavoro di Zappa, il problema è che il livello di ogni singolo album sfornato è eccelso, la mole musicale sin qui prodotta dall’italoamericano è frutto di un lavoro stacanovista e certosino che quasi sfiora il patologico… le 18 ore di composizione musicale giornaliera sono un ritmo insostenibile per quasi chiunque, se poi pensate che dietro non vi è nessun uso di sostanze stupefacenti vi rendete conto di quanto quest’uomo abbia dato alla musica, rinunciando praticamente a quasi tutti i sentimenti umani (un ritmo simile è stato tenuto da David Bowie poco prima della trilogia berlinese, quando vivendo a LA è riuscito a star sveglio 6 giorni consecutivi – più per merito della cocaina che per la voglia di lavorare – con tanto di avvistamenti alieni e paura dei complotti in ogni dove).

Hot Rats è un album, composto e arrangiato completamente da Zappa, caratterizzato dalle molte influenze jazz ed è quasi completamente strumentale (Willie the Pimp è l’unico brano cantato dal grande Don Van Vliet, conosciuto dai più come Captain Beefheart).

Secondo la critica Hot Rats è da considerare il primo album di jazz-fusion della storia, esso mette in luce il lato di Zappa sconosciuto ai più, quello di grande compositore di musica contemporanea pronto a spingersi sino al limite estremo della sperimentazione (grazie anche all’ausilio di tecniche di registrazione all’avanguardia per l’epoca, mixer a svariate tracce, sovraincisioni, accelerazioni e cazzi vari).

Durante le sessioni dell’album, Zappa, si è consultato col produttore di musica jazz Dick Bock che gli ha presentato il violinista Jean-Luc Ponty che ritroviamo in It Must Be a Camel ed in altre collaborazioni (successivamente anche in King Kong, un altro album di Zappa).

Un pensiero va sicuramente a quel mostro di musicista che è Ian Underwood, polistrumentista capace di suonare i fiati e le tastiere e di coprire la mole di lavoro di dieci musicisti. Anche Zappa, per quest’album, ha accantonato in parte la chitarra per suonare piano e batteria.

Peaches en Regalia è la canzone probabilmente più conosciuta di Frank Zappa, un capolavoro assoluto e forse uno dei brani più commerciali e di facile comprensione per via della melodia che cattura l’ascoltatore grazie ad un ritmo atipico (tre note riprodotte nello spazio di due), e ad un ossatura armonica composta da 4 temi principali. Direte: “Mecoglioni!“. Anche giustamente aggiungo.

Willie the Pimp, interpretato vocalmente da Captain Beefheart – amico di infanzia di Frank Zappa e autore di quel grande album che è Trout Mask Replica (prodotto dallo stesso Zappa) – ci racconta la storia di un pappone che parla, con allusioni sessuali, a una ragazza della sua scuderia. Uno dei classici temi alla Zappa.

E’ inutile inoltrarsi ulteriormente nelle spiegazioni dei brani considerando che si andrebbe incontro a dei tecnicismi che mi farebbero perdere i pochi lettori che ho, concludo dicendo che la cover del disco è una foto di Ed Caraeff (autore anche della copertina di Uncle Meat) scattata a Beverly Hills, che immortala una groupie amica di Zappa mentre fa capolino da una piscina vuota come se fosse uno zombie che esce da una tomba.