The Mothers Of Invention – Freak Out!

Frank Zappa & The Mother Of Invention - Freak Out

Sei fuori di testa Frank! Far confluire in un disco RnB, pop, psichedelia, rock sound60s e jingle pubblicitari sembra proprio voler andare incontro ad un pastrocchio di dimensioni enormi, eppure c’è una lucida follia dietro questa idea. Sì, un’idea musicale ben definita, che fa da corollario ad una satira senza mezze misure nei confronti della società statunitense.

Frank è colui cresciuto a pane RnB e Varese, come dire dalla musica popolare per eccellenza alla dissonanza sonora, riuscendo senza mezzi termini a partorire la musica totale, spaziando da concetti apparentemente disgiunti e dimostrando una continuità importante tra loro, annullando di fatto quella tediosa classificazione in generi musicali che suscita solamente confusione e miopia negli ascoltatori più pigri.

Ascoltando Freak Out! si ha come l’impressione di essere catapultati in un continuo spot commerciale: jingle apparentemente sciocchi (ma si sa che nella semplicità risiede la complessità) edificati su marimba e kazoo; impasti ed esagerazioni vocali; titoli volutamente naif. Una sorta di esasperazione sonora del periodo musicale volta a ridicolizzare tutti quei gruppi impegnati a prendersi troppo sul serio o a scimmiottare i Beatles. Sì proprio quei Beatles che in Freak Out! carpiscono molti elementi che porteranno all’ideazione di Sgt. Pepper, e insomma lo si sa che un disco tira l’altro, basta nominare un titolo e puntualmente si coprono sei gradi di separazione con nonchalance.

Altra curiosità è che giusto per poche settimane, Freak Out! non possa essere considerato il primo doppio album della storia, record che appartiene a Zimmy e al suo Blonde On Blonde. Per carità poco conta per Frank, uomo che ha modellato idee musicali di ogni tipo fondendo e sperimentando a più non posso, passando in sordina il più delle volte per l’enorme mole di musica prodotta.

Tornando a noi e accantonando questo tsunami di seghe mentali: cos’è Freak Out!? È la rottura degli schemi, lo svincolo dalle convenzioni sociali. Nomen-omen (will I see your face again?)  è il disco d’esordio dei Mothers Of Invention, in origine The Mothers, costretti a cambiar nome dall’etichetta discografica in quanto diminutivo di motherfuckers (anche se a detta di tutto avrebbe avuto un’accezione positiva, ma vabbé, la Murica benpensante dell’epoca poco transigeva su queste idee deliziosamente controtendenza). Quindi i Mothers cambiano nome nel ben più parco Mothers Of Invention, ma facendo un passo ulteriore indietro scopriamo che i Mothers sorgono dalle ceneri dei Soul Giant, band di RnB bianco che vede entrare nella formazione un tizio gracilino dal naso aquilino e il baffo fulvo.

Frank Zappa prenderà in mano le sorti della band, svoltando come un calzino le idee musicali dei componenti e spingendole verso lidi finora impensati…  l’obiettivo primario è di allargare la formazione, i casting si rivelano per forza di cose belli lunghi, difficile accontentare Frank o sopportarlo tanto a lungo (come nel caso di Alice Stuart, incapace di condividere l’istinto del rap chicano che a una certa Zappa non è più in grado di soffocare). Arriva così Henry Vestine, un’anima affine a Zappa che successivamente mollerà perché l’idea di suonare esclusivamente blues gli faceva cagare “non posso suonare questa merda! Vi mollo, vado con una blues band” ricorda Jimmy Carl Black.

I Mothers of Invention tengono botta e scrivono Trouble Every Day – brano di cronaca incentrato sui disordini di Watts avvenuti nel 1965 (un incrocio tra Ohio e For What It’s Worth) – e firmano il contratto con la Mgm-Verve ma risulta molto difficile venderli in giro “questi non vendono un cazzo!” (leggetela con la voce di Rupert Sciamenna quando giudica Rocchio). Chi li mette sotto contratto è Tom Wilson già fautore della svolta elettrica di Dylan in Bringing It All Back Home e produttore di Like A Rolling Stone, convinto di avere tra le mani una one shot band.

“Quando ho sentito per la prima volta Like A Rolling Stone volevo lasciare il business della musica, perché pensavo ‘se questa canzone si impone e il suo messaggio viene recepito, non ho bisogno di fare nient’altro’. Ma ciò non accadde, vendette molto ma la gente non comprese a fondo il pezzo”. Questo è il ricordo di Zappa sul brano di Dylan.

Ora, Tom Wilson è tutto fuorché uno sprovveduto direte voi, cavolo… ha prodotto anche gente come John Coltrane, Sun Ra e Cecil Taylor. Tom Wilson ha la pelle nera, non è una puntualizzazione fuori luogo, anzi sarà il motivo scatenante dell’effetto domino che darà il là al successo dei Mothers Of Invention. Quindi dicevamo che ha la pelle nera, e la canzone dei Mothers sui disordini a Watts termina con l’accusa alla società da parte di Zappa ” Non sono nero, ma ci sono tante occasioni in cui vorrei poter dire di non essere bianco”… ecco, quando Tom sente questa frase, va in visibilio, vuole occuparsi dei Mothers convinto che siano un gruppo RnB bianco, promette loro la produzione, e scompare per i successivi 4 mesi.

I Mothers si ritrovano in sala registrazioni con Wilson ancora convinto di avere un gruppo anziché un altro… poi succede che Zappa & co. Registrano in sequenza Any Way The Wind BlowsHungry Freak Daddy e Who Are The Brain Police?. I brani sono fortemente autobiografici, forse è l’unico disco di Zappa nel quale le canzoni attingono fondamentalmente nella vita dell’autore, dall’infanzia a Cucamonga alle recenti esperienze musicali con i Soul Giants.

Wilson non crede alle proprie orecchie, le sue valutazioni della prima ora si rivelano totalmente sballate, la prima cosa che fa è alzare la cornetta e chiamare la Mgm “Hey scusate, non avevo capito un cazzo… questi sono bravi, datemi più soldi, non ve ne pentirete”… Frank ringrazia, intasca e il giorno dopo ha già i nuovi arrangiamenti – per 20 e passa musicisti – per tutto il disco, più soldi significano maggiore profondità sonora ai brani. Se prima il budget minimo per registrare era di 5000 $, a fine sessioni vengono toccati i 21000 $ di spese.

Uno Zappa in frac (un Frac Zappa) – ispirato dai suoi numi tutelari Varese, Stravinskij e la dodecafonica di Schönberg – fa montare un palchetto in sala registrazione per condurre i membri dell’orchestra, sorpresi di trovarsi degli spartiti dinanzi e incapaci di credere che li avesse scritti proprio quel freak.

La poliedricità di Zappa comincia a farsi prepotente, una tirannia che condurrà allo scioglimento poi dei Mothers, la necessità di non scendere a compromessi è evidenziata anche dalla scelta dell’artwork “La copertina è strettamente connessa al contenuto di un disco. Da l’idea di cosa ci trovi dentro. Perciò più il tutto è bello ed accattivante, maggiore sarà il gradimento di chi ha scelto di comprare il disco”.

Quanto scritto sopra dimostra quanto Zappa fosse uomo di controllo e marketing, capace di capire quanto l’immagine contasse per promuovere la propria musica – a questo è anche ascrivibile il processo di mitologizzazione del baffo – e per tale motivo decide di circondarsi di freak, un po’ come i Byrds si sono circondati da un clan di fricchettoni.

Sarebbe straordinario parlare anche della nascita della diatriba tra Lou Reed e Zappa, ma direi che sono già andato troppo oltre e magari l’attenzione verso l’articolo è volata via… ne scriverò un’altra volta.

 

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The Velvet Underground & Nico – The Velvet Underground & Nico

The Velvet Underground - Banana Album.jpg

1965 – Dopo la produzione di opere d’arte in serie e svariati tentativi nell’ambito cinematografico, arriva il turno per Warhol e la sua Factory di affacciarsi al mondo della musica. L’attenzione cade sul gruppo capitanato da Lou Reed e John Cale, i Velvet Underground.

Si viene a configurare perciò questo sodalizio artistico che vede Warhol come primo artista produttore di musica. La sua intenzione principale è quella di creare un evento molto simile agli happenings di Cage e dei Fluxus ma in chiave Pop; l’idea conseguente è quella di gestire una nuova tipologia di discoteca in cui una band possa suonare in un ambiente multimediale con delle luci stroboscopiche, dove ci si avvalga delle coreografie e dove possano essere trasmessi spezzoni dei suoi film, su degli schermi multipli a fare da corollario.

In origine la scelta di Warhol cadde su Frank Zappa e i suoi Mothers, ma ce lo vedete Frengo in quell’ambiente patinato fatto di lustrini? Frank quindi declina l’offerta e Warhol punta tutte le sue fiches sui Velvet Underground, i cui componenti frequentano da qualche tempo la Factory. Uno dei padri del marketing moderno capisce subito che tira più un pelo di fica che un carro di buoi, perciò alla presenza funerea di Reed, Cale e compagnia, affianca una delle sue superstar che fa da contraltare con la sua bellezza: Nico.

Si svilupperà subito un rapporto odi et amo tra Nico e Lou Reed, oltre alla relazione sentimentale che si instaurò trai due, Lurìd sentiva in parte usurpata la propria leadership, difatti Nico non doveva fungere da ragazza immagine solo per i live, bensì avrebbe dovuto cantare gran parte delle canzoni all’interno del disco d’esordio dei Velvet.

Prendete ad esempio Sunday Morning, registrata come ultima canzone per volere di Tom Wilson (produttore del disco), è stata scritta su suggerimento di Warhol parlando della paranoia, e Nico avrebbe dovuto cantarla. Solo che quando si trovarono in studio, Lou ci mise la propria voce, cercando di renderla leggera e femminile pur di non farla cantare alla crucca.

Prese vita quindi Up Tight, rinominato successivamente Exploding Plastic Inevitable, spettacolo replicato per quattro settimane con un successo enorme. “Ha inventato il multimedia a New York, cambiando completamente il volto della città. Da allora nulla è rimasto come prima” dirà Lou Reed.

Il clima della Factory ben si addice ai Velvet Underground e viceversa, un ambiente estremamente tollerante dove sono presenti gli emarginati della società di allora come i travestiti, i tossici, gli omosessuali e la gente di strada. Questi soggetti esercitano una forte influenza in Lou Reed che scrive gran parte delle canzoni – dei Velvet Underground prima e della carriera solista poi – ispirato dalla variegata tipologia che orbita presso la Factory.

Nel marzo del 1967 la collaborazione con Warhol da vita al primo disco dei Velvet Underground, nel quale egli partecipa come produttore nominale, limitandosi a produrre in termini finanziari la band e farne da promotore, dando loro carta bianca e pregandoli di cercare di ricreare quell’alchimia e quel sound che tanto lo avevano colpito durante le esibizioni dal vivo del gruppo.

Grande scalpore suscita la copertina ideata da Warhol, una banana su sfondo bianco con una scritta minuscola Peel slowly and See, che invita a tirar via la buccia adesiva della banana, sotto la quale vi è una banana di colore rosa che allude – neanche troppo velatamente – ad un superpisellone pop-art. L’album chiamato The Velvet Underground & Nico è conosciuto oggi col nome Banana Album per l’incredibile forza comunicativa che la copertina possiede.

“stavo lavorando in una casa di registrazione come autore di testi, fin quando non mi hanno chiuso in una stanza chiedendomi di scrivere 10 canzoni surf, così ho scritto per loro Heroin e quando gliel’ho data la loro risposta è stata ‘assolutamente no!'”, questo è il ricordo di Lurìd a proposito di Heroin, uno dei brani più controversi dei Velvet Underground, associato all’uso delle droghe pesanti, così come I’m Waiting For The Man – una delle prime canzoni del disco ad essere registrata – che parla dell’acquisto di una dose di eroina ad Harlem. Altre canzoni provenivano direttamente da alcuni input di Warhol, come la già citata Sunday Morning o Femme Fatale ispirata a Edie Sedgwick e cantata da Nico, o la decadente All Tomorrow’s Parties il brano preferito di Warhol, sempre interpretata dalla sua superstar.

Come non citare in ultimo Venus In Furs, con la viola di Cale che fende l’aria e Lou Reed che canta di sadomaso, sottomissione e bondage, come fosse lo spettatore di un gioco a tre. È la perdizione e la trasgressione che i Velvet vivono nella Factory e che Reed sarà sempre bravo a raccontarci con quel tocco di decadenza che ne ha caratterizzato l’intera carriera.

P.S. sono riuscito a parlare dei Velvet Underground senza citare Brian Eno e la celebre frase sul loro disco d’esordio 8)

Tim Buckley – Starsailor

Tim Buckley - Starsailor.jpg

Il marinaio delle stelle, colui che salpa verso l’ignoto… o forse no? Starsailor è il disco che non ti puoi aspettare a distanza di pochi mesi da Lorca. Non può essere reale. Tim Buckley invece sfida tutti, a partire dai critici; il folk viene abbandonato definitivamente per viaggiare verso un’astrazione totale, più concitata e frenetica rispetto al precedente lavoro, la durata dei brani si riduce e la dilatazione interiore di Lorca viene di fatto abbandonata per una forma più asciutta.

Dopo l’omonimo disco d’esordio e Goodbye And Hello, Buckley torna a collaborare con il poeta Larry Beckett – autore di gran parte dei testi presenti nel disco – per la band invece può contare sui soliti Underwood, Balkin e Baker con l’aggiunta dei fratelli Buzz e Bunk Gardner ai fiati, direttamente dai Mothers Of Invention.

Il ritmo fa la differenza e Starsailor ne ha da vendere rispetto a Lorca, nonostante i due lavori abbiano dei punti in comune, è possibile capire dove è andato a parare lo studio intrapreso con Lorca, non solo nelle composizioni, ma soprattutto nella voce. Buckley a questo punto può fare quello che vuole con le sue corde vocali, ha stabilito i confini con Lorca e si è dimostrato in grado di padroneggiare il proprio strumento con una maestria impressionante, un saliscendi emotivo reiterato in tutto il disco.

Ci sono esperimenti di ogni sorta, dal folk-jazz d’avanguardia di Monterey al brano macchietta Moulin Rouge, talmente tanto evocativo e sognante da farti sentire proprio tra Pigalle e MontMartre.

Song To The Siren è una rimanenza di vecchie sessioni, quasi un saluto all’origine di Buckley; scritta nel 1967 sempre a 4 mani con Beckett, che ne esalta la bellezza “È  il perfetto incontro tra testo e melodia. C’era un’inspiegabile connessione tra loro”, viene ripescata per l’occasione e vestita di quel riverbero che ne contraddistingue l’atmosfera fosca.

Song To The Siren è ispirata al canto delle sirene, che seduce i marinai e che denota l’influenza alla scrittura più letteraria di Beckett rispetto a quella introspettiva di Buckley. La title-track spinge a credere che il ruolo delle sirene sia centrale, assecondando molto l’idea del marinaio sotto trip allucinogeno rimasto intrappolato dal canto delle sirene e vittima di un incantesimo. Una follia che si spinge fino alle molteplici sovraincisioni di Healing Festival… tralascio alcuni brani – non perché meno validi – ma il fulcro dell’articolo è uno solo, questo disco è amalgamato in una maniera impressionante ed è un viaggio, il viaggio intrapreso dallo Star Sailor nei vari universi.

“Con Starsailor, abbiamo deciso che […] avremmo presentato un nuovo modo di scrivere le canzoni. Nel primo lato dell’album, facciamo canzoni nel senso tradizionale del termine. Sono libere con alcuni momenti in cui si segue il ritmo ed altri in cui si va più alla deriva. Tutte hanno il proprio testo e la propria melodia. I Woke Up è il brano che ricordo maggiormente di quest’album. Song To The Siren è una canzone magnifica, una delle più convenzionali. Ma poi abbiamo dovuto ridurre sia Star Sailor che Healing Festival. La Intro di Healing Festival riguarda Harlem, ho sovrainciso tutte le voci. Ho sovrainciso 16 voci su Starsailor. È il primo album nel quale ho effettuato sovraincisioni.”

Questa intervista dell’Aprile del 1975 – due mesi prima della morte di Buckley – offre una panoramica metabolizzata di quello che è stato il periodo artistico d’oro del cantautore, senza nostalgia ma con orgoglio, quasi come a dire “è tutto lì, sono capace di farne ancora di roba di questo genere, ma tanto non viene apprezzata”, un pensiero supportato dalla Warner Bros che si è limitata ad avvertire Timoteo – dopo l’insuccesso di Starsailor – con un “Per favore! Mai più”.

David Bowie – Hunky Dory

David Bowie - Hunky Dory

Mai titolo è stato più azzeccato.

Hunky-Dory è un termine inglese che significa meraviglioso, soddisfacente o magnifico. Insomma un aggettivo che ben descrive la sensazione che si ha nell’ascoltare questo album, il quarto di David Bowie. Hunky Dory indica la consacrazione del Duca e l’inizio della scalata senza fine verso la leggenda. Come lui stesso ha ammesso “Hunky Dory è stata come una meravigliosa ondata. Suppongo mi abbia messo in condizione – per la prima volta nella mia carriera – di raggiungere un pubblico ampio. Intendo persone che venivano da me a dirmi ‘Bell’album, belle canzoni!’, qualcosa di mai accaduto sin lì. Ho cominciato a comunicare ciò che avrei voluto”.

Non stiamo parlando assolutamente di un disco innovativo, bensì di un piacevole incontro tra folk – un ritorno alle origini – e pop, ma soprattutto di un album che rappresenta il codice genetico della carriera musicale di Bowie.

Hunky Dory mette in evidenza una delle caratteristiche principali sulle quali David Jones ha basato la sua carriera: catturare i pregi e difetti musicali di altri artisti, portandoli al limite e migliorandoli. Dimostrando un’attenzione oculata verso il panorama musicale che lo ha circondato e senza precludersi sperimentazioni di ogni tipo.

Alla base di Hunky Dory vi è prima di tutto l’avvicendamento tra Tony Visconti – che in seguito diverrà il produttore storico di Bowie – e Ken Scott, in secondo luogo una band estremamente capace che dall’album successivo cambierà nome in The Spider From Mars.

L’album in sé, appare quasi come un greatest hits, comincia con quello che poi sarà un classico della discografia di Bowie, Changes, canzone che tratta il tema del cambiamento artistico – fulcro della carriera del Duca – e  nata come “una parodia buttata là di una canzone da Night Club“.

Hunky Dory prosegue con Oh! You Pretty Thing – una delle prime canzoni del disco ad essere registrata. Bowie si sveglia nel cuore della notte con un motivetto ben preciso in testa che deve fissare al pianoforte, ricorda a tratti la storia di Paul McCartney con Yesterday.

Scanzonata all’apparenza ma con diversi messaggi che hanno dato vita a numerosi dibattiti e a dietrologie sul credo politico di Bowie e sul suo stile di vita. Si è sempre pensato che il Duca avesse simpatie naziste, o comunque una discreta affinità con l’idea di una razza superiore. Tale tesi è rafforzata dai riferimenti al pensiero di Nietzsche, in particolar modo in Oh! You Pretty Thing si fa riferimento al concetto di übermensch –  l’oltreuomo – una sorta di evoluzione dell’uomo capace di superare i propri limiti e legittimare la propria superiorità imponendosi sulla società.* L’homo superior si riferisce con molta probabilità alle nuove generazioni, bombardate dai media e capaci – secondo Bowie – di sviluppare anticorpi emotivi.

Oltre a Nietzsche c’è un altro pallino di Bowie nascosto in questa canzone, quello di Alister Crowley e dell’occultismo; un file rouge che attraversa la carriera del cantautore in tutta la sua interezza, sino a Black Star.

Altre curiosità sono legate a Life On Mars?, difatti leggenda vuole che fosse ispirata a My Way. My Way è una canzone dalla genesi complessa, Claude François nel 1967 scrisse la canzone Comme d’Habitude – fece il boom e venne chiesto a Bowie di adattarne il testo nell’anno seguente. Prende così forma Even a Fool Learns to Love, un titolo a posteriori definito cafone dallo stesso Bowie. Fatto sta, che alla fine della giostra l’adattamento del testo scelto è quello scritto da Paul Anka, reso poi celebre dall’interpretazione di Frank Sinatra. Dalle ceneri di quell’esperienza e da quel giro d’accordi Bowie tira fuori Life On Mars?, una canzone zeppa di riferimenti pop e glam, uno zapping alla Warhol. Life On Mars? È l’esaltazione del bombardamento mediatico al quale è sottoposto l’homo superior, la celebrazione di un mondo che sta sempre più diventando di plastica, ma soprattutto della fetta di celebrità che ognuno di noi avrà per 15 minuti.

Warhol che viene celebrato nell’omonima Andy Warhol, un brano reso celebre dalla trama delle chitarre ancor prima del testo. C’è un curioso aneddoto legato a Bowie e Warhol, un incontro  presso la Factory nel quale il Duca cercò di impressionare – facendo il mimo – l’artista cecoslovacco che però rimase più che freddo di fronte allo spettacolino messo in atto da Bowie. Nonostante la “bocciatura” subita, Bowie non smetterà di vedere in Warhol una delle figure più ispiranti della propria carriera.

I riferimenti pop non finiscono con Warhol e Life On Mars? Ma proseguono con Song for Bob Dylan, l’omaggio che Bowie rende al cantautore di Duluth è una parodia della canzone Song for Woody, brano composto da Dylan per Woody Guthrie.

Gli aneddoti sono infiniti e sarebbe più consono scrivere un libro piuttosto che un breve articolo a riguardo, mi limito però a chiudere con Queen Bitch, il brano dedicato da Bowie all’amico Lou Reed – anche nello stile il Duca attinge a piene mani dalla scrittura “urbana” tipica di Lou Reed (Queen nel gergo newyorkese sta a significare “omosessualità”). Possiamo considerare questo brano come un assaggio di ciò che andiamo a trovare un anno dopo in Transformer.

In Queen Bitch si parla anche di Flo & Eddie, i fondatori di The Turtles, ex membri dei Mothers Of Invention di Zappa e supporto di Marc Bolan con i T.Rex.

La cover dell’album trae ispirazione da una foto di Marlen Dietrich che Bowie portò con se durante il servizio fotografico. Giusto a suggellare tutti i riferimenti pop presenti nell’album, Hunky Dory è la fotografia di un mondo e la previsione di dove quel mondo finirà di lì a breve.

 

*Mi limito semplicemente a riportare una interpretazione estremizzata del pensiero di Nietzsche, da parte di alcuni studiosi, che naturalmente non può essere sintetizzata in poche righe. Ci sono numerose interpretazione sulle parole di , ma naturalmente non essendo una pagina dedicata alla filosofia mi limito ad invitare chi fosse interessato ad approfondire l’argomento.

Buffalo Springfield – Buffalo Springfield Again

Buffalo Springfield - Buffalo Springfield Again

La seconda fatica targata Buffalo Springfield comprova al creato intero – non solo la somma inclinazione creativa di Stills, Young (e in parte Furay) – altresì l’attitudine a deliberare titoli bislacchi – e fuori dall’ordinario – agli album prodotti.

Perciò dopo l’audace scelta – che non definire innovativa è un sacrilegio –  per il primo album Buffalo Springfield, la sfacciataggine dei 5 ragazzi canamericani (o americadesi) (o statunicansi) (o castanatunitensidesi) raggiunge vette sconosciute anche agli sherpa… Buffalo Springfield Again, dove quel “again” allude all’impudenza dimostrata nel precedente lavoro e la recidività nell’essere sfrontati.

Cosa carpiamo da questo capolavoro? Che quando tu hai 22-23 anni, sei al secondo album e produci brani maturi sino a questo punto, molto probabilmente sei un predestinato.

Gli eventi susseguitisi dopo la prima uscita non hanno reso il lavoro semplice, Palmer viene arrestato per possesso di marijuana e rispedito in Canada, i Bufali si trovano a doverlo sostituire con vari musicisti (tra i quali Fielder dei Mothers of Invention) e a rimpiazzarlo definitivamente nel 1968 con Messina che dimostra tutte le sue abilità al basso (nonostante sia un chitarrista in origine) oltre che come provincia. La mancanza di Palmer viene palesata nel Hollywood Place TV Show dove Mr. Soul è stata eseguita dai Bufali, e nel quale il road manager finge di suonare il basso ed appare di spalle davanti la telecamera, mentre il resto della band suona in playback.

Nel frattempo ha inizio anche il teatrino che proseguirà negli anni a venire tra Stills e Young, con continui litigi che portano il gruppo piano piano allo sfaldamento (e Young ad uscire e rientrare nella band). Subentra in maniera imponente, perciò, la figura di Furay che compone di suo pugno 3 brani e contribuisce alla stesura dell’album in maniera più partecipe rispetto al primo lavoro in studio. Mentre la produzione passa in toto nelle mani di Ertegun.

Punta di diamante dell’album è Mr. Soul, singolo di lancio, cantato ed interpretato interamente da Neil Young. Qui si cominciano a distinguere sempre di più i tratti salienti della sua tecnica chitarristica e della sua voce particolare.

Bluebird da molti supporter della band è riconosciuta come il picco massimo raggiunto dai Bufali nel corso della loro carriera, come spesso accade la versione live talvolta varia dall’originale, la intro veniva usata come un trampolino di lancio per delle jam session nelle quali Young, Stills e Furay davano sfogo alla loro foga chitarristica intrecciandosi in divagazioni musicali della durata di svariati minuti. E’ necessario menzionare anche un’ulteriore componimento di Stills: Rock & Roll Woman. Seppur non presente nei credits, questa canzone segna un evento importante nella storia della musica, l’alba del sodalizio StillsCrosby che getterà il germe della nascita dei CSN.

La chiusura del disco è affidata all’avveniristica e zappiana Broken Arrow, anche in questo caso è necessario menzionare una collaborazione che scriverà pagine fondamentali negli anni a venire, quella tra Young e Nitzsche. L’ assistenza di Nitzsche si registra anche per Expecting to Fly che assieme a Broken Arrow è stata pensata come brano per un disco solista di Neil Young, tant’è che sono state registrate col solo Young come membro ufficiale dei Bufali.

Frank Zappa – Hot Rats

Frank Zappa - Hot Rats

Hot Rats è il settimo album in studio dal 1966 di Frank Zappa ed il primo da solista dopo lo scioglimento dei Mothers Of Invention.

E’ veramente difficile scegliere un lavoro di Zappa, il problema è che il livello di ogni singolo album sfornato è eccelso, la mole musicale sin qui prodotta dall’italoamericano è frutto di un lavoro stacanovista e certosino che quasi sfiora il patologico… le 18 ore di composizione musicale giornaliera sono un ritmo insostenibile per quasi chiunque, se poi pensate che dietro non vi è nessun uso di sostanze stupefacenti vi rendete conto di quanto quest’uomo abbia dato alla musica, rinunciando praticamente a quasi tutti i sentimenti umani (un ritmo simile è stato tenuto da David Bowie poco prima della trilogia berlinese, quando vivendo a LA è riuscito a star sveglio 6 giorni consecutivi – più per merito della cocaina che per la voglia di lavorare – con tanto di avvistamenti alieni e paura dei complotti in ogni dove).

Hot Rats è un album, composto e arrangiato completamente da Zappa, caratterizzato dalle molte influenze jazz ed è quasi completamente strumentale (Willie the Pimp è l’unico brano cantato dal grande Don Van Vliet, conosciuto dai più come Captain Beefheart).

Secondo la critica Hot Rats è da considerare il primo album di jazz-fusion della storia, esso mette in luce il lato di Zappa sconosciuto ai più, quello di grande compositore di musica contemporanea pronto a spingersi sino al limite estremo della sperimentazione (grazie anche all’ausilio di tecniche di registrazione all’avanguardia per l’epoca, mixer a svariate tracce, sovraincisioni, accelerazioni e cazzi vari).

Durante le sessioni dell’album, Zappa, si è consultato col produttore di musica jazz Dick Bock che gli ha presentato il violinista Jean-Luc Ponty che ritroviamo in It Must Be a Camel ed in altre collaborazioni (successivamente anche in King Kong, un altro album di Zappa).

Un pensiero va sicuramente a quel mostro di musicista che è Ian Underwood, polistrumentista capace di suonare i fiati e le tastiere e di coprire la mole di lavoro di dieci musicisti. Anche Zappa, per quest’album, ha accantonato in parte la chitarra per suonare piano e batteria.

Peaches en Regalia è la canzone probabilmente più conosciuta di Frank Zappa, un capolavoro assoluto e forse uno dei brani più commerciali e di facile comprensione per via della melodia che cattura l’ascoltatore grazie ad un ritmo atipico (tre note riprodotte nello spazio di due), e ad un ossatura armonica composta da 4 temi principali. Direte: “Mecoglioni!“. Anche giustamente aggiungo.

Willie the Pimp, interpretato vocalmente da Captain Beefheart – amico di infanzia di Frank Zappa e autore di quel grande album che è Trout Mask Replica (prodotto dallo stesso Zappa) – ci racconta la storia di un pappone che parla, con allusioni sessuali, a una ragazza della sua scuderia. Uno dei classici temi alla Zappa.

E’ inutile inoltrarsi ulteriormente nelle spiegazioni dei brani considerando che si andrebbe incontro a dei tecnicismi che mi farebbero perdere i pochi lettori che ho, concludo dicendo che la cover del disco è una foto di Ed Caraeff (autore anche della copertina di Uncle Meat) scattata a Beverly Hills, che immortala una groupie amica di Zappa mentre fa capolino da una piscina vuota come se fosse uno zombie che esce da una tomba.