PJ Harvey – Let England Shake

Pj Harvey - Let England Shake

“Mi sono veramente goduta questa differente, enorme, ampiezza di sonorità che l’autoharp da. È un suono delicato, ma al tempo stesso è anche come avere un’orchestra sulla punta delle dita. Ho cominciato a scrivere molto sull’autoharp, poi lentamente col passare del tempo, la mia scrittura ha cominciato a muoversi verso la sperimentazione con differenti chitarre, usando diverse applicazioni sonore, alcune delle quali non ho mai avuto a che fare prima”.  

Nasce qui la nuova vita di PJ, l’autoharp è un po’ il simbolo della sua nuova parentesi musicale… in molti degli articoli e delle interviste del periodo che ho raccolto, Let England Shake viene considerato come l’inizio di un nuovo corso; a distanza di anni – e con la possibilità di vedere la piega che la carriera artistica di PJ ha preso – non me la sento di dissentire.  

“Non sento il dovere di spiegare ogni intenzione dietro ad ogni cosa” 

Si gira pagina quindi e si scopre una Polly Jean – accompagnata dai prodi John Parish e Mick Harvey – consapevole di quanto fatto nei vent’anni precedenti, è conscia di essere un’icona e una delle personalità più brillanti della scena musicale, il suo metodo di scrittura vira verso lidi differenti, vengono introdotti il sax e la tromba – oltre all’autoharp – e l’uso della voce cambia “non potevo cantare con una voce matura ed estremamente ricca senza apparire completamente fuori luogo. Le parole hanno già un loro peso specifico e non avevo intenzione di aggiungere un ulteriore fardello su di loro, perciò ho lentamente trovato la voce e ci ho cominciato a lavorare, sviluppando così il ruolo del narratore… è stato un processo a livelli”. 

La volontà di Polly è chiara: non dire alla gente ciò che deve sentire o pensare, la necessità è proprio quella di affermarsi come narratrice, una cronista che vuol fare uno spaccato del mondo, sulla guerra contemporanea e sulle radici dei conflitti. Per riuscire a fare questo, Polligegia ha raccolto testimonianze da parte di chi ha vissuto in prima persona tanti conflitti (Iraq e Afghanistan) nei differenti periodi storici (documentandosi sulla campagna di Gallipoli, non quella in Puglia). 

The Words That Maketh Murder fa proprio riferimento alla guerra afghana, è una critica alla diplomazia e fa riferimenti ai conflitti mondiali del secolo scorso. Una delle peculiarità di Polli è la capacità di inserire spessissimo alcuni easter egg volti a tributare artisti con i quali è cresciuta, avviene anche in questo brano dove il refrain finale “what if I take my problem to the United Nations?” è basato su Summertime Blues di Eddie Cochran. Un modo di rendere più paradossale il brano e il significato, contrapponendo la spensieratezza di Summertime Blues alla semplicità con la quale si spediscono in guerra le persone. 

Questa canzone in particolare ha impressionato Patti Smith che – come in un passaggio di consegne – ha benedetto la canzone di “Polly Harvey“: “mi rende felice di esistere. Ovunque qualcuno faccia qualcosa di valore, inclusa me stessa, mi rende felice di essere viva. Per questo ascolto questa canzone tutte le mattine, completamente allegra.” 

A conferire un’ulteriore aura di sacralità al disco, contribuisce senz’ombra di dubbio la scelta di registrare il disco in una chiesa del 18esimo secolo, davanti la quale Polli passava spesso durante la sua permanenza a Yeovil. La sensazione è che – più che in passato – ogni singolo brano arrivi a toccare le corde emotive dell’ascoltatore, una dichiarazione d’amore e odio verso la propria madre patria, che potrebbe essere traslata senza problemi in altri macro-ambienti. 

Nonostante ella non abbia mai scritto sino a questo punto di queste tematiche, non significa che fosse scevra, anzi la propria coscienza politico sociale l’ha condotta alla creazione di Let England Shake, che di fatto è stato un lavoro propedeutico per The Hope Six Demolition Project con l’annessa denuncia sociale che si porta appresso “sono dovuta andare a guardare dietro a tante canzoni che ascoltavo da piccola, come Southern Man o Ohio di Neil Young. Così come tante canzoni di Dylan, specialmente dei primi anni ‘60, o Dachau Blues di Beefheart. Ricordo che ascoltandole da ragazzina, fantasticavo ‘di cosa canteranno?'” 

Forse per questo motivo Let England Shake è l’album più “verboso” di PJ, nei cinque anni che sono passati da White Chalk, la penna ha versato fiumi di inchiostro per due anni consecutivi – tra revisioni ed elaborazioni, tra prose e poesie – andando a comporre successivamente la musica per i 12 brani, che spostano il baricentro creativo di Polli annoverandola di fatto nella sfera cantautorale. 

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Captain Beefheart – Safe As Milk

Captain Beefheart & His Magic Band - Safe As Milk

Don Vliet, aggiunge il Van tra nome e cognome (come Van Portogal dopo la morte artistica di Joe Sandalo), non appena Alexis Clair Snouffer decide di cambiare il suo nome in Alex St. Claire. Ma il Beefheart ha origini più lontane, legate alla gioventù di Don spesa con Zappa.

Insieme a Don e i suoi genitori – prima della morte del padre – viveva anche suo zio Alan, che aveva un’attrazione perversa per la fidanzata di allora di Don: Laurie (anch’essa sotto lo stesso tetto). Quindi quando capitava che Alan si trovasse in casa nello stesso momento di Laurie, pare fosse solito lasciare la porta del bagno aperta per mostrare il suo piffero in tutta la sua meraviglia “Ah, che bellezza! Sembra proprio un bel grosso, succulento cuore di manzo [beefheart in inglese]”. Questo aneddoto ce lo riporta Zappa, così stupentamente (per dirla alla Mago Gabriel) grottesco da non passare inosservato e da venir cesellato nella mente di zio Frengo.

A proposito dell’amicizia con Zappa, sarà un aspetto fondamentale nella carriera di entrambi, un modo di alimentare costantemente la propria vena creativa ed il proprio estro, culminando in molte collaborazioni nel corso degli anni (tra le quali svettano Trout Mask Replica e Roxy & Elsewhere), la differenza tra i due giace nell’abuso di sostanze psicotrope da parte di Don – che canta usualmente sotto LSD o marijuana – e il buon Frank che più di una birra non se la concede proprio (questo discorso lo approfondiremo prossimamente).

Dopo una doverosa parentesi riguardante Don, veniamo al disco che si presenta con fortissime sonorità delta blues, caldeggiate anche dalla chitarra e dagli arrangiamenti di un pubescente Ry Cooder che si presenta come il jolly imprescindibile della Magic Band.

A proposito di delta blues e di interconnessioni e loop alla Esercito delle Dodici Scimmie: Sure ‘Nuff ‘N Yes I Do è un vero e proprio calco di Rollin’ and Tumblin’ nella versione Muddy Waters, dove il bottleneck domina la canzone. Ma Rollin’ and Tumblin’ non è nient’altro che una versione evoluta di New Minglewood Blues di Gus Cannon (parliamo di anni ’20), nella quale il testo comincia con “I was born in the desert…” ripreso poi da Beefheart in Sure ‘Nuff ‘N Yes I Do.

In tutto questo PJ Harvey – come già raccontato – follemente innamorata della produzione discografica di Captain Beefheart, trova il modo di rendergli tributo in To Bring You My Love che ha nell’incipit proprio “I was born in the desert…”.

La figura e l’estro di Beefheart oscurano un po’ tutto il resto, la Magic Band appare più come un gruppo spalla, eppure il leader spirituale del progetto sarebbe St. Claire, ma il Capitano è sopra ogni cosa, tant’è che tutti i brani presenti nel disco portano la sua firma. E in alcuni di questi si capisce anche il perché sia amico di lunga data di Zappa, come ad esempio in Dropout Boogie, Abba Zaba o nell’RnB di I’m Glad o la ben più conosciuta Electricity, anche se il sound ‘60s domina incontrastato per tutto il disco.

Captain Beefheart è un personaggio rimasto confinato per troppo tempo ai limiti della scena musicale – forse perché troppo ostico e poco digeribile – eppure la sua versatilità ed ironia avrebbero dovuto contribuire ad avere maggior successo. Aldilà di queste sciocche elucubrazioni partorite giustappunto per trovare una chiusa all’articolo, innegabile è l’influenza che Don Vliet ha avuto su gran parte dei colleghi coevi nella scena musicale come Zappa e i Beatles, fino ai più recenti PJ Harvey e Sonic Youth (giusto per citarne qualcheduno).

PJ Harvey – To Bring You My Love

 

Pj Harvey - To Bring You My LoveLa consacrazione definitiva per PierJulia Harvey arriva con To Bring You My Love.

I proventi derivati dalle prime due fatiche discografiche consentono alla nostra eroina di acquistare casa nella nativa Yeovil – a poca distanza dall’abitazione dei genitori – ove dalla finestra osserva, come una novella Leopardi, distese di campi. L’ispirazione facilitata dall’ambiente e dall’assenza di vicini getta le fondamenta del terzo album, che prende vita nel 1994.

Si abbandona un po’ l’aggressività strafottente e l’attacco al concetto tradizionale di mascolinità, si canta di perdite, appartenenza e amori che sfuggono, viene introdotto inoltre il tema religioso. Curioso quest’ultimo aspetto in quanto – come per Nick Cave -non c’è fede nell’artista (che non è stata nemmeno battezzata) ma è tema che ricorre nelle canzoni, una sorta di giustificativo e palliativo per poter affrontare gli ostacoli della vita e trovarne il senso.

Ulteriore carattere distintivo dell’album è la continua citazione a Captain Beefheart; difatti la title track che ci introduce nell’album, è la frase di apertura di Sure ‘Nuff ‘n Yes I Do (primo brano di Safe as Milk) con “I was born in the desert”.

Anche in Meet Ze Monsta prende in prestito la frase Meet the Monster Tonight dal brano Tropical Hot Dog Tonight (album Shiny Beast).

Oltre a queste due citazioni palesi, ci sono dei richiami più o meno nascosti e a tratti anche frutto di un’interpretazione azzardata. Sempre da Safe as Milk c’è una somiglianza delle melodie e dei testi con Dropout Boogie, mentre in Teclo la linea melodica è il riflesso di Her Eyes Are A Blue Million Miles.

Captain Beefheart è nell’imprinting musicale della Harvey, negli ascolti d’infanzia che la facevano star male; la riscoperta di CuorediManzo con un accezione positiva è merito di John Parish – polistrumentista e produttore che ha avviato una lunga e positiva collaborazione con PolliJijia – capace di ravvivare l’interesse della cantante regalandole la musicassetta di Shiny Beast.

Non si può terminare senza aver citato il brano che – nell’immaginario collettivo – rappresenta l’album: Down By The Water. In controtendenza – per via dei synth – e in contrasto con l’immagine e l’idea musicale che finora ha trasmesso PolliJijia.

Il videoclip – girato anche questa volta dalla Mochnacz – ci mostra la nostra eroina in panni totalmente diversi rispetto a quanto ci ricordavamo: dall’approccio sfatto e menefreghista, alla cura nell’aspetto e nei movimenti meno concitati.

La filastrocca che chiude la canzone è in parte ripresa dalla canzone folk – di inizio ‘900 – Salty Dog Blues nella versione di Lead Belly.

La bellezza dell’album, risiede nella presenza di numerosi easter eggs – sparsi qua e là dalla PJ – che rendono tributo a coloro che in un modo o nell’altro hanno formato la sua coscienza musicale, ma anche nell’evoluzione compiuta nella scrittura dei brani e nella familiarizzazione con i propri mezzi.

Frank Zappa – Hot Rats

Frank Zappa - Hot Rats

Hot Rats è il settimo album in studio dal 1966 di Frank Zappa ed il primo da solista dopo lo scioglimento dei Mothers Of Invention.

E’ veramente difficile scegliere un lavoro di Zappa, il problema è che il livello di ogni singolo album sfornato è eccelso, la mole musicale sin qui prodotta dall’italoamericano è frutto di un lavoro stacanovista e certosino che quasi sfiora il patologico… le 18 ore di composizione musicale giornaliera sono un ritmo insostenibile per quasi chiunque, se poi pensate che dietro non vi è nessun uso di sostanze stupefacenti vi rendete conto di quanto quest’uomo abbia dato alla musica, rinunciando praticamente a quasi tutti i sentimenti umani (un ritmo simile è stato tenuto da David Bowie poco prima della trilogia berlinese, quando vivendo a LA è riuscito a star sveglio 6 giorni consecutivi – più per merito della cocaina che per la voglia di lavorare – con tanto di avvistamenti alieni e paura dei complotti in ogni dove).

Hot Rats è un album, composto e arrangiato completamente da Zappa, caratterizzato dalle molte influenze jazz ed è quasi completamente strumentale (Willie the Pimp è l’unico brano cantato dal grande Don Van Vliet, conosciuto dai più come Captain Beefheart).

Secondo la critica Hot Rats è da considerare il primo album di jazz-fusion della storia, esso mette in luce il lato di Zappa sconosciuto ai più, quello di grande compositore di musica contemporanea pronto a spingersi sino al limite estremo della sperimentazione (grazie anche all’ausilio di tecniche di registrazione all’avanguardia per l’epoca, mixer a svariate tracce, sovraincisioni, accelerazioni e cazzi vari).

Durante le sessioni dell’album, Zappa, si è consultato col produttore di musica jazz Dick Bock che gli ha presentato il violinista Jean-Luc Ponty che ritroviamo in It Must Be a Camel ed in altre collaborazioni (successivamente anche in King Kong, un altro album di Zappa).

Un pensiero va sicuramente a quel mostro di musicista che è Ian Underwood, polistrumentista capace di suonare i fiati e le tastiere e di coprire la mole di lavoro di dieci musicisti. Anche Zappa, per quest’album, ha accantonato in parte la chitarra per suonare piano e batteria.

Peaches en Regalia è la canzone probabilmente più conosciuta di Frank Zappa, un capolavoro assoluto e forse uno dei brani più commerciali e di facile comprensione per via della melodia che cattura l’ascoltatore grazie ad un ritmo atipico (tre note riprodotte nello spazio di due), e ad un ossatura armonica composta da 4 temi principali. Direte: “Mecoglioni!“. Anche giustamente aggiungo.

Willie the Pimp, interpretato vocalmente da Captain Beefheart – amico di infanzia di Frank Zappa e autore di quel grande album che è Trout Mask Replica (prodotto dallo stesso Zappa) – ci racconta la storia di un pappone che parla, con allusioni sessuali, a una ragazza della sua scuderia. Uno dei classici temi alla Zappa.

E’ inutile inoltrarsi ulteriormente nelle spiegazioni dei brani considerando che si andrebbe incontro a dei tecnicismi che mi farebbero perdere i pochi lettori che ho, concludo dicendo che la cover del disco è una foto di Ed Caraeff (autore anche della copertina di Uncle Meat) scattata a Beverly Hills, che immortala una groupie amica di Zappa mentre fa capolino da una piscina vuota come se fosse uno zombie che esce da una tomba.