Franco Battiato – La Voce Del Padrone

Viaaaaa viaaaa viaaaaaa da queste spondeeeeeee (falsetto) 

Portami lontano sulle ondeee ee e eeeeeee (falsetto ansimante)  

GNI GNI GNIIIII 

GNI GNI GNIIIII 

Come entrare nell’ultima settimana di questa bizzosa estate senza cantare Summer On A Solitary Beach, con lo sciabordio del mare sulla battigia che suona leggiadro in sottofondo? Non ci pensavate? Adesso ve l’ho schiaffata io in testa, bastardi che non siete altro!  

Universalmente riconosciuto come capolavoro assoluto della discografia del Francone nazionale, La Voce Del Padrone sembra quanto di più vicino possibile ad un greatest hits. Ma sento di fare una piccola postilla: questo album non rientra nella mia top 3 del Maestro, per quanto è veramente un grande, grandissimo disco.  

Hey, hey, poi c’è da dire che altri capolavori del Maestro saranno recensiti in futuro su altri cicli, quindi non disperate.  

Bon, bando alle ciance, chi di voi non ha cantato almeno una volta nella vita “Sul ca**o sventola la mano stanca”?

È un po’ alla stregua di “Ma la notte la festa è finita, evviva la fi*a”. Ritornelli che viscidamente si insinuano nell’immaginario adolescenziale, i grandi classici che ti fanno urlare le parolacce quando tutti gli altri te le vietano, l’espediente per ottenere la gloria a 14anni, la battuta che si fa con quegli occhi un po’ sottili e un po’ a sofficino. Insomma ci siamo capiti. 

Ok, dopo tutte queste manfrine comincio a raccontare veramente La Voce Del Padrone, anche perché il Maestro non ha sicuramente ragionato il disco per renderlo un coro per ragazzini pubescenti. Se ascoltate attentamente Battiato troverete delle analogie con Frank Zappa ed Elio E Le Storie Tese nell’inserire easter egg qua e là, nei testi, nella musica. Merito di un bacino di riferimento letterario e pop sterminato che garantisce la creazione di brani multistrato composti con l’ausilio di Giusto Pio

Ne è un esempio Cuccurucucù, che cita Nicola Di Bari (Il Mondo è Grigio, Il Mondo è Blu), Milva (Il Mare Nel Cassetto), Rolling Stones (Ruby Tuesday) i Beatles (With A Little Help From My Friends e Lady Madonna), Tomàs Méndez (Cucurrucucù Paloma), Chubby Checker (Let’s Twist Again) e Bob Dylan (con Like A Rolling Stone e Just Like A Woman).  

Per raccontare questo album credo sia fondamentale focalizzarsi (un poco) sul rapporto creatosi tra Battiato e Pio, due mostri sacri che hanno alimentato a vicenda la loro leggenda. Le lezioni di violino di Giusto Pio, vedevano in Battiato un egregio allievo, la condivisione di idee musicali li conduce alla scrittura, riuscendo a strappare un contratto con la EMI, disattendendo di poco le previsioni di vendita per i primi lavori.  

Il duo costruisce negli anni una forte credibilità con L’Era del Cinghiale Bianco, che con 40000 copie vendute si rivela un successo, soprattutto pensando al budget a disposizione e al tempo ridotto nel registrarlo. Un risultato che corroborato dalla conferma di Patriots induce la EMI a porsi delle domande su Battiato: “Ci crediamo o no? Quanto pensate di vendere con questa Voce Del Padrone” 

Battiato: “90000” 

Pio: “120000” 

Risultato finale: oltre 1 milione di copie polverizzate diventando l’album più venduto nella storia della musica italiana per lunghissimo tempo. Questo successo è ascrivibile anche alla capacità del duo di lavorare in sinergia con efficienza ed efficacia infinitesimale. Per La Voce Del Padrone, Pio e Battiato arrivarono in studio con le partiture complete, le armonie e gli arrangiamenti ultimati, nessun margine di manovra in fase di registrazione. Un modus operandi che permetteva la registrazione di un disco 9 volte più velocemente rispetto alla norma (in 20 giorni rispetto ai 180/240 previsti da altri artisti). 

La composizione avveniva durante gli spostamenti in auto, prediletti da Pio e Battiato per evitare perdite di tempo e ritardi da parte dei roadie. Proprio in quei momenti Battiato era solito canticchiare ritornelli o fraseggi musicali, che Pio traslava su spartito in albergo. Così facendo pochi giorni dopo la tournèe, tornavano in studio a registrare il nuovo disco. 

Se René Guénon ha influenzato in blocco L’Era Del Cinghiale Bianco, con La Voce Del Padrone Battiato si ispira a George Ivanovic Gurdjeff per ricercare il risveglio del proprio io interiore, in questo il Centro di Gravità Permanente strizza l’occhio alla sua filosofia, e tutti gli incontri raccontati nella canzone sono mirati alla crescita personale. “Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia di Ming” fa riferimento al gesuita Padre Matteo Ricci, conosciuto in Cina come Li Madou, evangelizzatore che ha provato a sedurre l’impero cinese dall’interno.

Un j’accuse di Battiato alla dottrina colonialista della chiesa Cattolica e anche un monito generale ad essere sé stessi, per questo, successivamente nella canzone, rivela che non gli piace alcun genere musicale, nemmeno quelli che ancora non esistono. Ergo, muovo una critica verso tutti coloro che si adeguano agli altri per trovare il proprio equilibrio, quando il centro di gravità permanente è un viaggio in solitaria basato sulle proprie scelte e sull’essere sé stessi.  

In questa analisi trova la sua dimensione anche Bandiera Bianca, brano di critica sull’immoralità della società contemporanea (Minima immoralia è un tributo al testo di Adorno Minima Moralia). Si torna a puntare il dito sul denaro (pronipoti di sua maestà il denaro) e la dipendenza da esso (come in L’Era del Cinghiale Bianco), la piaga del terrorismo (gli idioti dell’orrore) così come la politica (i programmi demenziali con tribune elettorali) vengono condannate.  

Ricompare la figura di Dylan (o meglio compare per la prima volta, visto che Bandiera Bianca è il secondo brano e Cuccurucucù il quarto) chiamato Mister Tamburino, c’è anche Alan Sorrenti e i suoi figli delle stelle, mentre Vivaldi, Beethoven e Sinatra nel brano sono condannati perché idealizzati aprioristicamente dalla società (che non capisce la loro reale portata culturale). Il ritornello invece è ispirato alla poesia L’Ultima Ora di Venezia di Arnaldo Fusinato “[…] il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca […]”, che descrive la resa della città alle truppe austriache.  

La medesima resa di una società alle piaghe dello scorso secolo, flagelli attuali, anzi a quarant’anni di distanza si può dire che la situazione sia peggiorata notevolmente. 

Come in passato, anche qui ci sarebbe da scrivere un libro, non vi analizzo tutto il resto del disco per non tediarvi ulteriormente. mi sono dilungato troppo come spesso capita, a maggior ragione con questo disco perché è maledettamente bello perdersi in questo incantesimo [passatemi questa chiusa un po’ sbrigativa e acchiappona ndr]. 

Lino Capra Vaccina – Antico Adagio

Ecco questo è un disco stracazzuto.

Sono convintissimo che chi ha letto il titolo e l’autore, se non ha un minimo di confidenza con la scena italiana sperimentale, avrà tuonato un sonoro “uè belin mi prendi per i fondelli?”.  

Beh, l’abito non fa il monaco e le capre solitamente sono ovine, però non stiamo a guardare il pelo nell’uovo, suvvia! Proverò a farvi ravvedere.  

Prima di tutto, il signor Lino Vaccina è un percussionista con i contromazzi, che ha collaborato più volte nel corso della sua carriera col buon Franco Battiato (perlopiù durante il suo periodo sperimentale) e con Juri Camisasca, insomma due figure monumentali della nostra storia musicale.  

Secondo di tutto, il signor Lino Vaccina ha esordito con un disco enorme nel quale condensa input e idee musicali provenienti da ogni dove: la percussione domina e la voce è uno strumento che accompagna senza vincoli linguistici.  

Lo fa ammiccando alla musica orientale, per chi ha familiarità con il genere si possono trovare richiami di musica mongola e tibetana, con emissioni reiterate di suoni nasali e gutturali, che si intrecciano in un tappeto vocale molto vicino alle diplofonie di Stratos ma anche all’uso sapiente della voce esercitato dal Dio Wyatt

Ok, ora siete meno scettici? Ho stuzzicato un poco la vostra fantasia? Ho altri argomenti volti a convincervi. 

Provate a metter su Antico Adagio, ascoltatelo più volte e sarete rapiti dal suo contenuto, dall’attualità a distanza di oltre quarant’anni. È musica che vive in naftalina, non ha bisogno di imbellettarsi, ogni suo pezzo potrebbe essere tranquillamente usato come tema di un film, per una pièce teatrale, per la colonna sonora della vostra vita. Insomma, tanti salamelecchi per un Thom Yorke di turno che fa la colonna sonora di Suspiria, quando bastava andare dal Lino a chiedergli in prestito le tracce di Antico Adagio (senza nulla togliere al pregevole lavoro di Yorke). Anzi vi suggerisco un giochino: provate ad ascoltare Motus e poi buttate su qualsiasi altro brano da Kid A. Sono curioso di sapere quali conclusioni ne traete. 

A differenza di Sorrenti, Lino Capra Vaccina ha saputo resistere al richiamo pop-commerciale (considerato non nelle sue corde), non è caduto in un vortice depressivo come Cilio ed è riuscito a mantenere un profilo estremamente definito, privilegiando la sperimentazione e l’improvvisazione volta all’inclusione, con un linguaggio musicale alto ma al tempo stesso accessibile ai più. 

Questo è lo spirito della musica anni ‘70, quando la sperimentazione non era semplicemente una scoreggia da degustare in un bicchiere di cristallo e del quale compiacersi con altri teoretici del settore, questo è lo spirito della sperimentazione di Battiato e di Cilio, con tanta voglia di conoscere nuova musica e condividerla agli altri, conducendoli per mano.  

Antico Adagio è un disco meraviglioso, un’opera di ricerca nel quale Lino Capra Vaccina ha dedicato sé stesso per esprimere la propria cifra stilistica, composto di getto e per sottrazione, minimalista e ciclica. Cattura l’attenzione anche se ci si avvicina in maniera distratta, è come un incantatore di serpenti, è impossibile non venire rapiti dai ritmi e dalle armonie create da Capra Vaccina

Alan Sorrenti – Aria

Dammi il tuo amore  
Non chiedermi niente  
Dimmi che hai bisogno di me

Sono certo che avete canticchiato questo incipit con un falsetto sfiatato di tracimante nostalgia. Per i meno informati, Alan Sorrenti deve il successo soprattutto a questa canzone, alla seconda giovinezza musicale vissuta grazie a Pieraccioni e allo spot Fiat del 2003, eppure c’è stato un tempo in cui la chitarra col bending svogliato e l’effettazzo da dream pop di Tu Sei L’Unica Donna Per Me era lontano parsec dall’originaria idea musicale del Sorrenti

Aria è il disco d’esordio di Alan Sorrenti, un album con degli spunti di notevole fattura che lo rendono una pietra miliare della musica nostrana, nonostante le varie asperità che rendono buffe alcune soluzioni adottate (mi riferisco a testi tra l’ermetico e l’onirico oltre alle scelte vocali).  

Già, già, già, siamo dinanzi ad un tentativo molto valido di musica sperimentale, nel quale Sorrenti cerca di seguire in maniera coraggiosa (a tratti improvida), il tracciato di Tim Buckley e del suo Lorca, nella suite da 19 minuti che dà il nome al disco, c’è anche la prestigiosa collaborazione dell’esimio Jean-Luc Ponty. Il gallese-partenopeo Sorrenti si impegna portando arrangiamenti ed idee non scontate, variando tantissimo all’interno della suite, ondeggiando con naturalezza dall’etereo alla chitarra flamenca.  Si ammicca ai primi Pink Floyd post Barrett, alla psichedelia ammerigana ma anche al folk dei Pentangle e… insomma tutta quella scena lì bella bella.  

Perciò le canzoni provenienti da Aria diventano degli inni per i movimenti culturali, qualcosa nel quale si identificano i ragazzi, gli studenti e tutti coloro che trovano in Aria un messaggio d’amore universale, di pace, di surrealismo.  

E allora cosa è successo? Perché virare verso una svolta funky quando in partenza ci sono Aria e la meraviglia poetica di Vorrei Incontrarti

Accade che Sorrenti dopo due lavori riflessivi (a seguire Aria c’è Come Un Vecchio Incensiere) senta la necessità di introdurre maggiore ritmo nei suoi lavori, una svolta musicalmente commerciale, che arriva dopo un viaggio in Senegal che pompa ritmo nel sangue di un Sorrenti sempre attento allo studio della musica etnica.  

La strada del funk-soul era lastricata di buone intenzioni ma gli amanti del Sorrenti della prima ora vissero questo cambio molto male, immersi nell’onirico mondo musicale creato nei dischi precedenti (sì intendo tutti quegli studenti sballoni che mentre pippavano il drago magico si figuravano le viti e cacciaviti di La Mia Mente o al sasso che li ama di Un Fiume Tranquillo). 

Vabbè, se non avete mai ascoltato Aria, fatelo. Superate lo sbarramento iniziale legato a tutte quelle vocali apertissime e agli eccessi canori che vi faranno sorridere. Alan Sorrenti ha una grande voce, perciò: Let it flow!  

Lasciatevi circondare dalle note e vi troverete con gli occhi socchiusi ad ondeggiare avanti e dietro, sinuosamente, come se foste a Woodstock (fatelo quando siete da soli). Buon ascolto! 

Luciano Cilio – Dialoghi Del Presente

Come avrete inteso dalla scorsa settimana, si ritorna alla regolarità (ci si prova almeno) dopo una lunga ed imperdonabile assenza. Per questo motivo ho scelto un ciclo dedicato alla musica italiana, per dimostrarvi che nell’ammanto di silenzio calato in questo spazio digitale, risiede uno studio volto a regalarvi piccole perle di rara bellezza. 

Ho il piacere di introdurvi a un disco al quale sono molto legato, che ha poco di nostro all’apparenza. C’è una magia che non è propria del nostro territorio in Dialoghi del Presente, un misticismo che non consente di collocare facilmente questo disco in un arco temporale definito.  

Nomen Omen, Cilio rende fluidi questi Dialoghi, come se appartenessero all’adesso, al prima e al dopo. Suoni troppo puliti ed elaborati per sembrare antichi, ma con un riverbero che li rende distanti in un gioco misurato sapientemente da Cilio, capace di sospendere il tempo. 

Non è facile descrivere qualcosa del genere, sto facendo uno sforzo enorme, non è identificabile con musica progressiva, da camera, classica. Le composizioni di Cilio riunite in Dialoghi del Presente sono qualcosa di oltre. Per aiutarvi, se dovessi azzardare dei parallelismi direi che il Primo Quadro ha un sentore di Satie mentre nel Quarto Quadro (dove affiora anche un ritmo percussivo fortemente partenopeo) il rimando è alla Sagra della Primavera di Stravinskij

Paragoni impegnativi. Ma Luciano Cilio regge il confronto, perché capace di mutuare la sospensione temporale da Satie e Stravinskij, con una freschezza e leggerezza invidiabile.  Una capacità creativa meravigliosa, che lo stesso Cilio ha preferito negare a questo mondo all’alba dei 33 anni. 

C’è qualche accenno di Cage in questo disco, ma Cilio era diverso dal maestro statunitense. Mente curiosa e sperimentatrice, polistrumentista autodidatta incapace di tradurre la musica su pentagramma ma in grado di plasmare le composizioni a orecchio. Viaggia in oriente, apprende i rudimenti del sitar e si immerge a pieno nell’esotismo di sonorità inusitate. Sì, inusitate, come le parole che Umberto Eco era solito usare (quel fetentonte). 

Luciano [mi permetto di chiamarlo per nome in quanto quasi mio coetaneo quando se ne è andato ndr], ha battuto terreni musicali differenti rispetto a quanto richiesto dalle masse, invischiandosi con entrambi i piedi nelle sabbie mobili della sperimentazione che lo hanno lentamente risucchiato. Lui che con Alan Sorrenti ha condiviso un’idea musicale progressista – oltre all’anno di nascita e la provenienza – non è stato capito e accettato dai censori ortodossi del movimento e al contempo respinto dall’universo della musica popolare. 

Luciano si è arreso a soli 33 anni, perché non era capace di vivere attraverso la sua passione, quella musica maneggiata con sapiente bravura e leggiadria poco comune.  

Sarebbe bello onorare la sua memoria con l’ascolto dei Dialoghi, pertanto concedetevi poco meno di mezzora, non resterete delusi. Ad ogni ascolto riscatterete, un pelo di più, la memoria di un enorme artista nostrano.