Nick Cave & The Bad Seeds – The Good Son

Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son

Serendipità, questa orrenda parola d’autore (dal concetto meraviglioso) tradotta in italiano dall’inglese [serendipity ha tutt’altro impatto, non trovate?], è la parola che associo a The Good Son, perché ricordo che la sua scoperta per me è stata estremamente casuale, un po’ come avvenne a Cristoforo Colombo con la Colombia ero alla ricerca di altro e mi ritrovo questo disco così ben strutturato e potente, senza punti deboli.

Ho citato la Colombia, e restiamo in Sud America precisamente in Brasile (poi mica tanto distante dai cafeteros), paese fulcro per questo disco ed in particolare per la vita di Cave, arrestato nel 1988 e deciso a disintossicarsi. Il processo di pulizia viene favorito dal nuovo legame sentimentale di Nicolino che si accompagna alla giornalista Viviane Carneiro “Suppongo The Good Son sia un riflesso di quello che ho vissuto in Brasile nel primo periodo. Ero felice lì. Ero innamorato e i primi due anni sono stati buoni. Il problema che ho trovato è stato… che per sopravvivere avrei dovuto adottare la loro attitudine in tutto quanto, che è un po’ ottusa come cosa”.

Della serie la felicità non esiste, o se esiste non dura.

Bon, in questo contesto va ad incastonarsi il brano di apertura di The Good Son, quel Foi Na Cruz (Era sulla Croce) presa in prestito da un canto brasiliano di protesta e con qualche aggiunta nel pieno stile di Cave. La religiosità brasiliana è cosa risaputa e si trascina nel brano ricordandoci quanto Cristo si sia sacrificato per tutti. Al di là della tematica, non trovate analogie con From Her To Eternity? Entrambi i dischi cominciano con delle certezze che provengono dall’esperienza di Cave, prima Cohen e poi dalla tradizione del paese nel quale vive, partire dalle proprie radici per evolvere nel corso del disco in qualcosa di differente. Il cambiamento come motore unico.

La title track invece deve il proprio coro iniziale e finale a Another Man Done Gone, un canto della tradizione afro-americana, un brano registrato poi da Odetta e annoverato tra le ispirazioni di Nick Cave. The Good Son si ispira a Caino e Abele, un riferimento alla Bibbia dal quale attinge spesso e volentieri Cave per i propri sermoni apocalittici e che descrive la trasformazione e la sofferenza del “figlio buono”.  Una sorta di post-it che prosegue per tutto il disco come a mettere in guardia Cave stesso dal non commettere gli stessi errori del passato.

Negare il fascino per il sacro ed il profano è come affermare che la terra sia piatta [terrapiattisti de sto cazzo provate a negare il fascino del sacro e profano, merde], sicuramente è un terreno fertile per narratori e cantastorie, soprattutto per un ex tossico, tanto che anche The Witness Song è ispirato al gospel tradizionale americano Who Will Be A Witness?, nel quale Elvis in the Memphis in the Pelvis Cave potrebbe tranquillamente impersonare un santone battista moderno, tanto quanto è invasato e tarantolato nel canto, puntando il dito verso “Te, te e te! DATEMI UN AMEN CAZZO!”

Non mancano i momenti di dolcezza zuccherosa, tenerosa e amorosa, come in Lucy – brano a chiusura del disco – e The Ship Song o nel tango accennato di Lament. Il Sud America è presente anche nella bossanova di The Weeping Song, forse il momento più alto del disco, nel quale le voci di CaveBargeld si susseguono in un curioso gioco del perché tra un figlio – alla scoperta del dolore – ed il padre – intento a spiegargli che al peggio non c’è mai fine… ma tutto in modo molto paterno, non come ve l’ho liquidata io.

Forse il momento più cazzuto del disco però lo si ha con The Hammer Song, dove la grinta esce fuori di punto in bianco, dopo esser stata relegata per tanto durante il disco. The Hammer Song, insieme a The Witness Song, The Weeping Song e The Ship Song, sono rimaste – in uno slancio di fantasia – con il loro titolo provvisorio, attenzione a non sbagliarvi con The Good Son(g), che non è la buona canzone bensì il figlio buono.

Detta questa cazzata, i Bad Seeds qui fanno il culo a strisce a chiunque, grandi atmosfere, grande lavoro di fino da HarveyWydler che danno corpo all’opera senza invadenza.

Nick Cave & The Bad Seeds – From Her To Eternity

Nick Cave & The Bad Seeds - From Her To Eternity

Entriamo nel vivo di questo ciclo di pubblicazione, incentrato su Nick Cave. Dopo aver trattato No More Shall We Part e Murder Ballads, facciamo qualche passo indietro per ripescare il primo lavoro con i Bad Seeds successivo alla parentesi iniziale con i The Birthday Party.

Inutile spiegare quale sia l’importanza di un disco come From Her To Eternity, sono veramente intenzionato ad evitare il pippone su quanto sia importante un disco blablabla… partiamo dal presupposto che ogni disco trattato in questa pagina ha una determinata rilevanza oggettiva e/o soggettiva, per le carriere degli artisti per le emozioni che hanno trasmesso al pubblico e altri parametri che non sto qui a ripetere.

Su un aspetto in particolare però mi soffermerei, su quanto fondamentale sia stato l’ingresso di Blixa il crucco nelle dinamiche cantautoriali del tossico capellone Cave; di fatto con Blixa, Nick Cave rivolta il suo approccio musicale come un calzino: “Bè, credo che non stavamo più calciando la gente sui denti [fa riferimento all’aggressività dei The Birthday Party ndr]. Voglio dire, è semplicemente cambiato il resto. Volevo essere più orientato ai testi e acquisire Blixa Bargeld dagli Einsturzende Neubauten nel gruppo ha fatto un’incredibile differenza. È un chitarrista estremamente capace di creare atmosfera e ciò ha dato modo di avere il mio spazio.”

Bad Seeds nascono dal rigurgito dei The Birthday Party, Cave e Mick Harvey iniziano il nuovo progetto e vengono raggiunti dal già citato Bargeld, Barry Adamson al basso e Hugo Race alla chitarra. Questa è la prima formazione de facto dei Bad Seeds, che come sapete tutti ha una formazione talmente tanto liquida da sembrare più un bordello che una band… il nome viene preso dall’ultimo EP dei Birthday Party, dopo aver utilizzato per qualche tempo il nomignolo The Caveman.

Le atmosfere in From Her To Eternity sono cupe, sporche, quasi tribali e grevi, figlie del circuito underground anni ‘80, quello che si contrappone in maniera netta e decisa ai sintetizzatori e alle pallette, alle estremizzazioni del glam anni ‘70. Non c’è la violenza dei The Birthday Party, Nick Cave compie un passo in avanti non indifferente in un percorso che lo porta ai giorni nostri, permeato da storie che definire sintetiche e allegre sarebbe tutt’altro che corretto. Ascoltare Nick Cave in questo periodo è come ascoltare il monologo dell’ubriaco al pub su quanto sia fottuto il mondo e le sue barbare declinazioni morali, tu lo ascolti e sai che in fondo un po’ di verità c’è, fin quando non ti chiede se gli paghi il conto e li scarichi il rosario di peccati che mannaggialama*$#@!”.

Perciò addentriamoci nel disco, per farlo in questo caso, il modo migliore è partire proprio dall’inizio, da Avalanche presa in prestito da Leonard Cohen e caricata di una intensità drammatica – rafforzata dalle imperfezioni vocali di Cave – ogni verso viene scandito con una attenzione maniacale (a differenza dell’originale nel quale Cohen sembra quasi far scivolare il testo su un letto di arpeggi) e accompagnato da una progressione ai tamburi da matti. Il legame – in termini di songwriting – tra Cohen e Cave è estremamente saldo, ed iniziare il nuovo corso della propria carriera con una canzone di Lenny è senza dubbio di buon auspicio.

Che dire poi dei singhiozzi sguagliati e del piano che aprono Cabin Fever? Poesia pura che Cave ci lancia con una violenza inaudita, come fosse in astinenza, senza il tempo di riflettere sulle parole, quasi in trans si è trascinati barcollando vorticosamente in un limbo di follia tra il chiasso stordito da pub. Nel caos possiamo cogliere il tocco di Bargeld, che si trascina dietro l’esperienza di Zeichnungen des Patienten O. T. ed introduce uno dei temi musicali più applicati dai Bad Seeds nella prima parte di carriera, quei canti marinareschi (nel gergo specifico chanty) – della tradizione marinara americana e britannica – che troviamo esplicitamente in Well Of Misery e più tardi anche in The Weeping Song, per esempio.

Un altro dei canoni della discografia di Cave coi Bad Seeds prende vita in questo disco: la murder ballad di Saint Huck (oltre che manifestare la fissa per i serpenti), racconta le ultime ore di vita del povero Huck, giunto nella tentacolare e tetra città colma di vizi e meschinità (non vi ricorda un minimo le atmosfere cantate da Tom Waits?). Un modo di interpretare la canzone differente rispetto a chi lo ha preceduto.

La bellezza di From Her To Eternity è il fascino senza tempo di un disco che sembra raccontare storie del 1800 nonostante ci siano riferimenti – seppur sparuti – alla società moderna, Cave diventa un narratore di storie, un Omero del XX secolo, più di un Dylan che rasenta la cronaca .

Nick è un racconta storie, un romanziere che pur di non tralasciare un dettaglio allunga la canzone finché non riesce a trasmettere l’idea che ha in mente, con un’emotività ed intensità rara. Ed è quello che succede anche nello stupendo brano di chiusura A Box For Black Paul, una malinconica ballata che – considerato come termina – possiamo annoverare tra le murder, nel quale l’ascoltatore viene rapito dal modo di cantare imperfetto e personale di Cave, trascinato per tutta la durata del brano, senza troppo dar conto alla durata del delirio del tossico.

PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

Pj Harvey - The Hope Six Demolition Project

Questo disco, dal titolo curioso, offre un seguito concettuale e musicale a Let England Shake, prosegue la denuncia di Polly che si mostra sempre più focalizzata alle dinamiche socio-culturali, diventando probabilmente la principale interprete della protesta in musica del nuovo millennio.

La vena polemica di PJ matura col passare degli anni, non che prima fosse assente, ma forse affrontare determinate tematiche ad inizio carriera – senza la comprensione totale delle stesse – può portare ad un lavoro scialbo che poco avrebbe aggiunto al panorama musicale.

Interessante un passaggio di un’intervista rilasciata ad NME – nel 1992, agli arbori della carriera – nel quale le viene fatta notare una mancanza di risonanza politica nel primo disco: “Non mi sento a posto con me stessa perché so di aver trascurato questo aspetto […], non sono abbastanza preoccupata da queste cose. Potrebbe essere molto pericoloso se non facessi qualcosa riguardo presto, il mio ego potrebbe svilupparsi eccessivamente […]”. Questa intervista a distanza di 19 anni da Let England Shake e di 24 da The Hope Six Demolition Project, spiega il periodo di incubazione dei due dischi, con annessa la volontà di sviluppare non solo una coscienza ben precisa in tal senso, ma un linguaggio e una narrazione consona per trattare determinati argomenti.

Non a caso da White Chalk a Let England Shake è passato un lustro, stesso tempo maturato tra quest’ultimo e il Demolition Project, lasso necessario per vivere in prima persona i luoghi delle sperequazioni sociali ed etniche, o le aree delle guerre dell’ultimo ventennio toccando con mano la devastazione e i suoi frutti. Il viaggio con il fotoreporter delle zone calde Seamus Murphy, ha consentito a PJ di portare a compimento un libro di poesie sul tema – The Hollow Of The Land – e un disco pieno di domande e avaro di risposte, si ripresenta quindi nel ruolo di narratrice di ciò che – in questo caso – osserva con i propri occhi.

Il titolo dell’album fa riferimento al progetto Hope VI del governo degli Stati Uniti ideato proprio nel 1992 – e reso operativo nel 1998 – volto alla riqualifica degli spazi urbani connotati da alta criminalità, povertà e alti tassi di analfabetismo. Purtroppo al rifacimento edile e alla rivalutazione della zona, non è seguito un miglioramento della vita media, rendendo lo standard inaccessibile ai nativi, questo viene cantato nella canzone che apre il disco The Community of Hope, scritta dopo un viaggio a Washington D.C. 

La parte finale della canzone, caratterizzata dal refrain “They’re gonna wanna put a Wallmart here” è una provocazione nei confronti della multinazionale americana che nel piano di riqualifica aveva previsto l’apertura di nuovi centri commerciali nelle aree riqualificate. In riferimento a The Wheel – primo singolo estratto dal disco e che narra l’eccidio avvenuto in Kosovo – la cosa che balza all’orecchio è lo stridio tra testo e melodia “quando sto scrivendo una canzone, visualizzo tutta la scena. Posso vederne i colori, posso capire l’ora del giorno, l’umore, posso vedere la luce cambiare, le ombre muoversi, tutto questo in un’immagine. Raccogliere informazioni da fonti secondarie ti fa sentire troppo lontano da ciò che stai cercando di scrivere. Voglio annusare l’aria, sentire il terreno e incontrare la gente dei paesi dei quali sono affascinata”.

Ci tengo a menzionare un grande brano che – come abitudine di PJ – nasconde riferimenti di artisti che l’hanno formata musicalmente, The Ministry Of Social Affair suona aggressiva, con la voce che cresce accompagnata dai due sax a contrasto (vera forza della canzone), sulla base di un brano di Jerry McCain che apre la canzone “That’s What They Want”, ripreso, reso decisamente scuro e ripetuto ad libitum nel finale.

I tempi cambiano, la controcultura e le sue canzoni di protesta partorite ogni settimana – e pronte a dominare le frequenze – sono un ricordo sbiadito; il mood è diverso e sembra quasi si sia persa un’attitudine alla protesta, deteriorata – tra le altre cose – dal bombardamento mediatico e da una progressiva perdita dei valori umani nella società odierna. Ecco perché Let England Shake prima e The Hope Six Demolition Project giocano un ruolo fondamentale al giorno d’oggi, quasi a voler risvegliare le coscienze sopite delle ultime generazioni.

Per registrare questo disco, Polligigia è riuscita a buttar su una band da sogno, composta da inossidabili compagni come John Parish, Mick HarveyFlood a signori musicisti del calibro di: Jean Marc-Butty, Terry Edwards, Mike Smith, James Johnston, Alain Johannes, Kenrick Rowe, ed i nostri Alessandro Stefana e Enrico Gabrielli.

Proprio quest’ultimo ha speso parole al miele per la nostra: “PJ Harvey è una delle poche artiste che preferisce strade di sfida personale senza cedere mai a nessuna lusinga. Artisti del suo livello si trovano davanti a un bivio: progettare la loro carriera come un cerchio che torna su se stesso, o come una freccia che corre avanti. Lei ha fatto la seconda scelta.”

PJ Harvey – Let England Shake

Pj Harvey - Let England Shake

“Mi sono veramente goduta questa differente, enorme, ampiezza di sonorità che l’autoharp da. È un suono delicato, ma al tempo stesso è anche come avere un’orchestra sulla punta delle dita. Ho cominciato a scrivere molto sull’autoharp, poi lentamente col passare del tempo, la mia scrittura ha cominciato a muoversi verso la sperimentazione con differenti chitarre, usando diverse applicazioni sonore, alcune delle quali non ho mai avuto a che fare prima”.

Nasce qui la nuova vita di PJ, l’autoharp è un po’ il simbolo della sua nuova parentesi musicale… in molti degli articoli e delle interviste del periodo che ho raccolto, Let England Shake viene considerato come l’inizio di un nuovo corso; a distanza di anni – e con la possibilità di vedere la piega che la carriera artistica di PJ ha preso – non me la sento di dissentire.

“Non sento il dovere di spiegare ogni intenzione dietro ad ogni cosa”

Si gira pagina quindi e si scopre una Polly Jean – accompagnata dai prodi John Parish e Mick Harvey – consapevole di quanto fatto nei vent’anni precedenti, è conscia di essere un’icona e una delle personalità più brillanti della scena musicale, il suo metodo di scrittura vira verso lidi differenti, vengono introdotti il sax e la tromba – oltre all’autoharp – e l’uso della voce cambia “non potevo cantare con una voce matura ed estremamente ricca senza apparire completamente fuori luogo. Le parole hanno già un loro peso specifico e non avevo intenzione di aggiungere un ulteriore fardello su di loro, perciò ho lentamente trovato la voce e ci ho cominciato a lavorare, sviluppando così il ruolo del narratore… è stato un processo a livelli”.

La volontà di Polly è chiara: non dire alla gente ciò che deve sentire o pensare, la necessità è proprio quella di affermarsi come narratrice, una cronista che vuol fare uno spaccato del mondo, sulla guerra contemporanea e sulle radici dei conflitti. Per riuscire a fare questo, Polligegia ha raccolto testimonianze da parte di chi ha vissuto in prima persona tanti conflitti (Iraq e Afghanistan) nei differenti periodi storici (documentandosi sulla campagna di Gallipoli, non quella in Puglia).

The Words That Maketh Murder fa proprio riferimento alla guerra afghana, è una critica alla diplomazia e fa riferimenti ai conflitti mondiali del secolo scorso. Una delle peculiarità di Polli è la capacità di inserire spessissimo alcuni easter egg volti a tributare artisti con i quali è cresciuta, avviene anche in questo brano dove il refrain finale “what if I take my problem to the United Nations?” è basato su Summertime Blues di Eddie Cochran. Un modo di rendere più paradossale il brano e il significato, contrapponendo la spensieratezza di Summertime Blues alla semplicità con la quale si spediscono in guerra le persone.

Questa canzone in particolare ha impressionato Patti Smith che – come in un passaggio di consegne – ha benedetto la canzone di “Polly Harvey“: “mi rende felice di esistere. Ovunque qualcuno faccia qualcosa di valore, inclusa me stessa, mi rende felice di essere viva. Per questo ascolto questa canzone tutte le mattine, completamente allegra.”

A conferire un’ulteriore aura di sacralità al disco, contribuisce senz’ombra di dubbio la scelta di registrare il disco in una chiesa del 18esimo secolo, davanti la quale Polli passava spesso durante la sua permanenza a Yeovil. La sensazione è che – più che in passato – ogni singolo brano arrivi a toccare le corde emotive dell’ascoltatore, una dichiarazione d’amore e odio verso la propria madre patria, che potrebbe essere traslata senza problemi in altri macro-ambienti.

Nonostante ella non abbia mai scritto sino a questo punto di queste tematiche, non significa che fosse scevra, anzi la propria coscienza politico sociale l’ha condotta alla creazione di Let England Shake, che di fatto è stato un lavoro propedeutico per The Hope Six Demolition Project con l’annessa denuncia sociale che si porta appresso “sono dovuta andare a guardare dietro a tante canzoni che ascoltavo da piccola, come Southern Man o Ohio di Neil Young. Così come tante canzoni di Dylan, specialmente dei primi anni ‘60, o Dachau Blues di Beefheart. Ricordo che ascoltandole da ragazzina, fantasticavo ‘di cosa canteranno?'”

Forse per questo motivo Let England Shake è l’album più “verboso” di PJ, nei cinque anni che sono passati da White Chalk, la penna ha versato fiumi di inchiostro per due anni consecutivi – tra revisioni ed elaborazioni, tra prose e poesie – andando a comporre successivamente la musica per i 12 brani, che spostano il baricentro creativo di Polli annoverandola di fatto nella sfera cantautorale.