Francesco De Gregori – Rimmel

I would say I’m sorry 
If I thought that it would change your mind 
But I know that this time 
I have said too much 
Been too unkind 

Vi sto confondendo le idee?  Pensate a me quanto confonde ogni volta ascoltare l’intro di Rimmel! Con quella progressione di accordi alla Boys Don’t Cry, ti aspetti che parta Robertino Smith con tutto il suo spleen e invece parte moscissimo De Gregori.  

Però sentire la voce di De Gregori, appena ventiquattrene, placa i sensi e ristabilisce la connessione con la realtà; le sinapsi tornano al proprio posto e il corto circuito si arresta. È il disco perfetto con il quale concludere questo ciclo di pubblicazioni [già, ve lo scrivo così, tra le righe, di nascosto e senza aspettativa alcuna ndr]. 

Ora che vi ho reso partecipi di questo mio enorme limite cognitivo, cominciamo ad addentrarci in Rimmel, il disco della consacrazione popolare di De Gregori, reso celebre – oltre che dalle melodie di grande impatto anche – dal suo “ermetismo dadaista”. Un successo che lo ha inviso ai supercritici dell’epoca (vedi alla voce Giaime Pintor), ma che ha elevato questo lavoro a monumento per le generazioni a venire. 

Come ha dichiarato per l’anniversario dei 40 anni dalla pubblicazione, il Diggì non riesce a darsi una spiegazione sull’effettivo successo, e affetto, corrisposto dal pubblico per tutti i brani presenti nel disco, lasciandoci intendere che non lo considera il migliore tra quelli pubblicati nel corso della carriera.  

“Sono orgoglioso di essermi sempre contraddetto. Dopo Rimmel il mio posto nel pantheon della musica italiana ce l’avevo. Ma non mi è mai piaciuto che potesse finire così. Preferisco continuare a scrivere canzoni magari più brutte o di scarso successo, ma continuare a scrivere quello che ho in testa. Sempre meglio che cavalcare le onde del passato.” 

Eppure Rimmel è stato un disco con dei testi che traggono linfa dagli studi e dalle letture che De Gregori faceva all’epoca, oltre che dal vissuto, dal quale un buon autore attinge sempre per dare abbrivio ad un progetto artistico. 

Un lavoro importante per il ruolo che ha giocato nel cantautorato italiano, per aver offerto al pubblico un linguaggio differente – onirico a tratti – rispetto all’offerta proposta dalla scena dell’epoca. Un credo stilistico che ha reso Diggì riconoscibile e apprezzato. 

Tengo a precisare che cerco di dare un taglio diverso nella descrizione di questo disco rispetto ad altri racconti (senza seghe mentali), perché De Gregori non ha mai amato che le sue canzoni venissero interpretate. Nel corso degli anni, i brani di Rimmel sono stati associati ad eventi più o meno estemporanei, bollati simpaticamente come cazzate dal burberissimo Degre [“simpaticamente” leggetelo con la voce di Maurizio Mosca quando dice che Squitieri lo ha definito simpaticamente “menefreghista di merda” ndr]. 

Rimmel è la maschera pirandelliana che viene tirata giù, il maquillage pesante che copre la verità, per questo le interpretazioni delle canzoni di De Gregori vengono contrastate dallo stesso, in quanto rappresentano proprio ciò che ha combattuto con questo disco: la finzione ed il sotto-testo. Rimmel è un album estremamente diretto, concreto più di quanto il pubblico negli anni abbia creduto. 

Quindi cominciamo a smentire subito chi sostiene che la didascalica Pablo sia dedicata a Neruda anziché ad un immigrato spagnolo in Svizzera [troppo banale per il palato raffinato dei segaioli da bar ndr], che Quattro Cani parli di Patty PravoAntonellone Venditti, che Buonanotte Fiorellino sia dedicata alla moglie di De Gregori morta in un incidente aereo [ci tengo a ricordare che aveva 24 anni, non era ancora sposato quando incise Rimmel e la melodia volutamente melensa di Buonanotte Fiorellino non lascia presagire una storia drammatica nelle retrovie ndr].  

“Queste ed altre cose si sono diffuse in internet in blog gestiti da persone che dicono di essere miei fan, ma che in realtà sono dei talebani perché inventano storie assurde e complicatissime dietro la semplicità delle canzoni”. 

Escludendo queste tesi fantasiose, il Degre ci confessa che c’è tanta farina del suo sacco [e poca farina del suo Vanzetti… non odiatemi ndr], molto di ciò che ha vissuto si è trasformato in canzone, senza troppi giri di parole. Pezzi di Vetro – ad esempio – è ispirata ad una scena che De Gregori vide passeggiando per Piazza Navona, di un artista di strada che spaccava bottiglie per terra e camminava sopra i frammenti come se nulla fosse.

La ragazza con cui stava passeggiando andò in brodo di giuggiole [che termine desueto che vi tiro fuori dal cilindro ndr] e lui se la prese di brutto perché in fondo il germe della gelosia contagia anche i cantautori stronzi. Che poi sfatiamo ‘sta cosa della stronzaggine di De Gregori, non deve essere per forza un capocomico, ma soprattutto, se non sei un capocomico non devi essere automaticamente uno stronzo. 

“Se la gente mi ferma per strada non mi dà fastidio, mi irrita se pensa di conoscermi dalle mie canzoni, o se considera una canzone come un vaticinio… È tutta fuffa”. #FreeDeGre  

Mentre invece Rimmel non è “niente di più” che un brano sugli amori sfioriti nella giovinezza, dell’accettazione di un addio quando si è ragazzi. Certo detta così sembra una merda, però lui l’ha scritta da Dio… questo significa che puoi anche raccontare banalità, ciò che conta è come queste banalità vengono raccontate. 

Infine, tengo a dispensare questa piccola curiosità: in riferimento al verso “chi mi ha fatto le carte ti ha chiamato vincente ma una zingara è un trucco”, De Gregori si è fatto fare veramente le carte “sì, un giorno mi hanno fatto le carte e mi hanno detto cose molto belle, mi hanno detto che sarei stato molto felice, mi hanno detto ‘Sarai un vincente’”; ma non è stato uno zingaro, bensì Enrica Rignon, all’epoca moglie di De André.  

Chiudo così questo racconto, senza dilungarmi ulteriormente, considerato che ho scritto più note che testo e sarete stanchi di leggere le cazzatelle sparate di qua e di là. Ma sono sicuro che almeno, questo racconto, come gli altri di questo ciclo, siano riusciti nel loro intento: quello di mettervi la pulce nell’orecchio.  

Sono certo che riascolterete Rimmel, così come sono convinto che vi diletterete nel canticchiarlo per i prossimi giorni. Quanto a me, sono pronto a congedarmi per tornare con altre pillole entro la fine dell’anno. 

A mille ce n’è, nel mio sito di pillole da narrar,  

Venite con me, nel mio mondo musicale per sognar…  

Non serve l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella per venire con me…  

basta un po’ di fantasia e di bontà. 

C’era una volta il cantapillole dirà, e un altro articolo comincerà (plin)” 

Claudio Lolli – Ho Visto Anche Degli Zingari Felici

  • “Chi popola i tuoi incubi? “

Lolli:”Allora io da molti anni ho questa ossessione, questa paranoia della demagogia fascistoide. Siccome lentamente, lentamente, lentamente sta arrivando io mi spavento molto. Vent’anni fa vi parlavo, riferendomi alla socialdemocrazia, di Germania. E poi c’è stato Cossiga, BerlusconiDi Pietro. Di lì al fascismo c’è un passo…. Occorre essere attenti.” 

Era il 1999 e Claudio Lolli rispondeva così in seguito ad un concerto di beneficienza per il Guatemala. Ha potuto vivere le prime settimane del governo giallo-verde e probabilmente i fantasmi che aleggiavano al termine dello scorso secolo stavano montando ossa e carne per divenire concreti ai giorni nostri. 

Questo è l’album della svolta musicale di Lolli, che affiancato da alcuni elementi del Collettivo Autonomo musicisti di Bologna offre un taglio differente al disco, leggermente più complesso, vestendolo di un jazz che avvicina alcune soluzioni armoniche ad un approccio canterburino. Il titolo dell’album invece è un omaggio al film del 1967 di Aleksandar Petrović Ho Incontrato Anche Zingari Felici

Nel contenuto invece, questo quarto album si differenzia rispetto ai precedenti per la funzione di cronaca che svolge del circondario. 

“Riprendiamoci la terra, la luna e l’abbondanza”, è un incitamento che Lolli lancia a tutti noi, l’invito a risvegliare la coscienza. Gli Zingari sono i senza fissa dimora, che sia fisica o intellettuale ha poco conto, gli strascichi del ‘68 danno vita ai movimenti della controcultura, un underground che vede a Bologna la propria camera magmatica, gli Zingari sono proprio questi ragazzi irrequieti, che tra mille difficoltà, incomprensioni danno vita a uno delle azioni culturali più importanti del dopoguerra. Ho Visto Anche Degli Zingari Felici è la title-track che apre e chiude il disco, in principio un unicum che però viene diviso per consentire una continuità per tutta la durata del disco.  

Con questa decisione, Ho Visto Anche Degli Zingari Felici, assume così il ruolo di concept, uno dei primi sfornati da cantautori in Italia, ma soprattutto è un inno che assume un significato ben preciso nella corrente situazione sociopolitica che investe l’Italia: ritrovare i legami, il senso di comunità, non assecondare col silenzio, non chinare il capo ma usare la forza della ragione di fronte agli isterismi, per quanto complicato possa essere. 

Questo disco fotografa quelli che sono stati gli “Anni di Pongo”, nonostante gli attentati che hanno messo in ginocchio lo stivale, anche Lolli condivide l’affermazione di Freak Antoni, ovvero che la situazione generale non era così disastrata come viene raccontata oggi. Certo le Brigate Rosse e Nere hanno dato vita a un susseguirsi di crimini efferati, e questo album ha accollato un’altra etichetta a Lolli, quella di brigatista, quando invece Ho Visto Anche Degli Zingari Felici è un affresco delle situazioni – a tratti – incomprensibili in cui versa la popolazione. In balia delle onde formatesi in un catino agitato da pochi soggetti.  

Agosto descrive l’attentato dinamitardo dell’Ordine Nero all’Italicus, che ha provocato 12 morti, andando poi a raccontare in Piazza Bella Piazza il funerale di stato di 10 delle 12 vittime ai quali partecipò anche il Presidente della Repubblica Giovanni Leone e Amintore Fanfani suscitando lo sconcerto dei reazionari. Ma i riferimenti alla società politica naturalmente non si esauriscono qui, Primo Maggio di Festa non trascura il Vietnam e Albana Per Togliatti che si presenta come un momento utopico di euforia nel quale le divisioni all’interno della sinistra italiana sono appianate. La Morte Della Mosca presenta invece la riflessione sulla volatilità della vita umana, un parallelismo sull’inefficacia della lotta individuale, quell’errore nel farsi guerra tra i poveri, insita nella condizione umana e per questo autolesionista. 

In tal senso è anche interessante la riflessione che Lolli espone nel 2010, riguardo la progressiva scomparsa della musica di protesta, che ha coinvolto in maniera trasversale autori ed interpreti di spessore come Jannacci, Guccini, Gaber, De Gregori, De André, Finardi (solo per citarne alcuni). 

“Il mondo è cambiato. Noi avevamo degli obbiettivi, dei nemici, molto dichiarati, aperti e riconoscibili. Poteva non essere difficili schierarsi. Oggi c’è nebbia, non sai bene chi sia il nemico, né se eventualmente esista. È molto più difficile usare la musica come mezzo politico. Nessuno sa più di che cosa si sta parlando. Potresti scrivere una canzone contro Bush? Chi cazzo è?” 

La presenza di Claudio Lolli ci mancherà, non tanto per le sue canzoni, quelle restano, quanto per la sua capacità di essere una guida integra, diretta, capace di avere delle convinzioni spigolose ma che gli hanno consentito di dire ciò che voleva dire quando era necessario dirlo. 

Si ringraziano personesilenziose.it e La BrigataLolli (bielle.it) dai quali ho recuperato stralci di intervista.

Elio E Le Storie Tese – Eat The Phikis

Elio E Le Storie Tese - Eat The Phikis

Perché Eat The Phikis?

Credo che qualitativamente abbia toccato delle vette che difficilmente sono state raggiunte dagli Elii negli anni successivi, ma soprattutto perché risulta l’ultimo album in studio con l’amato Feiez, che come contributo creativo ha sempre avuto un peso specifico non trascurabile.

Eppoi perché ho amato tantissimo la copertina dello squalo con l’apparecchio ed ho consumato la musicassetta [già…] nella mia Twingo verde mela, mentre da adolescente macinavo chilometri nelle nottate di cazzeggio. Un album al quale sono profondamente legato perché ci sono cresciuto… in particolare sono affezionato alla Terra Dei Cachi, brano che ha contribuito all’effettiva consacrazione degli Elio E Le Storie Tese, con il conseguimento del disco di platino in poche settimane dalla pubblicazione di Eat The Phikis.

Un brano che fotografa l’Italia del passato, presente e futuro, con una dovizia di particolari meravigliosa. Una struttura che strizza l’occhio agli stilemi pop-folk dello stivale (Papaveri e Papere di Nilla PizziUna Lacrima Sul Viso di Bobby SoloLa Donna Cannone di De Gregori), con un vorticoso e frenetico uso di calembour che è impossibile non amare. Accettata al festival di Sanremo, rischia seriamente di vincere. Già, rischia, perché anni dopo si è scoperto che la vittoria è stata ottenuta veramente sul campo.

Proprio loro, quelli che 4 anni prima suonavano fuori dall’Ariston, al Controfestival, prendendo per culo alcuni partecipanti parodiando le loro canzoni (come dimenticare Ameri, Sono Felice o le versioni di Vattene Amore e Verso L’Ignoto), per un pelo non vengono classificati vincitori al concorso da loro schernito. Oltre ciò, Elio E Le Storie Tese hanno avuto il merito di vivacizzare un concorso imbolsito e ingessato, con esibizioni degne di memoria:

  • Una serata Elio si presenta con il braccio finto;
  • L’ultima esibizione avviene con la band travestita da Rockets;
  • Durante la penultima serata si compie la meraviglia, quando anziché proporre un estratto da un minuto del proprio brano, propongono il brano quasi per intero eseguendolo velocissimamente (in 55” per essere precisi, che potete ascoltare a chiusura del disco in Neanche Un Minuto di Non Caco, citando Lucio Battisti).

Fuori concorso si classifica la versione, altrettanto spettacolare, con Raul Casadei; un taglio in salsa balera che rende il brano ancora più nazionalpopolare, nonostante voglia di fatto buggerare quello stereotipo. La Terra Dei Cachi segna anche l’inizio del sodalizio tra gli Elii e il maestro Vessicchio.

Concettualmente Eat The Phikis si conferma come un’evoluzione dei precedenti album, pertanto nella scelta di un brano quale Burattino Senza Fichi possiamo scorgere l’eredità della favoletta del Vitello Dai Piedi Di Balsa, dove il protagonista è un Pinocchio adolescenziale su cui facili si sviluppano dei doppi giochi (tra i quali il fatto che sia stato fatto con una sega e altri divertenti cliché).
Mentre T.V.U.M.D.B. racconta l’ennesima sfaccettatura della donna, quella romantica e giovane, interpretata da Giorgia che sogna il bomba dei Take That (Gary Barlow)sulla base della melodia di After The Love Has Gone degli Earth, Wind and Fire (band citata a detta di Faso per non cadere nel plagio). C’è il tempo anche per salutare Piattaforma ed il famoso PAM (“Senti come grida il peperone?”). Il meraviglioso assolo di sassofono eseguito da Feiez in questo brano, aprirà il successivo Craccracriccrecr in sua memoria.

I cameo sono ormai consuetudine e alcune ospitate sono consolidate, come nel caso di Enrico Ruggeri che appare in Lo Stato A, Lo Stato B, presenziano al disco anche Aldo (dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) in Mio Cugino, il meraviglioso James Taylor (in First Me, Second Me che interpreta Peak Of The Mountain, storico brano composto agli inizi di carriera dagli Elii dal testo tradotto in un inglese maccheronico ma reso immortale dal cantautore di Boston) ed Edoardo Vianello in Li Mortacci, brano compendio nel quale vengono citati i grandi morti dell’universo musicale all’interno di uno stornello romano che sembra eseguito direttamente a La Parolaccia.

Nello specifico vengono citati

  • er Chitara: Jimi Hendrix 
  • er Mafrodito: Freddie Mercury 
  • er Rastamanno: Bob Marley 
  • er Guardiano der Faro: Federico Monti Arduini 
  • er Pelvicaro: Elvis Presley 
  • ‘a figlia der Pelvicaro: Lisa Marie Presley
  • er Trilleraro: Michael Jackson 
  • er Canaro: malvivente della Magliana (alla cui figura è stato ispirato il film diretto da Garrone Dogman)
  • er Lucertolaro: Jim Morrison 
  • er Quattrocchi Immaginaro: John Lennon 
  • er Tromba: uno tra Louis Armstrong, Miles DavisChet Baker (giudicando la morte violenta direi proprio quest’ultimo)
  • er Vedraro: Luigi Tenco 
  • l’Impiccato: Ian Curtis 
  • er Fucilense: Kurt Cobain  
  • er Piscina: Brian Jones 

(grazie infinite a marok.org per la lista)

Per citare altri easter egg degni di nota, al termine di El Pube, viene raccontata una barzelletta tramite il MacinTalk della Apple. L’effetto ottenuto è quello del Central Scrutinizer, narratore di Joe’s Garage, (uno dei vari inchini al grande idolo della band, Frank Zappa). Altra checca… ups chicca, è presente in Omosessualità, un trash metal che vede Elio al basso, in quanto Faso si è rifiutato di interpretare il brano per l’odio nei confronti di questo genere musicale. Omosessualità, apprezzato e di molto dai circoli omosessuali per l’onestà intellettuale e l’apertura mentale (nonostante il linguaggio crudo), si è aggiudicato il premio dal circolo di cultura Mario Mieli.

Il brano simbolo – però – gli Elii lo piazzano alla fine, quel Tapparella che narra il dramma del ragazzino eterno complessato, sfigato, bullizzato e pisciato da chiunque alla festa delle medie. Uno spleen [d’altronde in Eat The Phikis è presente anche il brano Milza ndr] decadente di frustrazione totale che si conclude in un’estasi collettiva dal momento che il ragazzetto scioglie l’aspirina nell’amarissima aranciata. Il brano è un omaggio palese ad Hendrix con Little Wing ed Hey Joe che dominano il tema musicale iniziale.

Tapparella è un inno generazionale per chi è stato underground; inno con il quale gli Elii hanno chiuso concerti dal 1996 al 2018 e che dal 1999 è la consuetudine con la quale viene salutato ogni volta il vuoto enorme lasciato dal grande Panino: Paolone Feiez.

FORZA PANINO!

Ebbene sì! Non smetterò mai di ringraziare infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Come di consueto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/phikis.htm