Franco Battiato – L’Era Del Cinghiale Bianco

Ciclicamente, di epoca in epoca, torna prepotente una domanda ad affacciarsi nella società: l’era del cinghiale bianco tornerà? 

Voglio bene a Battiato [voglio bene a chiunque sigh ndr], ma voglio ancora più bene a questo disco: per la canzone che gli dà il nome, per la copertina, per Luna Indiana

In tutto questo partiamo da un dato di fatto… ascoltare Battiato non è complicato, capirlo è invece dote non da tutti. 

Non è difficile ascoltarlo perché la durata media di un disco – di inizio carriera – del Maestro si aggira sui trenta minuti e le canzoni presentano un’orecchiabilità invidiabile ai principali compositori contemporanei. 

La comprensione invece passa attraverso i diversi ascolti, la voglia di recepire e apprendere tutti gli indizi disseminati in ogni frase, le metafore e la presentazione di vari personaggi inseriti qua e là con leggerezza apparente. Soggetti che nel corso degli anni assumono lo status di icone solo per aver guadagnato un posto nelle canzoni di Battiato

L’Era Del Cinghiale Bianco in fondo inaugura proprio questa tendenza di Battiato di costruire dei testi che sono dei giochi di incastri, con ammiccamenti sfacciati alle culture arabo/orientali. Una capacità, palesata ad esempio con Strade dell’Est, di metterti una voglia fottuta di viaggiare dai balcani fino all’estremo oriente solo perché senti pronunciare al Maestro nomi esotici e parole a cazzo un po’ qua e un po’ là. 

Mentre il suo conterraneo Pippo Baudo lo trattava come un povero imbecille durante un’intervista promozionale in Rai, ci pensava Mr. Fantasy ad introdurlo degnamente nel 1979: “sensibile a sé stesso, ciò alle cose misteriose di questo strano pianeta”. E Battiato figura proprio come uno studente curioso e diligente, che vive fagocitando nozioni, cercando risposte alle innumerevoli domande che lo affliggono nel quotidiano, le cui risposte inserisce all’interno delle proprie canzoni. Come ad ergersi sacerdote moderno e guida spirituale di “un mondo di cui si sente la presenza ma di cui si perde la vista”. 

E allora L’Era Del Cinghiale Bianco, quella dell’inizio degli anni ‘80, è l’era dell’assoluta conoscenza spirituale. Se Huxley e Il Nuovo Mondo hanno influenzato Fetus, qui c’è lo zampino del filosofo francese René Guénon, filosofo nominato in Magic Shop, che nel saggio Simboli della Scienza Sacra illustra il ruolo esoterico del cinghiale, animale simbolo della mitologia celtica e indù. Proprio in quest’ultima, rappresenta uno degli avatar di Vishnu

Siamo già in quel momento in cui dovete decidere se volete capire quello che il Maestro dice o muovere solamente le chiappette seguendo il ritmo di Tullio De Piscopo e del violino di Giusto Pio. Non c’è nulla di male, ma assicuro che dopo un po’ di ascolti la necessità di scardinare l’ermetismo del nostro caro Battiato premerà forte sulla vostra cervicale e proverete un gusto sadico nello scoprire i riferimenti disseminati.   

Sarà lì che scoprirete come Magic Shop racconta della deriva spirituale e consumistica di una società che si lascia abbindolare da falsi miti, o di come Il Re Del Mondo sia il protettore della terra, capace di sostenere la vita nel pianeta reggendone le sorti a scapito del libero arbitrio degli ignari abitanti (“ma il Re del Mondo ci tiene prigioniero il cuore”). Anche questo brano affonda le proprie radici su René Guénon  che editò l’omonimo testo nel 1927

A proposito di Guénon, ho dimenticato di scrivere [o forse l’ho già scritto ma non me lo ricordo… ma sono troppo pigro per scorrere la rotella del mouse e rileggere le righe sopra. Bon, in caso repetita iuvant ndr] che tra i più aspri critici della sua dottrina filosofica vi era quel gran fetentone di Umberto Eco, so much love for him <3. 

Uno spazio importante è dedicato alla sacralità quella di Luna Indiana, punta di diamante del disco, resa celebre grazie anche dalla versione di Alice [alla quale personalmente preferisco i gorgheggio sul filo della stonatura del nostro Maestro ndr] e la preghiera meravigliosa di Pasqua Etiope con il Kyrie Eleison che risuona e se la batte a modo suo con la preghiera di Judee Sill in The Donor

Una sacralità che sfocia poi nella poesia laica di Stranizza d’Amuri, una delle poche canzoni scritte e cantate in siciliano da Battiato, che ricorda il periodo della guerra nella sua terra natia, o meglio, l’amore ai tempi della guerra, di come “anche se fuori si muore, non muore questa stranezza d’amore”, che fa montare dei lucciconi belli grossi sugli occhi dell’ascoltatore e una pelle d’oca non indifferente. 

Ecco ora sono emozionato e non so come chiudere questo articoletto infinito su Battiato, pertanto vi lascio con una delle più belle dichiarazioni d’amore, da ricicciare a piacimento, che si possano fare ad una persona amata: 

Man manu ca passunu i jonna 
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa 
ccu tuttu ca fora c’è a guerra 
mi sentu stranizza d’amuri 
l’amuri. 

Franco Battiato – Fetus

È il 1972 e un giovane Franco Battiato dal capello crespo, occhialone sfumato e salopette presenta il brano Energia in uno studio RAI. Tra il pubblico sono state distribuite alcune maschere di carta con la faccia del Maestro (che ad essere sinceri col mascara sembra un po’ Toto Cotugno), alcuni si guardano attorno senza capire molto, altri tengono le maschere in faccia per coprire l’imbarazzo tangibile per un brano che non comprendono.  

L’esordio discografico di Battiato lascia perplessi, ma rappresenta la volontà precisa di credere nella musica elettronica come impronta distintiva. Fetus è un disco ambizioso e sicuramente acerbo, ma ha tanti ottimi spunti che riescono a ergere l’idea di Battiato a ponte tra kosmische muzik e progressive italiano.  

Eppure con lo sguardo revisionista, tipico di chi non si fa mai andare bene un cazzo, c’è una grande fetta di pubblico che suole affermare “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”, rivalutando i primi lavori della produzione del Maestro e smerdando di fatto tutto quello che è venuto dopo.  

Come al solito nella musica, così come nella vita, ci vogliono mezze misure. Non si può vivere di estremi. 

Talvolta tacciato di finto intellettualismo, nel corso della carriera è riuscito a legittimare le proprie scelte dimostrando la sua effettiva caratura. La svolta elettronica avviene a seguito di una infatuazione per Karlheinz Stockhausen (col quale collaborerà in futuro) e cerca di tradurla in musica grazie all’ausilio di una batteria elettronica e di un VCS3 a sostegno di strumenti convenzionali come chitarra classica e basso. I collage sonori inoltre trovano spazio in diversi brani (tra cui Meccanica con le voci degli astronauti dell’Apollo 11 e Nixon sopra l’Aria Sulla Quarta Corda di Bach), dando vita così a uno dei primi album di elettronica pop in Italia.  

Certo quella copertina col feto sul foglio di carta paglia è stato un capolavoro di marketing, garantendo 15mila copie vendute [anche se molti negozianti si rifiutarono di esporla ndr] pensata per scioccare chi se la fosse trovata dinnanzi, merito del genio artistico di Gianni Sassi:  

“Era sicuramente geniale anche se non ero del tutto favorevole a certe cose che faceva. Per esempio la campagna stampa con cui ha cercato di lanciarmi fu una trovata notevole, che diceva cose tipo: ‘Battiato è un buffone… la gente non ne può più’”, ricorda il Maestro. 

In questo caso il vestito ideato da Gianni Sassi fa il monaco, perché quello che troviamo all’interno di Fetus è sì fichissimo, ma allo stesso tempo l’inno alla vita di Energia, con le voci prima di neonati e poi di bambini, rappresenta un brano supercreepy [qualora partisse di notte a casa da soli ndr] un collage sonoro con un certo impatto, diverso da quanto prodotto fino a quel momento in Italia (ricordiamo che oltre i Beatles, prima ancora Zappa e John Cage avevano già battuto questa strada). 

Le trovate musicali sono varie e in alcuni casi acerbe, sì va dall’elettronica al synth pop, fino al manouche alla Django Reinhardt, dimostrando quella cifra stilistica che ha marchiato a fuoco la produzione discografica di Battiato, melodie orecchiabili su testi “concettuali ma non troppo”, della serie “se volete approfondire, approfondite il significato dei miei testi, altrimenti godetevi la mia musica e imparate qualcosa ascoltandola passivamente, in un modo o nell’altro vi inculo” [queste non sono le parole di Battiato ndr]. 

È così che il Maestro ci propone un disco basato sul controllo mentale e l’eugenetica, ispirato al romanzo distopico Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. In Fenomenologia, manifesto dell’album, ci spara formule matematiche che dovrebbero rappresentare due sinusoidi sfasate, ovvero l’elica del DNA. Ora io non capisco una minchia di matematica e algebra, ero veramente una sega, quindi mi fido delle info reperite in da web. 

Senza addentrarmi sui testi, chiudo raccontando di una piccola chicca che riguarderebbe questo album. Battiato durante un tour europeo del 1972 avrebbe incontrato Frank Zappa, manifestandogli tutta la stima del caso [vorrei vedere ndr]. Lo stesso Frank ascoltando Fetus sembrò gradire il lavoro di Battiato e gli regalò un paio di scarpe argentate con le ali, come simbolo di buon auspicio. Probabilmente la sicilianità dei due ha agevolato l’incontro ed il conseguente confronto, ma dimostra come il buon Frank fosse legato musicalmente alle proprie origini (come dimostreranno gli apprezzamenti nei confronti dei Tenores De Bitti o nell’album Francesco Zappa). 

Ah, sembra che il Maestro perse le scarpe durante uno dei vari traslochi che lo hanno riguardato. Sigh! 

Mauro Pagani – Mauro Pagani

«Si deve essere curiosi, ma prudenti, avere cura della propria anima. Dice un proverbio: il danaro va e viene, la dignità, una volta andata, non torna più». 

Non esiste artista che stimi di più del Maestro Pagani, sarebbe pleonastico elencarne i motivi. Mi limito a raccontarvi en passant questo primo disco solista.  

Credo vi siate fatti più o meno un’idea del valore dei personaggi che stiamo affrontando, credo inoltre che stiate capendo chi affronteremo nelle prossime pubblicazioni di questo ciclo. Sì perché la linea narrativa è abbastanza regolare, gli anni d’oro della musica sperimentale italiana coincidono con la compresenza di alcuni personaggi dallo spiccato spessore.  

Mauro Pagani è l’anello di congiunzione tra la musica ricercata e quella popolare, e il suo primo disco omonimo è stato l’apripista per uno dei miracoli della musica italiana: Crêuza de mä. Con le debite proporzioni Mauro Pagani è un disco che mi viene facile accomunare a Before And After Science, un compendio della scena musicale contemporanea di media durata, con dei pezzi ben assemblati, l’uno differente dal successivo, ma non per questo eterogenei. Si ascolta tutto con trasporto e piacere, con attenzione o distrattamente, ma mai con fastidio… anzi, ci troviamo dinanzi ad un’opera che provoca assuefazione e un gran movimento di chiappette e budella. 

Ma dove nasce questo disco? 

Dopo 7 anni di militanza tra Quelli e P.F.M., Mauro Pagani si dice che sia stressato, distante dalle idee degli altri membri della Premiata, vuole alzare l’asticella. Poi, tutto questo girare il mondo gli consente di ottenere riconoscimenti per le proprie doti da parte della critica, ma lo consuma.  

La ricerca è la strada maestra, è il 1976 quando piscia i P.F.M. e comincia ad approfondire gli studi sulla world music, in particolare la musica etnica di matrice araba lo rapisce. La capacità, la curiosità e la creatività, combinate insieme sono una miscela di rara potenza e da questo mix Pagani maneggia in maniera sopraffina idee che in testa ad altri difficilmente troverebbero sfogo. 

Europa Minor dimostra ciò: un ritmo arabeggiante viscerale che potenzialmente può essere riprodotto all’infinito; in Argiento invece ci muoviamo in Campania con la voce di Teresa De Sio sopra di una melodia non troppo elaborata, accompagnata dai fiati e dal violino di Pagani che rendono il pezzo un raffinato miscuglio di world music e musica da camera. 

Senza addentrarmi in una misera cronaca di un disco che DOVETE TASSATIVAMENTE ASCOLTARE, è con L’Albero di Canto e la sua reprise – a chiusura del disco – che si toccano vette emotive di intensità strepitosa. La voce di Stratos e la presenza degli Area rendono il pezzo un incrocio tra Gioia e RivoluzioneLuglio, Agosto, Settembre Nero, i ritmi mediorientali degli Area ben copulano con l’idea musicale di Pagani che rende il tutto meno caotico di quanto solitamente si confà agli Area

Sino a qui ho citato signori ospiti, ma all’appello mancano ancora gli ex-compagni della scuderia P.F.M. (eccezion fatta di Flavio Premoli), parte del Canzoniere del Lazio (Vivaldi e Minieri), Roberto Colombo (reso celebre più per le sigle che ha creato che per il popo’ di musica che ha suonato [vabé che ha fatto il segnale orario del TG5, quindi gloria imperitura ndr]), Luca Balbo, Mario Arcari ed il grande Walter Calloni alla batteria. 

Pagani in tutto ciò non si risparmia suonando un po’ tutto: viola, violino, mandolino, bouzouki e un flauto di canna. Naturalmente questo disco non ha fatto il botto di vendite, però è stato accolto in maniera strapositiva dalla critica, dando ulteriore luce e credibilità alla carriera di una delle divinità del Pantheon musicale. 

«Solo nel 1978 [mi è capitato di non essere capito dal pubblico ndr], quando – finita la bellissima esperienza con la P.F.M. – pubblicai il mio primo disco solista, quelle sonorità mediterranee spiazzarono il pubblico. Però poi cominciai a collaborare con Fabrizio De André, e quel lavoro mi permise di scrivere le musiche di Crêuza de mä con naturalezza». 

Cari lettori, è giunto il momento di immergervi (nuovamente) in questo capolavoro. Buon ascolto. 

Demetrio Stratos – Cantare La Voce

 to have haD 
         the idEa        
             his Music 
     would nEver           
                  sTop        
            the Range        
             of hI
                 vOice  
would have    
       no limitS 
              nexT 
                 foR him       
             to leArn was       
                in Tibet 
  after that Out 
  into vocal Space       

John Cage lo ha celebrato con questo mesostico, riconoscendogli un ruolo angolare nel campo della ricerca vocale. Non che agli altri non sia affezionato, ma a Demetrio voglio tanto bene, un po’ per quella proprietà dialettica che lo contraddistingueva e col quale era solito spiegare con piglio accademico i suoi studi, un po’ per l’eccentricità degli studi musicali.  

Sì, gli Area hanno accompagnato – e di che tinta – la mia pubertà (spiegata benissimo con Come Gli Area degli Elii) e li ascolto sempre con piacere enorme, ma Cantare La Voce è un disco che mi ha flippato di brutto il cervello.  

Insomma come ormai avrete capito questo ciclo di pubblicazione è cominciato con dei dischi non proprio accessibilissimi e sicuramente Cantare La Voce è l’apice della ricerca presentata in questo spazio. Il susseguirsi di suoni strani, quelle diplofonie e triplofonie eseguite senza apparente sforzo, la capacità di vocalizzare più note contemporaneamente ha un non so che di mistico.  

Misticismo trasmesso in parte da questo nome d’arte così esotico a tradire le proprie origini elleniche (il vero nome di Demetrio era Efstràtios Dimitrìu nato da genitori greci in Egitto [chissà cosa ne avrebbero pensato i nostri cari leghisti? Insomma, hanno crocifisso Mahmood perché milanese con nome arabo. Lo avrebbero trattato come carne da macello o come fiore all’occhiello? Ma allora tutti i post-mezzadri con nomi del cazzo, tipo Gennifer, Dilan, Jhonny, etc… non meriterebbero uguale trattamento? ndr]), dall’altra dallo strepitoso documentario Suonare La Voce, nel quale Stratos spiega esercizi per utilizzare la voce come uno strumento. Si comincia con le celebrazioni pagane, nelle quali i sacerdoti erano soliti sflipparsi di brutto ripetendo scioglilingua a velocità impossibile (tipo i tizi delle pubblicità sui medicinali che parlano superveloce e ti danno tutte quelle avvertenze che morirai comunque di effetti collaterali perché non ci si capisce una sega), 30 parole in un giro di 3 secondi e mezzo, ripetute ad libitum per ore, la respirazione agisce sul nervo simpatico sballando i preachers, che offuscati dallo sforzo e dalla carenza di ossigeno si imbattevano nella divinità o nel messaggio divino.  

Insomma, suggestioni create da un uso della voce differente da quello moderno, ingabbiato in forme sintattiche, strutture e parole che ne limitano il trasporto emotivo e l’espressività. La parola incastra, è una schiavitù, e cantare la voce è una liberazione. La parola venendo pronunciata velocemente perde il suo senso originario fondendosi in un flusso sonoro indefinito. Stratos ha il coraggio di approfondire questo concetto, buttandosi a capofitto sullo studio della voce, riuscendo a tesorizzare quanto Yma Sumac, Meredith Monk, Tim Buckley, Cathy Berberian avevano fatto (riproporrà anche Stripsody della Berberian), spingendosi oltre e regalandoci un album enorme come Cantare La Voce pubblicato con la Cramps.  

 “Il più grosso complimento che i Maestri di musica indiana fanno ai propri studenti è ‘suoni lo strumento come una voce’” questa frase riassume il contenuto di un disco di esperimenti vocali, un’idea opposta rispetto alla concezione occidentale sposata appieno da Stratos. La ricerca non lo porta solo in India, il Tibet è d’ispirazione per Stratos, in particolare la tecnica dei monaci tibetani – che un po’ come i santoni nell’antica Grecia adoperano la voce per scopi liturgici, ma accordandola in base alla risonanza del tempio – in grado di emettere due suoni contemporaneamente. Un altro esempio tenuto in conto da Stratos riguarda la musica africana nel quale lo stregone è capace di modulare il suono della voce utilizzando le mani a conca di fronte alla bocca e muovendo le dita per ottenere toni e semitoni (come se si suonasse un’ocarina). 

Nell’esecuzione di Flautofonie ed AltroStratos era solito tenere uno specchietto in mano per osservarsi e gestire la propria voce, ottenendo il pieno controllo della voce. Paragona lo specchietto ai pedali di un pianoforte, strumento con il quale si può dare pienezza al suono. 

Insomma, qui si dovrebbe scrivere un trattato e io percepisco che la vostra soglia di attenzione sta scemando di brutto. Spero che questo articoletto vi invogli comunque ad ascoltare ed approfondire una perla tanto bella quanto ost(r)ica.

Lucio Dalla – Terra di Gaibola

“Ter-ra di Ga-i-bo-la” lesse pensieroso il giovane ragazzo di nome Pillole, scandendo ogni singola sillaba con lo stesso sguardo di una Melania Trump qualsiasi…  di primo acchito la sua mente ha cominciato ad associare il titolo di questo disco a qualcosa di biblico, sapete tipo quelle robe da Matusa che provengono dall’antico testamento. Poi quel motivo floreale sulla copertina, che rimanda alle carte da parati anni ‘60 e a quell’odore di naftalina e muffa ha contribuito all’idea formatasi nella sua mente. 

L’abito non fa il monaco ma l’occhio attento non ha mai tradito Pillole, e una copertina del genere ispira tanta roba, quindi decide di andare a fondo alla questione. Perché non ha mai sentito parlare di questo disco? Ma soprattuto chi cazzo è Gaibola?  

È una di quelle parole vetuste che senti solamente alla messa della domenica da bambino ed impari meccanicamente, senza vestirle di un senso… chessò, tipo “manna”, “osanna”, “annunziamo”, “deuteronomio”.  

Ok, Pillole è cresciuto e ha deciso di indagare!  

Anche chi non conosce approfonditamente Lucio Dalla, sa bene quanto fosse saldo il legame con la propria Bologna, Gaibola è proprio una frazione sita fra i colli del capoluogo, nella quale Dalla era solito giocare a calcio e passare il tempo nella spensieratezza giovanile.  

Questo secondo disco trasmette tanta nostalgia di quegli anni, epoche e situazioni non vissute ma che appaiono così tangibili, tra ricordi e profumi che possono solo essere immaginati, ma come Lucione riesce a trasmettere tutto questo guazzabuglio di situazioni, nessuno mai. 

Siamo di fronte ad un disco disprezzato all’epoca, pregno di cliché musicali da Carosello o cinematografici sapientemente ammansiti dal maestro Dalla insieme all’aiuto dei fratelli Maurizio e Guido De Angelis (gli amati Oliver Onions “Come with me for fun in my buggy” [che non hanno naturalmente niente a che fare con i Green Onions ndr]). Terra di Gaibola è una rarità discografica che se poco poco lo doveste trovare nella cantina dei vostri genitori o nonni, dovreste prendervelo senza fiatare e tenere da parte con una cura feticista. 

Cerco di dipanare la matassa di Terra di Gaibola in maniera chiara, per non indurvi a confusione e lasciarvi intendere di cosa si sta scrivendo oggi.  

12 brani per 39 minuti all’incirca: Non Sono Matto (o La Capra Elisabetta) è il primo testo della discografia di Dalla scritto per intero da Lucione e musicato dal fu Gran Visir della SIAE Gino Paoli; Il Mio Fiore Nero, viene incisa nello stesso anno anche dalla ragazzina del Piper (Patty); Occhi di Ragazza è un brano fresco, veloce che viene preso in prestito e portato al successo dall’eterno ragazzone di Monghidoro (Gianni <3); Dolce Susanna invece è stata composta dal trio Dalla (musica)/Baldazzi/Bardotti (testo) per il buon Rosalino Cellamare e la troviamo come b-side del suo secondo 45 giri. 

È presente anche una meravigliosa cover di Stars Fell On Alabama, nella quale Dalla dimostra – e di che tinta – come il clarinetto sia il suo strumento prediletto, mentre tra Orfeo Bianco, Dolce Susanna, ABCDEFG e K.O. troviamo svariati esempi del suo meraviglioso gramelot, marchio di fabbrica della produzione musicale capace di alleggerire i brani quando necessario.  

In precedenza ho menzionato sia Gianfranco Baldazzi, che non ha alcuna parentela con il Truce [oddio la mano sul fuoco non la metterei mica ndr], che l’immenso Sergione Bardotti (al quale bisognerebbe costruire un monumento solo per il lavoro svolto con Chico Buarque, poco prima di Terra di Gaibola [ma di questo parleremo un po’ più là, ohhh sì che ne parleremo ndr]), ma ho omesso la terza gamba di questo spettacolare trio di scrittori, ovvero Paola Pallottino.  

Una squadra che, con l’aiuto di un musicalmente illuminato Dalla, stabilisce la rotta di quella che sarà la carriera del cantautore, l’inizio di un universo che comincerà ad espandersi e avere una dimensione artistica ed emotiva definita con il successivo Storie di Casa Mia, nel quale la punta di diamante è quella 4/3/1943 che ha come b-side proprio la già edita Il Fiume e La Città

Che altro aggiungere? Una semplice chiosetta: Terra di Gaibola è un disco da imparare a memoria in ogni suo passaggio, oggi avete il piacere di scoprirlo e apprezzarlo, o l’occasione ghiotta di ricordarvelo e riascoltarlo.  

Baciotti dal vostro Pillole

Lino Capra Vaccina – Antico Adagio

Ecco questo è un disco stracazzuto.

Sono convintissimo che chi ha letto il titolo e l’autore, se non ha un minimo di confidenza con la scena italiana sperimentale, avrà tuonato un sonoro “uè belin mi prendi per i fondelli?”.  

Beh, l’abito non fa il monaco e le capre solitamente sono ovine, però non stiamo a guardare il pelo nell’uovo, suvvia! Proverò a farvi ravvedere.  

Prima di tutto, il signor Lino Vaccina è un percussionista con i contromazzi, che ha collaborato più volte nel corso della sua carriera col buon Franco Battiato (perlopiù durante il suo periodo sperimentale) e con Juri Camisasca, insomma due figure monumentali della nostra storia musicale.  

Secondo di tutto, il signor Lino Vaccina ha esordito con un disco enorme nel quale condensa input e idee musicali provenienti da ogni dove: la percussione domina e la voce è uno strumento che accompagna senza vincoli linguistici.  

Lo fa ammiccando alla musica orientale, per chi ha familiarità con il genere si possono trovare richiami di musica mongola e tibetana, con emissioni reiterate di suoni nasali e gutturali, che si intrecciano in un tappeto vocale molto vicino alle diplofonie di Stratos ma anche all’uso sapiente della voce esercitato dal Dio Wyatt

Ok, ora siete meno scettici? Ho stuzzicato un poco la vostra fantasia? Ho altri argomenti volti a convincervi. 

Provate a metter su Antico Adagio, ascoltatelo più volte e sarete rapiti dal suo contenuto, dall’attualità a distanza di oltre quarant’anni. È musica che vive in naftalina, non ha bisogno di imbellettarsi, ogni suo pezzo potrebbe essere tranquillamente usato come tema di un film, per una pièce teatrale, per la colonna sonora della vostra vita. Insomma, tanti salamelecchi per un Thom Yorke di turno che fa la colonna sonora di Suspiria, quando bastava andare dal Lino a chiedergli in prestito le tracce di Antico Adagio (senza nulla togliere al pregevole lavoro di Yorke). Anzi vi suggerisco un giochino: provate ad ascoltare Motus e poi buttate su qualsiasi altro brano da Kid A. Sono curioso di sapere quali conclusioni ne traete. 

A differenza di Sorrenti, Lino Capra Vaccina ha saputo resistere al richiamo pop-commerciale (considerato non nelle sue corde), non è caduto in un vortice depressivo come Cilio ed è riuscito a mantenere un profilo estremamente definito, privilegiando la sperimentazione e l’improvvisazione volta all’inclusione, con un linguaggio musicale alto ma al tempo stesso accessibile ai più. 

Questo è lo spirito della musica anni ‘70, quando la sperimentazione non era semplicemente una scoreggia da degustare in un bicchiere di cristallo e del quale compiacersi con altri teoretici del settore, questo è lo spirito della sperimentazione di Battiato e di Cilio, con tanta voglia di conoscere nuova musica e condividerla agli altri, conducendoli per mano.  

Antico Adagio è un disco meraviglioso, un’opera di ricerca nel quale Lino Capra Vaccina ha dedicato sé stesso per esprimere la propria cifra stilistica, composto di getto e per sottrazione, minimalista e ciclica. Cattura l’attenzione anche se ci si avvicina in maniera distratta, è come un incantatore di serpenti, è impossibile non venire rapiti dai ritmi e dalle armonie create da Capra Vaccina

Alan Sorrenti – Aria

Dammi il tuo amore  
Non chiedermi niente  
Dimmi che hai bisogno di me

Sono certo che avete canticchiato questo incipit con un falsetto sfiatato di tracimante nostalgia. Per i meno informati, Alan Sorrenti deve il successo soprattutto a questa canzone, alla seconda giovinezza musicale vissuta grazie a Pieraccioni e allo spot Fiat del 2003, eppure c’è stato un tempo in cui la chitarra col bending svogliato e l’effettazzo da dream pop di Tu Sei L’Unica Donna Per Me era lontano parsec dall’originaria idea musicale del Sorrenti

Aria è il disco d’esordio di Alan Sorrenti, un album con degli spunti di notevole fattura che lo rendono una pietra miliare della musica nostrana, nonostante le varie asperità che rendono buffe alcune soluzioni adottate (mi riferisco a testi tra l’ermetico e l’onirico oltre alle scelte vocali).  

Già, già, già, siamo dinanzi ad un tentativo molto valido di musica sperimentale, nel quale Sorrenti cerca di seguire in maniera coraggiosa (a tratti improvida), il tracciato di Tim Buckley e del suo Lorca, nella suite da 19 minuti che dà il nome al disco, c’è anche la prestigiosa collaborazione dell’esimio Jean-Luc Ponty. Il gallese-partenopeo Sorrenti si impegna portando arrangiamenti ed idee non scontate, variando tantissimo all’interno della suite, ondeggiando con naturalezza dall’etereo alla chitarra flamenca.  Si ammicca ai primi Pink Floyd post Barrett, alla psichedelia ammerigana ma anche al folk dei Pentangle e… insomma tutta quella scena lì bella bella.  

Perciò le canzoni provenienti da Aria diventano degli inni per i movimenti culturali, qualcosa nel quale si identificano i ragazzi, gli studenti e tutti coloro che trovano in Aria un messaggio d’amore universale, di pace, di surrealismo.  

E allora cosa è successo? Perché virare verso una svolta funky quando in partenza ci sono Aria e la meraviglia poetica di Vorrei Incontrarti

Accade che Sorrenti dopo due lavori riflessivi (a seguire Aria c’è Come Un Vecchio Incensiere) senta la necessità di introdurre maggiore ritmo nei suoi lavori, una svolta musicalmente commerciale, che arriva dopo un viaggio in Senegal che pompa ritmo nel sangue di un Sorrenti sempre attento allo studio della musica etnica.  

La strada del funk-soul era lastricata di buone intenzioni ma gli amanti del Sorrenti della prima ora vissero questo cambio molto male, immersi nell’onirico mondo musicale creato nei dischi precedenti (sì intendo tutti quegli studenti sballoni che mentre pippavano il drago magico si figuravano le viti e cacciaviti di La Mia Mente o al sasso che li ama di Un Fiume Tranquillo). 

Vabbè, se non avete mai ascoltato Aria, fatelo. Superate lo sbarramento iniziale legato a tutte quelle vocali apertissime e agli eccessi canori che vi faranno sorridere. Alan Sorrenti ha una grande voce, perciò: Let it flow!  

Lasciatevi circondare dalle note e vi troverete con gli occhi socchiusi ad ondeggiare avanti e dietro, sinuosamente, come se foste a Woodstock (fatelo quando siete da soli). Buon ascolto!