Led Zeppelin – Led Zeppelin I

Led Zeppelin - Led Zeppelin

I Led Zeppelin hanno avuto un grandissimo merito, quello di saper giocare sapientemente con la loro immagine, un marketing – in principio – inconsapevole e mano a mano sempre più concreto.

Tutto ha inizio con il primo album e con la scelta di quella copertina che ritrae una tragedia di immane proporzioni: l’esplosione – avvenuta nel 1937 – del dirigibile Luftschiff Zeppelin #139 Hindenburg (episodio che è costato la vita a 36 persone).

Ricordato dai più semplicemente come lo Zeppelin, il dirigibile che da anche il nome ai futuri martelli di Dio, l’idea di adottare questo nome è di Jimmy Page… o meglio l’idea la prende in prestito da un incontro – al quale Giacomo Pagina ha partecipato – per la formazione di un proto-gruppo composto da Keith Moon, John Entwistle, Jeff Beck e lo stesso Jimmy.

Leggenda vuole che proprio durante l’incontro. quel birbante di Keith Moon abbia detto “Sì! Facciamolo pure questo gruppo, tanto sarà come un palloncino di piombo! [in inglese “go over like a lead ballon” è una metafora volta a prevedere un fallimento ndr]”, e lì Entwistle ha aggiunto “Sì, un Lead Zeppelin!” battutissima a voler enfatizzare la frase di Moon andando a ripescare l’immagine iconica dello schianto dell’Hindenburg.

Page, si dimostra lesto e abile accaparratore di idee (come dimostrerà più volte nel corso degli anni e come avrete modo di leggere fra qualche riga), coglie senza batter ciglio il suggerimento dei due Who, e onde evitare confusione semantica, trasforma Lead in Led – che non è l’acronimo di Light Emitting Diode – ma semplicemente una facilitazione in termini di pronuncia che non porti a differenti chiavi di lettura [lead in inglese può significare sia “piombo” che “condurre” ndr].

Ora converrete con me che vedere – a meno di dieci anni – una copertina del genere, possa stuzzicare non poco le fantasie di un ragazzino vivace e carino come il sottoscritto. Il cortocircuito che ho avuto nell’ascoltare il disco in questione con la voce ruggente di Plant a dominare i brani a intermittenza con il blues di Jimmy Page e la furia animale di John Bonham è stato uno shock, una sveglia totale (hey non mi voglio dimenticare anche di Giovanni Paolo Jones, che non è un papa ma un grande bassista… no, non Giovanni Bassista, ma un grande bassista di quelli che suona il basso). Gli Zeppelin sono stata la base musicale sul quale ho costruito Pillole MusicaliDazed and Confused e Good Times Bad Times, due epifanie ipnotiche che mi hanno incollato allo stereo senza soluzione di continuità.

Ma scopriamo gli altarini, suvvia, son qui per questo! Avevo accennato poco sopra che Page si dimostra lesto accaparratore di idee: il nome della band, l’immagine di copertina, ma anche la meravigliosa cover di You Shook Me, incisa da Muddy Waters e Earl Hooker e già presa da Jeff Beck un anno prima che gli Zeppelin incidessero il loro primo album. Oppure I Can’t Quite You Baby, altro classico blues scritto da Dixon e registrato da Otis Rush a metà degli anni ’50.

Questi però son zuccherini in confronto a quanto accaduto con Dazed and Confused… “ma come?” direte voi “Dazed and Confused è degli Zeppeli!!!1″!”!!!1″… ehhh no cari miei.

Mettetevi seduti, vi racconto una storia: c’era una volta un tipo di nome Jack Holmes che scrisse una canzone dal titolo Dazed and Confused. Una bella canzone, registrata con il suo trio nel 1967 e portata in tour (tra i vari posti in lungo e in largo il Greenwich Village, facendo una puntata anche al Cafe Au Go Go). Capita che Jack Holmes si trovi ad aprire un concerto degli Yardbirds, con all’epoca il giovane Giacomo Pagina alla chitarra… la canzone piacque molto ai Carcerati e con il permesso di Holmes decisero di appropriarsene dilatandola molto, reinterpretandone il tasto ove possibile e lasciando più spazio al blues che al cantato. In questa canzone Page introdurrà uno dei suoi marchi di fabbrica, l’archetto di violino utilizzato sulla chitarra elettrica, su suggerimento di David McCallum Sr. primo violino della Royal Philarmonic Orchestra, nonché padre di Donald “Ducky” Mallard di NCIS.

Bon, gli Yardbirds si sciolgono, nascono i Led Zeppelin e Page si porta dietro nel suo bagaglio questa canzone quasi pronta da registrare… qualche altro ritocchino al pezzo e TAC! Inclusa subito nel primo disco senza menzionare nei credit il pover Holmes, che dal canto suo fa spallucce per anni, salvo poi – dopo una carriera stitica da inizio anni ’70 in poi, ed un ragionamento durato oltre trent’anni – rendersi conto di esser stato perculato e far causa per ottenere le royalties.

C’est la vie, cantava Gianni Dei, d’altronde come diceva Picasso “i mediocri imitano, i migliori copiano” o una cosa del genere.

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The 13th Floor Elevator – The Psychedelic Sounds Of The 13th Floor Elevators

The 13th Floor Elevators - The Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators

Pillola di psichedelia pura quest’oggi, pillola necessaria ad introdurre un filone che nei prossimi mesi verrà sviscerato in modo più dettagliato, quello della psichedelia e del flower power.

Ora mi auguro che tutti voi conosciate i 13th Floor Elevator, se così non fosse, traccio un rapido profilo affinché vi rendiate conto di chi siano: band originaria di Austin, celebre per aver di fatto pubblicato un disco di esordio nel quale la parola psichedelia è associata alla propria musica; anticipando di un mese nelle intenzioni i meno noti The Deep (Psychedelic Moods) e Blue Magoos’ (Psychedelic Lollipops) [il primo dei due più oscuro e molto vicino ai 13th ndr]. Aleggiano numerose teorie sul nome del gruppo vero e proprio, pugnette mentali non da poco riguardanti messaggi subliminali, occulti, storie su grattacieli, un misto tra Scientology e robe sul terzo occhio, l’utilizzo della marijuana e cazzi vari da complottisti col cappello di stagnola in testa.

Insomma questi sono i 13th Floor Elevator, una band con formazione perlopiù classica (voce/ritmica, chitarra solista, basso e percussioni) che però annovera tra le proprie fila un suonatore di jug, o meglio electric jug (per intenderci un suonatore di fiato su fiasco microfonato, tipico della musica folk rurale statunitense), tale Tommy Hall fulcro creativo e coautore di gran parte dei brani provenienti dal disco di esordio dei 13th Floor Elevator.

Ora capirete anche voi quale fosse la tendenza dell’epoca per poter ottemperare alle richieste del mercato e poter avere un’idea sul comporre simili brani, l’abuso di droghe da parte dei ragazzi era all’ordine del giorno, tanto da essere arrestati tutti quanti per detenzione di stupefacenti a ridosso della registrazione dell’album.

La loro hit – canzone che ha permesso di registrare successivamente tutto l’elleppì – è il brano di apertura You’re Gonna Miss Me dal suono sporco e genuino, dal forte sapore garage, identità sonora che si riversa anche su alcuni dei successivi brani, nel quale vene pop e psych confluiscono in meraviglie come Don’t Fall Down, You Don’t Know o nelle tarantolate Fire Engine e Try To Hide (in quest’ultima canzone il jug è distinguibilissimo se vi foste posti qualche dubbio sul suo suono), dimostrando di poter esser sia fero che piuma.

I picchi – in termini di scrittura del brano – vengono raggiunti con Roller Coaster canzone dalle atmosfere cupe che ricorda il giro di chitarra dalla connotazione fortemente ‘60s di Lucifer Sam. Roller Coaster racconta un trip con i suoi alti e bassi – come da titolo, in un giro sulle montagne russe – splendidamente accompagnati dalle vorticose accelerazioni musicali in un incedere di chitarra e jug quasi da nausea. Altra vetta è rappresentata da Kingdom Of Heaven che, diametralmente opposta a Roller Coaster, si trascina nell’arpeggio e nella voce di Roky Erickson, vero e proprio celebrante del libro dei Proverbi – tratto dalla Bibbia – al quale si ispira l’autore John St. Powell (esterno al gruppo, genitore di canzoni come Kingdom Of Heaven, Monkey Island e You Don’t Know).

Il disco è un must have (must have è il sottotitolo di questo secondo ciclo di pubblicazioni) per lo spirito e il sound al 100% ‘60s che trasmette e non solo per essere una pietra miliare del movimento. Nel caso in cui fossero a voi sconosciuti, mi auguro che la pulce nell’orecchio sia entrata per bene ed il consiglio è di colmare la lacuna… per chi invece si ritrovasse ad ascoltarli dopo tempo – o a riscoprirli/approfondirli – spero di aver fatto cosa gradita.

 

Neil Young & Crazy Horse – Everybody Knows This Is Nowhere

Neil Young & Crazy Horse - Everybody Knows This Is Nowhere

Everybody seems to wonder 
What it’s like down here 
I gotta get away 
from this day-to-day 
running around, 
Everybody knows 
this is nowhere. 

1969, 365 giorni che resteranno nella storia per molti motivi che non sto ad elencare per la millecentesima volta. In quest’anno vede la luce anche il primo sforzo discografico di Nello con l’aiuto dei Cavalli Pazzi, che lo zio scippa alla realtà dei The Rockets “Battezzai la band Crazy Horse e partimmo. The Rockets erano ancora insieme, ma quella era un’altra storia. I Crazy Horse sono per me la band con la quale mi è più facile entrare nel groove e interagire. C’è qualcosa di speciale nel loro ritmo, nella sensibilità di Ralph Molina per quello che sto suonando: lui sa dove vado col ritmo. […] All’epoca pensavo che Danny [Whitten ndr] fosse un grande chitarrista e cantante. Ma non avevo idea di quanto fosse grande. Ero troppo pieno di me per capirlo.”

Danny Whitten, dovrebbe essere citato in ogni articolo nel quale parlo di Neil (non dovrebbe essere l’unico a dire il vero), il suo potenziale lo scorgiamo in Cinnamon Girl, dove il duetto è quasi dominato dalla sua voce. Un esempio stupendo di impasto vocale lo troviamo anche in The Losing End, in questo caso Nello è predominante, ma i loro incroci sono meraviglia allo stato puro. Ha ragione Neil a rimpiangere Danny

Il rimorso per come sono andate le cose con Danny è risaputo, ma il Cuordipietra Famedoro della situazione (Nello) non è così cuor di pietra – o insensibile – come vuole apparire, perciò dedica Running Dry (Requiem For The Rockets) in onore dei suoi nuovi compagni di avventura. Un segnale forte nei loro confronti, una sorta di funerale laico che lascia intendere la volontà di avere il loro supporto incondizionato da lì in poi, oltre che un tributo sensibile per quanto hanno creato fin quel momento Whitten e compagnia bella. Per l’occasione Bobby Notkoff viene richiamato al suo ruolo di violinista ed interpreta magistralmente il tappeto musicale.

Perché cominciare l’articolo scrivendo di Running Dry? Perché è considerabile un brano spartiacque, di fatto l’inizio della storia musicale di Neil Young, quella delle lunghe cavalcate elettriche che grazie a dio troviamo ancora oggi nei suoi concerti dal vivo. Lunghe e violente cavalcate elettriche, ricche di feedback, rumore e note sbagliate.

Da qui nascono Down By The River e Cowgirl in The Sand, o meglio, prendono vita da un super-delirione da febbra (insieme a Cinnamon Girl). Perciò Down By The River è una murder ballad non murder ballad, si canta di un delitto passionale, per poi scoprire che tale delitto mai venne compiuto ed era solamente nella mente dell’uomo, un pianto disperato. In un live dell’84 Nello torna sui suoi passi affermando che l’uomo semplicemente non era dotato di molto autocontrollo e pensando che la donna lo tradisse, la uccise lungo la riva del fiume.

Aho, sinceramente a me non importa il senso intrinseco ed estrinseco, Down By The River è un pezzone aldilà del significato e va goduto in quanto tale. Resta comunque il fatto che Be on my side, I’ll be on your side, baby/ There is no reason for you to hide è una frase da potenziale omicida, alla stregua di WEEEEENDYYYY!!! in Shining.

Discorso a parte per Cowgirl In The Sand che offre maggiori spunti di chiacchiera e confronto. Dove la cowgirl potrebbe rappresentare l’ideale di donna molto complesso e trasversale differente dall’archetipo cantato ne la donna cannella. La frase “When so many love you, Is it the same?” potrebbe anche essere un riferimento che Nello fa a sé stesso, un tentativo di metabolizzare la dicotomia interiore tra fama e successo, un odi et amo colonna portante della carriera di Young, fulcro di ogni sua relazione musicale.

E allora il riferimento ai Buffalo Springfield diventa concreto nelle frasi “Old enough to change your name” come a voler dimostrare di aver maturato abbastanza esperienza ed insofferenza per intraprendere la strada solitaria; concetto rafforzato dal “has your band begun to rust”, come a voler metter del sale sulla ferita. Non è la prima né l’ultima volta che Nello si esporrà in maniera così decisa verso i suoi compagni di viaggio (Ambulance Blues vi ricorda qualcosa?).

Ma in tutto ciò, non scrivere qualcosa sulla copertina sarebbe un tragico errore, lascio perciò in chiusura spazio alle parole di zio Nello:

“Ero entrato in possesso di un cucciolo di nome Winnipeg, un pastore tedesco bianco con la punta delle orecchie colore oro scuro. […] Era un bravo cane e si trova sulla copertina e nell’interno di Everybody Knows This Is Nowhere. Quella foto di copertina originariamente fu fatta per il mio primo album da un fotografo ingaggiato dalla Reprise. […] Dentro la copertina apribile ci sono delle fotografie di me con la mia bellissima moglie Susan [Susan Acevedo, prima moglie di Nello con la quale convola a nozze all’età di 23 anni], oltre a Briggs, i Crazy Horse con Billy Talbot, Ralph Molina e Danny Whitten, e Winnipeg. Mi mancano molto i dischi con quelle loro copertine grandi e le buste interne.”

The Rockets – The Rockets

The Rockets - The Rockets

Un albero affonda le proprie radici in profondità per essere il più stabile possibile nella propria crescita, tutti osserveranno il tronco, la corteccia, i rami e le foglie. Si resta così abbacinati dalla bellezza generale, dimenticandosi della base che regge la struttura, giudicata a volte brutta rispetto al resto.

Probabilmente in pochi conosceranno questo gruppo, che successivamente ha dato i natali ad una delle band d’accompagnamento più rinomate. A loro è stato dedicato un giusto tributo con un Requiem, come nelle migliori letterature, da colui che ne ha decretato la “morte artistica”.

Un unico album – difficile da reperire – ma con un cuore grande così e con delle potenzialità che  non faticano ad affiorare. I The Rockets di Danny Whitten non hanno nulla da invidiare a nessuno: non ci è dato sapere se e quanto sarebbero cresciuti, purtroppo o per fortuna, l’incontro con Neil Young e la decisione di rinominarli Crazy Horse, il successo di Everybody Knows This Is Nowhere hanno sancito la fine di questo piccolo complesso.

5.000 copie vendute – un lavoro praticamente passato sotto traccia – ma destino ha voluto che Nello entrasse in possesso di una di queste copie e diventasse fan della band, proponendo a Talbot, MolinaWhitten di continuare la loro avventura insieme, per creare qualcosa di unico. Il cavallo raggiunge l’alchimia perfetta con Nello, ma al tempo stesso dimenticare questo album sarebbe irrispettoso e delittuoso nei confronti di tutti i vecchi membri. Sarebbe come dimenticare le basi di gran parte della produzione musicale dello stesso Young, chiunque conosca a fondo il cantautore di Toronto, riesce a vedere oltre quello che compare in superficie, e sa bene dove affondano le sue radici.

Sicuramente Hole in My Pocket è la hit che spicca in un album abbastanza regolare, dimostra di avere un ritmo pop che non ha nulla da invidiare a band one-hit wonder decisamente (e sfortunatamente) più quotate. Si imprime nella testa di chiunque, è la tipica sigla da film scanzonato anni ’60, un po’ Rolling Stones un po’ Motown, da fischiettare durante la giornata e intonare allegramente.

Quanto rappresentato dai The Rockets è stato abbracciato in toto da Neil Young, dando il là ad una sinergia unica nel panorama musicale.

Il loro approccio fuori dagli schemi musicali, la furia del cavallo selvaggio indomabile – impossibile da imbrigliare – è diventato un marchio di fabbrica dei dischi marchiati Young-Horse, la brutalità di un sound capace di scatenare le fantasie degli ascoltatori per decadi.

Spero di aver invogliato voi lettori a scoprire qualcosa di più sulla figura di Danny Whitten e la sua magnifica voce, raccontando un po’ qua e là all’interno di Pillole piano piano sto raccontando anche la sua storia…

 

Kaleidoscope – Side Trips

Kaleidoscope - Side Trips

Un calderone di intuizioni, un insieme di elementi combinati in maniera sapiente dalle mani di LindleyFeldthouseDarrowCrill Vidican, veri e propri artigiani e cesellatori musicali.

Kaleidoscope attingono alle radici dell’America dell’800 fino a quella degli anni ‘30, riuscendo a inserirci contaminazioni tzigane, cavalcando a pieno l’ondata musicale-spirituale indiana, ammiccando in maniera convinta al mondo arabo, senza apparire sopra le righe o fuori contesto.

Side Trips dimostra di essere uno dei primi esperimenti (assolutamente ben riuscito) di world music, una fusione distinta e democratica di diversi stili, manifesto del pensiero e del comportamento della band stessa, priva di un leader per garantire ai 5 membri un apporto eguale e senza patemi – come in un caleidoscopio, che divide immagini che si armonizzano vorticosamente – la musica è un complesso di elementi che si fondono tra di loro pur rimanendo distinti.

Ogni brano rappresenta uno schema molteplice, con cambi di ritmo e una potenza emotiva che avvolge l’ascoltatore e lo diverte, Please il loro primo singolo, parte con un arpeggio ripetitivo, sfociando in uno stile dylaniano classico, con incedere deciso sincopato e crescendo di voce, batteria incazzata, cori-controcori tipici dell’epoca e uno xilofono che a mo di carillon regge la struttura, un po’ alla Sunday Morning per intenderci.

Hesitation Blues, Oh Death, Come On In e Minnie the Moocher sono classici della tradizione americana ripresi in mano dalla band con piglio tale da renderle proprie, il canto di Feldthouse è avvolgente e disperato.

Keep Your Mind Open è l’esempio più lampante del tentativo di riprodurre la raaga music, vittime delle mode psichedeliche del tempo, riescono a svolgere un tentativo più che degno di musica indiana. Qui si apre anche una diatriba ideologica, i Kaleidoscope vengono considerati psichedelici, ma di psichedelia scorgo ben poco rispetto ad altri gruppi ben più quotati dell’epoca, se poi per psichedelia si intende cercare di riprodurre le atmosfere esotiche dell’India, c’è proprio una falla nel sistema.

Egyptian Garden ti prende e ti porta di forza in piazza Tahrir, è talmente trascinante e ritmata che riesci ad immaginare l’odore delle spezie e del mercato arabo, a differenza di Why Try che risulta una piena combinazione tra musica orientale ed occidentale, si cerca di tenere forte la presenza nel mondo arabo, con accelerazioni e frenesia crescente.

La bravura dei Kaledoscope è quella di trasformare poi le sonorità degli strumenti tipici del folk americano in orientaleggianti, come per il banjo, l’autoharp e la chitarra dobro. Si ricorre anche all’utilizzo di strumenti folk europei come mandolino, dulcimer e bouzouki, ma anche a strumenti esotici come vina, oud, doumbekbaglama. Anche se su tutti spicca la capacità al violino di Darrow che ricorda molto l’approccio musicale di Bobby Notkoff.

Creedence Clearwater Revival – Cosmo’s Factory

CCR - Cosmo's Factory

Oggi è con immenso piacere che scrivo dei CCR, meglio conosciuti come il Credito Cooperativo Romagnolo (o Romano, o di Recanati… va be, a seconda di dove vi troviate scegliete la città che inizia con la R più vicina a voi). Il CCR è riuscito negli anni ad offrire dei tassi vantaggiosi per investimenti a breve termine. Ok dopo aver scritto ste cazzate, cominciamo a parlare dei Credenzoni, che vedono in John Fogerty il leader incontrastato della band (il leader è grande, il leader è bello) e in Cosmo’s Factory lo zenith della loro fulgida carriera.

Cosmo’s Factory (il magazzino di Cosmo… non il Fantagenitore) deve il suo nome al magazzino nel quale i Creedence erano soliti provare durante l’inizio della propria carriera. Questo titolo ha creato anche dei siparietti curiosi considerato che il soprannome di Doug Clifford (il batterista dei CCR per chi non lo sapesse) è proprio Cosmo.

Di Cosmo’s Factory mi torna in mente sempre quella copertina sgangherata, scattata da Bob Fogerty – fratello di John e Tom – dove i 4 CCR si trastullano durante un attimo di pausa, mentre vengono immortalati in un’immagine leggendaria dove sembrano tutto fuorché delle star al quinto album. Già… il quinto, forse il più grande, sicuramente il più memorabile tra i fan e non.

La sapiente struttura del disco presenta sia brani che saranno ricordati come classici, che grandi classici sistemati su misura. La scelta delle cover non è inusuale per i Creedence, da Suzie Q e Put A Spell On You – presenti nel primo omonimo disco – c’è sempre stato almeno un brano di altri artisti nelle successive uscite discografiche, fino a Before You Accuse Me (Bo Diddley), Ooby Dooby (scritta per Roy Orbison), My Baby Left Me (di Cudrup e resa famosa successivamente da Elvis) ed I Heard It Through The Grapevine (resa celebre da Marvin Gaye).

Ora 4 brani su 11, sono di altri artisti. Perché allora Cosmo’s Factory riceve tutti questi complimentoni? Voglio dire, posso capire una cover, massimo due. Ma quattro…  il problema è che gli altri sette brani, quelli scritti dal pugno di John, sono esplosivi e giustificano una presenza così massiccia di canzoni extra CCR.

Prendiamo un brano simbolo delle Credenzone, Who’ll Stop The Rain che nasce a Woodstock, quando John Fogerty intento a suonare con i CCR vede il pubblico – parliamo di mezzo milione di persone – completamente zuppo di pioggia e fango cominciare a denudarsi completamente. Ispirato da cotanta nudità, torna a casa e scrive Who’ll Stop The Rain, quindi al contrario di quanto si pensasse in passato non è una canzone con riferimenti al Vietnam o a qualsiasi tipo di guerra, come invece è Run Through The Jungle.

Ecco sì… quel capolavoro di Run Through The Jungle – tra l’altro – è la canzone preferita da fratellone Tom Fogerty “è come un piccolo film, con tutti quegli effetti sonori. Non cambia mai di chiave musicale, ma resta sempre incollato per tutto il tempo. È il sogno di tutti i musicisti. Non cambia mai la chiave ma hai l’illusione che lo faccia.”

Per non parlare dell’apertura con la jam di Ramble Tamble, Travelin’ Band (che si ispira al miglior Little Richards), di Up Around The Band o Lookin’ Out My Back Door. A proposito di quest’ultima, gli scienziati dell’analisi del testo credevano parlasse di droga, mentre il buon John l’ha scritta per il figlio di 3 anni. Evabbè.

Senza che ve la meno ulteriormente, Cosmo’s va veloce, è potente e si spinge oltre: è una fabbrica da hit. Le forti tensioni interne esasperate da un John Fogerty vessatorio contro tutti – e soprattutto verso il fratello maggiore – vengono mascherate da un disco coeso e sapientemente costruito.

The Band – The Band

The Band - The Band

Rag Mama Rag è il brano perfetto che mi aiuta a descrivere quanto fosse grande e preparata la Band (con la B maiuscola). Robertson – che anche in questo caso ha scritto la canzone – non è soddisfatto della resa in studio, perciò decide di mischiare le carte: Helm si dedica al canto e al mandolino, Manuel passa alla batteria e Danko al violino. Il risultato è quello di una canzone sbronza, con un’allegria contagiosa quasi come fosse suonata dal vivo, libera da ogni impalcatura da studio. Questo è ciò che la Band solitamente offre, musicisti in grado di cimentarsi con diversi strumenti con risultati eccellenti.

Con l’omonimo disco – il secondo in studio – ci si differenzia un po’ dal precedente lavoro, il tentativo è quello di cambiare groove e crescere ulteriormente, come in Up On Cripple Creek nel quale il clavinet viene collegato ad un pedale wah-wah, dando il là a quel suono che tanto avrebbe caratterizzato i dischi di Stevie Wonder. Up On Cripple Creek pesca ancora a piene mani nelle figure degli stati del sud, raccontandoci la storia di un camionista che adora ascoltare musica, giocare d’azzardo, bere e fa di tutto per passare un po’ di tempo con la sua cara Bessie. Bessie è la tresca che il camionista ha, il porto sicuro nel quale attraccare durante i suoi interminabili viaggi tra una consegna e l’altra. Purtroppo il tempo per il cazzeggio e la figa termina quando il nostro camionista ci avverte che deve tornare a casa dalla sua Big Mama. Ora, stiamo parlando di corna? Può darsi, fatto sta che con Big Mama i camionisti intendono anche il controllore dei trasporti, quindi torniamo al doppio senso – volto a disorientare l’ascoltatore – che tanto piace a Robertson nella stesura dei testi e che ha caratterizzato – ad esempio – The Weight.

I temi trattati fanno sempre più riferimento all’America rurale e tradizionale, vero argomento principe del disco che rientra in quella macro-categoria di dischi che raccontano l’essenza degli Stati Uniti. Sono quei luoghi e quelle persone che tanto hanno influenzato Robertson, come avviene anche in King Harvest (Has Surely Come) – che narra in prima persona le sfighe del coltivatore di turno, costretto a fare i conti con la povertà più assoluta per aver perso tutto – o in The Night They Drove Old Dixie Down – altra canzone cantata in prima persona, nelle spoglie del soldato Virgil Caine che spiega gli stenti derivati dalla guerra civile americana e le battute finali del conflitto. Dixie è il nome storico della confederazione degli stati del sud, e per quanto la struttura musicale ronzi da tempo nelle orecchie di Robertson, l’argomento della canzone giunge dopo un po’ di tempo in maniera del tutto istantanea. Helm esegue questa canzone per l’ultima volta nel 1976 in The Last Waltz di Scorsese, questo perché ha sempre rivendicato la co-paternità del testo che invece è stato accreditato unicamente a Robertson.

In generale Levon canta più spesso rispetto a Music from Big Pink (4 canzoni) ed i brani che lo vedono al microfono restano sempre i più memorabili, le restanti canzoni sono quasi equamente spartite tra Manuel e Danko. L’evoluzione della Band coincide con la creazione di un disco memorabile, eterno e meraviglioso.

Sono di parte, voglio bene alla Band e sono convinto che troppa poca gente li conosca… è un peccato.