Nick Cave and the Bad Seeds – No More Shall We Part

Nick Cave and the Bad Seeds - No More Shall We Part

Molti ricorderanno il 2001 per l’attentato alle Twin Towers, altri per la prolificità nelle pubblicazioni musicali come ad esempio Origin of Symmetry dei Muse, Reveal dei R.E.M. o Exciter dei Depeche Mode… a mio avviso non può essere tralasciato in questo elenco No More Shall We Part di Nick Cave l’album della maturità consacrata di quest’artista tutto tondo.

Nick Cave da un taglio netto al passato e dopo 4 anni di assenza torna con No More Shall We Part, che esprime un lato ancora poco conosciuto di Cave, un lirismo profondo, quasi mistico, con riferimenti continui ed espliciti alla religione. L’abuso di alcool e di eroina sono superati poco prima dell’inizio dei lavori per l’album e questa svolta si riflette profondamente nei testi, che associati al talento dei Bad Seeds ed al violino di Warren Ellis, conferisce uno stile aulico e solenne a No More Shall We Part (riscontrabile in diverse tracce come ad esempio in Halleluja ed evidenziato dall’assenza quasi totale delle sezioni ritmiche nell’album).

La cover dell’album rappresenta più che bene il contenuto, un dipinto di una natura morta che permette all’ascoltatore di capire già a cosa andrà incontro, ovvero: canzoni discretamente lunghe, intense e di difficile interpretazione, un pianoforte cadenzato e malinconico talvolta anche drammatico, chiaramente ispirato da Bob Dylan e Leonard Cohen, una atmosfera coinvolgente che dura per tutti i 67 minuti dell’album e che permette agli ascoltatori di immedesimarsi nelle sensazioni che Cave prova e ha provato dopo le disintossicazioni. La percezione che si prova nell’ascoltare quest’album è una sorta di voyeurismo il mondo che viene osservato da un punto di vista esteriore (un rapporto con Dio indefinibile e a volte critico) quasi come se fosse un collegamento con la visione cristiana adottata da Cave che spicca nella trilogia di brani Halleluja, God Is In The House e Oh My Lord, che segna anche un distacco dall’approccio punk a favore di uno stile poetico puro modello beat-generation (Nick Cave come stile si avvicina molto a Borroughs ricordando a tratti anche Kerouac). Questa visione cristiana e ansiogena è tipica di chi ha vissuto problemi di dipendenza (nel mondo musicale, soprattutto, ci sono diverse prove viventi).

Muse – Origin of Symmetry

Muse - Origin Of Symmetry

Oggi parliamo del secondo album registrato dai Muse che conferma quanto di buono ascoltato con Showbiz. Mentre il primo lavoro ha evidenziato ottime potenzialità ma, al contempo, fatto storcere un po’ il naso alla critica per la somiglianza di sonorità con i Radiohead (tant’è che anche mister simpatia occhio spento Thom Yorke non si è lasciato sfuggire l’occasione di dare addosso al trio di Teignmouth) Origin of Symmetry ci da l’idea di quanto i Muse possano crescere ulteriormente e svariare tra una moltitudine di generi musicali. Diciamo che la sperimentazione perpetua – evidenziata in tutti i lavori seguenti a Origin of Symmetry – del power trio é cominciata effettivamente con questa perla.

L’origine della simmetria é un concetto inerente alla teoria delle stringhe ed alla fisica quantistica, uno dei mondi (oltre alla fantascienza ed al complottismo) che ha sempre affascinato Matt Bellamy. Queste sono delle tematiche ritrovate nella maggior parte dei testi dei Muse (soprattutto negli ultimi lavori) che costruiscono un puzzle ben definito e ci illustrano una situazione sempre più orwelliana, dove la prevalenza della popolazione mondiale è come la creta, facile da manipolare ed incapace di scernere il bene dal male.

A mio avviso questa é un opera completa, riff di chitarra, pianoforte classico, un basso che pompa e una batteria che completa l’armonizzazione senza contare la voce asmatica che rende claustrofobico e cupo il disco.

In alcune canzoni il paragone con i Queen non risulta affatto azzardato (sopratutto in termini di versatilità e maestosità del suono). Si passa dalle cavalcate musicali di New Born, Space Dementia (l’ispirazione a Rachmaninov é palese) e Citizen Erased (tributo a 1984 di George Orwell ripreso massicciamente nel quinto album Resistance), tre brani per un totale di 20 minuti di rock spinto e al tempo stesso riflessivo, sino al falsetto di Micro Cuts (il testo onirico é nato dopo una serata a base di funghetti allucinogeni, la leggenda dice che i 3 dopo aver pasteggiato con i funghetti abbiano ripreso conoscenza in un bosco vicino agli studi di registrazione mezzi nudi ed in stato confusionale, Micro Cuts sarebbe una allucinazione che Bellamy ha vissuto e ha riportato a noi in maniera “fedele”), una grandissima cover di Feeling Good di Nina Simone ed infine forse la canzone più rappresentativa di tutto l’album, quella Plug in Baby che fa impazzire le folle durante i concerti live e che mostra tutta la capacità creativa, l’estro e il virtuosismo alla chitarra di Bellamy che ri-arrangia in maniera totalmente personale la fuga in Re Minore di Bach rendendolo uno dei riff più importanti e riconosciuti della storia del rock (facendo anche capire quanto il suo background musicale sia ampio, considerando che si porta sempre dietro un lettore musicale da un terabyte).

Molti considerano Origin of Symmetry l’apice della carriera dei Muse, ma a mio avviso è un errore pensarlo, la capacità dei grandi gruppi sta nel sapersi re-inventare – mantenendo una propria identità – costantemente, la ricerca di nuovi stili musicali evidenziata in ogni disco (anche se talvolta non con i risultati sperati) è semplicemente lodevole. A chi si fosse fossilizzato sul concetto di Muse come brutta copia dei Radiohead, consiglio sinceramente di riguardare la propria posizione.

Bruce Springsteen – Born In The U.S.A.

Bruce Springsteen - Born In The USA

Quando in un disco sono presenti 7 singoli, significa che il disco in questione è stato azzeccato in ogni suo brano. L’interpretazione oggettiva dell’album in tal caso rischia di inciampare su dei dati puramente economici che ne esaltano solamente la popolarità, oscurando in gran parte lo studio ed il lavoro certosino svolto dietro ad un capolavoro, banalizzando in maniera abbastanza grossolana una pietra miliare. E’ il caso di Born in the U.S.A., apprezzato dai buzzurri e snobbato dai palati fini solo perché troppo popolare.

E’ giusto soffermarsi su Dancing in the Dark, primo singolo estratto, un brano che ha stupito lo zoccolo duro dei fan del boss… dopo il lavoro volto alla ricerca di una essenzialità sonora, scarna e acustica in Nebraska, i sintetizzatori di Dancing in the Dark sono come l’ascolto di In A Gadda da Vida durante una funzione religiosa. Come spiegare questo cambiamento? Semplice! Il ritorno di Springsteen all’E-street band.

Dancing in the Dark è una canzone nata dal’ imposizione del produttore che voleva a tutti costi legare il nuovo disco ad una hit supermegaplanetaria… la frustrazione che il boss ha provato nel non ritenersi capace di scrivere un brano adatto alla causa la possiamo notare nel testo (“You can’t start the fire without a spark” –> “non puoi accendere il fuoco senza una scintilla”, è una frase abbastanza emblematica). Il premio Grammy ricevuto per Dancing in the Dark è la risposta ad ogni dubbio di Springsteen riguardo la sua capacità compositiva.

Il video è stato girato da Brian de Palma e ha avuto il merito di lanciare la carriera di Courtney Cox.

Born in the U.S.A. è il nome della canzone che da anche il titolo all’album, un brano nato due anni prima, durante le session di Nebraska, in chiave acustica. Il brano è una denuncia di Springsteen che cerca di evidenziare il disagio dei reduci della guerra del Vietnam, obbligati a partire per un conflitto inutile, veterani etichettati dalla società come inetti e sconfitti, un’inutile ascesso che zavorra l’ascesa di una economia esplosiva.

Inizialmente il brano avrebbe dovuto chiamarsi Vietnam, il titolo finale è stato scelto da Springsteen dopo aver ricevuto una sceneggiatura di un film di Paul Schrader intitolata proprio Born in the U.S.A.. Il ritmo incalzante, quasi da richiamo alle armi, e il titolo patriottico, hanno indotto molti a credere la canzone un vero e proprio elogio del paese, soprattutto Reagan ha travisato il contenuto della canzone tanto da usarlo all’interno di un proprio discorso elettorale. Naturalmente Springsteen non ha gradito.

La cover, oramai divenuta una icona internazionale,  è frutto del genio fotografico di Annie Leibovitz.

Neil Young – Harvest

Neil Young - Harvest

Se dovessi pensare ad un aggettivo adatto a descrivere Neil Young, la prima definizione che mi viene in mente è: Cazzutissimo.

Sì, cazzutissimo è il termine adatto, calza a pennello, azzarderei anche un “cazzutellissimo”. Molti lo definiscono il padre del grunge, ma etichettarlo unicamente in questa maniera sarebbe riduttivo e sminuirebbe il carisma e la potenza del grande Neil

…lui è molto di più.

Il disco scelto per cominciare ad approfondire il discorso Neil Young è la sua quarta fatica da solista (visto che prima è stato chitarra principale e una delle voci dei Buffalo Springfield, e successivamente ha fatto parte della superband Crosby, Stills, Nash & Young) al quale hanno collaborato anche David Crosby, Graham Nash, Stephen Stills e James Taylor. Quest’album – al contrario della sua copertina molto minimale e senza fronzoli – ha sonorità morbide ed un country-rock con tematiche sociali importanti e storie di vita vissuta sulla pelle dall’artista. Tali sonorità morbide – a detta di Young – sono da attribuire ai suoi fastidi alla schiena che non gli hanno permesso di stare in piedi per più di 4 ore consecutive durante le registrazioni, costretto a portare un busto ortopedico.

Ad esempio Alabama è una ripresa concettuale di Southern Man presente nel precedente album After the Gold Rush, in cui si critica il forte razzismo presente nell’America di quegli anni, una piaga sociale persistente soprattutto negli stati del Sud (i Lynyrd Skynyrd con Sweet Home Alabama hanno poi replicato a Young).

p.s. d’altronde chi meglio di un Canadese può incarnare lo spirito leghista?

Tornando a noi. The Needle and the Damage Done  è un tributo a Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse e considerato come una sorta di fratello minore da Young, scomparso per overdose di eroina. Questo brano è una riflessione sul concetto di autodistruzione ed un omaggio intimo al chitarrista.

Whitten chiamato da Nèllo per far parte degli Stray Gators e accompagnare il tour di Harvest, viene licenziato dallo stesso Nèllo che giudica le sue condizioni pessime. Il giorno prima di morire è stato imbarcato nel primo aereo disponibile – proprio da Neil Young -che gli ha dato anche 50 dollari per tornare a casa e darsi una sistemata. Neil questa volta l’ha combinata grossa.

Una cosa che insegnano sin dai tempi dell’asilo è “Mai dare soldi ad un drogato”. Infatti l’epilogo è prevedibile, Whitten con i 50 dollari si compra una dose che poi risulta mortale. I sensi di colpa si fanno enormi ma Young riuscirà a riversare la tristezza provata nella scrittura di brani come On The Beach, Time Fades Away e Tonight’s the Night.

Sicuramente le canzoni più rappresentative di tutto l’album sono Harvest una ballata rilassante, bucolica e al tempo stesso emozionante nella sua semplicità, Old Man e Heart of Gold.

Con Old Man, Neil Young,  confronta la vita di un uomo giovane a quella di un altro anziano. E’ stata scritta in tour e narra una vicenda accaduta realmente a Young durante la compravendita di un ranch nel nord Californiano.

In questa tenuta (costata 350.000$) vive una coppia di anziani, ed il proprietario -di nome Louis- prima dell’acquisizione, ha fatto fare un giro a Young sulla sua Jeep per mostrargli il terreno del ranch. Arrivati al lago della tenuta gli chiede:

L: Bene, dimmi, come fa un ragazzo (hippie) come te ad avere abbastanza denaro da poter comprare un posto come questo?

Y: Beh, fortuna, Louie, solo tanta fortuna.

L: Beh, questa è la cosa peggiore che abbia mai sentito.

E a questo siparietto dobbiamo la nascita di Old Man, con James Taylor special guest al banjo.

Heart of Gold invece è nata come la coda, eseguita durante i concerti, di A Man Needs a Maid. Piano piano però questa coda ha cominciato sempre più a prendere forma ed una identità propria diventando Heart of Gold.

Bob Dylan che ha sempre stimato Neil Young, ha avuto paura che Heart of Gold potesse essere confusa per una sua creazione e minare la sua fama (visto che lo stile dei due è molto simile). Bob puoi sta’ tranquillo! Non ce confondiamo!

Frank Zappa – Hot Rats

Frank Zappa - Hot Rats

Hot Rats è il settimo album in studio dal 1966 di Frank Zappa ed il primo da solista dopo lo scioglimento dei Mothers Of Invention.

E’ veramente difficile scegliere un lavoro di Zappa, il problema è che il livello di ogni singolo album sfornato è eccelso, la mole musicale sin qui prodotta dall’italoamericano è frutto di un lavoro stacanovista e certosino che quasi sfiora il patologico… le 18 ore di composizione musicale giornaliera sono un ritmo insostenibile per quasi chiunque, se poi pensate che dietro non vi è nessun uso di sostanze stupefacenti vi rendete conto di quanto quest’uomo abbia dato alla musica, rinunciando praticamente a quasi tutti i sentimenti umani (un ritmo simile è stato tenuto da David Bowie poco prima della trilogia berlinese, quando vivendo a LA è riuscito a star sveglio 6 giorni consecutivi – più per merito della cocaina che per la voglia di lavorare – con tanto di avvistamenti alieni e paura dei complotti in ogni dove).

Hot Rats è un album, composto e arrangiato completamente da Zappa, caratterizzato dalle molte influenze jazz ed è quasi completamente strumentale (Willie the Pimp è l’unico brano cantato dal grande Don Van Vliet, conosciuto dai più come Captain Beefheart).

Secondo la critica Hot Rats è da considerare il primo album di jazz-fusion della storia, esso mette in luce il lato di Zappa sconosciuto ai più, quello di grande compositore di musica contemporanea pronto a spingersi sino al limite estremo della sperimentazione (grazie anche all’ausilio di tecniche di registrazione all’avanguardia per l’epoca, mixer a svariate tracce, sovraincisioni, accelerazioni e cazzi vari).

Durante le sessioni dell’album, Zappa, si è consultato col produttore di musica jazz Dick Bock che gli ha presentato il violinista Jean-Luc Ponty che ritroviamo in It Must Be a Camel ed in altre collaborazioni (successivamente anche in King Kong, un altro album di Zappa).

Un pensiero va sicuramente a quel mostro di musicista che è Ian Underwood, polistrumentista capace di suonare i fiati e le tastiere e di coprire la mole di lavoro di dieci musicisti. Anche Zappa, per quest’album, ha accantonato in parte la chitarra per suonare piano e batteria.

Peaches en Regalia è la canzone probabilmente più conosciuta di Frank Zappa, un capolavoro assoluto e forse uno dei brani più commerciali e di facile comprensione per via della melodia che cattura l’ascoltatore grazie ad un ritmo atipico (tre note riprodotte nello spazio di due), e ad un ossatura armonica composta da 4 temi principali. Direte: “Mecoglioni!“. Anche giustamente aggiungo.

Willie the Pimp, interpretato vocalmente da Captain Beefheart – amico di infanzia di Frank Zappa e autore di quel grande album che è Trout Mask Replica (prodotto dallo stesso Zappa) – ci racconta la storia di un pappone che parla, con allusioni sessuali, a una ragazza della sua scuderia. Uno dei classici temi alla Zappa.

E’ inutile inoltrarsi ulteriormente nelle spiegazioni dei brani considerando che si andrebbe incontro a dei tecnicismi che mi farebbero perdere i pochi lettori che ho, concludo dicendo che la cover del disco è una foto di Ed Caraeff (autore anche della copertina di Uncle Meat) scattata a Beverly Hills, che immortala una groupie amica di Zappa mentre fa capolino da una piscina vuota come se fosse uno zombie che esce da una tomba.

Soundgarden – Superunknown

Soundgarden - Superunknown

Il 1994 è un anno importante per la storia del rock, la morte di Cobain, l’uscita di Vitalogy (album sperimentale dei Pearl Jam) e l’uscita di Superunknown sono il canto del cigno del Grunge che chiude una parentesi gloriosa della storia rock, quella che ha visto una città della West Coast, Seattle, grazie alla presenza del gotha musicale di quegli anni, ergersi a portavoce del disagio provato dalla stragrande maggioranza dei giovani.

Superunknown si discosta dai precedenti lavori dei Soundgarden distinti da un sound metal bello pesante; per questa ragione gran parte dello zoccolo duro dei fan ha tacciato la band di essersi commercializzata (peccato originale per i gruppi Grunge).

Qui si da il via libera alla sperimentazione e a sonorità psichedeliche gestite alla grande dalla chitarra di Kym Thayil (che infonde anche influenze orientali al tutto), assieme ad una maggiore autonomia ed attenzione nella scrittura, nella creazione e nell’arrangiamento. Le canzoni vengono registrate una alla volta con la precedenza data alle parti di basso e batteria e le successive sovraincisioni di chitarre e voci a completare il tutto. Alla base del disco, come per tutte le opere Grunge, ci sono storie di vita vissuta in prima persona dagli artisti, tematiche come la depressione, il suicidio, l’abuso di sostanze stupefacenti, che rendono il lavoro criptico e cupo (argomenti già trattati da Neil Young, antesignano del movimento).

La canzone simbolo di questo capolavoro è sicuramente Black Hole Sun, scritta in un quarto d’ora da Chris Cornell, deve il suo nome ad una scultura a forma di ciambella con un buco in mezzo dal quale è possibile guardare l’orizzonte, presente in un parco di Seattle. Cornell ha messo insieme delle visioni suggestive ed edulcorate della realtà, giocando con le parole ed evidenziando la mancanza di un tema portante, un non-sense che ne esalta la psichedelia. Il successo di questo brano è frutto anche del video che ha accompagnato l’ascesa mediatica del gruppo tra i più. Un videoclip con colori carichi, angosciante e apocalittico, deprimente, surreale, grottesco e a tratti ridicolo ispirato alle opere di David Lynch e al celebre telefilm Doctor Who.

Un altro brano che contraddistingue quest’album è il primo singolo estratto da Superunknown, ovvero Spoonman. Scritta inizialmente per il film Singles di Cameron Crowe (che ha visto come protagonisti i principali gruppi della scena di Seattle), il brano è stato rielaborato ed introdotto nell’album. Il titolo è stato suggerito da Jeff Ament, bassista dei Pearl Jam, ed è un tributo ad Artis the Spoonman, l’artista di strada che suona i cucchiai in quel di Seattle.

La cover dell’album è una rappresentazione fotografica distorta dei volti dei membri della band sopra ad una foresta in fiamme rovesciata, un concetto rovesciato al concetto stesso trasmesso dal nome stesso della band (ovvero un parco fiorito e rigoglioso).

Pearl Jam – Vitalogy

Pearl Jam - Vitalogy

Svolta sperimentale per i Pearl Jam reduci dal doppio successo di Ten e Vs., la terza fatica in studio della band di Seattle è importantissima, non solo perché ci viene consegnato un album di uno spessore artistico eccezionale, ma anche perché dimostra che i Pearl Jam non sono solamente quelli visti nei primi due album, ma musicisti pronti a sperimentare e ad uscire dai propri confini, qualità che gli permetterà in futuro la sopravvivenza ed il mantenimento di un’identità propria mai messa in discussione in più di 20 anni di carriera.

Vitalogy è stato registrato durante il tour di Vs. ed è stato rilasciato prima in vinile (in quanto Eddie Vedder è un feticista dei vinili) e successivamente in CD. Sicuramente il packaging ha influito molto nelle vendite dell’album, l’artwork si rifà totalmente ad un libro medico di inizio ‘900 il Vitalogy che letteralmente significa “studio della vita”, trovato da Eddie Vedder in un mercatino dell’usato. I contenuti del Vitalogy non sono stati importati nel booklet per questioni di copyright, contenuti perciò sostituiti con documenti, schizzi, appunti sul benessere e sulla salute, riflessioni sulla vita e sulla morte, commenti alle canzoni, poemi (come nel caso di Aye Davanita brano strumentale che però nel booklet è presente sotto forma di poema). E’ stata inserita anche una lastra dei denti dello stesso Vedder accanto alla pagina dedicata a Corduroy.

Gli equilibri all’interno della band cominciano a spostarsi, Vedder ha sempre più voce in capitolo nelle scelte della band, ora contribuisce anche come chitarrista, e stranamente, in questo caso, con 3 chitarre presenti vi è una penuria di assoli rispetto ai precedenti lavori. McCready lo definisce per questo motivo un album prettamente “ritmico”.

Questo è l’aspetto che forse lo rende più originale e canzoni come Aye Davanita, Pry, To (il ritornello continuo “P-R-I-V-A-C-Y is priceless to me” è una preghiera che Vedder rivolge ai suoi fan, il grunge essendo esploso come una bomba in mano, in pochi attimi ha portato celebrità a dei ragazzi con una vita normalissima e che volevano solamente esprimere i loro sentimenti rancorosi verso una società incapace di comprenderli, ad esempio Cobain non è riuscito a salvarsi), Bugs (dove Vedder suona la fisarmonica) e Hey Foxymophandlemama, That’s Me (una specie di Revolution 9 degli anni ’90, creata assemblando registrazioni reali di alcuni pazienti di un ospedale psichiatrico) portano a galla la voglia di novità, di slegarsi in parte dal concetto passato di Pearl Jam.

Vedder si sente vulnerabile, i suoi testi vengono travisati da gran parte della gente e ciò lo rende triste e arrabbiato, questa contraddizione lo spinge a scrivere Not For You (un’accusa verso l’industria discografica e la Ticketmaster, una guerra portata avanti dai Pearl Jam per garantire dei concerti ad un prezzo accessibile) e Corduroy (che cerca di esporre la relazione di una persona con milioni di fan).

Poi c’è Betterman (che assieme a Nothingman e Letherman compone il ManTrio) ballata, scritta da Vedder durante le scuole superiori, che parla di una donna intrappolata in una relazione infelice (e come molte canzoni dei Pearl Jam dei primi tempi, è autobiografica).

Radiohead – The Bends

Radiohead - The Bends

Dopo Pablo Honey, disco di partenza e puro calderone di generi musicali, The Bends è il lavoro che fotografa l’identità che i Radiohead hanno deciso di vestire, una ricerca di sonorità e una depressione di fondo che contraddistingueranno tutti gli album a venire. “Riconoscibilità” è  il sostantivo adatto per spiegare quest’album, tale “riconoscibilità” è stata cercata dalla band (su tutti da Jonny Greenwood) al fine di prendere le distanze dal successo troppo commerciale e popular ottenuto tramite i singoli di Pablo Honey, uno su tutti Creep, canzone richiesta incessantemente durante ogni loro concerto (l’odio dei Radiohead verso Creep è risaputo, forse per questo motivo Thom Yorke, sfregandosi le mani e ammiccando con l’occhio birbo, ha deciso di accordare a Vasco il permesso di farla odiare anche ai più). Il lavoro è stato immediatamente acclamato ed incensato dalla critica che ne ha esaltato le doti e lo ha posto nell’Olimpo delle pietre miliari del rock. Alcuni brani come Fake Plastic Trees e Street Spirit (Fade Out) sono prodromi di OK Computer, le tematiche dei testi, influenzate dal periodo di stallo vissuto tra Yorke e il resto della band, sono state sviluppate durante il tour americano e sono una critica aspra verso la società dell’epoca.

Just è forse il pezzo più rappresentativa, con quell’assolo finale che ti entra in testa e con quel ritmo ipnotico che stordisce (la canzone è dedicata ad un amico vanesio di Yorke).

La celebrità di questo brano è legata al videoclip che oltre a mostrare la band che suona e si affaccia alla finestra per vedere cosa accade, ritrae un tipo che si sdraia in mezzo ad un marciapiede attirando l’attenzione di gente curiosa che cerca di capire cosa sia successo, la conversazione tra queste persone, riportata agli spettatori mediante dei sottotitoli, raggiunge un climax che porta loro a chiedere al tizio sdraiato il perché del suo gesto. Lui risponde senza problemi ma quei simpaticoni dei Radiohead tolgono i sottotitoli e noi non capiamo un cazzo. Fatto sta che alla fine tutti si sdraiano sul marciapiede… lo so, detto così è una merda, ma che ci volete fare. Secondo alcuni detrattori sia il regista che la band non hanno mai saputo cosa far dire al tipo sdraiato, lavandosene le mani e togliendo i sottotitoli. Secondo altri le parole pronunciate potrebbero essere “Il fondo è la nuova vetta” o “I Radiohead sono alla finestra”, che dimostrerebbe già quanto il loro ego fosse spropositato sin dagli inizi.

High and Dry proviene dalle sessioni di registrazione di Pablo Honey, scartata perché a detta della band troppo simile ad un pezzo di Rod Stewart, è stata poi introdotta senza eccessivi patemi d’animo in The Bends.

Fake Plastic Trees, è nata dopo un concerto di Jeff Buckley, la band aveva trovato delle difficoltà nel concepimento di questo brano e una pausa presa per andare a vedere il concerto di Buckley è stata provvidenziale, il fascino esercitato dal cantautore statunitense ha aiutato la band a trovare la strada giusta per il completamento della canzone.

Street Spirit (Fade Out) è la tipica canzone che ti induce al suicidio, bella, bellissima, ma da non sentire durante una crisi depressiva. Lo stesso Yorke ha descritto questo pezzo come un tunnel oscuro senza la luce alla fine… insomma un segnale di speranza. Per chi volesse tagliarsi le vene e cercasse ispirazione, è stata coverizzata anche da Peter Gabriel (se siete alla ricerca di stimoli per non vivere più, ve la consiglio).

L’artwork è stato curato da Stanley Donwood in collaborazione con “sòtuttoio” Yorke, che originariamente aveva in mente di utilizzare per la copertina un polmone d’acciaio salvo poi cambiare idea. La cover è stata fatta all’ultimo minuto con una foto edulcorata di un fantoccio medico con la faccia di Yorke.

Beck – Midnite Vultures

Beck - Midnite Vultures

Il 1999 è un anno prolifico musicalmente parlano, possiamo citare 13 dei Blur o Cousteau dell’omonima band, ma anche capolavori nazionali del calibro di Cristina D’Avena e i tuoi amici in TV 12 (volevo fare il figo ma non mi vengono in mente album targati 1999), il Millennium Bug ed il Giubileo sono alle porte e Nostradamus, antesignano mediatico dei Maya, minaccia i nostri sogni con previsioni apocalittiche.

In molti hanno criticato l’ultima pubblicazione del folletto alternative-underground di Los Angeles, ambasciatore e voce dei diritti di una Generazione X che ha contribuito al boom e all’espansione di MTV (quello vero, con la musica vera… non quel manipolo di vacche e ritardati che ci viene propinato ora), Beck Hansen (cognome materno) all’anagrafe Beck David Campbell, conosciuto semplicemente come Beck, ha cercato di variare questa volta, dopo Mellow Gold ed il super successo di Odelay, ma soprattutto dopo i suoni acustici di Mutations prova a sorprenderci con Midnite Vultures. Disco accolto tiepidamente da alcuni critici ed euforicamente da altri, supportato da un importante tour mondiale.

Innanzitutto la prima cosa che salta all’occhio è la cover, un collage misto all’uso di Paint (per chi non se lo ricordasse è uno dei software grafici più belli e versatili mai esistiti) che è stata creata a quattro mani da Beck e Michel Gondry.

Dal punto di vista musicale invece ciò che ha sempre contraddistinto Beck sinora è la pura sperimentazione, che anche in questo caso viene riproposta spaziando tra una moltitudine di generi musicali. Si possono sentire difatti delle influenze alla Prince nei falsetti, al funky di fine anni ’70, ai Kraftwerk e ai Velvet Underground.

La tracklist parte forte con Sexx Laws primo singolo dell’album, accompagnato da un video musicale diretto dallo stesso Beck che annovera Jack Black tra i protagonisti. Questo capolavoro visivo-concettuale è un tributo al film Mr.Freedom di William Klein, oltre alla presenza dei giocatori di football si aggiunge una chiave totalmente surreale che trova l’apice in un manichino con la testa da zebra che gira su se stesso suonando il banjo e in alcune ricostruzioni di B-movies degli anni a cavallo tra i ’60-’70 (sono presenti diverse versioni del video tra le quali una di 18 minuti!).

Anche Nicotine & Gravy, Mixed Bizness e Debra (rispettivamente traccia numero 2,3 e 11) sono accompagnate da dei video fighissimi stile fattoincasa-trash-grottesco-visionario-alternativo e quando dico alternativo intendo alternativo nel vero senso della parola (oggigiorno lemma troppo inflazionato nel contesto italiano, considerando che solitamente con musica alternativa italiana io intendo musica demmerda, comunque difficilmente Beck fallisce un videoclip). Debra è stata concepita per Odelay, ma la pubblicazione è slittata sino a Midnite Vultures.

Menzione d’onore va a Hollywood Freaks… che canzone!

P. S. Beck è un illuminato dalla Suprema Chiesa di Scientology (non credo sia il termine giusto per etichettare i seguaci di questa setta/credo o quello che è, fatto sta che mi piaceva definirlo in questa maniera) così come tanti altri artisti di egual caratura come ad esempio Tom Cruise, John Travolta, Will Smith, il compianto Isaac Hayes, Catherine Bell, Kirstie Alley, Giovanni Ribisi e Roby Facchinetti (perché inserire questa lista di gente affiliata a Scientology? Perché inserire Facchinetti? Non lo so, però aggiungo che la moglie di Beck è la sorella di Giovanni Ribisi, e dopo questo spazio Gossip disattivo la modalità Signorini e incrocio le dita per una collaborazione tra Facchinetti e Beck).

Blur – Parklife

Blur - Parklife

Il 1994 è l’anno del Britpop: Oasis, Suede, Pulp, Blur… chi più ne ha più ne metta! Tre aggettivi per definire la maggior parte di loro? Prolifici, meteore e teste di cazzo. Simpatici come la candeggina negli occhi, con la spocchia di chi è andato a dormire senza bere la tazza di thè delle 6 p.m.

Il terzo album dei Blur è il disco che consacra il Britpop, un successo commerciale e di critica che aiuta l’effettiva esplosione di questo nuovo movimento, l’album che li spinge un gradino più in alto rispetto agli Oasis del periodo (guerra senza esclusione di colpi con battute pesanti da entrambi i lati, naturalmente la palma degli stronzi di turno va ai fratelli Gallagher, mentre i Suede sono tagliati fuori dal litigio). Albarn, al termine delle registrazioni di Modern Life is Rubbish, comincia a buttar giù canzoni su canzoni, pezzi pop con un tocco New-wave e anche “barrettiani”, basandosi sul suo senso critico e cinico.

Il grande ostacolo alla realizzazione di Parklife è rappresentato dalla pessima condizione finanziaria in cui versa la band che ha indotto i membri a registrare in studio nel minor tempo possibile.

Questo lavoro, grazie anche alla chitarra di Graham Coxon, riesce a ritrarre in maniera abbastanza fedele, come se fosse un’istantanea, l’Inghilterra di quel periodo, i comportamenti e le sonorità tipiche degli anni ’90.

Girl & Boys è stata una delle canzoni più redditizie per i Blur, canzone a primo acchito semplice ma con una struttura musicale più complessa di quel che si pensi (tant’è che un altro simpaticaccio della musica inglese, Thom Yorke, ha dichiarato che è la canzone che gli sarebbe piaciuto scrivere), accompagnata da un videoclip abbastanza divertente nella sua bruttezza che vede la presenza degli stessi Blur che eseguono la canzone mentre sullo sfondo vengono mandati degli spezzoni di gente in vacanza.

Per l’artwork del singolo Girl & Boys la scelta è ricaduta su un’immagine di una scatola di Durex.

Inizialmente, il produttore aveva optato per un album che avrebbe dovuto chiamarsi London, con un carro pieno di frutta e verdura presente nella cover, questa idea naturalmente è stata scartata e da quel momento in poi il produttore è stato estromesso dal processo creativo. La scelta, poi, è ricaduta su una foto che ritrae una corsa di cani in un cinodromo (una delle attrazioni più grandi per gli anglosassoni) ed il nome è cambiato in Parklife.

La cover in questione è stata scelta, assieme ad altre 9 cover di album, dalla “Royal Mail” per la stampa di una collezione di francobolli basata sui 10 artworks più rappresentative della storia britannica.